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Don Giussani, errori ed misteri di Comunione e Liberazione. Una vecchia intervista con Don Ennio Innocenti

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A pochi giorni dalla chiusura del Meeting di Comunione e Liberazione, evento di potere sempre più grottesco e, dal nostro occhio cristiano, incomprensibile, Renovatio 21 ripubblica l’intervista che nel 2019 Don Ennio Innocenti (1932-2021) diede al direttore Roberto Dal Bosco in merito alla figura del fondatore di Comunione e Liberazione Don Luigi Giussani. Don Ennio era un sacerdote unico, che avuto una vita avventurosa, tra l’aver vissuto in prima persona drammatici massacri di fine guerra e l’aver sfiorato intrighi vaticani e internazionali. I suoi studi sono di enorme importanza, soprattutto per quanto riguarda il tema della gnosi, su cui si è cimentato a lungo, uscendo con un testo in due volume di densità senza pari, La gnosi spuria, oramai introvabile. Sì è spento durante la pandemia, ma per un male che lo aveva colpito prima. Renovatio 21 ha avviato da tempo gli sforzi per ripubblicare alcune opere di Don Ennio, ma la questione dell’acquisizione dei diritti parrebbe più complicata del previsto. Il suo calore umano, il suo acume di studioso, la sua saggezza di anziano prete buono ci mancano moltissimo.

 

Incontro don Ennio Innocenti nel suo appartamento romano, all’ultimo piano di un palazzone da cui vedo la ferrovia di Roma Ostiense e il verde di Villa Osio. Con don Ennio, con cui ci conosciamo da molto tempo, ho già pubblicato due libri e un altro è in preparazione.

 

«Luigi si sedeva dove sei seduto tu ora» dice sorridendomi. «Luigi» è Luigi Calabresi, che don Ennio conobbe bene quando entrambi erano nel Movimento Oasi. Ora don Innocenti promuove la causa di beatificazione del Commissario. «Era un eroe, era ispirato da uno spirito cattolico tradizionale davvero autentico». Tuttavia non siamo qui per parlare di Calabresi, ma di un suo saggio pubblicato diversi decenni fa, e poi riproposto ora nel suo opus magnus, La gnosi spuria.

 

Don Ennio, rara avis nel panorama di studi religiosi italiani, è il solo ad aver trattato senza timidezze il tema di Comunione e Liberazione e del suo fondatore, don Luigi Giussani. «Qualcosa di buono lo hanno pure fatto» dice. «CL fu l’unica realtà del cattolicesimo italiano contemporaneo a proporre Calabresi come modello di comportamento».

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Nel tuo saggio ricordavi dei rapporti tra CL e l’establishment ecclesiastico.

Tendiamo a dimenticarci quanto CL, pur diventata potente ecclesialmente, economicamente, politicamente fosse vista con sospetto dai vescovi italiani, anche perché gli stessi seminaristi ciellini, spesso arrivati alla vocazione piuttosto adulti, creavano scompiglio nei seminari. I vescovi dicevano: aspettiamo a giudicare, ci vuole tempo. In realtà, basta leggere il pensiero di Giussani per capire come il movimento sia profondamente e gravemente inquinato da errori e idee ingiuste.

 

Don Ennio, chi era davvero don Giussani?

Mi colpisce che, professore di teologia al Seminario Maggiore di Venegono, abbia preferito insegnare religione al liceo Berchet. Qui organizza un nuovo ramo dell’Azione Cattolica e gli dà nome Gioventù Studentesca, quella che tutti chiamano GS, e giessini i suoi giovani membri. L’esperienza, dice lui, fu un totale fallimento. GS si rivelò ben presto come un realtà filomarxista.

 

Perché finì GS?

Forse perché non gli giovò l’insegnamento serale alla Facoltà di Economia e Commercio della Cattolica – dove teneva lezioni di morale. Di certo è riportato che era entrato in dissidio anche con i suoi stessi seguaci. Molti infatti andarono a ingrossare le fila del militantismo marxista, alcuni perfino a livello extraparlamentare.

