Spirito
1974-2024, 50° anniversario della Dichiarazione di mons. Lefebvre
Abbiamo celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione di Mons. Lefebvre esponendo le ragioni profonde dell’atteggiamento della Fraternità San Pio X, nel contesto post-Vaticano II.
1. L’anno 2024 è quello del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione del 21 novembre 1974, nella quale Mons. Lefebvre scrisse a caratteri d’oro le ragioni profonde dell’atteggiamento sempre seguito dalla Fraternità San Pio X nel contesto post Concilio Vaticano II.
Tali ragioni sono le seguenti: obbedienza agli insegnamenti del Magistero; il rifiuto degli errori contrari a questi insegnamenti, così come sono emersi durante il Concilio Vaticano II e successivamente; resistenza alle azioni dei rappresentanti dell’autorità nella Chiesa, quando impongono questi errori.
2. La ragione più profonda, ragione fondamentale che è principio di tutte le altre, è l’obbedienza richiesta, da parte di ogni cattolico, agli insegnamenti e alle direttive del Magistero ecclesiastico, Magistero affidato da Nostro Signore ai San Pietro apostolo e, per suo tramite, a tutti coloro che gli succederanno nella sede di Roma.
«Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità». Questa obbedienza è infatti la condizione assolutamente necessaria per una professione di fede salutare.
Infatti, se la fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale infusa e ricevuta con la grazia del battesimo, il suo esercizio dipende dal suo oggetto ed è il Magistero istituito da Cristo che deve indicarcela, in nome di Dio, dichiarandoci con autorità, quali verità sono richieste per l’atto della nostra fede.
Come ricordava ancora Pio XII nel 1950, «questo Magistero, in materia di fede e di morale, deve essere per ogni teologo la regola prossima e universale della verità, poiché ad esso Cristo Signore ha affidato il deposito della fede: le Sacre Scritture e le Tradizione divina – per conservarla, difenderla e interpretarla» (1).
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3. Il secondo motivo è la prima, inevitabile conseguenza del primo, di fronte ai fatti che siamo tenuti a constatare. La conseguenza della sottomissione alla verità è il rifiuto dell’errore contrario, e quindi l’obbedienza agli insegnamenti del Magistero della Chiesa comporta il rifiuto di tutto ciò che contraddirebbe questi insegnamenti.
E i fatti sono questi: degli errori contrari agli insegnamenti del Magistero hanno interferito nella predicazione degli uomini di Chiesa, durante il Vaticano II e successivamente. «Noi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite».
Il rifiuto qui è la conseguenza necessaria dell’obbedienza. Il fatto è che una tendenza neomodernista e neoprotestante «si è manifestata chiaramente»: sì, chiaramente. L’opposizione tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e quelli del Magistero precedente è evidente, se non altro nelle direttive pratiche che ne derivano, e, a maggior ragione, nei passaggi chiave del Concilio relativi alla libertà religiosa (2), ecumenismo (3) e collegialità (4).
4. Il terzo motivo consegue dai primi due: se l’obbedienza al Magistero ecclesiastico comanda di respingere gli errori contrari alle verità finora insegnate con autorità, la stessa obbedienza comanda di resistere agli atti di uomini di Chiesa che vorrebbero imporre questi errori in nome della falsa obbedienza.
«Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli», dice mons. Lefebvre.
«Per questo, senza alcuna ribellione, amarezza o risentimento, continuiamo la nostra opera di formazione sacerdotale sotto la stella del magistero di sempre, convinti di non poter rendere un servizio più grande alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future».
5. Ed è qui che Mons. Lefebvre fonda le sue affermazioni, sul precetto dato dall’apostolo San Paolo. «Se ciò dovesse accadere», dice San Paolo nella sua epistola ai Galati, «che noi stessi» – che noi stessi, dice San Paolo; non è solo con «se venisse un angelo dal cielo» che questa parola è conosciuta, ma a volte dimentichiamo questa parolina: se noi stessi o un angelo dal cielo: si nos aut angelus de cælo.
