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Bioetica

La Silicon Valley alla conquista dell’immortalità – e dei suoi compromessi preoccupanti

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo articolo comparso su The Conversation.

 

 

Da qualche parte nella Silicon Valley, un uomo si sveglia presto all’alba.  Si avventura in cucina, soddisfa il suo stomaco brontolante con una tazza di caffè sommersa da una grossa noce di burro biologico.  Del resto, è nel bel mezzo di un digiuno.

 

Dopo una sessione di due ore di meditazione, è pronto per spendere migliaia di dollari per il suo ultimo capriccio – le iniezioni di cellule staminali.  Il medico lo assicura che prelevando le cellule staminali dal midollo osseo e iniettandole in altri tessuti renderanno quest’ultimi più giovani e forti rispetto al loro stato affaticato.  Si fida della sua parola, così come si fida del fatto che spruzzandosi nicotina in bocca si possa trarre gli stessi benefici di una sigaretta ma senza i suoi effetti negativi.

 

Quando si ritira per la notte, imbottito di compresse di melatonina e equipaggiato con occhiali anti luce blu per assicurarsi che il suo ciclo del sonno non sia disturbato, è soddisfatto per i risultati raggiunti durante la sua giornata.  Ha compiuto un altro piccolo passo verso il suo obiettivo.  Potrebbe essere un prodotto del ventunesimo secolo, ma è anche parte del crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

C’è un crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

 

Gli uomini stanno covando da tanto un’ossessione verso il vivere per sempre.  Ma tutti quelli che hanno condiviso la ricerca dell’immortalità hanno qualcosa in comune: il fallimento. E ancora una volta, il sogno dell’eternità si è frantumato.  Così tanto, che molti oggi non possono fare altro che chiedersi se la chiave per la loro immortalità sia già nascosta da qualche parte nei meandri sconfinati della conoscenza umana.

 

La scienza moderna ha aperto una varietà di nuovi metodi per migliorare la vita e ora i più benestanti e tecnologici membri stanno adottando questi nuovi approcci nel tentativo di allungare le loro stesse vite. Ma quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita:  gli inevitabili compromessi psicologici che sembrano programmati a frenarci.  La natura stessa sembra fatta apposta per impedirlo.  Quindi come sarà: umano o qualcos’altro completamente?

 

Una fantasia utopica

Il testo simbolico narrativo La Nova Atlantide di Francesco Bacone era stato pubblicato nel 1627. Il romanzo incompiuto ritrae una società in cui gli esseri umani avevano usato la scienza per combattere il controllo della natura sul loro mondo. Per alcuni, questo mondo rappresenta il presagio di un’utopia scientifica verso cui siamo diretti oggi.  Ma il nostro mondo, al contrario di quello di Bacone, è pieno d’interesse personale e avidità ed è in questo contesto che s’inserisce la ricerca della sfida dell’invecchiamento.

Quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita

 

I tentativi falliti per l’immortalità hanno una lunga storia.  Nell’epopea di Gilgamesh, uno dei racconti più antichi dell’umanità che risale al ventiduesimo secolo a.C., il protagonista a cui è intitolata l’opera affronta una ricerca epica per ottenere la vita eterna.   Dopo molti tentativi e difficoltà, alla fine sente parlare di un fiore sul fondo dell’oceano che gli ridarà la gioventù.  E nonostante l’avvertimento datogli dalle uniche persone cui è mai stata concessa l’immortalità dagli dei – cioè che la conquista del fiore rovinerà le gioie della sua vita – Gilgamesh coglie comunque il fiore dalle profondità acquatiche.

 

Ma il suo successo non dura a lungo.  Gilgamesh perde inevitabilmente il fiore e alla fine, come tutti i mortali prima e dopo di lui, muore.  La sua è una storia di sfida contro le forme mortali, sul duro impegno per fare di tutto per superarle e la definitiva futilità dell’idea.  Abbraccia un tema che ha ancora un’importanza rilevante nel campo della ricerca contro l’invecchiamento.

