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Mons. Viganò parla della chiesa ridotta a simulacro con un unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. La prima parte è stata pubblicata qui pochi giorni fa.

 

 

NON SEQUITUR

Ulteriori precisazioni in risposta alla replica del Prof. Daniele Trabucco

 

 

Non posso che condividere quasi tutto ciò che il prof. Trabucco ha argomentato in risposta al mio commento (1). Sul blog di Duc in Altum egli scrive infatti (2):

 

«Un santo che obbedisce a un provvedimento disciplinare ingiusto ma non contrario alla fede (come nel caso di Padre Pio) compie un atto di eroica abnegazione, perché riconosce che anche nella durezza e nell’iniquità il comando non rompe il legame con il deposito rivelato. Diversa è, invece, la situazione in cui un’autorità ecclesiastica comanda ciò che contraddice la fede: in quel caso l’ordine non è più autenticamente disciplinare, ma si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità. Qui il rifiuto non è ribellione, ma fedeltà». 

 

Dato come valido questo principio – che faccio mio sine glossa – mi trovo però in difficoltà ad accettare come valida l’eccezione che Trabucco aggiunge subito dopo:

 

«Tuttavia (…) tale rifiuto non può mai tradursi in atti di natura scismatica, né in atteggiamenti che producano pubblico scandalo. Perché se è vero che disciplina e fede si completano, è altrettanto vero che la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico. Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale». 

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È vero che «la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico». Ma l’unità che si ottiene mediante l’obbedienza è l’effetto e non la causa della professione della medesima Fede: si è uniti nella Chiesa sotto l’autorità del Romano Pontefice perché si crede la stessa dottrina, non l’inverso. Ed è questo l’errore che inficia l’argomentazione del prof. Trabucco sull’obbedienza.

 

Il rifiuto di obbedire a un’autorità ecclesiastica, quando essa comanda ciò che contraddice la Fede, non può costituire un attentato all’unità, perché è l’ordine illegittimo del Superiore ad essere di natura scismatica e di scandalo, non la disobbedienza del suddito fedele a Dio.

 

Se il rifiuto di obbedire a un’autorità o a un ordine illegittimi «non è ribellione, ma fedeltà»; se la Regula Fidei è il principio supremo che trova la propria ragione nella Verità coessenziale e consustanziale a Dio (3); se l’obbedienza stessa, come virtù morale, è ordinata al bene e quindi al Vero, perché Fede e disciplina, come afferma il prof. Trabucco, «pur diverse nell’oggetto, sono unite nel fine: la gloria di Dio e la salvezza delle anime»; come può il Professore affermare: «Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale»? Posto un principio assoluto, com’è possibile derogarvi con un’eccezione che rende assoluta l’unità nell’obbedienza e relativa ad essa la Verità? 

 

È vero il contrario: non si può difendere la comunione ecclesiale a prezzo di lacerare la Verità della Fede, perché è l’obbedienza ad essere ordinata alla Fede, e non viceversa (4).

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Aggiungo che chi contraddice, adultera o tace la Fede è il primo a dare scandalo, specialmente se si trova nella posizione di forza coercitiva di un Superiore ecclesiastico rispetto a un sacerdote o a un religioso; e che è dovere di ogni battezzato difendere e proclamare la sana dottrina e denunciare chi, costituito in autorità, ne abusa con gravissimo scandalo dei semplici, i quali giustamente sono abituati ad obbedire – istintivamente direi quasi – all’autorità della Gerarchia e considerano il suo traviamento come impensabile, in condizioni normali.