 

E la CL propriamente detta come nasce?

Nasce lì, proprio nel ‘68. C’erano i moti studenteschi, e di fatto Giussani dice che il gruppo nato all’Università del Sacro Cuore «si ritrovò in piena sintonia con le forze che stavano egemonizzando il movimento degli studenti».

 

Vuoi dire che il marxismo può essere considerato un ingrediente costitutivo di CL?

Giussani aveva coscienza di avere anticipato le lotte del ‘68, e includerà Gramsci e Lukacs nel panthéon dei pensatori nutritivi per il Movimento. Nel libro intervista con Robi Ronza ammette anche, tra corti di attenuazioni fumogene, di non volere essere contro il marxismo, per «valorizzarne gli aspetti giusti e accettabili», mentre la sentenza pontificia lo qualificava come «intrinsecamente perverso».

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Questa composizione genetica marxista del movimento, mai in realtà discussa (anche se sappiamo che Formigoni alla Cattolica si è laureato proprio con una tesi su Marx) può essere indizio di certo materialismo che traspare in CL?

Posso ricordare che l’ISTRA, Istituto Superiore di Cultura legato a CL, ha studiato con impegno la «possibile appropriazione del concetto di materialismo». Il bello è che Giussani ha la sfrontatezza di dirsi tomista. Una assurdità, che dà la misura di chi Giussani, a dispetto della realtà, credeva di essere. Ma, purtroppo, era dal tempo di Leone XIII che si tentava deliberatamente la contraffazione del tomismo.

 

E da un punto di vista religioso, quale idee aveva la prima CL quindi?

Giussani dice di voler «entrare al più presto in dialogo con le grandi culture dell’Asia e dell’Estremo Oriente». Riesce ad espandere la sua rete tra gli studenti in Italia, in Svizzera, in Francia, in Brasile, Uganda, Zaire. L’impianto sembra progressista. Dice cose tipo: «strutture e metodi tradizionali sono chiaramente condannati dalla storia»… Poi si mette ad accusare l’Azione Cattolica di sessuofobia, «frutto inevitabile di forme di moralismo schematico».

 

Era la recezione del ‘68 americano arricchito dalla psicoanalisi con le occupazioni scolastiche divenute bordelli.

 

La tirata contro la sessuofobia, alla luce di tante storie venute a galla di recente, lascia pensare…

Quando scoppia lo scandalo de La Zanzara, il giornale studentesco del Liceo Parini che aveva pubblicato testi sconci sull’educazione sessuale delle studentesse, Giussani arriva a ripudiarne la condanna. È scritto ambiguamente nel libro con Ronza. Non meraviglia perché la psicanalisi era entrata nei seminari anche in Italia.

 

Strana associazione ecclesiale, CL.

Inquietano anche altre posizioni. Per esempio quando Giussani dice: «se anche su mille studenti ce ne fosse stato uno solo non cattolico, l’associazione avrebbe dovuto fondarsi su valori umani accettabili anche da costui, per un dovere di rispetto ed accoglienza della sua posizione». Si tratta di un pluralismo riduttivistico davvero errato, per esempio sul piano dei rapporti tra natura e Grazia. Parrebbe quasi che don Giussani dica che la redenzione non abbia avuto bisogno di Rivelazione, mentre Gesù pone l’ultimatum.

 

Come è possibile approvare un movimento come cattolico su questa base de facto laicista?

Sospetto che Don Giussani avesse in mente già allora di fare di CL una organizzazione di massa, e questo forse per sue nostalgie operaiste mai espresse. Confidare nella massa, poi, è il contrario dell’autentico personalismo cristiano, come aveva severamente avvisato Pio XII.