 

 

Le spedizioni ordinate dall’imperatore cinese Qin Shi Huang alla ricerca dell’elisir di lunga vita

 

Circa 2000 anni dopo, il primo imperatore della Cina unita, Qin Shi Huang, era innamorato dell’idea di poter regnare per sempre. Chiese ai suoi sudditi di trovare per lui «l’elisir di lunga vita», ma siccome invecchiava senza alcuna risposta in vista iniziò a disperarsi.  Ci sono prove per cui lui iniziò a ingerire pozioni contenenti solfuro di mercurio, composto altamente tossico.  Quindi in un ironico scherzo del destino, la sua ricerca di vita eterna lo condusse in realtà prematuramente alla tomba.

 

Con il passare del tempo nel 19esimo secolo l’elisir di lunga vita diventò sempre più noto, con molti locali e farmacie che vendevano i loro miscugli con quel nome. Queste pozioni,  composte di acqua, erbe e una considerevole quantità di alcol, un tempo pubblicizzate per allungare la vita, si sono gradualmente trasformate nei rimedi naturali a base di erbe dei giorni nostri.  Ma ci sono voluti altri cento anni prima che la società iniziò a sostituire questi elisir con qualcosa basato su prove concrete.

 

Entro gli anni Trenta, gli scienziati facevano esperimenti su cavie per dimostrare che ridurre le calorie porta a un significativo aumento della durata della vita, una scoperta che è ancora oggi importantissima per i ricercatori d’immortalità attuali.  Nonostante questo successo, la ricerca nei processi d’invecchiamento rimasero al massimo su piccola scala.  Ma all’orizzonte vi era una rivoluzione.

 

Nel 1945 nacque la Gerontological Society  (Società Gerontologica)che fondò una rivista e coltivò notevole interesse per le ricerche in questo campo.  Il suo lavoro fu ritenuto valido, dal momento che agli inizi degli anni Ottanta la comprensione e il desiderio dell’umanità nei confronti della ricerca sull’invecchiamento erano aumentati notevolmente.

La riduzione di calorie rimane un elemento cruciale per i ricercatori di longevit

 

La riduzione di calorie non era più il solo elemento sulla lista delle strategie anti invecchiamento.  Infatti, sono state rapidamente rilevate nuove scoperte sulla comunicazione cellulare tramite segnali e sull’’impatto che questo processo ha sul comportamento cellulare.  In particolare, vi erano le ricerche basate sull’ormone dell’insulina, che si scoprì essere responsabile di molti aspetti dell’invecchiamento.

 

In seguito, nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano.  Aveva notato che la quantità di massa corporea magra (tutto nel corpo ad eccezione del grasso) si abbassava quando la quantità dell’ormone della crescita prodotto dalle cellule diminuiva. Interessante sarebbe stato vedere se fosse riuscito a invertire quest’andamento, la sua squadra iniettò a uomini più vecchi gli ormoni della crescita sintetici, rinvigorendo i loro corpi con una forma più giovanile ristorando la loro abilità di rompere le cellule grasse e costruendo nuove ossa e cellule muscolari.

Nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano. La mania dell’ormone di crescita umano è poi sparita

 

A questo punto, gli imprenditori si stupirono e presero nota.  Molti furono i passi in avanti per guadagni monetari, determinati a vendere l’ormone come una terapia anti invecchiamento.  I giornalisti erano trascinati dall’onda del successo, scrivendo dell’ «iniezione di gioventù» e si domandavano se potessimo smettere di invecchiare completamente.

 

La metamorfosi dell’industria anti-aging era cominciata. E sebbene nessuno sapesse veramente quale mondo sarebbe potuto emergere quando la loro missione di longevità sarebbe stata raggiunta, erano determinati a renderlo qualcosa di meraviglioso.

 

La mania dell’ormone della crescita umano è poi sparita, ma un mucchio di terapie supplementari alternative avevano preso facilmente il loro posto.  Nel 2003 vi fu anche il completamento del Progetto sul Genoma Umano, che si pensava potesse risolvere  diverse malattie relative all’invecchiamento identificando la chiave dei geni che le avevano causate.  Ancora una volta la risposta anti invecchiamento rimase elusiva.

 

Rapidamente, molti campi della ricerca erano stati analizzati per trovare risposte:  salute, scienza dello sport, psicologia, medicina, informatica.  L’interesse è solo aumentato e ricchi benefattori hanno mostrato un’altalenante perseveranza, con intere aziende che iniziavano a esistere nello sforzo di sbloccare l’eternità.  Una tale sicurezza solleva una domanda inevitabile a tutti noi: ma ci si può riuscire davvero?

