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Intelligenza Artificiale

Intelligenza artificiale assassina: le armi autonome potrebbero essere più destabilizzanti delle armi nucleari

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L’era delle armi autonome è arrivata. I robot killer sono realtà. E uccidono vicino al nostro Paese.

 

Secondo un recente rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  sulla guerra civile libica, i sistemi d’arma autonomi, comunemente noti come robot killer, potrebbero aver ucciso esseri umani per la prima volta in assoluto proprio lo scorso anno.

 

Gli storici non avrebbero quindi torto a identificare i robot killer libici come il punto di partenza della prossima grande corsa agli armamenti, quella che ha il potenziale per essere quella finale dell’umanità.

 

Gli apparati militari di tutto il mondo stanno  investendo in maniera molto seria nella ricerca e lo sviluppo di armi autonome. Gli Stati Uniti da soli hanno  stanziato 18 miliardi  di dollari per armi autonome tra il 2016 e il 2020

I sistemi d’arma autonomi sono robot armati che possono operare in modo indipendente, selezionando e attaccando bersagli – il tutto, dettaglio importante che li separa dai più comuni droni da combattimento, senza che un essere umano sia coinvolto nelle decisioni.

 

Gli apparati militari di tutto il mondo stanno  investendo in maniera molto seria nella ricerca e lo sviluppo di armi autonome. Gli Stati Uniti da soli hanno  stanziato 18 miliardi  di dollari per armi autonome tra il 2016 e il 2020.

 

Nel frattempo, le organizzazioni per i diritti umani stanno facendo a gara per stabilire regolamenti e divieti sullo sviluppo di tali armi.

 

In mancanza di un vero controllo su questa corsa agli armamenti (e senza un vero processo di elaborazione dell’opinione pubblica, che crede si tratti ancora di fantascienza) si pensa che le armi autonome possano destabilizzare le attuali strategie nucleari.

 

In mancanza di un vero controllo su questa corsa agli armamenti (e senza un vero processo di elaborazione dell’opinione pubblica, che crede si tratti ancora di fantascienza) si pensa che le armi autonome possano destabilizzare le attuali strategie nucleari

Ciò può avvenire sia perché potrebbero cambiare radicalmente la percezione del dominio strategico, aumentando il rischio di attacchi preventivi, sia perché potrebbero combinarsi con armi NBCR: nucleari, biologiche, chimiche, radiologiche.

 

Vi sono almeno quattro problemi sollevati dalle armi autonome.

 

Il primo è il problema dell’errata identificazione. Quando si seleziona un bersaglio, le armi autonome saranno in grado di distinguere tra soldati ostili e bambini che giocano con pistole giocattolo? Tra civili in fuga da un luogo di conflitto e insorti in ritirata tattica? Vedi il robot cattivo ED-209 – nel famoso film Robocop – che durante una dimostrazione dinanzi ai dirigenti, non sente cadere l’arma del volontario che si presta a fare da esca crivellandolo di colpi.

 

Quando si seleziona un bersaglio, le armi autonome saranno in grado di distinguere tra soldati ostili e bambini che giocano con pistole giocattolo?

 

L’esperto di armi autonome Paul Scharre usa la metafora della runaway gun, la «pistola in fuga» per spiegare questa sostanziale differenza. Una pistola in fuga è una mitragliatrice difettosa che continua a sparare dopo il rilascio del grilletto. L’arma continua a sparare fino all’esaurimento delle munizioni perché, per così dire, l’arma non sa che sta commettendo un errore. Le pistole in fuga sono estremamente pericolose, ma fortunatamente hanno operatori umani che possono interrompere il collegamento delle munizioni o cercare di puntare l’arma in una direzione sicura. Le armi autonome, per definizione, non hanno tale salvaguardia.

 

È importante sottolineare che l’Intelligenza Artificiale armata non deve nemmeno essere difettosa per produrre l’effetto della pistola in fuga. Come hanno dimostrato numerosi studi sugli errori algoritmici in tutti i settori, i migliori algoritmi, operando come previsto, possono  generare risultati internamente corretti che tuttavia diffondono rapidamente errori terribili tra le popolazioni.

 

Ad esempio, una rete neurale progettata per l’uso negli ospedali di Pittsburgh ha identificato l’asma come un fattore di riduzione del rischio nei casi di polmonite; il software di riconoscimento delle immagini utilizzato da Google ha identificato gli afroamericani come gorilla e così via.

