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Geopolitica

Storia segreta dell’ucronazismo

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Il tabù dei tabù su giornali, TV e social è l’esistenza, più che mai centrale nelle faccende ucraine di queste ore, di milizie apertamente neonaziste.

 

Svastiche e crudeltà: i racconti si susseguono dagli anni di Maidan, tanto che gli avversari hanno coniato la parola «ucronazismo».

 

Si tratta di un fenomeno complesso: vi sono radici storiche di collaborazione con il III Reich, connivenze con servizi segreti occidentali, controintuitivi finanziamenti da parte di oligarchi ebrei.

 

Le milizie neonaziste ucraina attuali si rifanno a Stepan Bandera (1909-1959), ideologo e leader dell’ultranazionalismo ucraino, collaborazionista del III Reich e considerato da alcuni storici un terrorista e un criminale di guerra, accusato di massacri di polacchi e financo di responsabilità nella tragedia degli ebrei ucraini. Si tratta di una figura assai controversa in Ucraina, perché, nonostante le accuse, nel 2010 il presidente Viktor Yushenko (avversario del filorusso Yanukovic, che gli succederà poco dopo, nonché marito di un ufficiale del Dipartimento di Stato USA) gli conferì il titolo postumo di «Eroe dell’Ucraina», suscitando la condanna non solo della Russia, ma anche dell’Unione Europea, oltre che di organizzazioni polacche ed ebraiche. Il presidente Yanukovic nel 2011 annullò il titolo.

 

Bandera aveva dichiarato nel 1941 l’Ucraina come Stato, asserendo che avrebbe lavorato con la Germania nazista. Tuttavia, i nazisti lo misero in campo di concentramento, per poi tirarlo fuori nel 1944 mentre le truppe sovietiche avanzavano verso Occidente. Dopo la guerra, Bandera si stabilì nella Germania Ovest, dove continuò a capeggiare l’OUN (l’organizzazione dei nazionalisti ucraini) e dove si dice lavorò anche con i servizi segreti britannici. Fu assassinato da agenti del KGB a Monaco nel 1959.

Ucronazisti, un fenomeno complesso: vi sono radici storiche di collaborazione con il III Reich, connivenze con servizi segreti occidentali, controintuitivi finanziamenti da parte di oligarchi ebrei

 

Tuttavia, la rete antirussa creata prima, durante e dopo la guerra era troppo preziosa per essere perduta. Non solo gli inglesi se ne interessarono, ma pure, ovviamente, gli americani.

 

Un documento della CIA dell’agosto 1950, citato dal giornalista investigativo Wayne Madsen in articoli dei tempi di Maidan, rivela che già agli albori della Guerra Fredda, l’Intelligence statunitense (all’epoca chiamata OSS) sfruttò l’Intelligence e la strategia naziste che usarono vari gruppi nazionalisti ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

«Altri gruppi ucraini identificati dai nazisti e abbracciati dalla CIA includono lo Sluzhba Bezopasnosti o Servizio di sicurezza dell’OUN, il gruppo Bandera, il gruppo Mel’nik, l’unità partigiana Taras Bulba (Borovets) in Galizia, l’esercito rivoluzionario ucraino dell’Ucraina occidentale e Galizia (la cui bandiera rossa e nera è stata reintrodotta dai gruppi finanziati da George Soros durante le attuali proteste in Ucraina), il movimento Hetman, l’Unione per la liberazione dell’Ucraina (che aveva sede a Parigi) e il cosacco nazionale ucraino Movimento (che aveva sede a Berlino). Il leader dell’Unione filo-nazista per la liberazione dell’Ucraina a Parigi si chiamava Levitsky, un ebreo ucraino» scriveva Madsen.

 

«Il documento dell’intelligence nazista sottolinea anche che molti nazionalisti ucraini, alcuni dei quali sarebbero poi entrati nei ranghi della CIA, furono addestrati nei “campi dell’esercito e della polizia tedeschi a Cracovia, Neuhammer, Brandeburgo e Francoforte-Oder” e furono successivamente “assegnati all’est per la guerra partigiana”».