 

Di qui fenomeni massivi come il Meeting di Rimini…

Giussani dice a chiare lettere che per lui l’essenza del Cristianesimo è il comunitarismo, e che lo specifico cristiano è l’egualitarismo. Gioca sull’equivoco.

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È possibile salvare qualcosa del pensiero di Giussani?

Sì, egli intuì che la sinistra radicale e il marxismo erano dipendenti dal liberalismo, così come che il vero nemico del Cristianesimo era il laicismo illuministico-liberale. Arrivò anche ad attaccare la DC, perché aveva compreso che essa altro non faceva che aiutare la realizzazione del programma radicale e marxista, in quanto i dirigenti democristiani erano quasi tutti di formazione laico-liberale. De Mita proclamò spudoratamente che la concezione politica democristiana era quella liberale.

 

I ciellini si misero comunque dentro la DC.

Sì, esatto. Ci sarebbe stato da aspettarsi un po’ più di coerenza, almeno da Augusto Del Noce. Ma anche lui aveva una storia non lineare.

 

Tu sei uno dei pochi che tiene in considerazione il viaggio di Giussani negli Stati Uniti.

Sì, sarà perché è un Paese che detesto: quando ci arrivai, tantissimi anni fa, feci di tutto per andarmene via al più presto. C’è da dire che Giussani, dagli USA, tornò cambiato, l’inclinazione a sinistra pareva, almeno in apparenza, mitigata e poco dopo i ciellini crearono la casa editrice Jaca Book, ben finanziata. Tornò americanista, come Maritain, del resto. Eppure Leone XIII aveva messo in guardia contro l’americanismo. Ma al settembre ‘43 l’Italia si era arresa senza condizioni e gli USA sono i nostri veri padroni.

 

Curiosa casa editrice cattolica, che pubblica in Italia, per esempio, i testi di Mircea Eliade

Non solo. La Jaca Book pubblica le bandiere del Movimento come de Lubac, di Teilhard de Chardin e anche il Don Milani di Lettere ad una professoressa… In particolare, don Milani è un «convertito» sul quale invito alla riflessione. La sua eredità corrotta è stata condannata dai tribunali italiani.

 

I ciellini come reagirono alle tue critiche?

Rifiutano la legittimità di qualsiasi giudizio su di loro, come i carismatici.

 

In definitiva, visto che sei uno dei massimi esperti di gnosi, individui degli influssi gnostici in CL?

Sì. Innanzitutto è un influsso gnostico l’ambiguità di Giussani rispetto al marxismo. Ma anche l’influsso dell’americanismo in Giussani è di matrice gnostica. Non stupisce quindi la produzione di Jaca Book tra Mircea Eliade e caterve di altri autori ambigui che sono in catalogo.

 

Hai mai esposto direttamente a Giussani queste critiche?

Posso dirti che pubblicai per la prima volta questi rilievi sulle aberrazioni del pensiero ciellino su Focalizzazioni nel 1989. Il saggio fu poi ripubblicato con Giussani vivente. Non ho mai ricevuto smentite, né correzioni.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Mons Strickland risponde alle osservazioni di papa Leone sulle «benedizioni» omosessuali

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Renovatio 21 traduce e pubblica il messaggio del vescovo Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, riguardo alle recenti parole di papa Prevost sulle «benedizioni» alle coppie omofile.    Chiedo di nuovo: stiamo pensando con la mente di Cristo… o con la mente del mondo?   In risposta alle recenti osservazioni riguardanti le priorità morali e la benedizione di coloro che sono in unioni irregolari, offro questo chiarimento per il bene dei fedeli.   La Chiesa, custode della verità del Vangelo, non può benedire il peccato. È chiamata sempre a benedire le persone – a chiamare ogni anima al pentimento, alla guarigione e alla santità – ma non deve mai agire in modo da suggerire un’approvazione di azioni o relazioni contrarie alla legge di Dio.    