 

Il problema non è solo che quando i sistemi di intelligenza artificiale sbagliano, sbagliano alla rinfusa. È che quando sbagliano, i loro creatori spesso non sanno perché lo hanno fatto e, quindi, come correggerli

Il problema non è solo che quando i sistemi di intelligenza artificiale sbagliano, sbagliano alla rinfusa. È che quando sbagliano, i loro creatori spesso non sanno perché lo hanno fatto e, quindi, come correggerli. Il  problema  della scatola nera dell’Intelligenza Artificiale rende quasi impossibile immaginare uno sviluppo moralmente responsabile di sistemi d’arma autonomi.

 

I prossimi due pericoli sono i problemi della proliferazione di fascia bassa e di fascia alta.

 

Cominciamo con la fascia bassa. Le forze armate che stanno sviluppando armi autonome ora procedono partendo dal presupposto che saranno in grado di contenere e controllare l’uso di armi autonome. Ma se la storia della tecnologia delle armi ha insegnato qualcosa al mondo, è questa: le armi si diffondono.

 

Le pressioni del mercato potrebbero portare alla creazione e alla vendita diffusa di ciò che può essere considerato l’equivalente di un’arma autonoma del fucile d’assalto Kalashnikov, uno dei più venduti e diffusi al mondo: robot killer economici, efficaci e quasi impossibili da contenere mentre circolano in tutto il mondo.

 

Le pressioni del mercato potrebbero portare alla creazione e alla vendita diffusa di ciò che può essere considerato l’equivalente di un’arma autonoma del fucile d’assalto Kalashnikov, uno dei più venduti e diffusi al mondo: robot killer economici, efficaci e quasi impossibili da contenere mentre circolano in tutto il mondo.

Queste nuovi armamenti potrebbero finire nelle mani di persone al di fuori del controllo del governo, inclusi terroristi internazionali e nazionali.

 

Tuttavia, la proliferazione di fascia alta è altrettanto negativa.

 

Le Nazioni potrebbero competere per sviluppare versioni sempre più devastanti di armi autonome, comprese quelle in grado di montare armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari – come la Skynet nella pellicola Terminator – portando il mondo a una specie di autodistruzione.

 

È probabile che le armi autonome di fascia alta portino a guerre più frequenti perché diminuiranno due delle forze primarie che storicamente hanno prevenuto e accorciato le guerre: la preoccupazione per i civili e le potenziali perdite dei propri soldati.

 

Con molta probabilità le guerre asimmetriche – ovvero le guerre condotte sul suolo di nazioni prive di tecnologie concorrenti – diventeranno più comuni.

 

Si pensi all’instabilità globale causata dagli interventi militari sovietici e statunitensi durante la Guerra Fredda, dalla prima guerra per procura al contraccolpo sperimentato oggi in tutto il mondo. Moltiplichiamo per ogni Paese che attualmente punta a armi autonome di fascia alta.

 

Le armi autonome mineranno l’ultimo palliativo dell’umanità contro i crimini e le atrocità di guerra: le leggi internazionali di guerra

Infine, le armi autonome mineranno l’ultimo palliativo dell’umanità contro i crimini e le atrocità di guerra: le leggi internazionali di guerra.

 

Queste leggi, codificate in trattati che risalgono alla Convenzione di Ginevra del 1864, sono la sottile linea blu internazionale che separa la guerra con onore dal massacro. Si basano sull’idea che le persone possono essere ritenute responsabili delle proprie azioni anche in tempo di guerra, che il diritto di uccidere altri soldati durante il combattimento non dà il diritto di uccidere civili. 

 

Ma come possono essere ritenute responsabili le armi autonome?

 

Di chi è la colpa di un robot che commette crimini di guerra?

 

Chi verrebbe processato? L’arma? Il soldato?

 

I comandanti del soldato? La società che ha fabbricato l’arma?

 

Le organizzazioni non governative e gli esperti di diritto internazionale temono che le armi autonome portino a un grave  divario di responsabilità

Le organizzazioni non governative e gli esperti di diritto internazionale temono che le armi autonome portino a un grave  divario di responsabilità.

