Militaria
Il Giappone cambia rotta sulla politica pacifista
Il Giappone ha revocato le restrizioni sulla vendita di armi letali, ponendo fine al divieto di esportazione di materiale militare imposto dalla costituzione pacifista del paese nel 1947.
La decisione è stata annunciata martedì dal primo ministro giapponese Sanae Takaichi, un conservatore intransigente che da tempo sosteneva la revisione della costituzione pacifista del Giappone e un ulteriore rafforzamento delle capacità militari offensive del Paese. La premier ha affermato che la decisione giunge in un contesto di sicurezza sempre più difficile, in cui «nessun singolo Paese è più in grado di proteggere da solo la propria pace e sicurezza».
«Finora, il trasferimento all’estero di prodotti finiti di fabbricazione nazionale era limitato alle attrezzature per la ricerca e il salvataggio, il trasporto, la sorveglianza e lo sminamento (le cosiddette “cinque categorie”), ma con questa modifica, in linea di principio, sarà possibile il trasferimento di tutte le attrezzature per la difesa», ha dichiarato Takaichi in un comunicato.
Le aziende giapponesi potranno ora vendere armi a 17 Paesi con cui Tokyo ha accordi di trasferimento di tecnologie e attrezzature per la difesa, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e diverse nazioni del Sud-est asiatico. Il Primo Ministro ha affermato che l’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di armi non presumibilmente compromette gli impegni pacifisti del Paese.
«Non c’è assolutamente alcun cambiamento nel nostro impegno a sostenere il percorso e i principi fondamentali che abbiamo seguito come nazione amante della pace per oltre 80 anni dalla fine della guerra», ha affermato Takaichi.
Tokyo ha formalmente rinunciato alla guerra ai sensi dell’articolo 9 della sua Costituzione postbellica e si è impegnata a non mantenere mai un esercito. In realtà, tuttavia, le Forze di autodifesa giapponesi (JSDF) sono da tempo diventate un esercito a tutti gli effetti, dotato delle attrezzature più sofisticate.
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Sebbene l’allentamento delle restrizioni sulla vendita di armi sia stato presentato da Takaichi come un importante traguardo, l’ultimo passo verso la completa rimilitarizzazione è in linea con le decisioni prese dai precedenti governi giapponesi. Alla fine del 2023, Tokyo ha effettuato la prima vendita di armi letali all’estero dal 1947, fornendo a Washington missili di produzione nazionale per i sistemi antiaerei Patriot di fabbricazione statunitense. Le munizioni sono prodotte dalla giapponese Mitsubishi Heavy Industries su licenza delle aziende statunitensi del settore della difesa Lockheed Martin e RTX.
Ieri un carro armato delle Forze di autodifesa è esploso uccidendo tre soldati.
La Costituzione giapponese del 1947, entrata in vigore il 3 maggio di quell’anno, è famosa per il suo Articolo 9, che sancisce il pacifismo costituzionale. Imposta dagli USA dopo la seconda guerra mondiale, la norma impegna il Giappone a rinunciare per sempre alla guerra, alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Nonostante il testo, dal 1954 il Giappone ha istituito le «Forze di Autodifesa», un esercito a tutti gli effetti il cui mantenimento è oggetto di dibattito sulla costituzionalità. Il Giappone ha un’alleanza con gli USA (dal 1952), che permette basi militari americane sul territorio per la difesa del Paese.
Pur non essendo un vero esercito, le Forze di Autodifesa del Giappone (JSDF) dispongono di una flotta aerea significativamente più numerosa rispetto a quella della Gran Bretagna. Sebbene il Giappone mantenga una postura difensiva, la sua forza aerea è tra le più grandi e moderne al mondo, superando Londra sia nel numero totale di velivoli che nella quantità di caccia da combattimento.
Diversi cablogrammi pubblicati da WikiLeaks hanno rivelato la consapevolezza diplomatica di accordi storici e informali tra Tokyo e Washington. Questi includevano il passaggio di navi statunitensi cariche di armi nucleari in acque giapponesi, nonostante i «Tre Principi Non Nucleari» ufficiali del Giappone (non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari).