 

Madsen racconta come questa rete sovversiva sia stata tenuta in piedi dalla CIA per tutta la guerra fredda, tramite servizi di dezinformatsja come quello del giornale del New Jersey Ukraine Weekly, che nel 1986 riuscì a smerciare sulla prima pagina del New York Post di Murdoch la più incredibile bufala su Chernobyl: «Fosse comuni, 15.000 morti per l’esplosione del sito nucleare», era il sobrio titolo a 9 colonne. Sappiamo invece che durante tutto il 1986 i morti per l’esplosione del reattore 4 sono stati al massimo 31 – per gli effetti a lungo termine, c’è ovviamente una immane guerra di cifre, rinfocolata dalla truffaldina serie TV di qualche anno fa.

 

L’uomo dietro ai piani americani sull’Ucraina fu per tutta la Guerra Fredda fu il professore di economia ucraino-statunitense della Georgetown University Lev Dobriansky, un nome che torna sempre tra i front della CIA, come l’Istituto Slavo della Marquette University o il Byzantine Slavic Arts Center attivo nella capitale USA.

 

L’ucrainista Dobriansky chiamava l’URSS «Impero colonialista di Mosca», e fu contrario ad ogni sorta di distensione tra Mosca e Washington. Si oppose al trattato sulla messa al bando delle esplosioni nucleari, alla convenzione consolare USA-URSS, all’Outer Space Treaty delle Nazioni Unite, al trattato di non proliferazione nucleare, perfino agli accordi sulla rotta commerciale Mosca-New York. Dobriansky fu, ça va sans dire, mentore di tanti neocon.

 

La compagnia di questo signore vale infatti la pena di citarla: «gli accoliti di Dobriansky, acerrimi neoconservatori come Donald Kagan, un ebreo lituano di Kursenai, Lituania, suo figlio Frederick Kagan, un funzionario del neo-conservatore American Enterprise Institute ed ex-consigliere del generale David Petraeus in Afghanistan, e Robert Kagan della Brookings Institution, architetto del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) ed editorialista del Washington Post. La moglie di Robert Kagan, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici è Victoria Nuland». Tutti oramai la conosciamo, Lady «Fuck the EU» Kagan. Dopo aver fatto disastri nel 2014 (e prima ancora, in Iraq) come sappiamo ora è tornata in pista.

 

La figlia di Dobrianski, Paula, ha ricoperto ruoli importanti nel Dipartimento di Stato dell’amministrazione Bush jr. Neanche a dirlo, faceva parte della colonna dei neocon.

 

Nel 2014, emersero squadre come il famoso battaglione Azov, considerato pubblicamente neonazista e composto da estremisti di destra da vari Paesi d’Europa. Nato dagli ultras del Metalist Kharkiv, il Battaglione Azov è ora inquadrato nella Guardia Nazionale Ucraina. È stato detto che molti miliziani Azov sono seguaci di un paganesimo slavo – chiamato Rodnovery – dedito al culto di antichi dei, per i quali avrebbero creato un tempio a Mariupol.

 

I rapporti pubblicati dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) hanno collegato il battaglione Azov a crimini di guerra come saccheggi di massa, detenzione illegale e tortura.

 

Un rapporto dell’OHCHR del marzo 2016 affermava che l’organizzazione aveva «raccolto informazioni dettagliate sulla condotta delle ostilità da parte delle forze armate ucraine e del reggimento Azov dentro e intorno a Shyrokyne (31 km a est di Mariupol), dall’estate del 2014 ad oggi. Saccheggio di massa di sono state documentate abitazioni di civili, nonché attacchi ad aree civili tra settembre 2014 e febbraio 2015».

 

Un altro rapporto dell’OHCHR ha documentato un caso di stupro e tortura: «Un uomo con disabilità mentale è stato oggetto di trattamenti crudeli, stupri e altre forme di violenza sessuale da parte di 8-10 membri dell’Azov e del Donbas (un altro battaglione ucraino) nell’agosto-settembre 2014. La salute della vittima è successivamente peggiorata ed è stata ricoverata in ospedale in un ospedale psichiatrico». Un rapporto del gennaio 2015 affermava che un sostenitore della Repubblica di Donetsk è stato detenuto e torturato con elettricità e waterboarding.

 

Scrive Wikipedia che «il gruppo ha utilizzato Facebook per reclutare individui di estrema destra da altri paesi europei. Nel 2019, in base alla politica di Facebook per gli individui e le organizzazioni pericolose, il supporto per il gruppo non era consentito, sebbene questo sia stato temporaneamente allentato durante l’invasione russa dell’Ucraina del 2022».