«Se noi stessi o un angelo dal cielo vi insegnamo qualcosa di diverso da quello che vi ho insegnato, sia anatema». San Paolo si fa anatema se insegna cose nuove, se insegna qualcosa che prima non insegnava. Non è questo che ci ripete o ci deve ripetere oggi il Santo Padre?
«E se una certa contraddizione si manifesta tra le sue parole e i suoi atti, così come negli atti dei dicasteri, allora scegliamo ciò che è stato sempre insegnato e non prestiamo ascolto alle novità distruttrici della Chiesa».
6. San Tommaso d’Aquino, nel suo Commento a questo brano della Lettera ai Galati (5), fornisce i seguenti dettagli. «Esistono tre tipi di insegnamento: quello dei filosofi che seguono la ragione naturale; la Rivelazione dell’Antico Testamento comunicata dagli angeli (Gal, III, 19); la Rivelazione del Nuovo Testamento donata immediatamente da Dio (Gv, I, 18; Hb, 1,2)».
«L’insegnamento dell’uomo può essere cambiato e revocato da un altro uomo che abbia una conoscenza migliore; l’insegnamento dell’antica Legge rivelato dall’angelo può essere completato da Dio; ma l’insegnamento rivelato direttamente da Dio non può essere modificato, né dall’uomo né dall’angelo».
«Per questo se accade che un uomo o un angelo dica il contrario di ciò che Dio ha rivelato, non è la sua parola che è contro la dottrina rivelata, ma è piuttosto la dottrina rivelata che è contro la sua parola, poiché colui che ha proferito tale parola deve essere escluso ed espulso dalla comunione fondata su questa dottrina».
«L’Apostolo qui dice che la dottrina del Vangelo, immediatamente rivelata da Dio, è di così grande dignità che se qualche uomo o angelo predicasse qualcosa di diverso da ciò che è affermato in questo Vangelo, sarebbe anatema, cioè devono essere tagliati fuori e scacciati».
7. Ricordiamo questa idea, con tutta la sua importanza: «Se accade che un uomo o un angelo dica il contrario di ciò che Dio ha rivelato, non è la sua parola che è contro la dottrina rivelata, ma è piuttosto la dottrina rivelata che è contro la sua parola». È la dottrina rivelata, già comunicata agli uomini dall’organo divinamente istituito del Magistero a giudicare contraria questa parola.
Questa spiegazione del Dottore angelico corrisponde esattamente al criterio enunciato da Mons. Lefebvre, in un’omelia pronunciata a Econe il 22 agosto 1976: «E quando ci viene detto: “Voi giudicate, giudicate il Papa, giudicate i vescovi”», noi rispondiamo che non siamo noi a giudicare i vescovi, è la nostra fede, è la Tradizione. È il nostro catechismo di sempre.
«Un bambino di cinque anni può mostrarlo al suo vescovo. Se viene un vescovo e dice a un bambino: “Quello che ti dicono della Santissima Trinità, che ci sono tre Persone nella Santissima Trinità, non è vero”. Il bambino prende il catechismo e dice: “Il mio catechismo mi insegna che ci sono tre Persone nella Santissima Trinità. Siete voi quello che ha torto. Sono io quello che ha ragione”».
«Questo bambino ha ragione. Ha ragione perché ha con sé tutta la Tradizione, perché ha con sé tutta la fede. Bene, questo è quello che facciamo. Non siamo nient’altro. Diciamo: la Tradizione vi condanna. La Tradizione condanna ciò che state facendo ora». (6)
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8. È vero, abbiamo detto, richiamando l’insegnamento di Pio XII, che il Magistero della Chiesa, in materia di fede e di morale, deve essere per ogni teologo la regola prossima e universale della verità. Questa regola è quella della proposizione del Magistero, dalla quale i teologi, e con essi tutti i fedeli, ricevono la Parola rivelata da Dio, deposito della fede.
