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Geopolitica

2001: la trasformazione dell’Impero americano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.

 

 

Le  «primavere arabe» organizzate da Washington e Londra

Allo scioglimento dell’Unione Sovietica, le élite degli USA credono che alla Guerra fredda possa seguire un periodo di scambi e prosperità. Tuttavia, una fazione del complesso militare-industriale impone il riarmo nel 1995 e una politica imperiale fortemente aggressiva nel 2001.

 

Tale gruppo, identificato come «governo di continuità» previsto in caso di distruzione delle istituzioni elette, pianifica anticipatamente le guerre in Afghanistan e in Iraq, che sono avviate solo dopo l’11 settembre.

 

Di fronte al fallimento militare in Iraq e all’impossibilità di attaccare l’Iran, il gruppo cambia idea, abbracciando i piani inglesi per rovesciare i regimi laici del Grande Medio Oriente e rimodellarlo in staterelli amministrati dai Fratelli musulmani.

 

A poco a poco prende il controllo di NATO, UE e ONU. Solo dopo milioni di vite e miliardi di dollari gli Stati Uniti cambiano strategia a partire dall’elezione di Donald Trump.

 

 

La supremazia statunitense

Alla conclusione della Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti si ritrovarono a essere l’unica nazione vittoriosa a non aver subito la guerra sul proprio territorio.

 

Approfittando di una condizione senz’altro vantaggiosa, Washington decise di sostituire Londra nel controllo dell’impero e di scontrarsi con Mosca: per ben 44 anni, dunque, una Guerra fredda sostituì la «guerra calda». Quando l’Unione Sovietica cominciò a diventare instabile e a dare segni di cedimento, il presidente George H. Bush senior pensò che fosse giunto il momento di intraprendere alcuni affari iniziando a ridurre le forze armate e ordinando la revisione della politica estera e di quella militare.

 

National Security Strategy of the United States (1991): «Gli Stati Uniti rimangono la sola nazione stato con forza, portata e influenza veramente globali in tutti i campi: politico, economico e militare. Non esiste nessuno che possa sostituirsi alla leadership americana»

All’indomani del crollo del Muro, Washington precisò sul proprio National Security Strategy of the United States (1991) che «Gli Stati Uniti rimangono la sola nazione stato con forza, portata e influenza veramente globali in tutti i campi: politico, economico e militare. Non esiste nessuno che possa sostituirsi alla leadership americana».

 

Decise così di riorganizzare il mondo con l’operazione «Desert Storm», spingendo l’alleato kuwaitiano a sottrarre il petrolio iracheno e a esigere il rimborso degli arretrati del presunto aiuto gratuito contro l’Iran. Poi incoraggiò l’alleato iracheno a risolvere la questione annettendo il Kuwait, che gli inglesi avevano arbitrariamente separato dall’Iraq 30 anni prima. Infine, invitò tutti gli Stati del mondo a sostenerlo nel riaffermare il diritto internazionale al posto delle Nazioni Unite.

 

Eppure la scomparsa dell’URSS avrebbe dovuto comportare logicamente quella dell’altra superpotenza, ossia gli Stati Uniti, essendo i due imperi arroccati sulle loro posizioni antagoniste.

 

Per evitarne la caduta, i parlamentari statunitensi imposero il riarmo al presidente Bill Clinton, nel 1995. Si consolidarono le forze armate – che avevano smobilitato un milione di uomini – benché a quel tempo non esistesse alcun rivale alla loro altezza. Il sogno di un mondo unipolare – immaginato da Bush senior e diretto dagli affari americani – cedeva quindi il passo a una folle corsa al mantenimento del progetto imperiale.

 

Il dominio mondiale degli Stati Uniti si è concretizzato attraverso quattro guerre condotte senza l’approvazione delle Nazioni Unite: Jugoslavia (1995 e 1999), Afghanistan (2002), Iraq (2003) e Libia (2011). Questo periodo si è concluso con i 10 veti cinesi e i 16 russi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che hanno impedito espressamente un conflitto aperto contro la Siria.

 

Non appena conclusa la guerra del Golfo, il repubblicano Bush senior invitò Paul Wolfowitz a scrivere la Defense Policy Guidance (1) (documento riservato, ma del quale alcuni estratti furono pubblicati dal New York Times e dal Washington Post) (2).

