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Stragi

L’ONU dichiara che in Sudan è in atto un «genocidio»: bambine stuprate e donne incinte mitragliata al ventre

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Le azioni delle Forze paramilitari di supporto rapido (RSF) del Sudan durante l’assedio e la cattura della capitale del Darfur settentrionale, Al Fashir, mostrano «i segni distintivi del genocidio», ha affermato una missione indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato giovedì.

 

La missione ha segnalato prove di attacchi etnici coordinati, uccisioni di massa, violenza sessuale diffusa, torture e condizioni di vita studiate per provocare la distruzione delle comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur, attorno ad Al Fashir alla fine di ottobre 2025.

 

Le RSF hanno conquistato Al Fashir, l’ultima importante roccaforte delle Forze armate sudanesi (SAF) nella regione, il 26 ottobre, dopo un assedio durato 18 mesi che, secondo il rapporto, «ha sistematicamente indebolito la popolazione presa di mira attraverso fame, privazioni, traumi e reclusione».

 

Secondo gli investigatori, le sopravvissute hanno descritto i combattenti di RSF che hanno stuprato donne e ragazze di età compresa tra i sette e i 70 anni, tra cui donne incinte.

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«In un caso, una bambina di 12 anni è stata violentata da tre combattenti delle Rapid Support Forces davanti alla madre, poco dopo che suo padre era stato ucciso mentre cercava di proteggerla», hanno affermato. Un comandante delle RSF avrebbe sparato sette proiettili nell’addome di una donna incinta dopo averle chiesto a che punto fosse la gravidanza e lei ha risposto «sette mesi», hanno raccontato due sopravvissuti alla missione.

 

«La portata, il coordinamento e l’approvazione pubblica dell’operazione da parte dei vertici di RSF dimostrano che i crimini commessi ad Al Fashir e nei suoi dintorni non sono stati eccessi casuali di guerra», ha affermato Mohamed Chande Othman, presidente della missione, aggiungendo che facevano parte di «un’operazione pianificata e organizzata che presenta le caratteristiche distintive del genocidio».

 

La presa di Al Fashir è avvenuta dopo mesi di combattimenti tra RSF e SAF nella vasta regione occidentale del Darfur, nell’ambito di una guerra civile iniziata nell’aprile 2023.

 

Un precedente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani affermava che più di 6.000 persone erano state uccise nei primi intensi giorni dell’assalto delle RSF ad Al Fashir.

 

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a tre comandanti delle RSF in risposta alle conclusioni della missione indipendente. «Non tollereremo questa continua campagna di terrore e di uccisioni insensate in Sudan», ha affermato il Segretario al Tesoro Scott Bessent, aggiungendo che la guerra rischia di destabilizzare ulteriormente la regione e di «creare le condizioni affinché i gruppi terroristici crescano e minaccino la sicurezza e gli interessi» degli Stati Uniti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il comandante delle Forze di supporto rapido (RSF) paramilitari sudanesi, Mohamed Hamdan Dagalo, nel settembre 2025 ha prestato giuramento come capo di un governo rivale del Sudan.

 

Come riportato da Renovatio 21, la RSF aveva annunciato un «governo di pace e unità» parallelo ancora lo scorso febbraio.

 

Le stragi nel Paese non si contano. Due mesi fa si era consumato un orribile massacro a seguito di un attacco aereo ad un mercato. Settimane fa c’era stato un attacco ad un ospedale.

 

Come riportato da Renovatio 21, a fine 2024 le fazioni rivali sudanesi avevano interrotto i negoziati.

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Il conflitto ha casato già 15 mila morti e 33 mila feriti. Le Nazioni Unite hanno descritto la situazione umanitaria in Sudan come una delle crisi più gravi al mondo. Mesi fa la direttrice esecutiva del Programma Alimentare Mondiale (WFP), Cindy McCain, aveva avvertito che la guerra di 11 mesi «rischia di innescare la più grande crisi alimentare del mondo».

 

Gli USA sono stati accusati l’estate scorsa di aver sabotato gli sforzi dell’Egitto per portare la pace in Sudan.

 

Le tensioni in Sudan hanno portato perfino all’attacco all’ambasciata saudita a Karthoum, mentre l’OMS ha parlato di «enorme rischio biologico» riguardo ad un attacco ad un biolaboratorio sudanese.

 

Come riportato da Renovatio 21, il generale Abdel Fattah al-Burhan, leader de facto e capo dell’esercito della nazione africana dilaniata dalla guerra, mesi fa è stato oggetto di un tentato assassinio via drone.

 

Il Paese è stato svuotato dei suoi seminaristi.

 

La Russia nel frattempo fa ha annunziato l’apertura di una base navale in Sudan.

 

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Droni

Attacco di droni a un matrimonio: decine di morti in Sudan

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Secondo quanto riferito dall’ONU, almeno 30 civili, tra cui donne e bambini, sono rimasti uccisi in seguito a un attacco di droni che ha colpito una cerimonia nuziale in una città dello stato del Darfur settentrionale, in Sudan.   Il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, ha condannato l’attacco a Kutum definendolo «inaccettabile» durante una conferenza stampa di giovedì, affermando che i civili continuano a «subire il peso maggiore» dell’escalation di violenza nel Paese africano.   «I civili e le infrastrutture civili devono essere protetti nel rispetto del diritto internazionale umanitario. Nel Kordofan meridionale, gli scontri intorno alla città di Dilling, iniziati lunedì scorso, avrebbero causato la morte di 47 civili e il ferimento di decine di altri», ha dichiarato Dujarric.

