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Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»

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Cosa pensava realmente Jean Madiran delle consacrazioni episcopali del 1988 celebrate dal vescovo Marcel Lefebvre?

 

In questa intervista approfondita, il professor Jacques-Régis du Cray, esperto di storia, ripercorre il ruolo di Jean Madiran, figura intellettuale di spicco del cattolicesimo francese del XX secolo, nella lotta per la Tradizione cattolica, il suo stretto rapporto con il vescovo Lefebvre durante gli anni del Concilio Vaticano II e nel periodo post-conciliare, e infine la rottura del 1988 sulle consacrazioni episcopali senza mandato papale.

 

Ma soprattutto, questo video mette in luce un aspetto spesso trascurato: l’evoluzione del giudizio di Jean Madiran sulle incoronazioni del 1988.

 

Dopo essere rimasto a lungo in disparte, rifiutandosi di sostenere pubblicamente le consacrazioni e al contempo di condannare monsignor Lefebvre, Jean Madiran riconobbe infine, alla fine della sua vita, i frutti concreti di questo atto storico.

 

Durante un’intervista filmata nel 2011 per il documentario Monsignor Lefebvre: Un vescovo nella tempesta, dichiarò finalmente: «oggi, mi risulta difficile credere che avesse torto». Questa frase segna una vera svolta.

 

  • Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
  • la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
  • la revoca delle scomuniche;
  • l’assenza di scisma;
  • il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi;
    e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.

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Trascrizione

Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione

È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono.

 

Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa.

 

Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio.

 

Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca.

 

Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi.

 

Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma.

 

Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta

Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità.

 

Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio.

 

Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte.

 

Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni.

 

Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale.

 

Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura».

 

Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.

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Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?

Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi.

 

Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima.

 

Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto.

 

Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo.

 

E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa.

 

È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla.

 

Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran.

 

Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran.

 

Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.

 

L’incontro del 2011

Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film.

 

Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare».

 

Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo.

 

Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato.

 

Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore.

 

Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata.

 

Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.

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«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»

L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione.

 

E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

«Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale.

 

«Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi.

 

«Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi.

 

«Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato.

 

«Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)

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Un vero e proprio cambio di posizione?

Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi.

 

Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare.

 

Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma.

 

E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.

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Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran

A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo.

 

Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio.

 

Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa.

 

E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi.

 

Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato?

 

Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”.

 

In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare.

 

Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988.

 

La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto.

 

Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole.

 

Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa.

 

Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine screenshot da YouTube

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Catastrofi

Terremoto colpisce la Messa in latino durante la consacrazione

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Circola ora in rete un filmato in cui è possibile vedere fedeli cattolici che proseguono a pregare mentre un terremoto scuote la chiesa durante una Santa Messa tradizionale nella cappella di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Bogotà, in Colombia.   Si tratta del sisma che ha colpito il Paese sudamericano questa settimana.   Durante una Messa in rito tradizionale del 10 agosto, il devastante terremoto di magnitudo 7.4, il più forte registrato in Colombia nel XXI secolo, ha scosso la cappella proprio nel bel mezzo della consacrazione. Nonostante le circostanze, il celebrante e i fedeli sono rimasti in assoluto silenzio e hanno continuato il rito.   Le immagini sono state riportate dall’account X di Infovaticana.

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Il terremoto ha provocato almeno 111 morti e oltre 700 feriti, facendo crollare numerose case, ospedali e altri edifici.   LifeSite riporta un altro video di quel giorno mostra una statua della Beata Vergine Maria con in braccio Gesù Bambino, che ha resistito incredibilmente al terremoto.     Un ulteriore video circolante in rete mostra un’immagine incorniciata della Madonna di Guadalupe che sarebbe stata ritrovata completamente intonsa tra le macerie in seguito al grande terremoto.  

