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2026, un anno di transizione per il Sacro Collegio
Nel 2026, il Collegio Cardinalizio si prepara al rinnovo dei suoi membri votanti. In totale, sette cardinali – e non tra i meno importanti – raggiungeranno il limite di età di 80 anni durante l’anno solare, perdendo così il diritto di voto in caso di un futuro conclave. Questo calo numerico potrebbe aprire la strada alla creazione di nuovi «principi della Chiesa».
Il 1° gennaio 2026, il cardinale John Njue, arcivescovo emerito di Nairobi, ha festeggiato il suo 80° compleanno e ha perso il diritto di voto. Creato cardinale da Benedetto XVI nel 2007, la sua carriera è stata segnata da incertezze amministrative: la sua data di nascita, inizialmente fissata al 31 dicembre 1944, è stata ufficialmente corretta al 1° gennaio 1946. Malato, non ha potuto partecipare all’ultimo conclave che ha eletto Leone XIV.
Tra pochi giorni, il 5 gennaio, toccherà alla diplomazia vaticana perdere una figura chiave: il cardinale Mario Zenari. Nunzio apostolico in Siria dal 2008 e creato cardinale da Papa Francesco nel 2016, l’alto prelato occupa una posizione fortemente simbolica.
Il 30 gennaio, un altro diplomatico di lunga data, il francese Christophe Pierre, si unirà alle fila di coloro che non possono votare. L’attuale nunzio apostolico negli Stati Uniti, dopo aver prestato servizio ad Haiti, Uganda e Messico, è stato elevato al soglio pontificio dal defunto pontefice argentino nel settembre 2023.
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Nell’aprile 2026 due importanti personalità lasceranno l’organismo elettorale.
In primo luogo, Fernando Filoni (15 aprile), già prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e attuale Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. È uno dei pochi cardinali ad aver partecipato ai conclavi del 2013 e del 2025.
Poi Juan José Omella (21 aprile): arcivescovo di Barcellona ed ex presidente della Conferenza episcopale spagnola, fu un pilastro del consiglio ristretto dei cardinali (C9) sotto il pontificato precedente, organismo che cessò di esistere con l’elezione di Leone XIV.
A maggio raggiungerà i limiti di età anche il cardinale Francesco Montenegro, figura di spicco della pastorale pro-migranti. Arcivescovo emerito di Agrigento, fu lui ad accogliere papa Francesco a Lampedusa nel 2013, segnando l’inizio di un pontificato più incentrato sulle periferie e sui migranti che sulla difesa della fede.
Infine, il ciclo si concluderà il 18 luglio con il cardinale gesuita Michael Czerny. Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, incarna l’ala progressista della Curia ed è uno dei «custodi della rivoluzione» del precedente pontificato.
Il giorno dopo l’ottantesimo compleanno del cardinale Czerny – e salvo decesso o imprevisti – il numero dei cardinali elettori scenderà a 117. Questa cifra è al di sotto del tetto teorico di 120 fissato da Paolo VI, limite che papa Francesco aveva regolarmente superato, ma che Leone XIV sembra voler rispettare con più rigore canonico.
Dall’elezione del nuovo papa nel maggio 2025, il Collegio ha già perso molti elettori influenti, tra cui i cardinali Robert Sarah, Vincent Nichols, Timothy Radcliffe e Carlos Osoro Sierra. Il cardinale Philippe Nakellentuba Ouédraogo, arcivescovo emerito di Ouagadougou in Burkina Faso, si è unito a loro il 31 dicembre.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Accusati di scisma, pregano nella tempesta per il Santo Padre e la Chiesa
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«Il non appartenere alla Chiesa conciliare è una grazia e una testimonianza provvidenziale»: le parole di mons. Tissier
Renovatio 21 pubblica un estratto dell’articolo di monsignor Bernard Tissier de Mallerais (1945-2024) «Y a‑t-il une Église conciliaire ?» («esiste una Chiesa conciliare») apparso sulla rivista Le Sel de la Terre n° 85 (estate 2013).