E in tempi normali, questa è la proposizione attuale, purché questa rimanga in perfetta omogeneità con quella portata avanti finora dal Magistero, nel corso del tempo. Il Magistero potrebbe così essere descritto sotto l’immagine di un’eco ininterrotta.
Si dice «vivente» a differenza della Rivelazione che si dice «completata» o «chiusa» e il Magistero è vivente preso come tale, cioè non come il Magistero attuale del Papa del tempo presente, ma come quello che è, dal tempo degli Apostoli fino alla fine del mondo.
È questo Magistero vivente che è la regola della verità in materia di fede e di morale. Di solito lo è nella sua predicazione attuale, purché questa sia l’eco inalterata di tutta la predicazione passata.
9. Dobbiamo constatare che oggi l’attuale predicazione degli uomini di Chiesa, a partire dal Concilio Vaticano II, lungi dall’echeggiare quella del Magistero vivo della Chiesa, è in contraddizione con essa. C’è quindi una carenza che deve portarci ad affidarci a tutta la predicazione passata del Magistero vivo della Chiesa, alla Tradizione di venti secoli, per continuare a custodire la fede preservandoci dagli errori.
Ed è questo il criterio indicato da San Paolo, come spiega San Tommaso: è la dottrina rivelata da Dio e già proposta dal Magistero vivo della Chiesa che è contro la parola degli uomini della Chiesa di oggi, che giudica e condanna le nuove parole del Vaticano II.
10. Mons. Lefebvre prosegue sottolineando la gravità di questi errori, che colpiscono i fedeli soprattutto attraverso l’attuazione della riforma liturgica. «Non possiamo modificare profondamente la lex orandi, cioè la liturgia, senza modificare la lex credendi.
Ad una nuova messa corrisponde un nuovo catechismo, un nuovo sacerdozio, nuovi seminari, nuove università, una Chiesa carismatica, pentecostale, tutte cose che si oppongono all’ortodossia e al Magistero di sempre. Questa riforma essendo frutto del liberalismo, del modernismo, è tutta avvelenata, viene dall’eresia e finisce nell’eresia, anche se tutti i suoi atti non sono formalmente eretici.
11. È necessaria la resistenza, in nome dell’obbedienza al Magistero vivo della Chiesa, in nome di questa eco ininterrotta della predicazione di Cristo e degli Apostoli. “È quindi impossibile per qualsiasi cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in alcun modo.
«L’unico atteggiamento di salvezza e di fedeltà alla dottrina cattolica è il rifiuto categorico di accettare questa riforma; per questo manteniamo fermamente tutto ciò che si credeva, si praticava nella fede, nella morale, nel culto, nell’insegnamento del catechismo, nella formazione dei sacerdoti, nell’istituzione della Chiesa fino al 1962, prima dell’influsso dannoso del Concilio Vaticano II».
«Così facendo, con la grazia di Dio, l’aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, siamo convinti di rimanere fedeli alla Chiesa cattolica e romana, a tutti i successori di Pietro e di essere il fedeli dispensatori dei misteri di Nostro Signore Gesù Cristo in Spiritu Sancto».
12. Così facendo, Mons. Lefebvre e la sua Fraternità non metterebbero in discussione l’indefettibilità della Chiesa? La famosa constatazione costantemente formulata dall’ex arcivescovo di Dakar («Siamo obbligati a constatare») non è forse quella del fallimento dell’istituzione fondata da Gesù Cristo e della negazione della sua natura divina?
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Se si comprende esattamente in cosa consiste l’indefettibilità della Chiesa, l’obiezione scompare da sola. Tutto si fonda qui sulla distinzione fondamentale tra, da un lato, l’istituzione stessa della Chiesa, che è un’istituzione divina e quindi indefettibile, e, dall’altro, gli atti degli uomini di Chiesa che rappresentano tale istituzione.
