Spirito
Notre-Dame: sette anni dopo, il mistero delle fiamme aleggia sulla cattedrale
Sono trascorsi sette anni da quando le immagini della guglia di Notre-Dame che crollava tra le fiamme hanno fatto il giro del mondo. Sebbene la cattedrale sia stata riportata al suo antico splendore, una domanda rimane senza risposta: l’origine dell’incendio del 15 aprile 2019. Mentre le indagini procedono a rilento, le persone cominciano a parlare, rivelando le carenze di un cantiere sottoposto a una pressione enorme.
L’ipotesi della «pirolisi furtiva»
Il silenzio ufficiale che avvolge la tragedia contrasta nettamente con la moltitudine di teorie che circolano sul posto. Tra gli esperti, sta guadagnando terreno l’ipotesi di un incendio covato. Il generale Jean-Claude Gallet, che guidava i vigili del fuoco di Parigi la notte del disastro, ipotizza che l’incendio sia divampato nell’angolo sud-est dell’edificio. Secondo lui, le fiamme potrebbero aver covato per ore, persino giorni, sotto il tetto di piombo.
Questa analisi è condivisa dall’architetto specializzato in beni culturali Rémi Desalbres, intervistato da Le Figaro. Egli fa riferimento al fenomeno della pirolisi: una decomposizione termica del legno senza fiamma apparente.
Una trave di quercia esposta a una fonte di calore potrebbe quindi covare lentamente prima di divampare improvvisamente in fiamme al contatto con l’ossigeno. «Sono necessarie circa cento ore di pirolisi per distruggere completamente una trave di cinque metri», spiega, suggerendo che l’origine della tragedia potrebbe risalire a ben prima del fatidico lunedì.
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La rimozione «espressa» delle statue
Gli osservatori si stanno concentrando su una delicata operazione avvenuta appena quattro giorni prima dell’incendio. L’11 aprile 2019, le sedici statue di rame della guglia sono state rimosse per essere restaurate. Un testimone ha ora rivelato che la rimozione ha dovuto essere accelerata per motivi logistici legati al consiglio comunale, trasformando l’operazione in una «rimozione express».
Sebbene Richard Boyer, direttore di Socra (la società responsabile delle statue), neghi categoricamente l’utilizzo di strumenti in grado di generare scintille quel giorno, l’impiego di cannelli ossiacetilenici per smontare le teste delle statue solleva interrogativi. Alcuni ritengono che questi «punti caldi» in prossimità della struttura secolare possano essere stati la scintilla iniziale del processo di pirolisi.
Una serie di sviste?
Al di là delle cause tecniche, è la gestione del cantiere a essere oggetto di critica. Tra cavi elettrici «ingarbugliati» nelle soffitte, le frequenti intrusioni notturne di persone che si arrampicano e un allarme antincendio con indicazioni criptiche («soffitta navata sacrestia»), Notre-Dame sembra essere stata teatro di un’incredibile successione di malfunzionamenti.
«È quasi peggio di un attentato terroristico; sembra una serie di fallimenti e sventure», lamenta Alexandre Gady, professore alla Sorbona. A differenza di altre istituzioni, nessun alto funzionario si è dimesso e finora non è stata avviata alcuna inchiesta amministrativa.
Sette anni dopo, mentre il pubblico ministero continua a propendere per la teoria dell’incendio accidentale, esperti forensi come Jean-Luc Cartault invitano alla cautela e sconsigliano di trarre conclusioni affrettate: «per comprendere una fiamma che ha avvolto la cattedrale, dobbiamo risalire la catena di responsabilità, dall’architetto responsabile della sicurezza dell’edificio fino al Ministero della Cultura, passando per il prefetto di polizia».
Poi, osservando la prima foto dell’incendio scattata dal direttore di scena, Cartault confessa: «ci sono effetti di luce in questa foto che non capisco». Tra la «santa omertà» e la sete di verità, la lotta per capire come il cuore pulsante di Parigi avesse potuto bruciare era appena agli inizi.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di GodefroyParis via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
Mons. Viganò: nemici della Messa antica, «dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana»
Dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana.
Thomas Reese sj, anima nera dei gesuiti negli Stati Uniti, intitola la sua “confessione”: «Perché odio la vecchia Messa in latino». E chiama quella Messa «uno zombie»: la credeva morta, e invece ritorna. In fondo Reese non… pic.twitter.com/uBxJwrcnVH — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 28, 2026
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Spirito
Leone suggerisce che i cattolici abbiano partecipato alla messa antica in modo meno «consapevole»
Papa Leone XIV ha suggerito che chi partecipava alla Messa tradizionale in latino prima dei cambiamenti liturgici successivi al Concilio Vaticano II lo facesse «ome estranei o muti spettatori». Lo riporta LifeSite.
In un’udienza generale di mercoledì mattina, Leone XIV ha chiuso un ciclo di catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, illustrando le presunte ragioni della cosiddetta «riforma» liturgica.
«La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici», ha detto il romano pontefice leggendo un riassunto della catechesi.
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«Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico» ha puntualizzato il papa chicagoano.
«La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» ha aggiunto Leone XIV citando la costituzione Sacrosanctum Concilium, come se i fedeli non partecipassero già pienamente alla Messa prima della promulgazione del Novus Ordo Missae.
Secondo la millenaria tradizione cattolica, la SantaMessa è ordinata innanzitutto a Dio come sacrificio incruento e offerta di Cristo a Dio Padre.
All’inizio di quest’anno Papa Leone XIV ha annunciato un ciclo di catechesi dedicato allo studio «approfondito» del Concilio Vaticano II, che pare essere l’unico dogma rimasto alla Chiesa conciliare.
«Quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo» aveva scritto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. «Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i “tradizionalisti radicali” non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».
«Vetus Ordo e Novus Ordo sono incompatibili non tanto per gli aspetti cerimoniali, ma perché il primo ha come sostrato dottrinale la Fede Cattolica e il secondo gli errori dogmatici ed ecclesiologici che il Concilio ha fatto propri» ha scritto lo scorso gennaio il prelato lombardo in un testo in cui canzonava il mito del Concilio «sicuro ed efficace» parlando un un Sacro Palazzo che prescrive «sinodalità e vigile attesa».
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
Spirito
Papa Leone dà il benvenuto al nuovo ambasciatore pro-LGBT presso la Santa Sede
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