Beati coloro che non appartengono a questa «comunione dei profani», che sono provvidenzialmente esclusi da essa o minacciati di esclusione!
Felice relegazione o abbandono! La vocazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fin dalla sua erezione da parte della Chiesa Cattolica nel 1970 e dal decreto di lode che la onorò nel 1971, non è mai stata quella di ricevere le benedizioni e i riconoscimenti di questa Chiesa conciliare! Era indubbiamente necessario che questa società sacerdotale, con tutta la famiglia della Tradizione, fosse come la fiaccola accesa e posta non sotto il moggio conciliare, ma sul candelabro della gogna, affinché illuminasse tutti coloro che sono nella casa di Dio.
Era probabilmente preferibile, secondo le vie della Provvidenza, che questa sana parte della Chiesa, che, come il divino Maestro, era diventata pietra d’inciampo, pietra rigettata dai costruttori della dissociazione ecclesiastica conciliare, diventasse la pietra angolare e la chiave di volta dell’indistruttibile cattedrale cattolica.
La nostra incrollabile testimonianza della vera Chiesa di Gesù Cristo, del sacerdozio e della regalità di Cristo sacerdote e re, esige indubbiamente, da parte della Chiesa conciliare, l’esclusione e l’ostracismo pronunciati contro di noi e contro ciò che rappresentiamo. Ma come san Giuseppe, nel suo esilio dall’Egitto, portò in sé il Bambino Gesù e la sua divina Madre, che costituirono il seme della Chiesa, così anche, nel suo esilio, la famiglia della Tradizione porta in sé la Chiesa, senza, certo, avere diritti esclusivi a questa gloriosa funzione, ma possedendone l’essenza stessa e il cuore, la sua integrità e incorruttibilità.
Essa dunque porta in sé il Pontefice Romano, nel quale il successore di Pietro un giorno si libererà da una lunga prigionia e si risveglierà dal sonno delle sue grandi illusioni, per proclamare, come fece il primo papa a Cesarea di Filippo al suo Maestro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi!».
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Pertanto, se siamo complessi, rimpiangeremo di essere privati della comunione conciliare o della sua apparenza di comunione ecclesiale, e saremo infelici e ansiosi, costantemente alla ricerca di una soluzione. Se, d’altra parte, abbiamo la fede e la semplicità di un bambino, cercheremo semplicemente quale testimonianza rendere alla fede cattolica.
E la troveremo: è innanzitutto la testimonianza della nostra esistenza, della nostra permanenza, della nostra stabilità, insieme a quella della nostra piena professione di fede cattolica e del nostro rifiuto degli errori e delle riforme conciliari. Una testimonianza è assoluta. Se rendo testimonianza alla Messa cattolica, a Cristo Re, devo astenermi dalle Messe e dalle dottrine conciliari.
È come un granello d’incenso offerto agli idoli: o è un solo granello o non ce n’è affatto. Quindi, è «niente affatto». E questa testimonianza implica anche persecuzione, cosa normale da parte dei nemici di questa fede, che vogliono ridurre la nostra diametrale opposizione alla nuova religione, e finché piace a Dio che persistano nei loro perversi disegni. Non è forse Dio stesso a stabilire questa inimicizia tra la progenie del diavolo e i figli di Maria? Inimicitias ponam!
Perciò, non appena, nel raccoglimento della preghiera, abbiamo percepito questa vocazione a noi propria, adattata da Dio alla crisi presente, vi accogliamo con perfetta rettitudine e grande pace: una rettitudine incapace di qualsiasi complicità con il nemico, una pace senza amarezza.
Corriamo verso di essa, vi balziamo addosso ed esclamiamo come Santa Teresa di Gesù Bambino: «Nella Chiesa, Madre mia, ho trovato la mia vocazione!».
E chiediamo alla magnanima santa: «Ottieni per me la grazia di avere nella Chiesa e per la Chiesa l’anima di un martire o almeno di un confessore della fede!»
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Immagine da FSSPX.news
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Comunicato della Casa Generalizia: La Fraternità San Pio X presenta ricorso contro il decreto del 2 luglio 2026
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