Il fallimento, se ce n’è uno, non riguarda la Chiesa in quanto tale, considerata nel suo Magistero, ma alcuni atti compiuti da alcuni membri della sua gerarchia che hanno rotto con la Tradizione e che purtroppo occupano posizioni di potere nella Chiesa Chiesa.
Ma la Chiesa resta irremovibile, attraverso la coraggiosa resistenza di tutti coloro che si oppongono alle riforme scaturite dal Concilio e si attengono fermamente «a tutto ciò che si credeva (…) fino al 1962, prima dell’influsso dannoso del Concilio Vaticano II».
13. Mons. Lefebvre non parla proprio di un’altra Roma, di una Roma eretica o scismatica, di una Roma neomodernista o neoprotestante, ma di una Roma “con una tendenza neomodernista e neoprotestante”. Con questa espressione si vuole designare non è la Chiesa in quanto tale, ma coloro che, nella Chiesa, spingono le anime verso errori già condannati.
Don Jean-Michel Gleize
NOTE
1) Pio XII, Enciclica Humani Generis del 12 agosto 1950, AAS, vol. XLII (1950), pag. 567.
2) Dichiarazione Dignitatis humanae.
3) Decreto Unitatis redintegratio n°3, costituzione Lumen gentium n° 8.
4) Costituzione Lumen gentium, n° 22.
5) Commento alla Lettera di San Paolo ai Galati, capitolo I, versetto 8, lezione II.
6) Istituto Universitario San Pio X, Vaticano II. L’autorità di un Concilio in questione, capitolo XI: «Vera e falsa obbedienza: la fede non appartiene al Papa», Vu de haut n° 13, 2006, p. 35–36.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Spirito
Leone XIV alla Rota Romana: un appello alla verità di fronte agli abusi nelle cause di annullamento del matrimonio
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«Compassione mal compresa»: un pericolo per la giustizia canonica
Leone XIV osservava che nell’attività giudiziaria si verifica spesso una tensione tra l’esigenza di verità oggettiva e la preoccupazione di carità verso i fedeli. Ma ha avvertito che un’eccessiva identificazione con le vicende spesso travagliate dei singoli può portare a una «pericolosa relativizzazione della verità». Il papa ha sottolineato che questa deriva è particolarmente grave nei casi di nullità matrimoniale, dove una compassione mal indirizzata potrebbe portare a decisioni «pastorali» prive di una solida base oggettiva. Ha anche ricordato il pericolo opposto di una verità fredda e distaccata, che dimentica la misericordia. Ma il punto centrale rimane chiaro: la carità non può mai sostituire la verità. Leone XIV ha inserito ogni attività legale nella prospettiva tradizionale della salus animarum, la legge suprema della Chiesa. Il servizio della verità e della giustizia deve essere un contributo amorevole alla salvezza eterna dei fedeli. Citando Benedetto XVI, esortò i giudici a essere veri «collaboratori della verità» (3 Gv 8), unendo veritas in caritate e caritas in veritate. Questo discorso giunge in un momento in cui i decreti di nullità si sono moltiplicati a tal punto da provocare una crisi di fiducia tra molti cattolici. Prima del Concilio Vaticano II, le dichiarazioni di nullità erano meno frequenti, poiché la giurisprudenza rimaneva strettamente legata all’oggettività del vincolo matrimoniale e al principio tradizionale: matrimonium gaudet favore iuris (il matrimonio gode del favore del diritto). Il discorso di Leone XIV appare quindi come un tentativo di ripristinare il rigore, senza mettere esplicitamente in discussione i principi che avevano portato alla situazione attuale.Sotto Giovanni Paolo II: l’ampliamento soggettivo dei motivi di nullità