 

Il biohacking del corpo

Ci sono tanti, tantissimi bar in California.  Ma ce ne sono alcuni, nel centro di Los Angeles e a Santa Monica, per esempio, che offrono un’esperienza unica.  Al loro interno vi sono: un’illuminazione che cambia a seconda del momento della giornata, sedie elettromagnetiche progettate per aumentare il flusso sanguigno dei clienti e un caffè infuso con olio e servito con burro.  Questi sono i Bulletproof coffee house di Dave Asprey, nel cuore del cosiddetto movimento biohacking.

 

Asprey è un tipo controverso, ben noto, che spesso dichiara pubblicamente che vivrà fino a 180 anni aumentando le sue abitudini quotidiane per alterare la sua fisiologia.  Il blog Bulletproof di Asprey è pieno zeppo di articoli e podcast che dettagliatamente descrivono i benefici che si possono ipoteticamente raggiungere mettendo in pratica determinati «trucchi».

 

David Asprey

 

Tra questi vi sono gli integratori alimentari – che i cinici noteranno essere disponibili come prodotti Bulletproof – e le attività imputate stressanti per il corpo.  Alcuni di questi principi opinabili si materializzano nei coffee shop Bulletproof, tra cui oltre all’indiscusso protagonista, il caffè Bulletproof, vi sono anche mobili magnetici, pannelli a pavimento e livelli elevati per la pratica dello yoga che forniscono un diverse tipologie di sostegno.

 

Lungi dall’essere una scienza esatta, il biohacking è un termine generico che comprende una manciata di materiali di sostegno, un pizzico di ragionamento scientifico e una spolverata di filosofia per essere sicuri.  (Le persone che utilizzano la tecnologia per modificare i loro corpi sono chiamate anche con il termine «biohacker», ma sono più comunemente chiamati transumanisti, di cui parleremo dopo).

 

Alcuni tra i biohacker più eccentrici incoraggiano addirittura l’uso regolare di farmaci e droghe illegali, come il narcotico psicoattivo MDMA, per migliorare il proprio fascino, e il modafinil nootropico creato per il trattamento della narcolessia, per aumentare le funzioni cognitive.  E, a differenza di molte aziende anti-age della Silicon Valley, che pagano una considerevole credibilità nei confronti delle variazioni genetiche giocando un ruolo cruciale nell’invecchiamento, il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

 

Il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

Quindi a quale tipo di stress fisico ci raccomandano di sottoporci i biohacker?  Ce ne sono tanti, un esempio tra tutti è la comune doccia fredda.  Teoricamente, immergere il proprio corpo in acqua ghiacciata è una manna per il sistema immunitario.  La prova scientifica che lo sostiene ha valore per lo più indicativo e sottolinea la tendenza dei biohacker di estrapolare all’occorrenza scoperte scientifiche per rinforzare la loro visione del mondo.  Ma occorre guardare appena oltre la superficie per scoprire l’altra faccia della medaglia.  

 

Il freddo potrebbe sì esercitare le nostre vene a essere reattive, mettere in atto l’eliminazione del grasso bruno e alleviare le infiammazioni, ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio.  Le basse temperature possono anche restringere i vasi sanguigni – aumentando la pressione – e incrementando così la possibilità di sviluppare infezioni.  Questo agisce contro la presunta (e non confermata) manna di salute.

 

Detto ciò, le docce fredde e altre pratiche estreme – che per Dave Asprey lo aiuteranno a vivere fino a 180 anni – sono giochetti da giovani e potrebbero andare contro l’allungamento della vita.  Una pratica del biohacking potrebbe produrre un guadagno netto di salute quando si è giovani, ma invecchiando ci sono buone probabilità che producano l’effetto contrario.

 

Inevitabili compromessi

Il settore del biohacking considera raramente i lati negativi dell’allungamento della vita, cioè che a ogni successo corrisponda un compromesso.  La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione.  Per esempio, possiamo allungare la vita di un moscerino da frutta, Drosophila melanogaster, forzandolo a mangiare una dieta ricca di zuccheri e povera di proteine.  Questo a costo però di meno prole per ciascun individuo e un’abilità ridotta di combattere infezioni, un processo che richiede proteine.