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Emergency Lawyers, un gruppo locale per i diritti umani che monitora la guerra, ha affermato che il drone ha bombardato l’assembramento mercoledì e ha denunciato l’attacco come un «crimine efferato».   Nessuna parte ha immediatamente rivendicato la responsabilità dell’attacco. Gli attacchi con droni sono diventati sempre più comuni in tempo di guerra, e sia l’esercito che i gruppi paramilitari sono accusati di prendere di mira aree civili.   L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato a marzo che oltre 500 civili sono stati uccisi in attacchi di droni in tutto il paese tra il 1° gennaio e il 15 marzo, con la maggior parte delle vittime registrate nella regione del Kordofan.   Il mese scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che un attacco di droni contro l’ospedale universitario di Al Deain, nel Darfur orientale, ha causato la morte di 70 persone, tra cui donne, bambini e personale medico, rendendo inutilizzabile una struttura che serve oltre 2 milioni di persone.

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Immagine di Rita Willaert via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
   
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Stragi

Israele massacra il Libano: tregua già finita, Stretto chiuso. Quali altre stragi di civili in arrivo?

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È bastato pochissimo perché il cessate il fuoco su due fronti» del presidente statunitense Donald Trump, in base al quale l’Iran accetterebbe l’apertura «completa» e «immediata» dello Stretto di Ormuzzo, finisse all’angolo.

 

A mettere in difficoltà l’accordo è stato, come molti si aspettavano, Israele, che ha compiuto in Libano un massacro immane, con centinaia di morti e feriti.

 

Il testo in dieci punti dell’accordo, pubblicato dai media statali iraniani e approvato dal Pakistan, menziona esplicitamente il Libano. Lo Stato Ebraico si è rifiutato di riconoscere tale condizione e ha lanciato quella che ha definito la sua serie di attacchi «più massicci di sempre» contro il Paese, compresa la capitale Beirut, causando centinaia di morti, secondo la protezione civile.

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L’Iran ha condannato il «selvaggio massacro israeliano» e il comandante delle forze aerospaziali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha promesso vendetta per l’attacco che, secondo Teheran, costituisce una violazione del cessate il fuoco concordato con gli Stati Uniti.

 

Trump ha affermato che la proposta in dieci punti dell’Iran, presentata tramite il Pakistan, offre una «base praticabile su cui negoziare». Ha tuttavia avvertito che avrebbe ordinato nuovi e devastanti attacchi aerei se non si fosse raggiunto un accordo definitivo entro la nuova scadenza.

 

Teheran ha affermato che l’accordo rappresenta una «sconfitta storica e schiacciante» per gli Stati Uniti, sostenendo che Washington è stata costretta ad accettare il piano in 10 punti di Teheran come base per i negoziati.

 

Secondo diverse fonti, gli Stati Uniti hanno insistito sul fatto che il Libano non fa parte dell’accordo. Anche il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha affermato che l’attuale cessate il fuoco non riguarda la guerra di Israele nel Libano meridionale, contraddicendo le precedenti dichiarazioni del primo ministro pakistano Sharif.

 

L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha citato mediatori iraniani che, secondo quanto riferito, avrebbero parlato con il Wall Street Journal, sottolineando che il Libano fa parte dell’accordo di cessate il fuoco e che la navigazione attraverso lo Stretto di Ormuzzo sarà interrotta finché Israele non si impegnerà a rispettare tale condizione.

 

Il piano in dieci punti di Teheran includerebbe, a quanto pare, l’impegno degli Stati Uniti alla non aggressione, il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto ormusino, l’accettazione dell’arricchimento dell’uranio, la revoca di tutte le sanzioni, la cessazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’AIEA, il pagamento delle riparazioni di guerra, il ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione e la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, compresa quella contro la Resistenza islamica in Libano.

 

Le immagini che arrivano dalla capitale del Libano – Stato con enorme popolazione cristiana, retto sin dalla sua fondazione nel secolo scorso da presidenti cristiani – sono impressionanti. Le forze giudaiche sembrano aver colpito complessi residenziali, causando un’ecatombe totale nel panico della popolazione civili.

 

 

 

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Ancora una volta la «Parigi del Medio Oriente» è ridotto ad un post-apocalittico cumulo di rovine in fiamme per opera della guerra israeliana.

 

Il massacro ha suscitato anche la reazione ufficiale dell’ONU, costretta a lapalissianamente ricordare che «i civili non sono un bersaglio»: una frase che oramai suona come involontariamente comica.

 

 

Nel frattempo aumentano le voci negli USA che chiedono che allo Stato Giudaico sia messa una briglia dalla stessa Washington, verso la quale con evidenza lo Stato degli ebrei non ha alcun rispetto.