Wikileaks aveva pubblicato come le opinioni riguardo alla rimilitarizzazione ufficiale nel partito di apparente tendenza pacifista Komeito, legato alla setta buddista Soka Gakkai, si siano evolute. «Come supporter primario del Partito Komeito – scrive il 4 febbraio 2008 l’ambasciatore USA a Tokyo J. Thomas Schieffer – l’opinione della Soka Gakkai conta. Il Presidente della Soka Gakkai, in una recente conversazione all’ambasciata di Tokyo, ha indicato come i suoi adepti un tempo forsennatamente pacifisti ora stiano cambiando opinione (…) “Il tempo è arrivato, Il Giappone deve contribuire più al peacekeeping internazionale… il tempo del pacifismo di un solo Paese è finito” ha detto».
Il dibattito si è intensificato con l’ascesa di nuove formazioni politiche come Sanseito, che hanno apertamente proposto l’acquisizione di armi atomiche per l’autonomia strategica, definendola l’«opzione più economica» per la difesa nazionale.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Militaria
L’India ricomincia a produrre i caccia russi Sukhoi
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Militaria
Epidemia di suicidi colpisce gli hacker militari USA
Il Comando cibernetico degli Stati Uniti sta analizzando un numero anomalo di suicidi tra i propri membri, concentrati in un arco di circa un mese durante l’estate.
La testata, citando messaggi interni delle forze armate, documenti ufficiali e colloqui con persone informate, ha riferito giovedì che almeno cinque individui impiegati nel comando o in stretto contatto con esso si sono tolti la vita tra l’inizio di giugno e i primi di luglio.
Questa sequenza di decessi ha spinto il Cyber Command a qualificare gli eventi come un cosiddetto «cluster di suicidi», espressione utilizzata dal Pentagono per indicare una serie di suicidi verificatisi a intervalli più stretti del consueto e tali da richiedere misure specifiche.
Gli operatori del comando hanno il compito di difendere le reti informatiche militari americane e, al tempo stesso, di penetrare nei sistemi digitali delle forze armate straniere per compromettere comunicazioni, difese aeree e altre capacità operative. Gran parte di queste attività si svolge all’interno di strutture ad altissima sicurezza e resta classificata.
Il costo psicologico di questo lavoro rappresenta da tempo una fonte di preoccupazione per i responsabili militari. Uno studio finanziato dall’esercito e richiamato da Bloomberg ha evidenziato che gli specialisti informatici soffrono spesso di insonnia, deficit di memoria, ruminazioni ossessive e patologie fisiche.
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Le criticità relative alla salute mentale degli hacker delle forze armate erano già emerse in sede congressuale. Una norma della legge sulla difesa del 2025 ha imposto al Cyber Command di mettere a disposizione esperti di salute mentale dedicati, compresi consulenti autorizzati a operare con personale che tratta materiali secretati.
I recenti decessi hanno riportato il tema all’attenzione del Congresso. Secondo Bloomberg, la Commissione per le Forze Armate del Senato sta valutando con il comando la possibilità di destinare risorse aggiuntive al supporto psicologico, mentre l’omologa commissione della Camera ha definito l’aumento dei suicidi una «questione critica».
Fonti di Bloomberg riferiscono che il carico di lavoro degli operatori è cresciuto in modo drastico a causa dei conflitti in corso all’estero, in particolare della guerra in Iran. I suicidi sono coincisi con una delle fasi più intense dello scontro.
È noto come il suicidio sia contagioso, tanto più che si può parlare di vere epidemie, che si propagano per imitazione o trasmissione sociale dei comportamenti suicidari (noto come effetto Werther o contagio suicidario).
L’effetto Werther è il fenomeno per cui la notizia del suicidio di una persona, diffusa dai media, provoca un aumento di suicidi emulativi nella popolazione.Il termine è stato coniato dal sociologo David Phillips nel 1974. Prende il nome dal romanzo di Giovanni Wolfgango Goethe del 1774, I dolori del giovane Werther, dopo la cui pubblicazione si registrò una catena di suicidi tra i giovani lettori che usavano lo stesso metodo del protagonista.
I giornalisti vengono quindi formati alla delicatezza totale nel parlare del tema del suicidio, perché un articolo pubblicato potrebbe di fatto far scattare a catena altri suicidi.
Tuttavia, la stampa sembra infischiarsene ampiamente, magari glorificando pure il suicida, in ispecie nel caso che questo scelga la morte eutanatica.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Droni
La «gamification» ucraina dell’uccisione di russi è «macabra»: parla il più alto militare britannico
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