 

«Per ritenere un soldato penalmente responsabile del dispiegamento di un’arma autonoma che commette crimini di guerra, i pubblici ministeri dovrebbero provare sia actus reus che mens rea, termini latini che descrivono un atto colpevole e una mente colpevole» scrive il professore esperto in diritti umane James Dews.

 

«Questo sarebbe difficile dal punto di vista della legge, e forse ingiusto per una questione di moralità, dato che le armi autonome sono intrinsecamente imprevedibili. Credo che la distanza che separa il soldato dalle decisioni indipendenti prese dalle armi autonome in ambienti in rapida evoluzione sia semplicemente troppo grande».

 

La sfida legale e morale non è resa più facile spostando la colpa sulla catena di comando o tornando al luogo di produzione.

 

In un mondo senza regolamenti che impongono  un controllo umano significativo delle armi autonome, ci saranno crimini di guerra senza criminali di guerra da ritenere responsabili

In un mondo senza regolamenti che impongono  un controllo umano significativo delle armi autonome, ci saranno crimini di guerra senza criminali di guerra da ritenere responsabili.

 

La struttura delle leggi di guerra, insieme al loro valore deterrente, sarà notevolmente indebolita.

 

«Proviamo a immaginare un mondo in cui militari, gruppi di insorti e terroristi nazionali e internazionali possano schierare una forza letale teoricamente illimitata a rischio teoricamente zero in tempi e luoghi di loro scelta, senza alcuna responsabilità legale risultante. È un mondo in cui il tipo di errori algoritmici inevitabili  che affliggono anche i giganti della tecnologia come Amazon e Google possono ora portare all’eliminazione di intere città».

 

La struttura delle leggi di guerra, insieme al loro valore deterrente, sarà notevolmente indebolita.

Il mondo non dovrebbe ripetere gli errori della corsa agli armamenti nucleari.

 

Intanto oggi, con la scusa delle «restrizioni COVID», alcuni robot autonomi sono stati schierati per le strade per far rispettare il distanziamento sociale tra cittadini e vigilare che indossino le mascherine oppure per proteggere le élite facoltose da una potenziale ribellione di massa.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina disporrebbe già di sciami di droni suicidi esplosivi: i famosi slaughterbots tanto temuti dai teorici del pericolo delle armi autonome.

 

 

Il futuro è già qui.

 

I robot killer, pure.

 

Qualcuno vuole cominciare a discuterne seriamente?

 

È un mondo in cui il tipo di errori algoritmici inevitabili  che affliggono anche i giganti della tecnologia come Amazon e Google possono ora portare all’eliminazione di intere città»

In effetti, ci sarebbe la fila: quando parleremo davvero delle armi biologiche, della manipolazione genetica gain of function, del CRISPR, del gene drive?

 

E quando parleremo della minaccia che pongono invece le armi cibernetiche?

 

Quando l’umanità si renderà conto dei rischi che corre a causa della tecnologia che essa stessa si ostina a creare al di fuori di qualsiasi legge morale?

 

 

 

 

 

 

Immagine di Tigersfather via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

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Icona di Carlo Acutis fatta con l’IA. Polemiche

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Una chiesa cattolica in Bielorussia ha suscitato polemiche per aver utilizzato l’intelligenza artificiale per generare un’icona di Carlo Acutis e farla benedire. Lo riporta LifeSite.

 

Euroradio riferisce che il ritratto eretto nella Chiesa di Santa Maria Maddalena sarebbe la prima icona religiosa di questo tipo in Bielorussia, e potenzialmente al mondo intero. Raffigura Acutis, soprannominato l’«apostolo cibernetico» e patrono dei giovani e di Internet. L’icona è stata benedetta l’11 ottobre dall’arcivescovo emerito Tadeusz Kondrusiewicz.

 

Secondo quanto riportato Acutis «aveva una devozione così intensa per il Santissimo Sacramento da aver creato un sito web che documentava tutti i miracoli eucaristici e le apparizioni mariane approvati. Durante la sua vita, Acutis si riferiva all’Eucaristia come alla «mia autostrada per il paradiso». Morì nel 2006 all’età di 15 anni a causa di una leucemia promielocitica acuta. Ora è acclamato come il primo «santo millenial».