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Nel corso della storia recente non sono mancati episodi in cui oggetti religiosi cattolici sono stati ritrovati intatti dopo catastrofi devastanti. Dopo il terremoto del 2016 che colpì il Centro Italia, nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Arquata del Tronto fu recuperato, a mesi di distanza, un tabernacolo sepolto dalle macerie: al suo interno le quaranta ostie consacrate risultarono perfettamente integre, senza tracce di muffa o alterazione, e ancora con il loro profumo originario, fatto che molti interpretarono come segno di speranza. Simili ritrovamenti riguardano statue della Madonna rimaste illese tra le rovine di chiese crollate anche Ecuador.   Anche gli incendi hanno offerto testimonianze analoghe: nel 2025 nelle fiamme che distrussero la chiesa di Corpus Christi a Los Angeles, il tabernacolo in ottone e le vetrate delle stazioni della Via Crucis emersero intatti.   In Florida, in una parrocchia distrutta dal fuoco, un’ostia all’interno di una luna di cristallo risultò indenne nonostante le intense fiamme, e in Libano un sacerdote melchita rinvenne il pane eucaristico intatto dopo quarantasette giorni in una chiesa danneggiata dai conflitti.   Nel 2023 in Florida, in una parrocchia distrutta dal fuoco, un’ostia all’interno di una luna di cristallo risultò indenne nonostante le intense fiamme, e in Libano, quest’anno, un sacerdote melchita rinvenne il pane eucaristico intatto dopo quarantasette giorni in una chiesa danneggiata dai conflitti. Un ciborio con ostie intatte è stato trovato anche dopo l’incendio di una chiesa di Manila nel 2020.

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Possiamo dire di aver veduto con i nostri occhi, e udito con le nostre orecchie, un evento non dissimile quando, durante la cerimonia di consacrazione dei quattro nuovi vescovi della Fraternità San Pio X (FSSPX) a Ecône , in Isvizzera.   Riprendiamo l’articolo di Renovatio 21 «Ecône e il vero ordine mondiale»:   «Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna».   «Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque».   «A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile».     «La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima».  

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«Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto (…) I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale».   «Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   «Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo».   Per il fedele rimasto cattolico – il fedele della Santa Messa della Tradizione – il Cielo è qualcosa di concreto. Esso agisce, come la terra, secondo la disposizione di colui «qui foecit coelum et terram», il loro creatore.   Ci chiediamo, allora: il fedele rimasto cattolico, dunque, può temere davvero tempeste e terremoti?

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Immagine: Messa tridentina nella chiesa cattolica di San Giovanni Nepomuceno a Prostějov, Repubblica Ceca, 16 aprile 2023. Immagine di Novis-M via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata.  
     
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Epidemie

Lettera di mons. Viganò all’avvocato antipandemico in carcere

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha mandato un messaggio di solidarietà all’avvocato tedesco avvocato Reiner Füllmich, arrestato il 13 ottobre 2023 all’aeroporto di Francoforte, al rientro dal Messico (dove si trovava e da cui era stato espulso), con l’accusa di appropriazione indebita di fondi donati.

 

Il tribunale regionale di Göttingen lo ha condannato il 24 aprile 2025 a 3 anni e 9 mesi di reclusione. Al momento della condanna (24 aprile 2025) l’avvocato noto in Germania per la sua battaglia contro le restrizioni pandemiche aveva già trascorso circa 18 mesi in carcere preventivo.

 

Il tribunale ha deciso di non conteggiare 5 mesi di quella custodia cautelare sulla pena finale, perché secondo i giudici aveva deliberatamente allungato il processo.

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Füllmich ha sempre negato di aver sottratto i fondi: ha dichiarato di averli spostati per «proteggerli» da un possibile sequestro dello Stato. Il tribunale non ha accettato questa versione.

 

In un video andato in diretta streaming venerdì 7 luglio 2026 in collegamento telefonico con l’avvocato Füllmich, dal minuto 1:25:11 al minuto 1:27:37, viene letto il mio messaggio di spirituale vicinanza e di solidarietà mandato a Füllmich da monsignore.

