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Mons. Viganò parla della chiesa ridotta a simulacro con un unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. La prima parte è stata pubblicata qui pochi giorni fa.

 

 

NON SEQUITUR

Ulteriori precisazioni in risposta alla replica del Prof. Daniele Trabucco

 

 

Non posso che condividere quasi tutto ciò che il prof. Trabucco ha argomentato in risposta al mio commento (1). Sul blog di Duc in Altum egli scrive infatti (2):

 

«Un santo che obbedisce a un provvedimento disciplinare ingiusto ma non contrario alla fede (come nel caso di Padre Pio) compie un atto di eroica abnegazione, perché riconosce che anche nella durezza e nell’iniquità il comando non rompe il legame con il deposito rivelato. Diversa è, invece, la situazione in cui un’autorità ecclesiastica comanda ciò che contraddice la fede: in quel caso l’ordine non è più autenticamente disciplinare, ma si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità. Qui il rifiuto non è ribellione, ma fedeltà»

 

Dato come valido questo principio – che faccio mio sine glossa – mi trovo però in difficoltà ad accettare come valida l’eccezione che Trabucco aggiunge subito dopo:

 

«Tuttavia (…) tale rifiuto non può mai tradursi in atti di natura scismatica, né in atteggiamenti che producano pubblico scandalo. Perché se è vero che disciplina e fede si completano, è altrettanto vero che la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico. Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale». 

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È vero che «la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico». Ma l’unità che si ottiene mediante l’obbedienza è l’effetto e non la causa della professione della medesima Fede: si è uniti nella Chiesa sotto l’autorità del Romano Pontefice perché si crede la stessa dottrina, non l’inverso. Ed è questo l’errore che inficia l’argomentazione del prof. Trabucco sull’obbedienza.

 

Il rifiuto di obbedire a un’autorità ecclesiastica, quando essa comanda ciò che contraddice la Fede, non può costituire un attentato all’unità, perché è l’ordine illegittimo del Superiore ad essere di natura scismatica e di scandalo, non la disobbedienza del suddito fedele a Dio.

 

Se il rifiuto di obbedire a un’autorità o a un ordine illegittimi «non è ribellione, ma fedeltà»; se la Regula Fidei è il principio supremo che trova la propria ragione nella Verità coessenziale e consustanziale a Dio (3); se l’obbedienza stessa, come virtù morale, è ordinata al bene e quindi al Vero, perché Fede e disciplina, come afferma il prof. Trabucco, «pur diverse nell’oggetto, sono unite nel fine: la gloria di Dio e la salvezza delle anime»; come può il Professore affermare: «Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale»? Posto un principio assoluto, com’è possibile derogarvi con un’eccezione che rende assoluta l’unità nell’obbedienza e relativa ad essa la Verità? 

 

È vero il contrario: non si può difendere la comunione ecclesiale a prezzo di lacerare la Verità della Fede, perché è l’obbedienza ad essere ordinata alla Fede, e non viceversa (4).

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Aggiungo che chi contraddice, adultera o tace la Fede è il primo a dare scandalo, specialmente se si trova nella posizione di forza coercitiva di un Superiore ecclesiastico rispetto a un sacerdote o a un religioso; e che è dovere di ogni battezzato difendere e proclamare la sana dottrina e denunciare chi, costituito in autorità, ne abusa con gravissimo scandalo dei semplici, i quali giustamente sono abituati ad obbedire – istintivamente direi quasi – all’autorità della Gerarchia e considerano il suo traviamento come impensabile, in condizioni normali.

 

Ciò vale specialmente per il sacerdote sottoposto alla giurisdizione dei suoi Superiori e alle sanzioni che essi possono comminargli: la disobbedienza doverosa ad un ordine abusivo e illecito comporta sanzioni canoniche per chiunque doverosamente resista, come auspicato da Trabucco. È questo lo scandalo: non il denunciare la corruzione dell’Autorità ecclesiastica. Così come è uno scandalo che eretici, scismatici, corrotti e fornicatori notori non siano perseguiti ma anzi incoraggiati, mentre viene dichiarato scismatico e scomunicato chiunque denuncia la crisi, ne indica le cause e i responsabili, i quali da sessant’anni detengono fraudolentemente il potere e ne possono abusare a piacimento.