 

Il Battaglione Aidar è stato invece creato dal Ministero della Difesa ucraino nel 2014 per raccogliere volontari. Due suoi comandanti sono stati eletti alla Rada, il Parlamento ucraino nel 2014, ma non sono stati rieletti nel 2019. Si parlò di legami con il nazismo a causa dell’adesione al battaglione di due del Svenkarnas parti, un partito neonazista svedese. Il motto del battaglione, «s namu Bog», «Dio è con noi», è pure di origine nazista. Nel settembre 2014 Amnesty International ha dichiarato che il Battaglione aveva commesso crimini di guerra, inclusi rapimenti, detenzione illegale, maltrattamenti, furti, estorsioni e possibili esecuzioni. Nell’aprile 2015, il governatore di Luhansk nominato dal governo ucraino Hennadiy Moskal ha dichiarato che il Battaglione Aidar stava «terrorizzando la regione» e ha chiesto al ministero della Difesa ucraino di tenere a freno i suoi membri dopo una serie di furti, tra cui ambulanze e l’acquisizione di una fabbrica di pane.

 

C’è poi Pravij Sektor («Settore destro»), un partito di estrema destra con una proiezione paramilitare, fattosi notale durante gli scontri di piazza Maidan, e definito da molti neonazista. Pravij Sektor è il gruppo che più esplicitamente si richiama a Bandera e raccoglie i resti dell’OUN Come Aidar, ha vinto un seggio alla Rada nel 2014, ma non nel 2019. Secondo il rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite del 4 maggio 2016, Pravij Sektor è una delle «milizie potenzialmente violente che hanno agito apparentemente di propria autorità, grazie a un alto livello di tolleranza ufficiale, e con quasi totale impunità, sia nel Donbass regione e nella più ampia Ucraina».

 

L’insieme di questi miliziani è stato utilizzato in abbondanza negli otto anni di violenza in Donbass. In questo momento a queste formazioni è assegnata la difesa di città strategiche, come Mariupol, difesa dal Battaglione Azov, che in queste ore è sotto l’assedio delle truppe russe.

 

Accusati di antisemitismo, hanno con probabilità ricevuto armi automatiche provenienti da Israele vendute al governo ucraino, cosa che ha spinto gruppi israeliani per i diritti umani a protestare.

 

È riportato che vari membri della comunità ebraica ucraina hanno supportato i battaglioni. In particolare, i più ricchi.

 

«Queste forze sono state finanziate privatamente da oligarchi: il più noto è Igor Kolomojskij, un magnate dell’energia miliardario e allora governatore della regione di Dnipropetrovska» scrive Al Jazeera.

 

Kolomojskij, già governatore dell’oblast’ di Dnipropetrovsk, networth attorno a 1,8 miliardi di dollari e considerato nel 2019 il terzo uomo più potente d’Ucraina, è presidente della Comunità Ebraica Unita dell’Ucraina, e nel 2010 è stato nominato – con quello che poi sarà definito «un putsch» –  presidente del Consiglio Europeo delle ComunitàEbraiche (ECJC). Tuttavia, dopo le veementi proteste degli altri membri del consiglio, dovette lasciare e fondarsi una lega ebraica tutta sua, la European Jewish Union. Si crede che l’oligarca ebreo abbia non solo finanziato il Battaglione Azov, ma anche il Battaglione Aidar, Donbas, Dnepr 1, Dnepr 2 e avrebbe investito 10 milioni di dollari nella creazione del Battaglione Dnipro. Insomma, un gran finanziatore delle milizie.

 

L’immagine controintuiva di un ebreo che finanzia miliziani nazisti ha creato in Ucraina una sorta di espressione scherzosa, «zhidobandera», cioè giudeobanderista, che veniva stampata su t-shirt dove il simbolo nazionale ucraino del tridente era fuso ad una torah. Vi è una simpatica fotografia del Kolomojskij che ne indossa una.

 

 


È del resto un uomo di spirito: ha tre passaporti (ucraino, cipriota, israeliano) e quando gli chiedono come faccia – l’Ucraina è Paese che non ammette la doppia nazionalità – risponde che per Kiev non è possibile avere due passaporto, ma non tre.

 

Kolomojskij, per inciso, è ritenuto un puparo dietro all’ascesa di Volodymyr Zelens’kyj. È suo il canale TV che ha lanciato l’attuale presidente con la serie Sluha Narodu («Servitore del popolo»), dove interpretava, appunto, un onesto e determinato presidente dell’Ucraina. Una voce ricorrente in queste ore, forse messa in circolo dalla dezinformatsija moscovita, vuole che adesso a difendere personalmente il presidente-attore sia una milizia e non l’esercito.