 

Ciò vale specialmente per il sacerdote sottoposto alla giurisdizione dei suoi Superiori e alle sanzioni che essi possono comminargli: la disobbedienza doverosa ad un ordine abusivo e illecito comporta sanzioni canoniche per chiunque doverosamente resista, come auspicato da Trabucco. È questo lo scandalo: non il denunciare la corruzione dell’Autorità ecclesiastica. Così come è uno scandalo che eretici, scismatici, corrotti e fornicatori notori non siano perseguiti ma anzi incoraggiati, mentre viene dichiarato scismatico e scomunicato chiunque denuncia la crisi, ne indica le cause e i responsabili, i quali da sessant’anni detengono fraudolentemente il potere e ne possono abusare a piacimento.

 

La Comunione dei Santi – che è archetipo e modello della comunione ecclesiale – è fondata in Dio, che è Verità, non obbedienza. Dio non è obbediente, perché ciò presupporrebbe un’autorità a Lui superiore. L’obbedienza del Figlio – factus obœdiens usque ad mortem (Fil 2, 8) – è unità di volontà (idem velle) tra le Tre Divine Persone, senza un interno rapporto gerarchico tra Loro (5).

 

Al tempo stesso, Dio è il destinatario principale di ogni obbedienza, perché obbedendo ai Superiori cui Egli ha concesso autorità, noi obbediamo comunque a Dio. Ma non può esistere obbedienza, se il Superiore che chiede di essere obbedito non riconosce a sua volta l’autorità di Dio sopra di sé. Quell’obbedienza accetterebbe la premessa, anche solo teorica, di poter disobbedire a Dio per obbedire agli uomini, contravvenendo il precetto di San Pietro (At 5, 29) e rendendo l’autorità terrena autoreferenziale e quindi potenzialmente tirannica.

 

In questo, il concetto di sinodalità si mostra come assolutamente eversivo dell’ordine voluto da Dio, in quanto manomette la struttura monarchica della Chiesa – sul modello di Cristo Re e Pontefice che ne è Capo – facendo risiedere la sovranità nel popolo (anche se in realtà il potere, come nelle repubbliche civili, è nelle mani di un’élite) e affermando «che Cristo abbia voluto che la Sua Chiesa fosse governata nel modo di una repubblica» (6).

 

Solo la sottomissione universale a un Dio verace e buono rende l’obbedienza mezzo sicuro di santità per chi obbedisce ai Superiori. Ed è per questo che abbiamo la ragione e il sensus Fidei: per discernere quando l’obbedienza è un atto virtuoso e quando invece «si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità». 

 

Se il prof. Trabucco riconosce la possibilità che vi siano Superiori ecclesiastici che impartono ordini contrari alla Fede o alla Morale (una possibilità peraltro confermata da quotidiani abusi dell’autorità contro i Cattolici tradizionali e da altrettanto quotidiane tolleranze verso scandali inauditi), egli deve anche ammettere da parte del sottoposto la possibilità che questi respinga gli ordini illegittimi del Superiore. La scala gerarchica della Chiesa consente di adire un’Autorità superiore quando ci si trova in conflitto con un’altra autorità a questa sottoposta.

 

Ma se i vertici della scala gerarchica – in questo caso, il Romano Pontefice e i Dicasteri Romani – sono essi stessi coinvolti in un generale sovvertimento della Fede (ad iniziare dalla recente dichiarazione di Leone secondo cui « «dobbiamo cambiare gli atteggiamenti» prima di poter cambiare la dottrina) (7) è evidente che il ricorso gerarchico è impraticabile e che nessuna autorità terrena può porre rimedio alla disobbedienza dei Superiori.

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In sostanza: nell’evidente disobbedienza generale dell’Autorità a tutti i livelli, come può rimanere obbediente un sacerdote o un semplice fedele ad essa sottoposto, se non continuando ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini? 

 

Questo è il vero olocausto della volontà di cui parlano i mistici: saper essere obbedienti fino alla morte, e alla morte di croce, nell’obbedienza a Dio. Ma mai, per nessun motivo, poter nemmeno immaginare di obbedire cortigianamente a Superiori eretici e scismatici, per timore di infrangere «con atti di natura scismatica» l’apparente unità della loro chiesa.