Una delle radici del problema risiede nel Codice di Diritto Canonico del 1983, promulgato sotto Giovanni Paolo II. Il canone 1095 ha introdotto motivi legati alla psiche: grave mancanza di discernimento, incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. Queste formulazioni spesso imprecise hanno aperto la porta a interpretazioni ampie. Come osservava Padre Coache già nel 1986: «si tratta di una significativa ambiguità che autorizzerà e incoraggerà tutti i tentativi di annullamento!» (1) In pratica, questo canone è diventato la base più frequente per le dichiarazioni di nullità, al punto che alcuni tribunali matrimoniali hanno perso credibilità presso i cattolici seri.Sostieni Renovatio 21
Una nuova concezione del matrimonio: il «bonum conjugum» (bene degli sposi)
Ancora più grave, la giurisprudenza recente ha introdotto motivi sconosciuti alla Tradizione, come l’esclusione del bonum conjugum (bene degli sposi). Prima del Concilio Vaticano II, questo concetto non era mai stato considerato causa di nullità. Ma a partire dalla Costituzione Gaudium et spes, che ha definito il matrimonio come «comunità di vita e di amore», alcuni canonisti hanno ampliato la portata stessa del consenso matrimoniale. Così, l’oggetto del consenso non è più solo lo jus in corpus (il diritto al proprio corpo ordinato alla procreazione), come chiaramente definito dal Codice del 1917, ma anche un presunto diritto a una comunione di vita affettiva e interpersonale. Eppure, nel 1944, Pio XII ci aveva ricordato che la vita condivisa (letto, mensa, abitazione) non appartiene alla sostanza del matrimonio, ma alla sua integrità. Anche l’amore coniugale non è mai stato considerato una condizione di validità: «un matrimonio valido può coesistere con la ripugnanza», ha affermato. Era un giudice nel 1925. La tendenza attuale equivale a insinuare: «niente amore, quindi niente matrimonio», esattamente ciò che mons. Marcel Lefebvre denunciò al Concilio. (2)Sotto Francesco: la procedura accelerata, una nuova fonte di fragilità
A queste ampie cause si aggiunge, sotto Francesco, un’importante riforma procedurale: il motu proprio Mitis Iudex (2015), che introduce una procedura breve davanti al vescovo diocesano. Leone XIV ha menzionato esplicitamente questa procedura, chiedendo che la natura prima facie (a prima vista) delle cause fosse valutata con grande attenzione, e ricordando che è la procedura stessa a dover confermare la nullità o richiedere il ricorso alla via ordinaria. Questo richiamo è significativo: il Papa riconosce implicitamente il rischio di una giustizia accelerata, in cui la nullità diventerebbe una soluzione quasi automatica.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Correggere gli eccessi senza correggere le cause?
Leone XIV ha concluso: «custodire la verità con rigore ma senza rigidità, e praticare la carità senza omissioni». Questo appello è giusto. Ma rimane un’incoerenza: come si può ripristinare pienamente il rigore se i principi giuridici e dottrinali che hanno permesso questi abusi permangono? L’attuale Papa sembra voler mitigare gli effetti negativi delle riforme postconciliari, pur aderendo ai loro orientamenti generali. Tuttavia, la crisi delle nullità matrimoniali può essere risolta solo aderendo alla concezione tradizionale del matrimonio, così come espressa nel Codice del 1917 e nella Casti connubii. Nel frattempo, esiste il rischio concreto che matrimoni validi e indissolubili siano dichiarati nulli, a scapito della verità del sacramento e della pace della coscienza. NOTE 1) Le Droit canonique est-il aimable?, p. 2852 2) Intervento presentato al Concilio il 9 settembre 1965. Articolo previamente apparso su FSSPX. NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Arcivescovo vaticano elogia testo luterano come modello
Il segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha affermato che uno dei testi fondanti del luteranesimo offre un modello per riscoprire un terreno comune tra i cristiani in vista di una commemorazione ecumenica programmata per il 2030.