 

La «dottrina Wolfowitz» avrebbe dovuto evitare una nuova Guerra fredda e garantire il ruolo di «gendarme del mondo» agli Stati Uniti. Il presidente Bush senior smobilitò massicciamente le sue forze armate, perché non dovevano essere altro che un semplice corpo di polizia. Eppure ci siamo trovati di fronte a uno scenario opposto

Questo militante trotskista e futuro vicesegretario della Difesa così teorizzava nel documento la supremazia statunitense:

 

«Il nostro primo obiettivo è impedire il riemergere di un nuovo rivale – sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica, sia altrove – che potrebbe rappresentare una minaccia paragonabile a quella dell’ex URSS. Questa è la preoccupazione principale alla base della nuova strategia di difesa regionale: richiede che ci s’impegni per impedire che qualsiasi potenza ostile possa dominare una regione le cui risorse, se poste sotto controllo, sarebbero forse sufficienti a renderla una potenza globale. Queste regioni comprendono l’Europa, l’Estremo Oriente, i territori dell’ex Unione Sovietica e il Sud-Est asiatico».

 

All’interno di questo obiettivo, vi sono tre aspetti ulteriori:

 

«Primo, gli Stati Uniti devono mostrare la leadership necessaria per stabilire e garantire un nuovo ordine mondiale in grado di convincere i potenziali concorrenti che non devono aspirare a un ruolo regionale di maggior rilievo né ad assumere una posizione aggressiva per proteggere i loro legittimi interessi».

«Secondo, nelle aree della non-difesa dobbiamo rappresentare gli interessi dei Paesi industrializzati in modo tale da scoraggiare una competizione con la nostra leadership o l’eventuale tentativo di rovesciare l’ordine politico ed economico vigente».

 

«Infine, dobbiamo preservare intatti i meccanismi di deterrenza nei confronti dei potenziali concorrenti per impedire che abbiano la tentazione di svolgere un ruolo regionale di maggior rilievo o, peggio, un ruolo globale».

 

È per dimostrare la «leadership necessaria» che Washington decise, nel 2001, di prendere il controllo di tutte le riserve di idrocarburi nel «Grande Medio Oriente», con le guerre in Afghanistan e Iraq

La «dottrina Wolfowitz» avrebbe dovuto evitare una nuova Guerra fredda e garantire il ruolo di «gendarme del mondo» agli Stati Uniti. Il presidente Bush senior smobilitò massicciamente le sue forze armate, perché non dovevano essere altro che un semplice corpo di polizia. Eppure ci siamo trovati di fronte a uno scenario opposto: prima con le quattro guerre di cui sopra, poi il conflitto in Siria, infine in Ucraina contro la Russia.

 

È per dimostrare la «leadership necessaria» che Washington decise, nel 2001, di prendere il controllo di tutte le riserve di idrocarburi nel «Grande Medio Oriente», con le guerre in Afghanistan e Iraq.

 

È per «scoraggiare una competizione [degli alleati] con la [loro] leadership» che Washington cambiò i piani nel 2004 e decise di concretizzare la proposta inglese di 1) annettere gli Stati russi non riconosciuti, iniziando dall’Ossezia del Sud, e 2) di rovesciare i governi laici arabi a favore dei Fratelli musulmani, le «Primavere arabe».

Infine, è per scoraggiare la Russia dall’assumere “un ruolo globale” che Washington oggi arma i jihadisti e gli ex jihadisti in Siria, in Ucraina e in Crimea.

 

Per essere attuata, la dottrina Wolfowitz richiede non solo risorse finanziarie e umane, ma soprattutto un forte desiderio di egemonia.

 

Un gruppo di dirigenti politici e militari spera di raggiungerlo promuovendo la candidatura del figlio di Bush senior, che ispira la famiglia Kagan a creare, all’interno dell’American Enterprise Institute, una sorta di «comitato di influenza»: il Progetto per un nuovo secolo americano.

 

Tale gruppo sarà costretto a falsare le elezioni presidenziali in Florida grazie ad alcuni brogli e all’aiuto del governatore Jeb Bush, fratello di Bush junior, consentendo a quest’ultimo l’ascesa alla Casa Bianca. Prima di questo, l’organizzazione si era attivamente adoperata per preparare nuove guerre di conquista, in particolare in Iraq.