 

Non sappiamo se anche l’attuale guardia personale di Zelens’kyj abbia fatto i corsi intensivi organizzati dalla CIA in America dal 2015. Come riportato da Renovatio 21, giornali statunitensi hanno rivelato che gli USA stavano «preparando un’insurrezione» in Ucraina con un programma insegna agli ucraini come «uccidere i russi». «Se i russi invadono, quelli [i diplomati dei programmi della CIA, ndr] saranno la tua milizia, i tuoi leader ribelli», ha detto l’ex alto funzionario dell’Intelligence a Yahoo News. «Alleniamo questi ragazzi ormai da otto anni. Sono davvero dei bravi combattenti. Ecco dove il programma dell’agenzia potrebbe avere un serio impatto».

 

Nello scoop era sentito anche un ex ammiraglio che si lasciava scappare che «il livello di supporto militare» per un’insurrezione ucraina, dice l’ex ammiraglio USA, «farebbe sembrare i nostri sforzi in Afghanistan contro l’Unione Sovietica insignificanti al confronto». Da nessuna parte, nei racconti dei giornali americani sui «ragazzi» ucraini addestrati in USA, si specificava che essi con grande probabilità fanno parte di battaglioni neonazisti.

 

Nel suo discorso di apertura del conflitto, il presidente Putin aveva parlato di «denazificazione» dell’Ucraina. Molti non hanno capito. Altri, non informatissimi, hanno riso: per esempio, Maureen Dowd sul New York Times e Antonio Polito sul Corriere della Sera – come si può denazificare un Paese in cui il presidente è un ebreo?

 

Il lettore di Renovatio 21 ora può rispondere. Coloro che si informano su media mainstream invece non potranno mai.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine di GianlucaAgostini via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

Geopolitica

Trump minaccia di sequestrare i beni iraniani

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani congelati per coprire «ogni tipo di danno» a navi e merci danneggiate a causa del conflitto in Medio Oriente. L’Iran ha reagito con forza, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che tale mossa crea un «precedente incendiario» che potrebbe avere ripercussioni a livello globale.

 

Giovedì Trump ha usato il social network Truth Social per avvertire che «da questo momento in poi, qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata, sarà risarcito con denaro iraniano in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti».

 

Il presidente americano ha aggiunto che «questi danni potrebbero essere molto ingenti», definendola «la cosa giusta ed equa da fare».

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Le dichiarazioni sono giunte poche ore dopo che i ribelli Houthi dello Yemen, un gruppo con forti legami con l’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Gli Stati Uniti hanno anche accusato l’Iran di aver preso di mira navi nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi di passaggio debbano rispettare le normative imposte.

 

In un precedente post, Trump aveva avvertito Teheran che avrebbe subito «gravi punizioni militari» per gli attacchi degli Houthi, definendo il gruppo yemenita un «surrogato e/o un agente dell’Iran». Aveva affermato che l’America aveva agito «con grande fermezza» contro gli Houthi un anno prima e aveva espresso delusione per il fatto che il gruppo stesse «ricominciando le ostilità» dopo aver agito «professionalmente» durante il conflitto con l’Iran.

 

L’Araghchi ha respinto l’ultimatum di Trump, definendolo una pericolosa deviazione dalle norme internazionali. «Confiscare i beni di un’altra nazione per pagare future rivendicazioni non correlate è un precedente incendiario», ha scritto su X, aggiungendo che «una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro» e che «il caos che ne consegue non sarà né piacevole né pacifico».

 

Trump non ha specificato quali fondi congelati sarebbero stati sbloccati né in base a quale autorità legale. Gli Stati Uniti detengono circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, con altri miliardi sospesi in paesi come Iraq, Qatar, Giappone e Lussemburgo. Il destino di alcuni di questi fondi, congelati principalmente dagli Stati Uniti, è stato discusso durante i colloqui tra Washington e Teheran, interrotti all’inizio di questo mese.