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La recente enfasi sulla distinzione tra benedizioni «formali» e «informali», come si evince dalla Fiducia Supplicans , ha generato molta confusione tra i fedeli. Una benedizione non è un semplice gesto casuale; è un atto sacro che implica il favore di Dio. Se una tale benedizione viene impartita in modo da sembrare che affermi una relazione non conforme al disegno di Dio, si rischia di causare scandalo e di indurre le anime in errore.   Allo stesso modo, l’affermazione secondo cui esisterebbero questioni morali «più grandi e più importanti» della morale sessuale va compresa con grande cautela. La Chiesa non ha mai insegnato che i peccati contro la castità siano di scarsa importanza. Al contrario, la Sacra Scrittura e il costante insegnamento della Chiesa affermano che la morale sessuale tocca profondamente la dignità della persona umana, la sacralità del matrimonio e il giusto ordine dell’amore.   È vero che la giustizia, la libertà religiosa e la dignità di ogni persona umana sono questioni morali di fondamentale importanza. Ma la legge morale non è divisa in categorie contrapposte in cui una verità può essere accantonata a favore di un’altra. Tutta la verità proviene da Dio, e ogni peccato – sia esso contro la giustizia, la carità o la castità – separa l’anima da Lui.   La vera unità nella Chiesa non può essere costruita sull’ambiguità o sull’attenuazione delle verità difficili. Essa si fonda su Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La carità esige che annunciamo la verità con chiarezza, anche quando è difficile, affinché le anime non siano sviate, ma condotte alla conversione e alla vita eterna.
Come successore degli Apostoli, resto impegnato ad annunciare la pienezza della fede cattolica, senza compromessi, senza ambiguità e sempre con carità verso ogni persona, chiamando tutti alla libertà che deriva dal vivere nella verità di Cristo.

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Vescovo brasiliano afferma che i giovani cattolici hanno diritto alla liturgia tradizionale

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Un vescovo brasiliano ha affermato che i giovani cattolici hanno diritto alle forme tradizionali di liturgia perché il cattolicesimo è intrinsecamente «plurale». Lo riporta LifeSite.

 

Il 17 aprile, il vescovo Joel Portella Amado di Petrópolis, presidente della Commissione episcopale brasiliana per la Dottrina della Fede, ha dichiarato durante una conferenza stampa alla 62ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Nazionale del Brasile (CNBB) che i giovani hanno diritto a espressioni più tradizionali della liturgia cattolica. Ha spiegato la sua posizione affermando che tale diritto deriva dalla natura «plurale» del cattolicesimo, rispondendo alle domande su un percepito aumento delle pratiche tradizionali tra i fedeli più giovani.

 

«Hanno il diritto di comportarsi così? Sì, perché il cattolicesimo è plurale per sua natura, soprattutto in un mondo profondamente plurale», ha affermato Amado.

 

Le osservazioni del vescovo sono giunte in risposta a una domanda di un giornalista su quello che è stato descritto come un «ritorno di certe pratiche cattoliche tradizionali all’interno della Messa», in particolare tra i fedeli più giovani. La domanda faceva specifico riferimento a comportamenti osservabili come «inginocchiarsi per ricevere la Santa Comunione» e «l’uso del velo da parte delle donne».

 

Nell’affrontare la questione, monsignor Amado ha fatto riferimento a dati demografici più ampi anziché trattare il fenomeno in modo isolato. Ha citato il censimento nazionale del 2022, sottolineando che «gli individui di età compresa tra i 19 e i 39 anni costituiscono la fetta più ampia di coloro che si dichiarano non religiosi» in Brasile.

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Il prelato ha chiarito che questa categoria non implica necessariamente l’ateismo, ma piuttosto una forma di fede in Dio senza affiliazione istituzionale: «Non è che non credano in Dio. Il mondo evangelico li definisce non religiosi. Io preferisco questa espressione. Credono in Dio, in cielo, ma non hanno mediazione sulla terra, nessun percorso all’interno della Chiesa». Questo fenomeno sociologico viene talvolta descritto in contesti evangelici come «de-chiesa».