 

Perché quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo. Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali.

 

Sul resto, in nome dell’unità ecumenica e sinodale, Leone ha esplicitamente detto che si può tranquillamente glissare, compreso il Filioque [8]. Ma sul Vaticano II no: esso è atto fondativo di una chiesa che nasce nel 1962 e che rivendica l’autorità della vera Chiesa, dal cui Magistero prende però le distanze e si oppone. 

 

Ci troviamo dunque dinanzi ad un’Autorità – l’autorità suprema – palesemente disobbediente a Cristo Capo del Corpo Mistico, ma che usurpando l’autorità di Cristo pretende di decidere in cosa il sottoposto debba esserle obbediente, disobbedendo ai comandi di Dio. 

 

Possiamo anche solo immaginare di poter riconoscere come legittima questa autorità e di doverle obbedienza, per non lacerare quell’unità che la Gerarchia ha già infranto con la propria disobbedienza a Dio? Dovremmo forse ratificare i suoi abusi, rendendoci complici dei traditori della Verità?

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

23 Settembre 2025
S.cti Lini Papæ et Martyris
S.ctæ Theclæ Virginis et Martyris

 

 

NOTE

1) Cfr. https://exsurgedomine.it/250917-trabucco-ita/

2) Cfr. https://www.aldomariavalli.it/2025/09/21/a-proposito-di-obbedienza-note-sulle-osservazioni-di-monsignor-vigano/

3) Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 2: Dio è la verità stessa – ipsa veritas –, e tutto ciò che è vero deriva da Lui, perché Egli è l’origine di ogni verità.

4) Lo ricorda anche il decreto del Sant’Uffizio del 20 Dicembre 1949 a condanna del movimento ecumenico: Questa unità non può essere raggiunta se non nel riconoscimento della verità cattolica.

5) Sant’Agostino, In Joannis Evangelium tractatus, 51, 8: L’obbedienza di Cristo non è una diminuzione della Sua divinità, ma un’espressione della Sua perfetta unione con il Padre, poiché la volontà del Figlio è una con quella del Padre.

6) Pio VI, Breve Super soliditate del 28 novembre 1786, a condanna del febronianesimo. Questa dottrina si inserisce nel contesto dell’Illuminismo e delle tensioni tra il potere temporale degli Stati e l’autorità della Chiesa Cattolica, promuovendo una visione che limitava il primato del Papa e rafforzava l’autonomia delle Chiese nazionali e dei Vescovi locali. Febronio (pseudonimo di Johann Nikolaus von Hontheim, Vescovo di Treviri) sosteneva che l’autorità del papa non fosse assoluta, ma derivasse dalla Chiesa universale, intesa come comunità dei fedeli e dei Vescovi. Il febronianesimo influenzò anche il Conciliabolo di Pistoia (1786), nel quale compaiono sostanzialmente identiche le medesime istanze ereticali che ritroveremo nel Vaticano II.

7) Cfr. https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/09/papa-leone-parla-con-elise-ann-allen-di.html

8) Cfr. https://youtube.com/watch?v=IkPJn2L9BBs&si=oGcPhGwR5nxQ6jva

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Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Spirito

Teologo vaticano sollecita «nuovi modi di essere» famiglia e Chiesa al vertice di Amoris Laetitia