La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione

 

Possiamo anche aumentare la loro longevità abbattendo i geni immunitari o esponendo i moscerini a un’infezione mortale.  Ma, analogamente, entrambi questi trattamenti porterebbero a una significativa riduzione della capacità di combattere infezioni.

 

Zoomando sui componenti cellulari si può notare che i dettagli rilevano molti di questi compromessi.  La storia di Cenerentola del settore anti-age è mTOR (bersaglio della rapamicina nei mammiferi), una molecola che assume una serie diversa di ruoli mandando segnali a tutto il corpo.  Il controllo di mTOR, in effetti, ci permette di monitorare una buona parte del sistema cellulare, compreso il suo invecchiamento e la sua divisione.  E c’è ora una serie di farmaci anti invecchiamento che modulano l’attività di mTOR.

 

I Biohacker, da parte loro, hanno scoperto un modo per manipolare in modo naturale mTOR in uno stato simile diminuendo l’assunzione di calorie, a volte attraverso il digiuno intermittente.  La logica dietro tutto ciò è che mTOR segnala soltanto la cellula da costruire e crescere quando ci sono abbastanza sostanze nutritive intorno a essa ritenute valide.  Quindi consumare meno cibo significa meno attività mTOR, ridurre la crescita cellulare e, a sua volta, il tasso di morte cellulare.  Ma le prove evidenziano che inibendo le funzioni di questa importante molecola non solo si rallenta l’invecchiamento ma si sopprime anche il sistema immunitario.

 

Il nostro sistema immunitario è costoso poiché utilizza i nostri preziosi mitocondri (i batteri che forniscono energia alle nostre cellule) per produrre i componenti tossici necessari e causano infiammazione quando devono combattere i germi, che danneggiano i mitocondri.  Quindi sopprimendo il sistema immunitario – come mostrato sia nel nostro lavoro che altrove – possiamo evitare questa sorta di danno e migliorare la longevità.

 

Certo, l’approccio comporta rischi considerevoli.  Questi studi sperimentali sono stati effettuati tutti in ambienti controllati con una minima esposizione ai germi.  In un ambiente reale, che compromette in modo naturale un sistema immunitario, sia attraverso integratori di farmaci che di restrizioni caloriche, possono costarci molto caro, specialmente in un mondo in cui i batteri diventano in modo sempre più costante resistenti agli antibiotici.

 

Il compromesso tra immunità e longevità è un semplice esempio di come la natura equilibra sempre tutto.  La prevenzione al danno dei mitocondri e la sospensione della morte cellulare potrebbero sembrare pratiche eccellenti per allungare la vita, a prima vista, ma la rinuncia a una risposta immunitaria completamente funzionale, è un prezzo molto alto e potenzialmente fatale da pagare.

 

Non vale nemmeno la pena che la selezione naturale abbia conservato il meccanismo equivalente all’mTOR attraverso l’evoluzione di tutti gli animali, funghi e piante, che sottolinea semplicemente quanto utile sia.  Forse non dovremmo essere così pronti a interferire con un elemento tanto essenziale per la salute delle nostre cellule.

 

Immortalità o umanità?

Ci sarà sempre una miriade di modi in cui le nostre forme mortali possono andare male.  E abbiamo visto che i vincoli fisiologici sembrano fatti per frenarci dall’estendere drasticamente la nostra vita e porre rimedio alla causa originaria dell’invecchiamento – se mai ce ne dovesse essere una.

 

Ma sul confine tra fantascienza e scienza pioneristica vi sono idee tecnologiche emozionanti che potrebbero forse sbloccare un tipo diverso di immortalità.  La tecnologia può già aiutarci a identificare precocemente i difetti correlati all’età, ma ha il potenziale per diventare ancora meglio: e se fossimo in grado di aggirare i compromessi biologici completamente?

 

Neuralink, l’azienda del miliardario Elon Musk è già in marcia per portarci su questo cammino transumano.  Prevede un futuro in cui gli umani sono molto più connessi intimamente tra di loro attraverso strumenti tecnologici rispetto a quanto lo siamo oggi.  Ci invita a lavorare verso un’interfaccia cervello-macchina che possa fondamentalmente unirci alla tecnologia, raggiungendo con essa una relazione veramente simbiotica.

