Droga
USA e Canada si riforniscono d’oro da miniere controllate dai cartelli della droga
Le zecche governative di Stati Uniti e Canada si riforniscono da anni di oro per le monete proveniente da miniere controllate dal cartello della droga colombiano Clan del Golfo, nonostante affermino che tutto il metallo prezioso venga estratto sul territorio nazionale. Lo riporta il New York Times.
La Zecca degli Stati Uniti afferma che le sue monete vengono prodotte «per ricollegarsi ai principi fondanti della nostra nazione» e la legge federale impone che l’oro utilizzato provenga da fonti nazionali. Tuttavia, secondo il quotidiano neoeboraceno, questo processo «si basa su una menzogna».
Il giornale ha affermato di aver rintracciato centinaia di milioni di dollari di oro estero entrati nella catena di approvvigionamento della Zecca. Parte del metallo era di seconda mano e di origine sconosciuta, mentre un’altra parte proveniva da Paesi come la Colombia e il Nicaragua, dove settori dell’industria aurifera sono controllati da gruppi criminali.
Parte dell’oro proviene dalla Colombia nord-occidentale, dove vaste aree sono controllate dal Clan del Golfo. I minatori di queste zone estraggono l’oro utilizzando il mercurio, una sostanza tossica che danneggia sia i lavoratori che l’ambiente.
Il NYT ha affermato che l’operazione illegale viene condotta con una tale noncuranza nei confronti delle autorità che alcuni operai sono stati visti estrarre oro all’interno di una base militare.
Successivamente, l’oro colombiano viene spedito alla Dillon Gage, una raffineria con sede in Texas e uno dei principali fornitori della Zecca degli Stati Uniti. L’azienda lo mescola con oro americano, riciclandolo di fatto, secondo l’inchiesta. La Zecca degli Stati Uniti non verifica la provenienza dell’oro, aggiunge il giornale di Nuova York.
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Interpellata in merito alla provenienza dell’oro, la Zecca ha inizialmente dichiarato al NYT che «il suo oro proveniva interamente dagli Stati Uniti, come previsto dalla legge». Tuttavia, una volta presentati i risultati dell’indagine, l’ente ha fatto marcia indietro, affermando che gli Stati Uniti erano la sua fonte «primaria» di metallo.
La catena di approvvigionamento si estende poi più a nord, fino al Canada, ha riferito il giornale. Mentre la Zecca degli Stati Uniti non ha verificato l’origine dell’oro, la sua controparte canadese aveva in atto procedure di controllo, ma ha comunque continuato ad approvvigionarsi..
Le autorità canadesi hanno descritto l’oro come «nordamericano», sostenendo che tale denominazione riflette il fatto che è stato mischiato in Texas. Questa classificazione implica che le autorità non siano tenute a verificare la provenienza originaria del metallo e si affidino invece ai controlli statunitensi, si legge nel rapporto.
Il quotidiano di Nuova York ha aggiunto che, anche se la Zecca canadese non avesse seguito le proprie linee guida, «non avrebbe subito alcuna conseguenza legale» perché manomettere la dicitura «Nord America» non è un reato.
L’indagine giunge in un momento in cui l’oro ha registrato negli ultimi anni un prolungato picco da record, dovuto in gran parte agli aggressivi acquisti delle banche centrali, ai tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve statunitense e alle tensioni geopolitiche.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe
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Droga
Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano
Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.
Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.
Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.
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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.
L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.
«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.
La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.
La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.
«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.
Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.
Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.
Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.
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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.
Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.
Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.
Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.
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