 

Ma il nuovo presidente fa fatica a obbedire e costringe i suoi sostenitori a dare una scossa all’opinione pubblica, che paragonano a una «Nuova Pearl Harbor»: l’11 settembre 2001.

 

 

La svolta dell’11 settembre

Tutti credono di sapere ciò che è veramente successo l’11 settembre 2001 e citano gli aerei che colpirono le Torri Gemelle e distrussero parte del Pentagono. Ma dietro a questi eventi e all’interpretazione fornita dall’amministrazione Bush si nasconde tutta un’altra storia.

 

Mentre due aerei colpivano il World Trade Center, gli uffici del vicepresidente venivano devastati dalle fiamme e si sentivano due esplosioni al Pentagono, il coordinatore nazionale della lotta al terrorismo, Richard Clarke, avviò la procedura per la «Continuità di Governo» (COG) (3).

 

Ideata durante la Guerra fredda, in caso di guerra nucleare e decapitazione dei centri del potere esecutivo e legislativo avrebbe dovuto salvare il paese affidandone tutte le responsabilità a un’autorità ad interim segretamente designata in precedenza.

 

Mentre due aerei colpivano il World Trade Center, gli uffici del vicepresidente venivano devastati dalle fiamme e si sentivano due esplosioni al Pentagono, il coordinatore nazionale della lotta al terrorismo, Richard Clarke, avviò la procedura per la «Continuità di Governo»

Ma quel giorno nessuno dei capi eletti era morto.

 

Ciononostante, alle 10 di mattina George W. Bush non era più presidente degli Stati Uniti. Il potere esecutivo veniva trasferito dalla Casa Bianca a Washington al sito «R», il bunker situato nella Raven Rock Mountain (4). Unità dell’esercito e dei servizi segreti si ritrovarono nella capitale per «proteggere» i membri del Congresso e i loro team. Quasi tutti furono condotti «per la loro sicurezza» in un altro mega-bunker vicino a Washington, il Greenbrier Complex.

 

Il governo alternativo, la cui composizione non cambiava da almeno nove anni, includeva varie personalità di lungo corso politico tra cui il vicepresidente Dick Cheney, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld e l’ex direttore della CIA James Woolsey.

 

Nel pomeriggio il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, si rivolse agli statunitensi mentre si ignorava l’attuazione del piano per la Continuità di Governo e non si avevano notizie di George W. Bush. Manifestò la solidarietà del proprio popolo, anch’esso bersaglio del terrorismo da molto tempo. Parlò come se fosse convinto del fatto che gli attacchi fossero finiti e come se fosse il rappresentante dello Stato americano.

 

Nel tardo pomeriggio il governo provvisorio restituì il potere esecutivo al presidente Bush, che pronunciò un discorso televisivo, mentre i parlamentari venivano rilasciati.

 

Si tratta di fatti accertati e non della storiella inverosimile raccontata dall’amministrazione Bush a proposito dei kamikaze che, da una grotta afgana, avrebbero ordito un complotto per distruggere la prima potenza militare del mondo.

 

In un libro pubblicato trent’anni prima e divenuto il manuale dei repubblicani durante la campagna elettorale del 2000 – Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico (5) –, lo storico Edward Luttwak spiegava che un colpo di Stato ha maggiore successo quando nessuno se ne rende conto, e quindi non vi si oppone. Avrebbe dovuto anche chiarire che, affinché il governo legale possa obbedire ai cospiratori, non basta dare l’illusione di mantenere la stessa squadra al «potere», ma è altresì necessario che i cospiratori ne facciano parte.

 

Le decisioni imposte dal governo provvisorio – l’11 settembre – furono approvate dal presidente Bush nei giorni successivi.

 

Sul fronte interno il Bill of Rights (Carta dei Diritti) – vale a dire i primi dieci emendamenti della Costituzione – fu sospeso dall’USA Patriot Act per i casi di terrorismo.

 

Sul piano estero furono pianificati cambi di regime e guerre sia per ostacolare lo sviluppo della Cina e distruggere tutte le strutture statali esistenti del Grande Medio Oriente.

 

Alle 10 di mattina George W. Bush non era più presidente degli Stati Uniti. Il potere esecutivo veniva trasferito dalla Casa Bianca a Washington al sito «R», il bunker situato nella Raven Rock Mountain

Il presidente Bush accusò gli islamisti degli attentati dell’11 settembre e dichiarò la «guerra al terrorismo», una frase che suona bene ma che in definitiva non ha senso. Infatti, il terrorismo non è una potenza, ma un metodo di azione.