Il 22 gennaio, l’arcivescovo Flavio Pace ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Vatican News pubblicata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, riflettendo sulle prossime «commemorazioni ecumeniche», in particolare il 500° anniversario della Dieta di Augusta e della Confessio Augustana – la confessione primaria della Chiesa luterana – nel 2030.
«Ci fu il tentativo dopo la crisi con Martin Lutero di trovare un terreno comune, una professione di fede comune, nell’ambito dei Paesi che noi adesso definiamo della riforma» spiega l’arcivescovo. «È importante commemorare quel testo per riscoprire una base comune e allo stesso tempo riscoprire qualcosa in più per il nostro oggi».
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La Confessio Augustana, scritta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata nel 1530 all’imperatore Carlo V, è uno dei testi fondanti del luteranesimo. Lo scopo era dimostrare ai cattolici che non intendevano creare una nuova Chiesa, ma affrontare i presunti «abusi teologici» e, a loro avviso, tornare alla fede della Chiesa primitiva. Tra le pratiche condannate c’erano la ricezione della Santa Comunione sotto la sola specie del pane, il celibato sacerdotale, la concezione della Messa come sacrificio, la visione tradizionale della Confessione, la dottrina della penitenza e l’unità tra Chiesa e Stato.
La Chiesa cattolica rispose alla Confessio con un’opera dettagliata preparata dai teologi pontifici, nota come Confutatio Augustana. In essa, la Chiesa affrontò le tesi luterane e chiese un ritorno alla piena dottrina cattolica romana. Questi temi furono poi ripresi e sviluppati nel Concilio di Trento.
Le osservazioni di Pace si allineano a un approccio ecumenico che vede come necessario «ricominciare» da un terreno comune o da un punto di riferimento fondamentale, spesso identificato con il credo niceno-costantinopolitano. Lo stesso papa Leone XIV sembra condividere questa visione: nella sua recente lettera apostolica In Unitate Fidei, ha minimizzato la verità di fede del Filioque, definendola una controversia teologica che ha «perso la sua ragion d’essere».
Leone XIV sottolinea che l’attuale ricerca dell’unità «non implica un ecumenismo che tenti di tornare allo stato precedente alle divisioni». Piuttosto, egli immagina un percorso ecumenico che «guarda al futuro» e «cerca la riconciliazione attraverso il dialogo, condividendo i nostri doni e la nostra eredità spirituale».
Quest’anno, la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha coinciso con le catechesi di papa Leone XIV sul Concilio Vaticano II, in particolare sulla costituzione dogmatica Dei Verbum. Pace ha osservato che il Concilio Vaticano II ha sottolineato la rivelazione divina non solo come un insieme di proposizioni, ma come un incontro relazionale tra Dio e l’uomo, una prospettiva che, a suo dire, ha informato il dialogo ecumenico contemporaneo.
Secondo monsignor Pace, «La Dei verbum è in qualche modo il completamento della Dei filius che era del Concilio Vaticano I» spiega l’arcivescovo, «dove effettivamente la concentrazione era su queste verità di tipo intellettuale (…) La Dei verbum completa e colloca questa verità dentro la dimensione relazionale»
L’arcivescovo Pace ha spiegato che la commemorazione della Dieta di Augusta del 2030 avrà luogo in un anno già segnato da altri anniversari significativi, tra cui il bimillenario tradizionalmente associato all’inizio del ministero pubblico di Gesù Cristo.
«Sono numerose le iniziative ecumeniche trasversali che vorrebbero porre al centro una lettura condivisa del Discorso della Montagna. Spero che questo anniversario sia un anno fruttuoso non solo per le relazioni con i luterani, ma anche per altri temi ecumenici», ha affermato il prelato.
Il Pace ha anche ricordato che la Settimana di preghiera si concluderà con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, il 25 gennaio, presieduta da papa Leone XIV. Secondo Pace, la basilica ha un antico significato ecumenico.