 

La Comunione dei Santi – che è archetipo e modello della comunione ecclesiale – è fondata in Dio, che è Verità, non obbedienza. Dio non è obbediente, perché ciò presupporrebbe un’autorità a Lui superiore. L’obbedienza del Figlio – factus obœdiens usque ad mortem (Fil 2, 8) – è unità di volontà (idem velle) tra le Tre Divine Persone, senza un interno rapporto gerarchico tra Loro (5).

 

Al tempo stesso, Dio è il destinatario principale di ogni obbedienza, perché obbedendo ai Superiori cui Egli ha concesso autorità, noi obbediamo comunque a Dio. Ma non può esistere obbedienza, se il Superiore che chiede di essere obbedito non riconosce a sua volta l’autorità di Dio sopra di sé. Quell’obbedienza accetterebbe la premessa, anche solo teorica, di poter disobbedire a Dio per obbedire agli uomini, contravvenendo il precetto di San Pietro (At 5, 29) e rendendo l’autorità terrena autoreferenziale e quindi potenzialmente tirannica.

 

In questo, il concetto di sinodalità si mostra come assolutamente eversivo dell’ordine voluto da Dio, in quanto manomette la struttura monarchica della Chiesa – sul modello di Cristo Re e Pontefice che ne è Capo – facendo risiedere la sovranità nel popolo (anche se in realtà il potere, come nelle repubbliche civili, è nelle mani di un’élite) e affermando «che Cristo abbia voluto che la Sua Chiesa fosse governata nel modo di una repubblica» (6).

 

Solo la sottomissione universale a un Dio verace e buono rende l’obbedienza mezzo sicuro di santità per chi obbedisce ai Superiori. Ed è per questo che abbiamo la ragione e il sensus Fidei: per discernere quando l’obbedienza è un atto virtuoso e quando invece «si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità». 

 

Se il prof. Trabucco riconosce la possibilità che vi siano Superiori ecclesiastici che impartono ordini contrari alla Fede o alla Morale (una possibilità peraltro confermata da quotidiani abusi dell’autorità contro i Cattolici tradizionali e da altrettanto quotidiane tolleranze verso scandali inauditi), egli deve anche ammettere da parte del sottoposto la possibilità che questi respinga gli ordini illegittimi del Superiore. La scala gerarchica della Chiesa consente di adire un’Autorità superiore quando ci si trova in conflitto con un’altra autorità a questa sottoposta.

 

Ma se i vertici della scala gerarchica – in questo caso, il Romano Pontefice e i Dicasteri Romani – sono essi stessi coinvolti in un generale sovvertimento della Fede (ad iniziare dalla recente dichiarazione di Leone secondo cui « «dobbiamo cambiare gli atteggiamenti» prima di poter cambiare la dottrina) (7) è evidente che il ricorso gerarchico è impraticabile e che nessuna autorità terrena può porre rimedio alla disobbedienza dei Superiori.

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In sostanza: nell’evidente disobbedienza generale dell’Autorità a tutti i livelli, come può rimanere obbediente un sacerdote o un semplice fedele ad essa sottoposto, se non continuando ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini? 

 

Questo è il vero olocausto della volontà di cui parlano i mistici: saper essere obbedienti fino alla morte, e alla morte di croce, nell’obbedienza a Dio. Ma mai, per nessun motivo, poter nemmeno immaginare di obbedire cortigianamente a Superiori eretici e scismatici, per timore di infrangere «con atti di natura scismatica» l’apparente unità della loro chiesa.

 

Perché quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo. Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali.

