Spirito
«E voi, non abbiate paura!»
Giungendo al sepolcro dove fu deposto il corpo di Gesù, le sante donne – Maria Maddalena e l’altra Maria – si sentono dire, la mattina di Pasqua e per ben due volte, prima dall’angelo che rotola via la pietra, poi da Cristo risorto: «Non abbiate paura!». Quella che segue è una riflessione dell’abate Louis-Marie Berthe.
L’espressione non è nuova nelle Scritture: al contrario, ricorre in tutto il testo sacro, tanto che alcuni l’hanno trovata fino a 365 volte! Ma assume il suo pieno significato a Pasqua, alla luce della Risurrezione: se Gesù Cristo ha vinto il peccato e la sua conseguenza, la morte, di cosa possono mai temere tutti coloro che hanno riposto in lui la loro fede e la loro speranza?
Più di quanto ci rendiamo conto, la paura – in tutte le sue forme, deboli o forti – determina, o quantomeno modifica, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni e i nostri progetti. Come ogni altra emozione, la paura non va negata, né tantomeno respinta a priori: segnala a chi la prova una minaccia reale o immaginaria; spetta poi a ciascun individuo valutare la realtà, la gravità e l’imminenza del pericolo per capire fino a che punto sia importante permettere alla paura di prosperare nel proprio cuore.
Pertanto, il timore di essere separati da Dio o di vivere lontani da Lui è buono e benefico: mantiene l’uomo nella giustizia e nella verità e lo protegge dal vizio. Al contrario, il timore di essere abbandonati o rifiutati dal prossimo per ciò che si è o per ciò che si pensa è da evitare: intrappola l’uomo nella menzogna e nell’ipocrisia; lo uccide lentamente.
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Quando Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura, li invita a non lasciarsi intimorire e scoraggiare dai pericoli fisici e umani che li minacciano: la perdita dei beni materiali, lo sguardo di disapprovazione o la cattiva opinione degli altri, gli eventi sfortunati della vita, la malattia del corpo e persino la morte: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più» (Lc 12,4).
Non bisogna temere le macchinazioni dei malvagi e le persecuzioni controla Chiesa, qualunque forma assumano: «Non temete, o piccolo gregge, perchè piacque al Padre vostro dare a voi il regno» (Lc 12,32).
Proprio nel giorno della sua vittoria a Pasqua, Gesù Cristo volle infondere nei suoi discepoli, più che mai, questo spirito di santa libertà, di audace fiducia e di incrollabile vittoria. Possa questo spirito essere ancora nostro, duemila anni dopo, in mezzo alle paure che le cattive notizie del mondo possono giustamente provocare.
Lo spirito cattolico, quello che lo Spirito Santo forma nei nostri cuori, non è fatto di pusillanimità, di preoccupazioni eccessive, di ansia generalizzata o di chiusura in se stessi!
Ciò che san Paolo ricorda a Timoteo può essere applicato a chiunque sia nato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo: «Poichè Iddio ci ha dato non uno spirito di viltà, ma di forza e di amore e di saggezza» (2Tim 1,7).
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Paolo Veronese (1528–1588), La conversione di Maria di Magdala (circa 1548), National Gallery, Londra
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Mons. Viganò: nemici della Messa antica, «dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana»
Dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana.
Thomas Reese sj, anima nera dei gesuiti negli Stati Uniti, intitola la sua “confessione”: «Perché odio la vecchia Messa in latino». E chiama quella Messa «uno zombie»: la credeva morta, e invece ritorna. In fondo Reese non… pic.twitter.com/uBxJwrcnVH — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 28, 2026
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Spirito
Leone suggerisce che i cattolici abbiano partecipato alla messa antica in modo meno «consapevole»
Papa Leone XIV ha suggerito che chi partecipava alla Messa tradizionale in latino prima dei cambiamenti liturgici successivi al Concilio Vaticano II lo facesse «ome estranei o muti spettatori». Lo riporta LifeSite.
In un’udienza generale di mercoledì mattina, Leone XIV ha chiuso un ciclo di catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, illustrando le presunte ragioni della cosiddetta «riforma» liturgica.
«La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici», ha detto il romano pontefice leggendo un riassunto della catechesi.
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«Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico» ha puntualizzato il papa chicagoano.
«La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» ha aggiunto Leone XIV citando la costituzione Sacrosanctum Concilium, come se i fedeli non partecipassero già pienamente alla Messa prima della promulgazione del Novus Ordo Missae.
Secondo la millenaria tradizione cattolica, la SantaMessa è ordinata innanzitutto a Dio come sacrificio incruento e offerta di Cristo a Dio Padre.
All’inizio di quest’anno Papa Leone XIV ha annunciato un ciclo di catechesi dedicato allo studio «approfondito» del Concilio Vaticano II, che pare essere l’unico dogma rimasto alla Chiesa conciliare.
«Quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo» aveva scritto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. «Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i “tradizionalisti radicali” non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».
«Vetus Ordo e Novus Ordo sono incompatibili non tanto per gli aspetti cerimoniali, ma perché il primo ha come sostrato dottrinale la Fede Cattolica e il secondo gli errori dogmatici ed ecclesiologici che il Concilio ha fatto propri» ha scritto lo scorso gennaio il prelato lombardo in un testo in cui canzonava il mito del Concilio «sicuro ed efficace» parlando un un Sacro Palazzo che prescrive «sinodalità e vigile attesa».
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
Spirito
Papa Leone dà il benvenuto al nuovo ambasciatore pro-LGBT presso la Santa Sede
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