 

«Caro dottor Reiner Fuellmich, con profondo dolore e indignazione apprendo che Lei continua a languire in carcere, privato della libertà da quasi tre anni per aver osato indagare e denunciare pubblicamente le menzogne e i crimini compiuti durante la cosiddetta “pandemia”» scrive il prelato.

 

«La Sua detenzione prolungata, al di là di ogni pretesto giuridico, costituisce un atto di persecuzione politica. Chi ha avuto il coraggio di cercare la verità e di dar voce a milioni di persone private dei propri diritti fondamentali viene oggi trattato come un nemico dello Stato, mentre coloro che hanno architettato e imposto una delle più gravi operazioni di controllo sociale e di danno all’umanità restano impuniti e spesso onorati».

 

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«La giustizia che confonde la ricerca della verità con un reato costituisce una collaborazione con il tiranno» continua l’arcivescovo.

 

«Le esprimo la mia piena solidarietà e la mia preghiera. La Sua testimonianza non è vana. La verità, per quanto calpestata, non può essere cancellata.
Chiedo a tutti gli uomini di buona volontà di elevare la voce perché sia liberato immediatamente e perché sia resa giustizia a quanti, come Lei, hanno pagato e stanno pagando il prezzo della propria integrità morale e intellettuale» scrive Sua Eccellenza nella lettera.

 

«Non è l’avvocato Fuellmich che dovrebbe essere in carcere, ma coloro che hanno perpetrato il più grande crimine contro l’umanità dei nostri tempi.
Dio La sostenga e La liberi presto».

 

«Auspico che l’appello lanciato per la liberazione del dott. Füllmich non rimanga inascoltato» ha aggiunto l’arcivescovo su X.

 

Come riportato da Renovatio 21, monsignor Viganò quattro anni fa aveva dato una lunga intervista all’avvocato in cui delineava la questione del colpo di Stato globale rappresentato dalla pandemia COVID e del sovvertimento e della dissoluzione della società cristiana.

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Monsignore a settembre aveva partecipato all’appello per la liberazione dell’avvocato germanico. «In molti Stati autoproclamatisi “democratici”, le voci che denunciano questo colpo di Stato globale vengono messe a tacere attraverso la censura, l’intimidazione, la psichiatrizzazione e persino l’arresto» aveva scritto su X rilanciando l’appello..

 

«Tra le vittime del regime totalitario che si sta affermando silenziosamente in Europa, Canada, Australia e altre nazioni vassalle delle Nazioni Unite, della NATO, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Forum Economico Mondiale (tutte entità private finanziate dagli stessi poteri) c’è l’avvocato Reiner Fuellmich, ingiustamente imprigionato e ancora in attesa di un giusto processo. Il suo crimine è aver osato dire la verità in un mondo di menzogne criminali» aveva scritto l’ex nunzio apostolico in USA.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2021Fuellmich aveva intervistato il cardiologo texano Peter McCullough, che aveva accennato a «infertilità e cancro come possibili conseguenze del vaccino». L’avvocato ricevette dal gruppo Doctors for COVID Ethics una lettera di confutazione all’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) che metteva in guardia rispetto ai vaccini genici sperimentali.

 

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Spirito

Il vescovo Strickland si chiede se il Concilio Vaticano II si sia arreso al modernismo

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Il vescovo Joseph Strickland, in un recente videomessaggio, ha messo in dubbio che il Concilio Vaticano II abbia fatto dei compromessi con il mondo moderno.   Monsignor Strickland sottolinea i pericoli del modernismo, nonché gli avvertimenti di Papa San Pio X contro questa «sintesi di tutte le eresie». Il vescovo ha ricordato che nel 1910 il santo papa richiese a sacerdoti, vescovi e altri «incaricati dell’insegnamento della fede cattolica» di prestare il Giuramento contro il modernismo, con il quale si impegnavano a «rifiutare i principi del modernismo e a preservare fedelmente la dottrina tramandata dagli apostoli».   Monsignor Strickland evidenzia che questo giuramento «rifletteva la convinzione che il modernismo rappresentasse un pericolo costante per la vita della Chiesa» e che tutti i sacerdoti ordinati tra il 1910 e il 1967 erano tenuti a prestarlo. Ciò includeva quasi tutti coloro che avevano partecipato al Concilio Vaticano II, con «pochissime eccezioni».   «Come avrebbero dovuto quei vescovi interpretare il giuramento che avevano pronunciato partecipando a un concilio che mirava a un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno? Come avrebbero dovuto conciliare gli avvertimenti intransigente di San Pio X contro il modernismo con il desiderio del concilio di un maggiore impegno nella società contemporanea?», si chiede Sua Eccellenza.