 

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Geopolitica

La Casa Bianca: l’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita dipende dal riconoscimento di Israele

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Un patto nucleare storico tra Stati Uniti e Arabia Saudita potrà essere concluso soltanto a condizione che Riad aderisca agli Accordi di Abramo e avvii relazioni diplomatiche con Israele, ha reso noto giovedì la Casa Bianca. L’intesa contempla l’impiego di tecnologia e know-how americani per supportare il Regno nello sviluppo di un programma nucleare a uso civile.   Il chiarimento ha rappresentato un mutamento rilevante rispetto alla comunicazione di mercoledì, che non conteneva alcun riferimento pubblico a un eventuale nesso tra l’accordo e la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Riad ha reiterato a più riprese che non riconoscerà Israele in assenza di progressi verso la costituzione di uno Stato palestinese.   «Questo accordo è subordinato a questa condizione, per quanto riguarda il presidente, quindi continueremo a dialogare con le nostre controparti saudite per finalizzare l’accordo e, si spera, vederli aderire agli Accordi di Abramo molto presto», ha dichiarato ai giornalisti la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

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Gli Accordi di Abramo consistono in una serie di intese mediate dagli Stati Uniti e avviate durante il primo mandato del presidente Donald Trump, con le quali sono state instaurate relazioni diplomatiche tra Israele e diversi Stati arabi. Attualmente tra i firmatari figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan.   Secondo i termini dell’accordo, l’Arabia Saudita realizzerebbe reattori nucleari basati su tecnologia statunitense nell’ambito del proprio programma energetico civile. Tuttavia, stando a quanto riportato, l’intesa non impone a Riad l’adozione del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che autorizza ispezioni più approfondite finalizzate a individuare attività nucleari non dichiarate.   Tale omissione ha generato allarme tra gli esperti di non proliferazione e i legislatori di Washington, i quali mettono in guardia dal rischio che l’Arabia Saudita possa liberamente arricchire l’uranio, una capacità potenzialmente utilizzabile in futuro per la produzione di armi nucleari e in grado di innescare una corsa agli armamenti a livello regionale. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva in passato dichiarato che l’Arabia Saudita avrebbe perseguito l’acquisizione di armi nucleari qualora l’Iran le avesse ottenute.   L’accordo, destinato a costituire il fondamento di un programma di energia nucleare multimiliardario che coinvolge imprese statunitensi, dovrà ancora essere sottoposto all’esame del Congresso prima di poter entrare in vigore.   Le possibilità che Riad entrasse negli Accordi di Abramo sembravano sfumate negli anni scorsi, quando il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dinanzi alla catastrofe gazana, aveva dichiarato che non potrà esserci alcuna normalizzazione delle relazioni tra Regno Saudita e Stato Ebraico senza la creazione di uno Stato palestinese indipendente. I piani per l’accordo di pace erano quindi stati sospesi.   Mesi prima, all’altezza di un attacco di rappresaglia della Repubblica Islamica dell’Iran contro lo Stato Ebraico, si disse che alcuni droni iraniani diretti contro Israele furono abbattuti dai sauditi.   Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa si parlava di colloqui segreti tra il principe saudita Mohammed bin Salman e Netanyahu. Pochi mesi fa, dopo l’inizio della guerra di Gaza, l’Arabia Saudita ha dichiarato che ogni piano di accordo con Israele è sospeso.   Come riportato da Renovatio 21, secondo un sondaggio del 2024 il 96% dei sauditi si opponeva ai legami con Israele, mentre Hamas nel Regno cresceva in popolarità. L’indagine ha inoltre rilevato che l’87% dei sauditi riteneva che «Israele è così debole e diviso al suo interno che un giorno potrà essere sconfitto».   Al contempo, va ricordata la dichiarazione a Fox News del 2023 del principe Salmano per cui l’Arabia Saudita si doterà di armi atomiche se lo farà l’Iran.

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Geopolitica

Esiti dell’incontro Lavrov-Rubio

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Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio si sono incontrati giovedì a margine del vertice ASEAN a Manila, nelle Filippine.

 

I due diplomatici non hanno rilasciato dichiarazioni né risposto alle domande dei giornalisti prima o dopo il colloquio, durato circa 35 minuti a causa dei tempi ristretti. Si è trattato del loro primo faccia a faccia dal settembre 2025.

 

La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato al termine dell’incontro che i colloqui si sono concentrati sulle relazioni bilaterali e sulle principali questioni internazionali, tra cui il conflitto in Ucraina e la situazione nel Golfo Persico.