 

In pochi anni gli attentati – che Washington pretendeva di combattere – si sono moltiplicati in tutto il mondo. Un’altra particolarità di questo nuovo conflitto è il suo nome: «guerra senza fine».

 

Quattro giorni dopo la tragedia il presidente Bush si trovò a presiedere un incontro surreale a Camp David, dove fu adottato il principio delle guerre per distruggere tutti gli Stati che fino ad allora non rientravano sotto controllo nel «Grande Medio Oriente», così come un progetto di omicidi politici a livello internazionale.

 

Questo piano fu chiamato – dal direttore della CIA, George Tenet – «Worldwide Attack Matrix», ossia la «Matrice dell’attacco mondiale».

 

L’incontro fu prima citato dal Washington Post (6), poi denunciato dall’ex comandante supremo della NATO, il generale Wesley Clark. Il termine «matrice» sottintende che non si tratta che della fase iniziale di una strategia molto più capillare.

 

 

Chi governa gli Stati Uniti?

Per capire la crisi istituzionale che stava per aprirsi, bisogna fare un passo indietro.

 

Il mito fondante degli Stati Uniti assicura che alcuni puritani, convinti dell’impossibilità di riformare la monarchia e la Chiesa inglesi, decisero di costruire nelle Americhe «la nuova Gerusalemme». Nel 1620 s’imbarcarono per il Nuovo Mondo sulla Mayflower e ringraziarono Dio per aver consentito loro di attraversare il Mar Rosso (l’Atlantico) e sfuggire alla dittatura del faraone (il re d’Inghilterra). Questo atto di riconoscenza è alla base della festa del Ringraziamento.

 

I puritani sostenevano di obbedire a Dio rispettando sia i comandamenti di Cristo, sia la legge ebraica. Non veneravano in modo particolare i Vangeli, ma tutta la Bibbia. Per loro, l’Antico Testamento era importante quanto il Nuovo. Praticavano una morale austera, erano convinti di essere stati scelti da Dio e di esserne benedetti attraverso la ricchezza. Pertanto, ritenevano che nessun uomo – indipendentemente da cosa facesse – potesse migliorare e che il denaro fosse un dono di Dio riservato ai fedeli.

 

Questa ideologia ha molte implicazioni che si sono perpetuate fino ai giorni nostri: per esempio il rifiuto di organizzare una forma di solidarietà nazionale – la previdenza sociale – sostituendola con la carità individuale; oppure, in materia penale, la convinzione che criminali si è fin dalla nascita, un principio che portò il Manhattan Institute a promuovere in molti Stati leggi che punissero con pesanti pene detentive i recidivi per piccoli reati, come il fatto di non pagare il biglietto della metropolitana.

Quattro giorni dopo la tragedia il presidente Bush si trovò a presiedere un incontro surreale a Camp David, dove fu adottato il principio delle guerre per distruggere tutti gli Stati che fino ad allora non rientravano sotto controllo nel «Grande Medio Oriente», così come un progetto di omicidi politici a livello internazionale. Questo piano fu chiamato – dal direttore della CIA, George Tenet – «Worldwide Attack Matrix», ossia la «Matrice dell’attacco mondiale».

 

Anche se il mito nazionale ha offuscato il fanatismo dei «Padri pellegrini», costoro al tempo instaurarono una comunità settaria, stabilirono punizioni corporali e costrinsero le donne a portare il velo. In realtà, vi sono molte somiglianze tra i loro costumi e quelli degli islamisti contemporanei.

 

La guerra d’indipendenza sopraggiunse quando la popolazione delle colonie era profondamente cambiata. Non proveniva più dalla sola Inghilterra, ma comprendeva anche gente del Nord Europa. I patrioti che combattevano il re d’Inghilterra speravano di diventare artefici del proprio destino, edificando istituzioni repubblicane e democratiche.

 

È per loro che Thomas Jefferson scrisse la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, basandosi sull’Illuminismo in generale e sul filosofo John Locke in particolare.

 

Pur tuttavia, fu un’altra fonte a ispirare la Costituzione dopo la vittoria, ovvero il Patto della Mayflower, cioè l’ideologia puritana e il desiderio di creare istituzioni simili a quelle dell’Inghilterra, ma senza la nobiltà ereditaria.