 

Bisogna capire che la minaccia di «cancellare l’intera civiltà» persiana aveva galzanizzato Israele, al punto che alla TV israeliana è andata in onda una maratona come si fa per i risultati elettorali, con tanto di orologio stile notte di capodanno che scandiva l’approsimarsi dello scadere dell’ultimatum.

 

La delusione da parte dello Stato Giudaico è enorme: il regime estremista al potere potrebbe ora fare qualsiasi cosa pur di ritornare all’assetto precedente, o far degenerare la situazione in maniera irreparabile: come riportato da Renovatio 21, il ministro della sicurezza israeliano, l’ipersionista Itamar Ben-Gvir in un programma televisivo ha riso ad una domanda sull’impiego di bombe a neutroni.

 

E le stragi potrebbero non limitarsi al Libano e ai Paesi limitrofi. Il bagno di sangue globale, pensa qualcuno, deve ripartire: costi quello che costi.

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Stragi

L’Iran accusa Stati Uniti e Israele di genocidio

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L’Iran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di genocidio per aver preso di mira «deliberatamente» scuole e strutture educative con attacchi aerei contro il Paese.   In un post pubblicato mercoledì su X, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha dichiarato che oltre 600 scuole e strutture educative in tutto l’Iran sono state prese di mira da attacchi statunitensi e israeliani nell’ultimo mese, tra cui la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, dove sono stati uccisi più di 160 bambini.   «Non si tratta di un atto isolato di crudeltà, ma di parte di un modello sistematico e brutale di guerra illegale contro l’Iran», ha scritto. «Il termine ‘crimine di guerra’ è ben lungi dal descrivere adeguatamente queste atrocità. Data l’esplicita retorica di ostilità nei confronti degli iraniani (come nazione) espressa dai funzionari statunitensi e israeliani, questi crimini equivalgono a un genocidio».  

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In un post successivo il Baqaei ha sottolineato come gli attacchi abbiano coinvolto anche centri di ricerca internazionali.   «Straziante, crudele, spregevole e assolutamente oltraggioso: gli aggressori americano-israeliani hanno attaccato l’Istituto Pasteur dell’Iran, il più antico e prestigioso centro di ricerca e sanità pubblica dell’Iran e di tutto il Medio Oriente, fondato nel 1920 grazie a un accordo tra l’Istituto Pasteur di Parigi e il governo iraniano» scrive il ministro in un post che mostra immagini di devastazione. «Non si tratta semplicemente di un altro crimine di guerra commesso nell’ambito di una guerra illegale; è un barbaro attacco ai valori umani fondamentali».   La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata con massicci attacchi contro centri urbani il 28 febbraio, tra cui il bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh, che ha causato la morte di almeno 175 persone, di cui oltre 160 bambini. Inizialmente, funzionari americani e israeliani hanno fornito smentite e spiegazioni contrastanti, con il presidente statunitense Donald Trump che ha addirittura insinuato che l’attacco fosse stato «operato dall’Iran».   Tuttavia, il Pentagono ha aperto un’indagine e, secondo alcune fonti, gli inquirenti avrebbero già confermato che gli Stati Uniti hanno effettuato l’attacco utilizzando «dati di puntamento obsoleti» che classificavano erroneamente la scuola come parte di un vicino complesso militare.   Lo stesso giorno dell’attacco a Minab, anche una scuola e una palestra nella città di Lamerd, nel sud dell’Iran, sono state colpite, causando almeno 21 morti. Un articolo del New York Times, citando l’analisi di filmati e il parere di esperti di armi, ha affermato che l’attacco è stato condotto dagli Stati Uniti utilizzando il missile Precision Strike Missile (PrSM), mai testato prima, che detona sopra gli obiettivi disperdendo piccole sfere di tungsteno.   Mentre l’attacco di Lamerd ha attirato scarsa attenzione a livello globale, l’atrocità di Minab ha suscitato condanne. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato Stati Uniti e Israele di «crudeltà, cinismo e disumanizzazione». Il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello spagnuolo Pedro Sanchez hanno entrambi espresso solidarietà alle vittime del «massacro». Tuttavia, né il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) né il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) hanno adottato risoluzioni formali di condanna dell’atrocità.

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Secondo i dati ufficiali, Stati Uniti e Israele hanno condotto un’offensiva aerea contro l’Iran per oltre un mese, causando la morte di oltre 1.340 persone. L’Iran ha risposto con attacchi di droni e missili contro Israele e basi statunitensi in Medio Oriente.   Mercoledì Trump ha affermato che la guerra è «vicina alla conclusione», ma ha minacciato di intensificare i raid aerei nelle prossime due o tre settimane se la leadership iraniana non capitolerà. Baqaei aveva precedentemente dichiarato che Teheran aveva ricevuto messaggi tramite intermediari che segnalavano la disponibilità degli Stati Uniti a negoziare, ma aveva definito le proposte «irrealistiche, illogiche ed eccessive».   I funzionari iraniani hanno insistito sul fatto che Teheran avrebbe posto fine al conflitto alle proprie condizioni e hanno accusato gli Stati Uniti di aver sabotato i precedenti negoziati.

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