 

Durante la discussione sulla crisi ucraina, ha spiegato che Lavrov ha informato Rubio sulla «reale situazione» lungo la linea del fronte, ha messo in guardia contro ulteriori forniture di armi a Kiev e ha accusato i paesi europei di perseguire una politica destabilizzante volta a infliggere una «sconfitta strategica» alla Russia.

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Lavrov ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a una soluzione diplomatica e il suo impegno nei confronti delle proposte statunitensi accettate dal presidente Vladimir Putin al vertice di Anchorage, in Alaska, lo scorso anno.

 

La Zakharova ha aggiunto che i due diplomatici hanno accolto con favore la ripresa dei contatti a pieno titolo tra l’agenzia spaziale statale russa Roscosmos e la NASA e hanno sostenuto l’ampliamento degli scambi parlamentari e culturali. Hanno discusso del miglioramento delle condizioni per le missioni diplomatiche russe e statunitensi e hanno concordato di mantenere i contatti tra i rispettivi ministeri degli esteri, anche attraverso organizzazioni internazionali.

 

Parlando con i giornalisti dopo l’incontro, Rubio ha descritto i colloqui come una conversazione «positiva» e «franca», e ha affermato che gli Stati Uniti restano pronti a «svolgere un ruolo costruttivo per porre fine a una guerra insensata».

 

Tuttavia, ha osservato che le proposte di Anchorage, citate dalla parte russa, non erano più praticabili perché Kiev le aveva respinte e che un accordo di pace avrebbe potuto funzionare solo se entrambe le parti lo avessero accettato.

 

Il segretario di Stato USA dichiarato che qualsiasi eventuale accordo richiederebbe quindi «nuove idee e nuovi concetti», aggiungendo che Washington resta pronta a presentare nuove proposte e a svolgere un ruolo costruttivo se le circostanze lo consentiranno.

 

Il Cremlino, dal canto suo, ha messo in guardia dal dare troppa importanza all’incontro. Il portavoce Demetrio Peskov ha affermato che i contatti in corso sono «positivi», ma non costituiscono ancora un «nuovo slancio» o un’accelerazione dei colloqui, aggiungendo che Mosca rimane in dialogo con Washington attraverso i canali esistenti e spera che i colloqui faccia a faccia possano riprendere non appena i negoziatori statunitensi saranno in grado di recarsi nella capitale russa.

 

La Zakharova aveva precedentemente osservato che l’incontro era stato richiesto dalla parte americana. L’iniziativa era stata ampiamente interpretata come un tentativo da parte di Rubio di rilanciare i negoziati di pace per il conflitto tra Russia e Ucraina, che il presidente Donald Trump ha cercato di mediare da quando è tornato alla Casa Bianca all’inizio dello scorso anno.

 

Sebbene inizialmente promettenti, i colloqui non hanno finora prodotto alcun risultato significativo e si sono sostanzialmente bloccati da quando gli Stati Uniti sono stati coinvolti nella guerra in Medio Oriente.

 

Mosca ha elogiato gli sforzi di Trump, accusando al contempo i sostenitori europei dell’Ucraina di aver tentato di sabotare i negoziati. All’inizio di questo mese, Lavrov ha affermato che l’Occidente non sta cercando una soluzione in buona fede, aggiungendo che «le riserve di buona volontà e speranza si sono esaurite».

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Il presidente Vladimiro Putin ha dichiarato il mese scorso che la Russia intende attenersi alle sue condizioni originarie, comprese le richieste che l’Ucraina riconosca i nuovi confini della Russia e abbandoni i suoi piani di adesione alla NATO a favore di una neutralità permanente.

 

Come riportato da Renovatio 21, sembrava esservi nelle ultime settimane un evidente irrigidimento di Mosca, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025. Tuttavia il 4 luglio il presidente Trump ha chiamato l’omologo russo, e sono seguiti elogi di Putin che ha dichiarato dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Non è impossibile che la Russia stia lavorando ad semaforo verde da parte americana per l’attacco a strutture di produzione dei droni (che continuano a colpire civili in profondità in Russia) in territorio NATO, operazione che farebbe scattare il famoso articolo 5. Tuttavia la possibilità di una guerra russo-europea senza NATO (cioè senza USA) potrebbe ora essere una prospettiva , come sa il lettore di Renovatio 21non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

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Immagine del Ministero degli Esteri russo via Mid.ru pubblicata secondo indicazioni. Immagine ingrandita.

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