 

Sul resto, in nome dell’unità ecumenica e sinodale, Leone ha esplicitamente detto che si può tranquillamente glissare, compreso il Filioque [8]. Ma sul Vaticano II no: esso è atto fondativo di una chiesa che nasce nel 1962 e che rivendica l’autorità della vera Chiesa, dal cui Magistero prende però le distanze e si oppone. 

 

Ci troviamo dunque dinanzi ad un’Autorità – l’autorità suprema – palesemente disobbediente a Cristo Capo del Corpo Mistico, ma che usurpando l’autorità di Cristo pretende di decidere in cosa il sottoposto debba esserle obbediente, disobbedendo ai comandi di Dio. 

 

Possiamo anche solo immaginare di poter riconoscere come legittima questa autorità e di doverle obbedienza, per non lacerare quell’unità che la Gerarchia ha già infranto con la propria disobbedienza a Dio? Dovremmo forse ratificare i suoi abusi, rendendoci complici dei traditori della Verità?

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

23 Settembre 2025
S.cti Lini Papæ et Martyris
S.ctæ Theclæ Virginis et Martyris

 

 

NOTE

1) Cfr. https://exsurgedomine.it/250917-trabucco-ita/

2) Cfr. https://www.aldomariavalli.it/2025/09/21/a-proposito-di-obbedienza-note-sulle-osservazioni-di-monsignor-vigano/

3) Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 2: Dio è la verità stessa – ipsa veritas –, e tutto ciò che è vero deriva da Lui, perché Egli è l’origine di ogni verità.

4) Lo ricorda anche il decreto del Sant’Uffizio del 20 Dicembre 1949 a condanna del movimento ecumenico: Questa unità non può essere raggiunta se non nel riconoscimento della verità cattolica.

5) Sant’Agostino, In Joannis Evangelium tractatus, 51, 8: L’obbedienza di Cristo non è una diminuzione della Sua divinità, ma un’espressione della Sua perfetta unione con il Padre, poiché la volontà del Figlio è una con quella del Padre.

6) Pio VI, Breve Super soliditate del 28 novembre 1786, a condanna del febronianesimo. Questa dottrina si inserisce nel contesto dell’Illuminismo e delle tensioni tra il potere temporale degli Stati e l’autorità della Chiesa Cattolica, promuovendo una visione che limitava il primato del Papa e rafforzava l’autonomia delle Chiese nazionali e dei Vescovi locali. Febronio (pseudonimo di Johann Nikolaus von Hontheim, Vescovo di Treviri) sosteneva che l’autorità del papa non fosse assoluta, ma derivasse dalla Chiesa universale, intesa come comunità dei fedeli e dei Vescovi. Il febronianesimo influenzò anche il Conciliabolo di Pistoia (1786), nel quale compaiono sostanzialmente identiche le medesime istanze ereticali che ritroveremo nel Vaticano II.

7) Cfr. https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/09/papa-leone-parla-con-elise-ann-allen-di.html

8) Cfr. https://youtube.com/watch?v=IkPJn2L9BBs&si=oGcPhGwR5nxQ6jva

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Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Gender

Rapporto del Sinodo suggerisce che le relazioni omosessuali non sono peccato

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Un rapporto della Segreteria Generale del Sinodo del Vaticano, pubblicato martedì, propone una ridefinizione dell’omosessualità, avallando senza riserve la testimonianza secondo cui «il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» ma nella «mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».   Il Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità, incaricato dal Vaticano, ha reso pubblica il 5 maggio la sua Relazione Finale, intitolata «Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». Sotto il titolo «Adottare un approccio sinodale al discernimento: una proposta per l’attuazione nelle Chiese locali», il documento di 32 pagine si basa sulle testimonianze dell’«esperienza vissuta» di due persone con attrazione per lo stesso sesso per «favorire la promozione del discernimento pastorale».