 

In questo contesto, monsignor Amado ha suggerito che la rinascita dell’interesse per le espressioni liturgiche tradizionali tra alcuni giovani cattolici può essere interpretata come parte di una più ampia ricerca di identità e struttura religiosa. «Nell’ora del vuoto, cerchiamo e ricerchiamo, anche all’interno di certe realtà storiche che questi giovani non hanno vissuto», ha affermato il successore degli apostoli.

 

Tuttavia, egli non presentò questo come uno sviluppo universale o normativo, bensì come una delle diverse espressioni legittime all’interno della Chiesa.

 

Monsignor Amado ha inoltre sottolineato che, pur essendo ammesse le forme tradizionali di espressione liturgica, queste non devono essere imposte agli altri. Ha inquadrato tale limitazione in termini di carità e unità ecclesiale, affermando che nessun gruppo o individuo dovrebbe rivendicare una verità esclusiva in materia di preferenze liturgiche.

 

«Se da un lato c’è il diritto di vivere ed esprimere la propria fede a modo proprio, secondo il proprio modo di essere, dall’altro, in nome dell’amore e della fraternità, non si può imporlo agli altri né pensare di essere gli unici ad avere ragione. Questo vale non solo per l’esempio che hai citato, ma per qualsiasi altro», ha affermato.

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Immagine di Davi V Correa via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 4.0 International

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Mons. Schneider: i vescovi tedeschi passeranno alla storia come una «grande vergogna» per aver tradito la fede cattolica