 

La ricerca è ancora alle prime fasi, ma le interfacce cervello-macchina sono già in uso sotto forma di impianti auricolari od oculari che possono riabilitare i nostri sensi e impianti cerebrali che permettono alle persone disabili di controllare in modo remoto computer e robot.  Neuralink mira a compiere passi in avanti senza interruzioni connettendoci a dispositivi elettronici, a internet e anche ad altri uomini.  Essenzialmente, avremo tutti informazioni enciclopediche a portata di mano e saremo in grado di comunicare con altri telepaticamente.

Un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità

 

Per rendere questo grandioso miglioramento possibile, un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità.

 

Nonostante l’invasività degli impianti Neuralink, c’è già una serie di sani individui che sono ansiosi di raggiungere un tale miglioramento artificiale.  Alcuni sono arrivati al punto di sottoporsi a operazioni chirurgiche semplicemente per installare un dispositivo di scarso valore nel mondo reale.  Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.

 

Neuralink e la tecnologia a cui aspira, potrebbero diventare la porta d’accesso verso un futuro post-umano.  Attraverso le ricerche in quest’area, saremmo forse in grado di decifrare i significati per tradurre accuratamente i nostri percorsi biologici e chimici neuronali, in dati elettronici che potrebbero incapsularli.  E quindi potremmo, alla fine, catturare i nostri animi con un computer, vivendo per sempre come memoria digitale controllata da un frammento di software.

 

Questa potrebbe essere una soluzione estrema alla domanda del come si può vivere per sempre, ma ci sono individui, come l’imprenditore Dmitry Itskov, smaniosi all’idea di unirsi a un computer.  L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

 

Itskov e altri futuristi stanno promettendo l’immortalità, ma per raggiungerla dovremo scendere al compromesso più grande di tutti, dare via uno dei nostri doni più preziosi e che più ci caratterizzano:  la forma umana.  Il cervello è sempre stato il contenitore della nostra anima.  Una copia artificiale potrebbe portarci a catturare la nostra intera rete di  100 trilioni di connessioni, ma saremmo veramente noi?

 

È una lunga questione, ma la nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo.  Le preoccupazioni degli uomini per cui si sono sempre battuti da millenni-risorse, benessere, compagni – potrebbero smettere di essere importanti.  Piaceri fisici che sono stati fondamentali per la nostra esperienza – intimità, emozioni, musica, cibo – potrebbero essere sostituiti da segnali virtuali e stimolanti sintetici.

 

O almeno per alcuni.  Il resto di noi che non può permettersi di diventare avatar immortale sarà lasciato a vedersela con queste ora insignificanti preoccupazioni, mentre i benestanti post-umani si dirigeranno oltre, verso l’eternità.

 

La nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo

Musk ha mostrato che l’imprenditorialità può contribuire alla scienza attraverso le sue incursioni nel settore dello spazio e il suo progetto di razzo rivoluzionario.   Ma la conquista della longevità è stata sentita così tanto dalla Silicon Valley e dagli altri nel mondo degli affari che alcuni ricercatori scientifici si sono attivamente allontanati dal suo raggiungimento.  Nel campo di una ricerca biologica che dipende così tanto da una rete di aspetti globali, gli obiettivi più nobili hanno bisogno di prendere una posizione di rilievo.

 

Una difficoltà fondamentale di tutti questi impegni è che sono un esempio di scienza, presumibilmente guidati non molto da un desiderio di una più ampia conoscenza dell’universo o del miglioramento dell’umanità, ma dal guadagno personale e un ritorno individuale.

 

Se troveremo mai un modo per superare i compromessi fisiologici che ci frenano dall’immortalità o se saremo mai in grado di replicare la consapevolezza umana in un computer sono domande ancora troppo difficili cui rispondere.  Ma quelli che portano avanti il processo contro la morte almeno ci ispirano a vivere vite sane o sono semplicemente in gara contro un destino inevitabile?

 

Se lo chiedessimo ai ricchi proprietari della Silicon Valley, la risposta sarebbe la precedente.  Ci reindirizzerebbero alle statistiche  della durata della vita: hanno dimostrato che sopravviviamo ben un decennio in più rispetto alla media di circa 50 anni fa.  Enfatizzerebbero anche la prova crescente che sfida l’idea di un “limite superiore” su quanto a lungo può sopravvivere un individuo.