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Inquadrando le due testimonianze come «esperienze di bontà» che costituiscono «fasi successive di sviluppo negli individui coinvolti», il documento rileva la presunta «scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» a seguito dei presunti «effetti devastanti delle terapie riparative volte a recuperare l’eterosessualità».   Il documento prende di mira in particolare Courage, un gruppo cattolico nato per sostenere le persone con attrazione per lo stesso sesso che desiderano vivere in castità e in conformità con l’insegnamento della Chiesa. Citando una testimonianza che descrive «membri problematici» del gruppo, il rapporto definisce l’approccio di Courage come «terapia riparativa» e lo condanna per avere «l’effetto di separare la fede dalla sessualità».   Più avanti nel testo, il Gruppo di Studio 9 presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle «relazioni» tra persone dello stesso sesso e afferma che le soluzioni a questi interrogativi «non possono essere anticipate con formule prestabilite». Sotto il titolo «Possibili percorsi e interrogativi per il discernimento sinodale», il gruppo suggerisce che, «ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa», è «necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di ‘matrimonio’ in relazione a persone con attrazioni omosessuali».   Lasciando la questione aperta, il documento si chiede se le «relazioni» omosessuali possano essere considerate equivalenti «all’unione coniugale eterosessuale», nonostante «l’evidente impossibilità della procreazione».   «Di conseguenza, dobbiamo chiederci come la comunità cristiana sia chiamata a interpretare e ad affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nell’ambito della vita familiare, ecclesiale e sociale, in relazione alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso», afferma il documento.   Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha affermato che il rapporto «offre strumenti concreti per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità: ascoltare le parti interessate, interpretare la realtà e mettere a confronto diverse forme di conoscenza».   «È il metodo sinodale applicato alle situazioni più complesse», ha affermato Grech. A prescindere dal rapporto, la Chiesa cattolica insegna che l’attività omosessuale è un peccato mortale e che le inclinazioni omosessuali sono «oggettivamente disordinate».   Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma al numero 2357: «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

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«Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» continua il CC al numero 2358.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa emerse che un certo numero di cardinali e altri membri del Sinodo sulla sinodalità avevano partecipato a un evento pro-LGBT ospitato dal gesuita padre James Martin, e dal suo gruppo Outreach a Roma.   Nel 2022 un sito web del Sinodo sulla sinodalità, legato al Segretariato generale del Sinodo dei vescovi, lo scorso venerdì ha descritto come lodevoli tre storie di adozione LGBT.   Il compianto cardinale australiano George Pell, morto nel 2023 dopo un intervento chirurgico, in un memorandum firmato con pseudonimo aveva descritto il Sinodo come «incubo tossico».

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Il nunzio apostolico in Polonia conferisce la Cresima tradizionale a 50 fedeli

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Il nunzio apostolico in Polonia ha amministrato sabato il sacramento della Confermazione secondo il rito tradizionale, diventando uno dei pochi vescovi al mondo a impartire questo sacramento nella forma più antica. Lo riporta LifeSite.

 

L’arcivescovo Antonio Guido Filipazzi ha cresimato 50 fedeli nella chiesa camaldolese, parrocchia di Varsavia, come riferito lunedì da Rorate Caeli. Ha presenziato anche alla celebrazione della Messa tradizionale in latino.

 

Una celebrazione del genere del rito tradizionale della Cresima rappresenta ormai un evento raro nella chiesa conciliare. Dopo che papa Francesco ha introdotto severe restrizioni alla Messa della tradizione con il motu proprio Traditionis Custodes, il Vaticano ha pubblicato una Responsa nel dicembre 2021 che limita ulteriormente l’uso dei sacramenti tradizionali.

 

 

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Il documento escludeva espressamente la possibilità per i vescovi di autorizzare l’uso del Pontificale Romanum, che contiene i riti della Confermazione e dell’Ordinazione sacra. Tuttavia, in seguito sono emersi casi in cui alcuni vescovi hanno concesso a comunità come la Fraternità San pietro (FSSP) il permesso di amministrare le cresime secondo il rito tradizionale.