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In una recente intervista, il vescovo Athanasius Schneider ha esortato gli europei a formare un nuovo movimento per difendere i valori culturali di ispirazione cristiana dalle minacce ideologiche e sociali.   In un’intervista pubblicata il 5 aprile dal quotidiano tedesco Junge Freiheit, il vescovo Schneider ha auspicato la creazione di un ampio movimento culturale e politico in Europa e oltre, al fine di rafforzare quelli che ha definito valori di derivazione cristiana, sostenendo che questi siano minacciati dalle tendenze ideologiche contemporanee, dalle migrazioni di massa e dagli sviluppi interni alla Chiesa, in particolare in Germania.   «È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una vile collaboratrice dell’ideologia di sinistra», ha affermato Schneider, aggiungendo che un simile comportamento sarà ricordato dalla storia con vergogna.   Nell’intervista, rilasciata durante il periodo pasquale, Schneider ha inquadrato il suo appello nel contesto del significato teologico della festività, affermando che «la Pasqua in particolare dovrebbe ricordarci che la nostra Europa è stata costruita sul cristianesimo». Infatti, «nessuna festività esprime la fede cristiana in modo più completo: è su questo che si fonda la Chiesa, e l’Europa a sua volta si fonda su di essa. E non solo in senso religioso, ma anche in un senso più ampio che siamo sempre più inclini a dimenticare».   Come ha sottolineato monsignor Schneider, «tutti i valori europei derivano in ultima analisi dal cristianesimo, compresi quelli che oggi consideriamo laici. Ad esempio, l’idea di individualità e libertà, o l’istruzione occidentale. … Lo stesso vale per l’ospedale, ad esempio, che è nato dal cristianesimo, ispirato dallo spirito del Vangelo e dall’amore per i più poveri. … O prendiamo il nostro diritto processuale, ad esempio, che in parte risale alla famigerata Inquisizione, con la sua moderna intuizione che un processo corretto richieda prove e una difesa. Questi sono solo alcuni esempi».   Affrontando il tema della cultura politica contemporanea, Schneider ha criticato quella che ha definito una narrazione prevalente che equipara la «sinistra» politica alla bontà morale e la «destra» alla deficienza morale. Ha definito questa distinzione «arbitraria» e storicamente infondata, pur riconoscendo che i movimenti politici di tutto lo spettro hanno prodotto ingiustizie. Secondo Schneider, i valori culturali europei dovrebbero essere difesi dalle pressioni «provenienti da tutte le direzioni».   I veri valori europei sono «la vera libertà dell’uomo, della ragione, dell’umanità, della famiglia, del diritto naturale e così via. In altre parole, tutto ciò che l’ideologia woke odierna attacca e cerca di smantellare per destabilizzare e disorientare le persone. E chiunque la contraddica viene etichettato come un nemico da eliminare».   Riferendosi alla sua educazione nell’Unione Sovietica, Schneider ha affermato che meccanismi simili di esclusione sociale venivano impiegati contro coloro che non erano d’accordo con la dottrina ufficiale dello Stato.   Ha inoltre messo in guardia contro quello che ha definito un «totalitarismo sottilmente mascherato», affermando che gli sviluppi culturali contemporanei rischiano di minare la libertà e la civiltà occidentale. In questo contesto, Schneider ha auspicato una resistenza coordinata attraverso un «nuovo movimento in Germania, in Europa e forse anche in America, un movimento in grado di impadronirsi della società e guidarla nella resistenza a questa distruzione».   Sulla questione del matrimonio, Schneider ha respinto l’espressione «matrimonio tradizionale», sostenendo invece che «esiste solo il matrimonio naturale, perché è un dono della natura, non della tradizione. … È creato da Dio ed è il patto migliore e più bello che un uomo e una donna – che si completano e si amano – possano stringere insieme. E su queste fondamenta poggia tutta la nostra società, su cui abbiamo costruito la nostra civiltà e la nostra cultura europea con la sua umanità».   Schneider ha criticato inoltre le moderne strutture istituzionali, in particolare nel settore sanitario, sostenendo che i sistemi tecnologici e burocratici rischiano di ridurre gli individui a unità impersonali, in contrasto con quella che definì l’enfasi storicamente cristiana sulla cura personale e sulla compassione.   Rivolgendosi alla vita interna della Chiesa, Schneider ha espresso una forte critica nei confronti della Chiesa cattolica in Germania, affermando che essa «è già pienamente allineata allo spirito del tempo, alla corrente principale e all’ideologia dei partiti al governo, per cui ha tradito ciò che è veramente cristiano e cattolico».   «È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una collaboratrice codarda – sottolineo: codarda! – dell’ideologia di sinistra. E sono certo che questo passerà alla storia come una grande vergogna, e che un giorno si leggeranno con vergogna i nomi dei vescovi che, da vili collaboratori, hanno guidato tutto questo», ha affermato Schneider. «Non ho paura di dirlo».   In merito alla migrazione, Schneider ha sostenuto che l’immigrazione su larga scala in Europa non è una risposta spontanea a fattori economici o umanitari, ma «chiaramente un’azione politica orchestrata… con l’obiettivo di modificare l’identità occidentale, in particolare l’identità cristiana europea, soprattutto attraverso gli immigrati musulmani».   Il prelato centrasiatico affermato che la migrazione contribuisce alla trasformazione dell’identità culturale e religiosa dell’Europa, in particolare attraverso la crescita delle popolazioni non cristiane. Come esempio, ha citato i cambiamenti demografici osservati durante una recente visita in Tirolo, nelle Alpi.   «Questa strategia fa parte di un piano per dissolvere l’identità europea al fine di creare una nuova cultura “woke” e una popolazione mista prevalentemente asiatica-musulmana. È tanto più importante che, come ho auspicato, sorga un movimento per salvare l’Europa. E sono fiducioso che prima o poi accadrà. Alcuni temono che a quel punto possa essere troppo tardi. Ma da cristiano, non perdo mai la speranza, perché questo è il messaggio che ci insegna la Pasqua», ha concluso monsignor Schneider.

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