 

La ricerca in corso, argomenterebbero, sta già portando frutti e ci sarà soltanto un progresso esponenziale da qui in avanti.  Ma, purtroppo, forse, la nostra ricerca ha oscurato gli svantaggi considerevoli che potrebbero accadere alla nostra salute come conseguenza alle intromettenti terapie anti-age. Sembra, dunque, che l’uomo continui ad andare oltre i suoi limiti.

 

 

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Bioetica

Trump pubblica un messaggio presidenziale per la Giornata nazionale della sacralità della vita

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Il presidente americano Donald Trump ha pubblicato un messaggio presidenziale per la Giornata nazionale della sacralità della vita, il 22 gennaio, anniversario della sentenza Roe v. Wade che ha federalizzato il diritto di aborto in tutti gli Stati Uniti. Lo scrive LifeSite.

 

Il messaggio di Trump condanna Roe definendola un’«atrocità» e sottolinea «l’eterna verità che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, dotato di un valore infinito e di un potenziale sconfinato».

 

Il messaggio evidenzia le varie azioni pro-life di Trump, nonostante abbia dovuto affrontare critiche da parte dei pro-life per non aver preso provvedimenti contro la diffusione delle pillole abortive che stanno minando le leggi pro-life statali e per aver recentemente suggerito che i repubblicani potrebbero dover scendere a compromessi con i democratici sui finanziamenti per l’aborto.

 

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Il 4 luglio 1776, la nostra Dichiarazione d’Indipendenza ha giustamente affermato che ogni essere umano è dotato da Dio Onnipotente del diritto inalienabile alla vita.

 

Nei 250 anni trascorsi da allora, il nostro impegno per questa verità è stato la fonte della nostra forza e il fondamento della nostra grandezza, e ha aiutato l’America a rimanere la più grande forza per la giustizia e la prosperità umana nella storia del mondo.

 

In questa Giornata Nazionale della Sacralità della Vita Umana, rinnoviamo il nostro fermo impegno a promuovere una cultura che rispetti, sostenga e custodisca la dignità intrinseca e il valore infinito di ogni preziosa anima umana.

 

Oggi ricorre il 53° anniversario della sentenza Roe contro Wade, un’atrocità morale e costituzionale che ha messo a tacere il popolo americano e privato gli Stati del diritto di proteggere i nascituri. Fortunatamente, nel giugno 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha corretto questa disastrosa decisione, e decenni di eccessiva influenza giudiziaria della sinistra, restituendo la politica sull’aborto al popolo americano negli Stati Uniti. Durante il mio primo mandato, sono stato orgoglioso di aver nominato tre dei Giudici Associati che hanno ottenuto questa trionfale vittoria per la vita, la libertà e la democrazia americana.

 

Dal momento in cui sono tornato in carica come 47° Presidente degli Stati Uniti, ho intrapreso azioni decisive per proteggere i nascituri e ripristinare una cultura che difende senza mezzi termini la sacralità della vita. Sono stato orgoglioso di far rispettare l’emendamento Hyde e di ripristinare la Mexico City Policy, ponendo fine all’aborto finanziato dai contribuenti in patria e all’estero.

 

Ho anche graziato 23 attivisti pro-life che erano stati ingiustamente presi di mira e perseguiti da un Dipartimento di Giustizia (DOJ) trasformato in arma per aver praticato la loro fede e vissuto secondo coscienza. Su mia indicazione, il DOJ sta ora indagando sulla strumentalizzazione del governo contro i cristiani e gli americani di fede.

 

L’estate scorsa, ho anche firmato con orgoglio la legge One Big Beautiful Bill, una vittoria monumentale per la vita e la famiglia americana che amplia il credito d’imposta per i figli, aumenta l’accesso all’assistenza all’infanzia, rende permanente il credito d’imposta per il congedo retribuito, protegge Medicaid dal finanziamento di grandi fornitori di servizi per l’aborto e istituisce conti Trump per i neonati per il futuro della nostra nazione.

 

La mia amministrazione è inoltre impegnata a sostenere politiche che promuovano l’adozione, promuovano l’affidamento e proteggano le donne incinte e le madri. A ogni livello del governo federale, la mia amministrazione sta promuovendo con coraggio politiche che proteggano i più vulnerabili tra noi e promuovano la crescita e il successo delle famiglie americane.