 

La Responsa vaticana del 2021 ha inoltre stabilito che i vescovi diocesani possono autorizzare solo gli altri sacramenti tradizionali presenti nel Rituale Romano, e che tale autorizzazione deve essere concessa esclusivamente nelle «parrocchie personali canonicamente erette», come quelle dell’Istituto di Cristo Re, della FSSP o dell’Istituto del Buon Pastore.

 

La FSSPX procede in tranquillità alle cresime tradizionali dei fedeli con i suoi vescovi. Solo sabato scorso a Padernello (provincia di Treviso), monsignor Bernardo Fellay ha cresimato almeno 60 fedeli in una chiesa gremita al punto che molte persone hanno dovuto seguire la cerimonia dalla piazza.

 

La chiesa, dapprima concessa alla FSSPX come accaduto per le cresime dell’anno scorso, ad un certo punto era stata negata dal vescovo, che poi però è ritornato sui suoi passi.

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La biografa di papa Leone afferma che il pontefice sta ancora valutando la decisione sulla messa in latino

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Elise Ann Allen, autrice della biografia di papa Leone XIV, durante una conferenza tenutasi la settimana scorsa sera al St. Vincent College in Pennsylvania, ha dichiarato che, sebbene il 267° pontefice non abbia ancora deciso sul futuro della Messa in rito antico, si prenderà il tempo necessario per prendere una decisione che promuova l’unità nella Chiesa. Lo riporta LifeSiteNews.   La Allen, corrispondente di Crux che conosce il Prevost dal 2018 ed è stata la prima giornalista a ottenere un’intervista con lui lo scorso anno, ha dichiarato a LSN che il pontefice non ha ancora preso una decisione sul futuro della Messa tridentina e che in precedenza le aveva detto di essere nella «fase di ascolto», non volendo affrettare la sua decisione su una questione così importante, sottolineando che Leone, da lei descritto come una persona che non si inserisce facilmente in nessuna categoria ideologica, è aperto a diverse prospettive sulla Messa Tridentina e desidera giungere a una soluzione che promuova l’unità all’interno della Chiesa.   «Leone è il classico “uomo di centro”», ha detto Allen a LifeSite. «È una persona che, per la sua personalità e per la sua esperienza di vita, non si adatta facilmente alle nostre categorie tradizionali di sinistra, destra, o quando pensiamo a… progressista o tradizionalista, non rientra in queste categorie perché ha un background così variegato».