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Il professor Vincenzo Rosito, vicedecano del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, ha invitato i partecipanti al Summit Amoris Laetitia in corso in questi giorni — che ha elogiato lo spirito decennale del documento di Papa Francesco del 2016 — a riflettere su ciò che è necessario per apprendere nuovi modi di «essere famiglia» ed «essere Chiesa». Lo riporta LifeSite.   Nel suo discorso dell’8 ottobre, Rosito ha lodato «lo spirito di Amoris Laetitia», che ha permesso alle coppie divorziate e «risposate» di ricevere l’Eucaristia in determinate circostanze, soprattutto per l’attenzione alle implicazioni dei «cambiamenti» all’interno della Chiesa e della famiglia. Il decano ha concluso chiedendo ai chierici e ai teologi presenti di riflettere su come possano «imparare e immaginare nuovi modi di essere famiglia e nuovi modi di essere Chiesa».   «Se dunque “il benessere della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa” (AL, 31), potremmo chiederci: di cosa abbiamo bisogno, tra le luci e le ombre di oggi, per imparare e immaginare nuovi modi di essere famiglia e nuovi modi di essere Chiesa?»   Nel suo intervento Rosito ha sottolineato che, nell’ultimo decennio, Amoris Laetitia ha insegnato alla Chiesa che non basta «elencare i principali cambiamenti che interessano la famiglia contemporanea», ma occorre anche «focalizzarsi sul rapporto tra la Chiesa e la famiglia». Potrebbe trattarsi di un riferimento all’aumento delle coppie divorziate e risposate negli ultimi decenni.

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Il teologo ha confrontato l’inizio di Amoris Laetitia con la prima riga del documento del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes, evidenziando la comune attenzione alla gioia della famiglia come gioia della Chiesa. Ha poi discusso della cura pastorale delle famiglie e di come la costruzione della famiglia si rapporti alla pratica dell’«essere Chiesa», senza distinguere tra una vera famiglia e quelle divorziate e «risposate».   «Le ansie e le speranze delle moltitudini sono “familiari” alla Chiesa; sono una risorsa per la Chiesa, la famiglia di Dio», ha affermato. «Ecco perché le pratiche di costruzione di una famiglia oggi sono rilevanti per le pratiche dell’essere Chiesa, la famiglia di Dio, oggi».   «Potremmo esprimere questa prospettiva anche attraverso il principio della cura pastorale: “Non può esserci annuncio del Vangelo di Dio senza assumersi la responsabilità di coloro ai quali è rivolto”», ha aggiunto. «Le famiglie, in quanto destinatarie del messaggio evangelico, hanno già vissuto una storia d’amore con Dio; il Vangelo è già all’opera in loro. La cura pastorale, quindi, è uno spazio in cui la Chiesa comprende ciò che Dio le dice attraverso le famiglie, affinché la Chiesa stessa possa meglio comprendere il Vangelo e il suo annuncio».   Rosito ha proseguito: «Sia la Chiesa che la famiglia, infatti, imparano attraverso le pratiche della vita quotidiana. Ad esempio, sia le chiese che le famiglie accolgono e accompagnano gli altri attraverso pratiche concrete – attraverso azioni abituali e condivise – mediante le quali invitiamo, riuniamo, celebriamo o commemoriamo».   Dalla sua pubblicazione dieci anni fa, Amoris Laetitia è stata criticata da diversi prelati e pensatori cattolici di spicco per la sua ambiguità e la confusione che ha generato.

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Pensiero

Papa Leone «medical dimension»

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«I medici mi hanno trovato un nodulo al polmone allo stato iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni»: è lo scioccante annuncio del papa ieri in piazza San Pietro.

 

Il portavoce vaticano Matteo Bruni aveva pronta la puntualizzazione: «L’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e il tempo previsto per il ricovero post-operatorio è di circa una settimana». Tutto al Gemelli, comme d’habitude. L’agenda resterebbe quasi del tutto invariata, compreso il viaggio apostolico nell’amato Perù (Paese di cui ha la cittadinanza) il prossimo novembre.

 

Non pare ci sia un’emergenza sanitaria preoccupante: Un nodulo polmonare (un’opacità circolare di diametro inferiore a 3 cm) è considerato pericoloso o sospetto di malignità principalmente quando presenta dimensioni superiori agli 8 mm, margini irregolari o «spinati», una crescita rapida nel tempo e si sviluppa in persone ad alto rischio. Il papa non ha dettagliato millimetricamente, tuttavia possiamo capire che l’emergenza non è assoluta.