 

Oggi sosteniamo l’eterna verità che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, dotato di un valore infinito e di un potenziale sconfinato. Celebriamo gli eroici leader, genitori, studenti e cittadini comuni – compresi coloro che si sono riuniti per la Marcia per la Vita a Washington, DC, questo fine settimana – che hanno coraggiosamente difeso i più vulnerabili e si sono schierati dalla parte di coloro che non possono difendersi da soli.

 

Come Presidente, mi impegno a essere sempre una voce per chi non ha voce e a non stancarmi mai di lottare per proteggere la dignità intrinseca di ogni bambino, nato e non ancora nato.

 

Oggi, invito il popolo americano a unirsi a me nell’onorare la dignità di ogni vita umana, comprese quelle non ancora nate, a continuare a prendersi cura delle donne in gravidanze inaspettate e a sostenere l’adozione e l’affidamento in modo più significativo, affinché ogni bambino possa avere una casa amorevole

 

Infine, chiedo a ogni cittadino di questa grande Nazione di ascoltare il suono del silenzio causato da una generazione per noi perduta e di alzare la voce per tutti coloro che sono stati colpiti dall’aborto, sia visibili che invisibili.

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Corte indiana stabilisce che una donna può abortire a causa dello «stress» derivante da «discordie coniugali»

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L’Alta Corte di Delhi ha confermato il «diritto» all’aborto in caso di controversia coniugale.   La scorsa settimana, il tribunale si è pronunciato a favore di una moglie che aveva abortito il suo bambino alla 14a settimana di gravidanza. Secondo il sito indiano di notizie legali Verdictum, la coppia aveva gravi liti coniugali (discordia coniugale) quando la moglie ha deciso di abortire il bambino all’insaputa del marito in un ospedale, dopo aver ottenuto l’approvazione di un medico.   Il marito ha esposto querela, accusandola di averlo imbrogliato nascondendogli i propri redditi e manipolandolo emotivamente per convincerlo a pagare un matrimonio molto costoso. La ha denunziata anche per aver causato illegalmente un aborto, reato che in determinate circostanze è considerato reato ai sensi dell’articolo 312 del Codice penale indiano.   Un tribunale di grado inferiore la convocò per affrontare il processo e, sebbene la Corte di revisione la scagionò dalla maggior parte delle accuse, confermò la convocazione relativa all’aborto ai sensi dell’articolo 312 del codice penale indiano.   La moglie fece ricorso all’Alta Corte di Delhi, che la prosciolse, evitando così di dover affrontare un processo.

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La giudice ha affermato nella sua sentenza: «alla luce della suddetta discussione, quando la Corte Suprema nelle sue sentenze sopra menzionate ha riconosciuto l’autonomia di una donna nel cercare di abortire in una situazione di discordia coniugale che può avere un impatto sulla sua salute mentale, e anche la disposizione della Sezione 3 dell’MTP Act e le Norme ivi contenute, non si può affermare che un reato ai sensi della Sezione 312 IPC sia stato commesso dal ricorrente».   «I diritti riproduttivi delle donne possono includere il diritto all’aborto legale e sicuro, il diritto al controllo delle nascite, la libertà dalla sterilizzazione forzata e dalla contraccezione, il diritto di accedere a un’assistenza sanitaria riproduttiva di buona qualità e a una scelta riproduttiva informata».   «Il fatto stesso che la donna fosse stressata e percepisse una discordia coniugale, ha creato una situazione in cui tale stress avrebbe potuto avere un impatto sulla sua salute mentale e, pertanto, era legittimata a ricorrere all’aborto. Il medico interessato ha anche affermato nella scheda dell’OPD che, alla luce delle sentenze del settembre 2022, l’aborto non poteva essere negato e la donna ha proceduto con l’aborto», ha affermato il tribunale indico.   Come noto a chi se ne occupa, l’aborto, oltre a uccidere un innocente bambino non ancora nato nel grembo materno, è collegato a gravi problemi di salute mentale per le donne che si sottopongono a questa pratica omicida.   Nella citata sentenza del settembre 2022, la Corte Suprema indiana ha stabilito che tutte le donne, indipendentemente dallo stato civile, potranno legalmente abortire i propri figli non ancora nati fino alla 24ª settimana di gravidanza.   Come riportato da Renovatio 21, successivamente la Corte Suprema di Nuova Dehli è arrivata ad approvare l’aborto alla 30ª settimana.   In India la pratica del feticidio si declina anche come aborto sesso-selettivo, proibito per legge ma praticato de facto in innumeri casi, tanto che in alcuni Stati indiani vi sono 900 bambine ogni 1000 bambini maschi. Si parla quindi di milioni di bambine uccise, di donne mancanti alla società indiana.   Come riportato da Renovatio 21, successivamente la Corte Suprema di Nuova Dehli è arrivata ad approvare l’aborto alla 30ª settimana. Quattro anni fa fu invece reso legale l’aborto per questioni di povertà.  