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La santificazione di Acutis è stata oggetto di polemiche. Il percorso che ha portato alla santità in circa diciannove anni dalla sua morte (e con un’accelerazione mediatica e burocratica molto marcata negli ultimi anni) è stato definito da diversi osservatori un’operazione di «storytelling» e marketing pastorale. Alcuni critici evidenziano come la Chiesa utilizzi queste figure per tentare un aggancio rapido con i giovani e il mondo dei social media.

 

Diversi osservatori hanno ridimensionato l’etichetta di «patrono di internet» o «genio dell’informatica», spiegando che le sue competenze digitali si limitavano a lavoretti scolastici e a un sito amatoriale di catalogazione dei miracoli eucaristici, trasformato poi a posteriori in un’operazione simbolica massiccia. Non manca chi ha lamentato le origini alto-borghesi della famiglia di Acutis.

 

Sebbene l’uso dell’IA sia in linea con l’associazione di Acutis con la tecnologia, molti osservatori hanno reagito ritenendo inappropriato creare un’icona religiosa con mezzi diversi dalle mani umane.

 

«Orribile. Quando si dipinge un’icona, ogni tratto è una preghiera. Intelligenza artificiale? Niente», ha commentato un utente di X. «Sono scarabocchi vuoti senza alcun significato. Vi garantisco che lo percepite anche voi guardando le immagini.»

 

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«Questo è un passo troppo azzardato», ha affermato un altro cattolico autodefinitosi «tradizionalista». «Le immagini generate dall’IA OVVIAMENTE non possono essere venerate!»

 

«L’arte religiosa dovrebbe essere creata dagli esseri umani, poiché l’atto stesso di creare un’opera d’arte è come comporre un canto o un’opera religiosa, per glorificare e al contempo nutrire l’anima dell’artista», ha spiegato un terzo utente. «L’intelligenza artificiale non può glorificare, quindi qualsiasi opera d’arte creata da essa è superficiale e vana.»

 

L’icona aveva anche alcuni difensori, uno dei quali sosteneva che l’uso dell’IA non fosse diverso dall’adozione della stampa o della televisione: «Le chiese hanno utilizzato ogni nuovo mezzo per raccontare la loro storia… Lo strumento non è mai stato la parte sacra».

 

Il mese scorso, l’arcivescovo Josafá Menezes da Silva di Aracaju, in Brasile, ha pubblicato le regole per l’uso dell’AI da parte della Chiesa, che includono «una revisione umana obbligatoria prima della pubblicazione» di qualsiasi materiale realizzato con l’ausilio dell’IA. Gli strumenti tecnologici possono essere utilizzati per la progettazione grafica e il fotoritocco, con i limiti descritti di seguito. L’arcivescovo ha approvato il loro utilizzo per «creare sfondi, creare texture, generare elementi astratti, creare illustrazioni, suggerire layout, lavorare con i colori, assistere nella composizione, assistere nel montaggio e contribuire alla creazione di concetti visivi», secondo ACI Digital, ma non per fotografie o omelie.

 

Monsignor Menezes ha affermato che «l’Intelligenza Artificiale generativa non deve essere utilizzata per ricostruire o simulare l’aspetto di un vescovo, un sacerdote o un diacono quando il risultato sostituisce la loro fotografia reale o potrebbe essere interpretato come una rappresentazione autentica del loro aspetto o di una situazione da loro vissuta», e lo stesso divieto si applica anche alla voce di un ecclesiastico.

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Immagine screenshot da Twitter

 

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La polizia tedesca arresta un robot pedofilo

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La polizia tedesca ha messo sotto sequestro un robot umanoide che, secondo l’accusa, avrebbe molestato sessualmente una sedicenne nelle strade di Colonia; è inoltre in corso un’indagine per molestie sessuali nei confronti di chi lo possiede.   Stando a quanto riferito dalla polizia di Colonia, il mezzo è stato sequestrato dagli agenti all’alba di domenica, dopo che la macchina avrebbe toccato i glutei di una ragazza di 16 anni e simulato movimenti di spinta contro il suo corpo.   La giovane si trovava davanti a un fast food in compagnia delle amiche quando il robot l’ha avvicinata alle spalle, esibendosi in gesti osceni, come precisa il comunicato. Poco più tardi i poliziotti hanno individuato il robot nel bagagliaio di un’automobile in sosta lì vicino e l’hanno requisito, insieme ai telefoni cellulari del suo proprietario, un sedicenne, e del complice, un ragazzo di 19 anni.   Il robot, rosso e oro e ispirato all’«Iron Man» della Marvel, è stato ritratto in una foto segnaletica mentre indossava un gilet bianco, una catena d’oro e dei baffi adesivi.  