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Tuttavia, non ci interessa qui il rilievo medico-chirurgico, ma la novità dell’annuncio fatto dal pontefice stesso.

 

Non riusciamo a trovare, andando indietro con la memoria, un caso in cui una diagnosi medica venga annunciata all’Angelus dal papa in persona.

 

Papa Francesco, grande novatore della materia, più volte ha parlato all’Angelus dei propri problemi di salute. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 ha detto che la bronchite gli rendeva faticoso leggere e ha fatto leggere il testo a un collaboratore. Nel 2021, dopo l’intervento al colon, ha recitato l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli e ha ringraziato per le preghiere. Durante il ricovero del 2025 l’Angelus è stato diffuso in forma scritta, con riferimenti alla sua condizione.

 

Giovanni Paolo II ha recitato più volte l’Angelus dall’ospedale Gemelli, ad esempio dopo l’intervento del 1992. Nel maggio 1981, dopo l’attentato, il Regina Caeli fu trasmesso in audio dal ricovero, e lì ebbe parole di perdono per l’attentatore Ali Agca. Negli ultimi anni mostrava apertamente la sua sofferenza, ma non risulta che abbia mai nominato il Parkinson dalla finestra.

 

Paolo VI e altri predecessori comunicavano di solito le malattie tramite la Sala Stampa vaticana o con messaggi, non con una dichiarazione all’Angelus (a parte quella volta che diede una smentita – cioè una notizia data due volte – riguardo l’accusa di omosessualità mossagli sui giornali a partire dalla rivelazione dello scrittore e diplomatico francese Roger Peyrefitte).

 

Insomma, l’annuncio diagnostico dettagliato in un momento sacro, per quanto sfiorato in precedenza, non ci pare fosse mai capitato: non è un’allusione alla malattia, qui Leone ha detto esattamente di cosa si tratta.

 

Il galateo non vieta in modo assoluto di parlare di salute, ma sconsiglia fortemente di farlo in determinati contesti—soprattutto a tavola o in occasioni formali—perché argomenti legati a malattie, dolori e disturbi fisici possono turbare l’appetito e la serenità altrui.

 

Secondo esperti ed accademici del Galateo, malattie, interventi chirurgici e problemi fisici sono considerati argomenti tabù. Se qualcuno vi chiede come state per pura cortesia, si risponde in modo breve e generico (ad esempio «Bene, grazie») senza dilungarsi sui propri acciacchi. È per questo che ricordo con un certo disagio quando un conoscente, noto per la sua lagneria, un giorno al mio «ciao» mentre gli offrivo la mano mi rispose «Vobevto ho il cancvo». Il cancro non provocava la erre moscia, che era diacronica, ma era probabilmente riferito a qualcosina di non terrificante alla prostata (credo).

 

Ad ogni modo, c’è da sapere che la questione della pubblicità della propria condizione medica è talmente codificata che il galateo moderno ritiene poco educato dire «Salute!» quando qualcuno starnutisce. Tale gesto, anziché essere gentile, richiama l’attenzione su un fatto intimo o involontario, mettendo in imbarazzo chi lo ha emesso; la regola vuole che si faccia finta di nulla. (Parentesi: non si dice nemmeno «buon appetito», espressione amatissima da papa Francesco, perché in origine era rivolta da Lorenzo il Magnifico ai servi che potevano da quel momento consumare gli avanzi dei luculliani pranzi strategici del signore di Firenze)

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Per i protocolli di bon-ton parlare di cure mediche, diete restrittive o terapie prolungate con persone poco conosciute risulta noioso, invadente e privo di eleganza. È preferibile riservare questi argomenti a rapporti di profonda confidenza.