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«Non sono domande che si possono semplicemente liquidare con noncuranza. Meritano un’attenta, onesta e ponderata riflessione», aggiunge.   «C’è un’enorme differenza tra proclamare il Vangelo al mondo e permettere che il mondo diventi il metro di paragone con cui il Vangelo viene interpretato (…) Credo che questa distinzione sia al centro della crisi a cui stiamo assistendo oggi», continua monsignore.   Il prelato si è poi rivolto direttamente al Concilio Vaticano II, che a suo dire merita una riflessione onesta. Ha sottolineato che, a differenza di tutti i precedenti concili ecumenici, il Vaticano II «non ha definito nuovi dogmi né ha emesso nuovi anatemi contro l’eresia». È stato descritto piuttosto come un concilio «pastorale», sia da Papa Giovanni XXIII, che lo aprì, sia da Papa Paolo VI, che lo chiuse. Lo stesso papa Paolo VI, durante un’udienza generale del 12 gennaio 1966, affermò che, proprio per questo carattere pastorale, il Vaticano II aveva evitato definizioni dogmatiche infallibili.   Strickland ha osservato che lo scopo dichiarato del Concilio Vaticano II era quello di «presentare le verità perenni della fede cattolica in un modo più accessibile al mondo moderno».   «Può la Chiesa dialogare con il mondo moderno senza assorbirne i presupposti? Questa domanda è oggi più urgente che mai», ha affermato il vescovo.   Ha poi preso di mira uno dei principali documenti del Concilio, la Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, che «ha delineato una visione di impegno tra la Chiesa e la società contemporanea che ha profondamente influenzato la vita cattolica negli ultimi sei decenni».   «Molti hanno visto questo come uno sviluppo positivo. Altri hanno sollevato seri dubbi sul fatto che parte del suo linguaggio sia stato interpretato in modi che vanno oltre un autentico coinvolgimento e si avvicinano all’adattamento allo spirito del tempo», osserva il prelato texano.   Tali preoccupazioni «meritano un’attenta considerazione», afferma monsignore, «proprio perché San Pio X ci ha avvertito che il modernismo spesso si insinua nella Chiesa gradualmente, rivestito di un linguaggio che appare del tutto ragionevole».

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Il vescovo statunitense fa notare che il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI, disse una volta che la Gaudium et Spes funzionava come una sorta di «contro-sillabo» in opposizione al Sillabo degli Errori, pubblicato da papa Pio IX a corredo della sua enciclica Quanta Cura.   Secondo monsignor Strickland, Ratzinger considerava la Gaudium et Spes «un tentativo di riconciliazione tra la Chiesa e l’età moderna». Ciò solleva la domanda: «se la Chiesa aveva precedentemente messo in guardia con tanta forza contro i pericoli posti dal liberalismo, dal razionalismo e dallo spirito del tempo, avvertimenti che si ritrovano soprattutto negli insegnamenti dei beati Pio IX e Pio X, cosa si intendeva esattamente riconciliare?».   «Le preoccupazioni che avevano suscitato quei solenni avvertimenti non erano più valide? Il pericolo era in qualche modo scomparso? O la Chiesa aveva semplicemente adottato un approccio pastorale diverso, lasciando intatti gli avvertimenti precedenti?»   «Queste sono domande che meritano risposte ponderate», ha affermato Strickland.  

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 Immagine screenshot da YouTube  
 
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