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Si tratta della la basilica che «ha anche visto quest’anno la visita di re Carlo e la concessione del titolo di Confrater, per cui è una basilica che è legata comunque all’ecumenismo (…) È anche la basilica del Concilio, dove è stato annunciato il Vaticano II, ha osservato Pace, nonché quella in cui Paolo VI, nel 1966, consegnò il proprio anello episcopale all’allora arcivescovo anglicano di Canterbury, Michael Ramsey».
Le celebrazioni vaticane pro-lutero risalgono ai tempi di Ratzinger, ed esplosero con Bergoglio che piazzò pure una statua dell’eresiarca nel Sacro Palazzo.
Lutero era fino a non troppi anni fa definito dai cattolici come il porcus saxoniae, il «maiale della sassonia». Ora, nell’inversione conciliare, il porco viene invece celebrato dalla stessa Chiesa che egli aveva tentato di distruggere – e forse è celebrato appunto perché Roma è ora distrutta, vinta, occupata.
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Immagine di Sir James via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Geopolitica
La Santa Sede invitata al Consiglio per la Pace di Trump
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Un’istituzione con poteri esorbitanti
E per una buona ragione: inizialmente concepito lo scorso settembre per supervisionare la ricostruzione di Gaza, il Consiglio per la Pace ha visto le sue prerogative espandersi notevolmente. Il suo statuto, pubblicato il 18 gennaio 2026, delinea un «secondo Consiglio di Sicurezza», libero dai vincoli dell’ONU, che considera «obsoleto e inefficace». Il funzionamento di questo nuovo organismo è piuttosto semplice. Donald Trump ha poteri discrezionali: sceglie i membri, può revocarli e ha persino il diritto di designare il suo successore. Ancora più sorprendente, lo statuto prevede una membership «premium». Infatti, gli Stati che versano un miliardo di dollari nel primo anno si assicurano un seggio permanente, aggirando il processo di rinnovo triennale. Mentre alleati come Viktor Orban (Ungheria), Javier Milei (Argentina) e Re Mohammed VI (Marocco) hanno già firmato, altri sono esitanti.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La prudenza diplomatica della Santa Sede
È in questo contesto di accresciute tensioni che il Vaticano ha ricevuto il suo invito. La risposta, fornita dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, è improntata a «vigile prudenza». Sebbene Papa Leone XIV abbia sempre sostenuto una cultura del dialogo, il formato proposto da Washington sembra scontrarsi con gli attuali principi fondamentali della diplomazia pontificia. Interrogato su questi sviluppi, il cardinale Pietro Parolin ha sottolineato la preoccupazione della Santa Sede per l’erosione del diritto internazionale. Per il numero due del Vaticano, la pace non può essere il prodotto di un “giudizio pragmatico” esercitato da una manciata di Stati «volontari», ma deve essere perseguita nel quadro delle istituzioni multilaterali esistenti. La Santa Sede teme che questo Consiglio possa diventare uno strumento di pressione politica piuttosto che un autentico strumento di stabilità. Inoltre, la composizione del consiglio esecutivo – composto esclusivamente da stretti collaboratori del presidente americano (Marco Rubio, Jared Kushner), con l’eccezione di Tony Blair – rafforza l’immagine di una diplomazia «transazionale». Per la Santa Sede, aderire a un simile organismo rischierebbe di comprometterne la neutralità, essendo spesso chiamata ad agire come mediatore imparziale nei conflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente. Mentre Vladimir Putin sta ancora valutando le «sfumature» del suo invito, il Vaticano sembra prendere tempo. Preso tra la tentazione di influenzare le decisioni della Casa Bianca dall’interno e la necessità di proteggere l’ordine internazionale, il Papa cammina su un filo teso: un ruolo di osservatore al Consiglio per la Pace – come alle Nazioni Unite – potrebbe rappresentare una via di mezzo? Una cosa è certa: la Santa Sede non darà carta bianca a un organismo in cui la pace sembra avere un prezzo «premium». Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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