 

Non possiamo dire che il papa, re di uno Stato millenario, possa sottrarsi ai protocolli. Non solo per questioni d’uso diplomatico, ma per la mistica stessa del corpo del papa. Ricordiamo come, fino a Giovanni XXIII che chiese la fine dell’espressione, L’Osservatore Romano scriveva sistematicamente, quando si doveva virgolettare il papa, «come abbiamo appreso dalle auguste labbra» del Santo Padre. Lo stesso Paolo VI, nell’epica smentita in piazza San Pietro riguardo le accuse di avere un amante attore milanese, parlò di «ingiuria alla Nostra augusta persona».

 

La persona del Santo Padre era «augusta», come le sue labbra, le parti del suo corpo – che è appunto, il corpo di un Santo Padre. Questo è il motivo, mi spiegavano quando ancora piccino mi ponevo domande sulla morte improvvisa di papa Luciani, per cui un’autopsia nemmeno lontanamente era pensabile, un vero spasso per qualsiasi cospiratore, americano, vaticano, massone che fosse.

 

Eccoci quindi precipitati nel Kali Yuga in cui il papa dettaglia con minuzia i suoi problemi medici. Qualcuno può dire che è un effetto della sinodalità, cioè, in soldoni, della democratizzazione della chiesa: il re si rivolge ai sudditi come ai suoi confidenti, il padre parla ai figli come fossero suoi amici, il discorso sacro diviene una chiacchiera al bar, con tutte le sue sfumature di realtà ed amarezza.

 

In realtà, un altro pensiero si fa avanti. È quello del vaticano invaso da spin doctor oramai indistinguibili da sceneggiatori televisivi, quello del papato come fiction.

 

È quanto profeticamente suggeriva, oramai una decade fa o più, il leggendario padre Florestano Pizzarro, personaggio creato dal genio di Corrado Guzzanti, probabilmente inconsapevole di quanto stesse, in realtà, non tratteggiando una caricatura, ma descrivendo la situazione iperrealisticamente.

 

 

Padre Pizzarro è molto ricco nel suo discorso sullo showbusiness papale: non solo c’è il rischio che l’attenzione degli spettatori sia dirottata altrove – con l’idea che padre Georg Gänswein, ora vescovo, potesse essere «rubato» dal Trono di spade –, ma evvi anche la necessità di creare colpi di scena, di utilizzare inventi narratologici per mantenere alto l’intrattenimento, l’engagement, del popolo consumatore dello spettacolo vaticano.

 

È così. A questo punto bisogna considerare quanto all’audience (sì, dall’udienza all’audience) piacciano le serie TV di carattere medico. C’è da ricordare il successo, anni fa, del Dottor House, che era in pratica uno Sherlock Holmes claudicante ed infinitamente antipatico – cioè esponente di quel teatro della crudeltà che, come con i talent show culinari, oramai ha conquistato il gusto pubblico rendendolo sadico – che operava forsennatamente in ambito nosocomiale.

 

La passione della gente per le fiction mediche era resa con parodia irresistibile nella stupenda, insuperata serie comica Boris, basata sulle avventure di una sgangherata troupe alle prese con la produzione della serie Gli occhi del cuore, ambientata tra dottori e pazienti di una clinica. Gli stessi personaggi venivano poi spinti a raddoppiare lo sforzo realizzando un’ulteriore inguardabile serie ospedaliera, chiamata, proprio per non lasciare dubbi, Medical Dimension.

 

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Nella storia di Boris, Medical Dimension era progettata come una serie avveniristica, dove finalmente regista e sceneggiatori potevano osare con colpi di scena drammatici, morti e feriti, salvataggi – tutto basato sui fatti sanitari dei personaggi. Il problema è che, alla fine, si scopre che la rete nemmeno vuole mettere in onda la serie, gli invisibili despoti (politici, burocratici) a capo della televisione italiana l’hanno commissionata solo per dimostrare che una televisione di qualità non era possibile, che il popolo doveva continuare a sorbirsi prodotti scadenti, senza possibilità di avanzamento.