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Circa il 40% delle donne soffre di un dolore profondo per anni dopo un aborto: studio

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Secondo uno studio pubblicato di recente, quasi il 40 percento delle donne che hanno subito una perdita di gravidanza, a causa di un aborto o di un aborto spontaneo, riferiscono di provare un dolore intenso anche 20 anni dopo. Lo riporta LifeSite.

 

La straordinaria scoperta proviene da uno studio sul dolore per la perdita di una gravidanza, pubblicato lunedì, che ha coinvolto in modo casuale donne americane sui 40 anni. Lo studio ha classificato le donne che hanno abortito in base al grado in cui desideravano o accettavano l’aborto.

 

La percentuale più alta di donne ha dichiarato che l’aborto è stato accettato ma non è coerente con i propri valori (35,5%), seguita dalle donne che desideravano abortire (29,8%), dalle donne che non desideravano abortire (22,0%) e dalle donne che sono state costrette ad abortire (12,7%).

 

Il 70,2% delle donne che hanno segnalato l’aborto come incoerente con i propri valori, indesiderato o forzato presentava un rischio significativamente più elevato di soffrire di un lutto intenso e prolungato, noto come disturbo da lutto prolungato (PGD) o lutto complicato. Secondo lo studio, questo disturbo è «caratterizzato dall’incapacità di passare dal lutto acuto al lutto integrato… e può influire negativamente sulla salute fisica, sulle relazioni e sulla vita quotidiana».

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Le donne costrette ad abortire presentavano il rischio più elevato di PGD, pari al 53,8%, mentre le donne che dichiaravano di voler abortire presentavano il rischio più basso, pari al 13,9%.

 

Ben il 39 percento delle donne che hanno subito una qualsiasi forma di aborto ha dichiarato che «i peggiori sentimenti negativi persistono in media per 20 anni dopo la perdita», evidenziando la necessità di educare le donne sui rischi dell’aborto per la salute mentale.

 

Livelli elevati di dolore sono stati associati anche a eventi dirompenti come pensieri intrusivi, incubi, flashback e, in generale, «interferenze con la vita quotidiana, il lavoro o le relazioni».

 

In particolare, quando questo dolore segue un aborto, è spesso esacerbato dal senso di colpa e può anche essere prolungato dalla riluttanza a parlarne in terapia o con un confessore, un pastore o un direttore spirituale. Come osserva lo studio, «casi di studio hanno dimostrato che molte donne, anche quelle che cercano assistenza per la salute mentale, sono riluttanti a rivelare la propria storia di aborti a meno che non vengano espressamente invitate a farlo».

 

La ricerca supporta un altro studio pubblicato a settembre, «Persistent Emotional Distress after Abortion in the United States», che ha scoperto che sette milioni di donne statunitensi soffrono di grave stress emotivo post-aborto.

 

Entrambi gli studi confutano l’affermazione spesso citata del Turnaway Study, basata su un campione non rappresentativo di centri per l’aborto, secondo cui qualsiasi sofferenza post-aborto che una donna possa provare è lieve e scompare dopo circa due anni.

 

Gli studi mettono in discussione anche la base fattuale dell’«aborto terapeutico», ovvero l’affermazione che l’aborto in genere migliora la salute mentale delle donne con gravidanze problematiche, che è la base per pensare alla pratica come una forma di «assistenza sanitaria» e per la sua giustificazione legale in molte giurisdizioni.

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