 

Pertanto, respingendo la sovranità popolare furono istituiti i governatori degli Stati federali, un sistema d’altronde assolutamente inaccettabile che fu immediatamente «equilibrato» dai 10 emendamenti costituzionali che compongono il Bill of Rights. Il testo finale riserva pertanto la responsabilità politica alle élite degli Stati federali e attribuisce ai cittadini il diritto di difendersi in tribunale contro la «Ragion di Stato».

 

Sospendendo il Bill of Rights per ogni evento ricollegabile al terrorismo, l’USA Patriot Act ci riporta alla Costituzione di due secoli prima, privando i cittadini dei loro diritti in tribunale e squilibrando di nuovo le istituzioni. Sottomette perciò il potere all’ideologia puritana e garantisce unicamente gli interessi delle élite degli Stati federali.

 

la sera dell’11 settembre, Donald Trump nega ciò che sta per diventare la versione ufficiale sul Canal 9 di New York. Dopo aver ricordato che gli ingegneri che hanno costruito le Torri sono entrati poi nella sua azienda, sottolinea l’impossibilità che il crollo di Torri tanto massicce sia stato dovuto unicamente all’impatto degli aerei (e agli incendi). Conclude che necessariamente devono esserci stati altri fattori, non ancora noti

Il promotore immobiliare Donald Trump è stato il solo a mettere in dubbio, il pomeriggio stesso dell’11 settembre 2001, la versione del crollo delle Twin Towers imposta dall’amministrazione Bush. Mantenendo la mente fredda, Trump afferma che secondo i suoi ingegneri (che avevano costruito il World Trade Center) degli aerei di linea non potevano aver causato la distruzione delle Torri.

 

Il colpo di Stato dell’11 settembre ha diviso queste élite in due gruppi, ovvero chi lo ha sostenuto e chi ha finto d’ignorarlo. Le poche figure che vi si sono opposte – come il senatore Paul Wellstone – sono state fisicamente eliminate.

 

Hanno però preso la parola alcuni cittadini, soprattutto due immobiliari miliardari: così, la sera dell’11 settembre, Donald Trump nega ciò che sta per diventare la versione ufficiale sul Canal 9 di New York. Dopo aver ricordato che gli ingegneri che hanno costruito le Torri [Gemelle] sono entrati poi nella sua azienda, sottolinea l’impossibilità che il crollo di Torri tanto massicce sia stato dovuto unicamente all’impatto degli aerei (e agli incendi). Conclude che necessariamente devono esserci stati altri fattori, non ancora noti.

 

Un altro imprenditore, Jimmy Walter, sacrifica parte del suo patrimonio per acquistare spazi pubblicitari sui giornali e per pubblicare DVD che analizzino i reali motivi della devastazione.

 

Nei quindici anni successivi, i due gruppi di cospiratori e complici passivi – che hanno lo stesso obiettivo di dominio interno ed estero – si affrontano regolarmente finché non saranno apparentemente entrambi rovesciati dal movimento popolare guidato da Donald Trump.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1)  James Mann, The Rise of the Vulcans: The History of [W.] Bush’s War Cabinet, Viking (2004).

2) Patrick E. Tyler, «US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop»,  New York Times,  8 marzo 1992. Barton Gellman, «Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower », The Washington Post, 11 marzo 1992.

3) Richard Clarke, Against All Enemies, Inside America’s War on Terror,  Free Press, 2004. Versione italiana Contro tutti i nemici. La verità sulla guerra americana contro il terrorismo, TEA Editore, 10 marzo 2005.

4) Garrett M. Graff, Raven Rock: The Story of the U.S. Government’s Secret Plan to Save Itself—While the Rest of Us Die,  Simon & Shuster (2017). James Bamford, A Pretext for War, Anchor Books, 2004.

5) Edward Luttwak, Coup d’État: A Practical Handbook,  Allen Lane, 1968. Versione italiana: Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico, Rizzoli Editore, 1968. Edward Luttwak, Richard Perle, Peter Wilson e Paul Wolfowitz furono i «Quattro moschettieri» dell’ex segretario di Stato Dean Acheson.

6) Bob Woodward & Dan Blaz, «Saturday, Septembrer 15, At Camp David, Advise and Dissent», The Washington Post, January 31, 2002.