 

Ora, sembra proprio che, galateo a parte, il papato si dirige verso Medical Dimension. Se il papato ora, per eterogenesi dei fini, finisca fuori dagli schermi, sepolto dal grottesco, dal materiale, dal laido non lo sappiamo.

 

Ma gli spin dottori papali ce la stanno mettendo tutta. Il lettore di Renovatio 21 sa che il dubbio se stiano facendo apposta ce lo abbiamo davvero, e da anni.

 

La nostra fortuna è che, come annunziato da Nostro Signore, non prevalebunt. No, non prevarranno: nemmeno gli orrendi sceneggiatori invertiti della chiesa conciliare.

 

Roberto Dal Bosco

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 Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

 

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Spirito

Leone promuove il cardinale sino-filippino progressista Tagle

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Papa Leone XIV ha approvato la nomina del cardinale Luis Antonio Tagle, noto per le sue posizioni radicalmente a favore della comunità LGBT, a decano del Collegio cardinalizio. Lo riporta LifeSite.   L’elezione di Tagle, soprannominato il «papa Francesco delle Filippine», è stata annunciata venerdì dalla stampa vaticana. Succede al cardinale Giovanni Battista Re alla presidenza del Collegio cardinalizio.   In qualità di decano del Collegio, supervisionerà le riunioni dei cardinali e contribuirà a coordinare qualsiasi transizione papale durante la sua vita.   Tagle viene paragonato a papa Francesco in parte a causa del suo percorso eterodosso. Ha partecipato al rito della Pachamama nei Giardini Vaticani nel 2019, ha promosso una «Chiesa sinodale» e ha suggerito che le coppie adultere possano ricevere la Santa Comunione, negando al contempo che esista una «formula per tutti» nel sostenere il divieto della Chiesa di emettere la Santa Comunione per i divorziati risposati.   Il cardinale si è inoltre discostato dall’insegnamento della Chiesa in materia di sessualità. Nel 2017, sotto la sua guida, è stato prodotto un video che promuoveva l’omosessualità e il transessualismo.

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Nel 2015, nel contesto del Sinodo straordinario sulla famiglia, il cardinale ha suggerito che la posizione «dura» e «severa» adottata dal clero cattolico nei confronti degli omosessuali e dei cattolici divorziati che si sono «risposati» ha causato danni e che la Chiesa deve adattarsi a una «mentalità contemporanea».   «Dobbiamo ammettere che tutta questa spiritualità, questa crescita nella misericordia e la messa in pratica della virtù della misericordia è qualcosa che dobbiamo imparare e riapprendere continuamente», ha affermato in un’intervista al giornale britannico Daily Telegraph nel marzo 2015.   Il cardinale filippino suggerito che la contraccezione possa essere consentita in certi casi, affermando: «I casi particolari devono essere affrontati individualmente e portati ai confessori, i quali devono avere un cuore compassionevole e comprensivo nel valutare le singole situazioni e i singoli casi. In questo modo è riuscito a coniugare la fedeltà all’insegnamento con la consapevolezza dell’unicità di ogni singolo caso».   Nel 2022 Tagle, che è di madre cinese, ha difeso l’accordo tra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese, minimizzando la persecuzione dei cristiani in Cina e il continuo rifiuto del Vaticano di riconoscere la difficile situazione dei cattolici nella regione, affermando che l’accordo sulle nomine episcopali era necessario per garantire la successione apostolica e che i cattolici cinesi erano grati a Roma per aver concesso ai comunisti il potere di nominare i propri parroci.   «Con l’accordo [sino-vaticano] si cerca di garantire che i vescovi cattolici cinesi possano esercitare il loro compito episcopale in piena comunione con il Papa», ha affermato il cardinale Tagle, aggiungendo che «la ragione di tutto ciò è salvaguardare la valida successione apostolica e la natura sacramentale della Chiesa cattolica in Cina. E questo può rassicurare, confortare e rinvigorire i cattolici battezzati in Cina».  

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Immagine di Ramon FVelasquez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
 
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