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«Quindi, quando lo osserviamo, penso sia difficile inquadrarlo e definirlo da quella prospettiva», ha aggiunto. «E penso che, se consideriamo ciò che intende fare, sia un uomo di grande equilibrio, un uomo che cerca l’unità al di sopra di ogni altra cosa».   Riguardo a ciò che papa Leone potrebbe fare in merito alle attuali restrizioni sulla Messa in latino imposte dal motu proprio Traditionis Custodes di papa Francesco del 2021, Allen ha sottolineato di non saperlo ancora e che continuerà ad ascoltare diverse prospettive.   «In questo momento, è nella fase di ascolto. Questo è ciò che mi ha detto», ha affermato. «Papa Leone è molto chiaro sul fatto di non voler fare le cose in fretta. Capisce che si tratta di una questione controversa; capisce che le persone hanno sentimenti molto forti al riguardo».   In effetti, come notato da e riportato da InfoVaticana, dall’agosto 2025 Papa Leone ha tenuto circa un’udienza al mese con i sostenitori della Messa tridentina, tra cui il vescovo Athanasius Schneider e i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah. Queste udienze potrebbero indicare che il pontefice sta cercando una soluzione favorevole alla divisione liturgica nella Chiesa latina.   La Allen ha osservato che, sebbene il pontefice americano non abbia problemi con il fatto che alcuni fedeli siano più attratti dalla Messa in latino rispetto al Novus Ordo Missae, è preoccupato che l’«ideologia» si stia insinuando in questo dibattito liturgico.   Qui, la Allen si riferisce probabilmente ai fedeli che partecipano alla Messa in latino e non accettano il Concilio Vaticano II o negano che Leone sia il pontefice legittimo.   A marzo, Leone XIII ha avuto un’udienza con i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney, due eminenti sociologi che hanno pubblicato uno studio in cui si dimostra che la stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano alla Messa in latino accetta la dottrina cattolica e il Concilio Vaticano II. Forse questo incontro ha alleviato alcune delle preoccupazioni del Santo Padre riguardo all’«ideologia» dei fedeli devoti alla Messa in latino.   Allen ha inoltre sottolineato che, in definitiva, papa Leone adotterà un proprio approccio alla Messa Tridentina, diverso da quello del suo predecessore Papa Francesco, o dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI prima di lui, e si prenderà il tempo necessario per prendere decisioni che promuovano l’unità tra i fedeli e non un’ulteriore polarizzazione.   «Troverà la sua strada, ma… la via da seguire per lui sarà quella che porterà unità e non divisione», ha affermato. «(Leone) cercherà di capire come possiamo andare avanti in un modo che porti maggiore unità nella Chiesa e non sia fonte di ulteriore polarizzazione e divisione».   «Ci vorrà del tempo per capirlo, quindi penso che lui lo comprenda e vedremo cosa farà in futuro. Ma al momento, è stato descritto come un ottimo ascoltatore, ed è quello che sta facendo», ha aggiunto.   Durante il suo primo anno di pontificato, papa Leone ha inviato segnali contrastanti sulla possibilità di allentare le restrizioni della Traditionis Custodes.   Da un lato, Leone XIII ha permesso al cardinale Burke di celebrare una Messa in latino all’interno della Basilica di San Pietro per il pellegrinaggio Summorum Pontificum del 2025 lo scorso autunno, dopo che il Vaticano di Papa Francesco aveva vietato la celebrazione di Messe all’interno della basilica per i pellegrinaggi del 2023 e del 2024.   Il Vaticano di Leone XIII ha inoltre concesso due proroghe biennali per le Messe in latino nella diocesi di Cleveland e in una parrocchia del Texas, prima della loro soppressione ai sensi della Traditionis Custodes.   Il pontefice ha inoltre ripetutamente auspicato un rinnovato rispetto liturgico e ha riferito al vescovo Schneider di aver incontrato, durante un’udienza privata a dicembre, alcuni giovani che si sono convertiti alla fede grazie alla partecipazione alla Messa in latino.   D’altro canto, sotto il pontificato di Leone, diversi vescovi, come il vescovo Michael Martin a Charlotte, nella Carolina del Nord, e il vescovo Mark Beckman a Knoxville, nel Tennessee, hanno potuto imporre ampie restrizioni alla Messa tridentina. Martin ha addirittura vietato l’uso di balaustre e inginocchiatoi per la ricezione della Santa Comunione.

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Il Dicastero per il Culto Divino di papa Leone ha annunciato questa settimana di aver avviato un esame di un ricorso contro Martin per il suo «apparente rifiuto» di rispondere a «richieste riguardanti questioni liturgiche».   Il pontefice ha inoltre confermato il cardinale Arthur Roche come prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, figura centrale nell’attuazione della Traditionis Custodes. Durante il concistoro straordinario di gennaio, il Roche ha distribuito ai cardinali un documento che ribadiva le restrizioni, sostenendo che la Messa Novus Ordo è l’unica espressione del rito romano.   Il Vaticano di Leone XIII si è mostrato ostile anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) dopo l’annuncio, avvenuto a luglio, dell’intenzione di consacrare nuovi vescovi. All’inizio di questa settimana, la giornalista vaticana Diane Montagna ha riferito che il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), avrebbe già preparato un ordine di scomunica per la Fraternità qualora questa procedesse con le consacrazioni.

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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