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Gli investigatori stanno ora «esaminando il funzionamento del robot al momento dell’incidente e se qualcuno ne stesse deliberatamente controllando i movimenti». I due giovani che manovravano il droide, e che hanno trasmesso l’episodio in diretta online, sono indagati per molestie sessuali.   Su TikTok circola un video in cui il robot, soprannominato «Ahmed» dal proprietario e dal suo complice, importuna diverse donne. Il droide mima gesti masturbatori e movimenti di spinta davanti a più passanti, mentre i presunti operatori ridono, e in un caso si avvicina a una donna da dietro facendola gridare. Non è chiaro se sia proprio questo l’episodio all’origine dell’indagine.   Il codice penale tedesco richiede, per configurare la violenza sessuale, un contatto fisico tra aggressore e vittima. Gli atti «compiuti da macchine o da terzi» non integrano il reato di violenza sessuale, come stabilito nel 2021 dalla Corte federale di giustizia tedesca. Se però venissero riconosciuti colpevoli di molestie sessuali, gli indagati rischierebbero una multa o fino a due anni di reclusione.   Non si tratta del primo caso di robot molestatore che finisce nei guai.   Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un robot saudita palpeggiò una giornalista dinanzi alle telecamere. Il video divenne virale.    

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Intelligence

Ingegnere saudita accusato di avere messo microspie in OpenAI

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Un dipendente di OpenAI è stato arrestato con l’accusa di aver installato un dispositivo di registrazione in una sala conferenze della sede californiana dell’azienda, dove i dirigenti discutevano informazioni altamente riservate, ha dichiarato martedì il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

 

Il direttore dell’FBI Kash Patel ha identificato il sospettato come Abdulrahman Alfozan, un cittadino saudita che lavorava come ingegnere presso OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT, dal luglio 2025. In caso di condanna, rischia fino a cinque anni di carcere e una multa di 250.000 dollari.

 

Secondo una denuncia penale resa pubblica, il personale di OpenAI ha scoperto un dispositivo di registrazione audio collegato a una porta USB sul retro di un televisore in una sala conferenze per dirigenti presso la sede di San Francisco dell’azienda, intorno al 30 settembre. Il dispositivo «era nascosto nella carta igienica» e il suo contenuto era crittografato.

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Le immagini delle telecamere di sicurezza mostrerebbero l’Alfozan entrare nella sala conferenze e guardare dietro il televisore, dove era stato piazzato il dispositivo. Il personale di sicurezza di OpenAI ha poi scoperto che il sospettato aveva lasciato una borsa contenente un secondo dispositivo di registrazione in un’altra stanza.

 

Secondo la denuncia, l’Alfozan avrebbe utilizzato uno strumento di produttività per effettuare numerose richieste di informazioni sui luoghi in cui si tenevano le riunioni dei dirigenti, pur non avendo l’autorizzazione a parteciparvi. Il documento afferma inoltre che un account chatbot associato alla moglie di Alfozan conteneva messaggi relativi a dispositivi di registrazione nascosti.

 

«Questa grave situazione sottolinea perché vincere la corsa globale all’Intelligence sia una prerogativa della sicurezza nazionale», ha affermato il direttore dell’Intelligence nazionale Jay Clayton.

 

L’incidente si verifica in un contesto di crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, nonché di preoccupazioni sollevate da OpenAI e altre aziende tecnologiche riguardo alla possibilità che modelli di IA sempre più sofisticati possano accedere a reti esterne o agire senza autorizzazione.

 

Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic e OpenAI, ha affermato all’inizio di questo mese che la Cina «ha già spie» in entrambe le aziende. Pechino ha negato le accuse di furto di segreti commerciali.

 

Trump ha appoggiato le richieste di maggiori garanzie per le aziende che si occupano di AI, ma ha respinto le proposte di rallentare lo sviluppo dei modelli di IA. All’inizio di questo mese, ha nominato il Clayton a capo di una task force della Casa Bianca sull’IA.

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