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Geopolitica

La Russia contro le élite anglosassoni

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Le élite anglo-americane «portano avanti la dottrina del “miliardo d’oro”, che implica che solo pochi eletti hanno diritto alla prosperità in questo mondo», ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolaj Patrushev, in un’intervista pubblicata oggi con Argumenty i Fakty, il settimanale più grande e popolare del Paese.

 

Patrushev ha detto ai lettori che dal punto di vista del «mondo anglosassone, la difficile situazione di tutti gli altri è quella di lavorare duramente per il bene del benessere degli stessi anglosassoni».

 

«Lo stile degli anglosassoni non è cambiato da secoli. Anche in questi giorni continuano a dettare le loro condizioni al mondo, ignorando con arroganza i diritti sovrani dei Paesi».

 

«Mentre nascondono le loro azioni dietro la retorica dei diritti umani, della libertà e della democrazia… la City di Londra e Wall Street, i governi degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, controllati dalle grandi finanze, stanno creando una crisi economica nel mondo, condannando milioni di persone in Africa, Asia e America Latina moriranno di fame, limitando il loro accesso a grano, fertilizzanti e risorse energetiche, e provocando disoccupazione e una catastrofe migratoria in Europa».

 

Patrushev vede nella drammatica situazione Europea una chiara mano anglosassone: «Per rendere questa regione facilmente governabile, hanno costretto gli europei a prendere posto su una sedia a due gambe NATO-UE e ora li guardano con arroganza mentre cercano di mantenere l’equilibrio».

 

Una chiara condanna delle élite era stata lanciata anche da Vladimir Putin a inizio conflitto, mentre tendeva la mano all’uomo comune occidentale danneggiato non dalla Russia, ma dalla sua stessa stupida classe dirigente.

 

 

«La verità è che i problemi attuali affrontati da milioni di persone in Occidente sono il risultato di molti anni di azione delle élite dominanti dei loro Stati, dei loro errori, della miopia e delle loro ambizioni» aveva detto il presidente.

 

 

«Queste élite non stanno pensando a come migliorare la vita dei loro cittadini nei paesi occidentali. Sono ossessionati dai loro interessi e dai super profitti».

 

Come scritto da Renovatio 21, la frizione tra il potere anglosassone e la Russia ha radici antiche che vanno indietro nei secoli, e hanno carattere geopolitico, metafisico, spirituale.

 

 

 

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Economia

Blackout, a breve un miliardo di persone a rischio

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Carenza di combustibili fossili, siccità e ondate di caldo, interruzioni delle materie prime, aumento dei prezzi dovuto alla guerra in Ucraina, fallita transizione all’energia verde: tutti questi sono i motivi che spingono a pensare che la rete elettrica mondiale quest’estate non reggerà la domanda dei condizionatori, costringendo a blackout continui forse 1 miliardo di persone.

 

La cifra è stata calcolata dalla testata economica americana Bloomberg., che parla di Asia, Europa e Nordamerica come zone più interessate, in quanto più dotate degli energivori impianti di condizionamento domestico.

 

«L’ondata di caldo in Asia ha causato blackout giornalieri di ore, mettendo a rischio più di 1 miliardo di persone in Pakistan, Myanmar, Sri Lanka e India, con pochi soccorsi in vista» scrive Bloomberg.

 

«Sei centrali elettriche del Texas si sono guastate all’inizio di questo mese quando il caldo estivo ha appena iniziato ad arrivare, offrendo un’anteprima di ciò che verrà. Almeno una dozzina di stati degli Stati Uniti, dalla California ai Grandi Laghi, sono a rischio di interruzioni di corrente quest’estate».

 

«Le forniture di energia saranno limitate in Cina e Giappone. Il Sudafrica è pronto per un anno record di interruzioni di corrente. E l’Europa si trova in una posizione precaria trattenuta dalla Russia: se Mosca interrompe il gas naturale nella regione, ciò potrebbe innescare interruzioni continue in alcuni Paesi».

 

L’analista di Bloomberg Shantanu Jaiswal afferma che la combinazione di «guerra e sanzioni» che sconvolgono i mercati delle materie prime, il «meteo estremo» e «un rimbalzo economico dal COVID che aumenta la domanda di energia» è una situazione «unica» e «non riesce a ricordare» l’ultima volta una «confluenza di tanti fattori» è avvenuta insieme.

 

In pratica, una tempesta perfetta.

 

Henning Gloystein, analista di Eurasia Group, avverte che se quest’estate si diffondessero importanti blackout in tutto il mondo, «questo potrebbe innescare una qualche forma di crisi umanitaria in termini di carenza di cibo ed energia su una scala che non si vedeva da decenni».

 

Come costantemente riportato da Renovatio 21, tra l’inverno 2021 e il 2022 blackout sono divenuti minaccia imminente o realtà in vari Paesi del mondo: CinaTurchiaGiapponeKazakistanUzbekistanTaiwanKirghizistanSri LankaPakistan. Già due settimane fa si cominciavano a prevedere blackout in USA.

 

Per timore dei blackout, l’Indonesia ha proibito l’esportazione di carbone.

 

Paesi UE come l’Austria e la Romania hanno cominciato a parlare a livello politico e in TV di blackout già lo scorso autunno. La Germania ha mandato in onda spot apocalittici per preparare i tedeschi (e gli immigrati in Germania, a giudicare dal video) ad un inverno in cui poteva venire a mancare il riscaldamento.

 

In Germania, Paese che a causa della privatizzazione ha rischiato a inizio anno un blackout del gas, la scorsa settimana le ferrovie hanno fermato tutti i treni merci a causa della mancanza di corrente elettrica.

 

Il tema dei blackout era stato trattato da un documento del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), l’organo che controlla i servizi segreti italiani. Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti 4 mesi fa davanti ad una platea di imprenditori ha parlato apertis verbis di rischio blackout.

 

Se ci pensiamo, il Blackout è una forma più avanzata di lockdown: blocca la Civiltà in modo piuttosto definitivo.

 

Un’interruzione dei servizi basilari porterebbe portare velocemente al collasso delle leggi degli Stati, con il conseguente stabilimento di un nuovo ordine che potrebbe essere proposto da chiunque si dicesse pronto a dare la soluzione.

 

 

 

 

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Economia

La Russia per evitare il default effettua il pagamento anticipato delle obbligazioni

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Il 20 maggio il governo russo ha effettuato pagamenti di interessi per circa 100 milioni di dollari su due obbligazioni denominate in dollari e in euro, una settimana prima della scadenza del 27 maggio.

 

Lo hanno fatto a causa di un’esenzione chiave del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti che consente tali pagamenti sotto il regime sanzionatorio USA scadrà il 25 maggio.

 

All’inizio di questa settimana, il segretario al Tesoro Janet Yellen ha affermato in merito all’esenzione che sarebbe «improbabile ch continuasse», portando così la Russia al default sui propri obblighi esteri nonostante la loro capacità e volontà pagare.

 

Ciò potrebbe accadere il 23 giugno, quando scadrà il prossimo pagamento di 235 milioni di dollari su due Eurobond.

 

Il 18 maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha dichiarato che Mosca avrebbe onorato i propri debiti con l’estero in rubli se e quando gli Stati Uniti avessero bloccato altre opzioni, osservando che qualsiasi mancato pagamento sarebbe quindi interamente a carico dei creditori, e quindi chiaramente non un inadempimento formale.

 

Nel frattempo, nessuno in Occidente pare filarsi la storia fondamentale di questa guerra – ossia il primo vero episodio di guerra economica della storia umana – Financial Times dixit – sferrato dall’Occidente contro la Russia tramite il sequestro di 300 miliardi di dollari di riserve russe depositate su banche estere. In pratica, quando vi mostrano yacht e ville degli oligarchi messi sotto sequestro, stanno concentrando la vostra attenzione sull’unghia del dito, invece che sulla Luna. Cioè vi stanno trattando da idioti.

 

Il ruolo primario di Draghi – ex megabanchiere globale, con profonde conoscenze di network e persone nei piani altissimi della finanza degli Stati – nell’ideazione di questa guerra economica era ben sottolineato dall’articolo del Financial Times.

 

Come possiamo immaginare che la Russia voglia davvero rivolgerci la parola, per il gas, la pace o per qualsiasi altra cosa?

 

Nel frattempo, anche alcune banche occidentali come JP Morgan stanno ammettendo che la guerra economica contro la Russia non sta dando alcun frutto. Lo stesso pensiero è stato espresso dal presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

 

I russi conoscevano questa configurazione della guerra ibrida. E hanno giocato d’anticipo su vari altri fronti.

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