L’odore del sangue di uno Stato debole: carcerati, speculatori, immigrati lo sentono

 

 

Qualcuno ha detto che la rivolta nelle carceri è dovuta allo stop delle visite, che avrebbe avuto come conseguenza la cessazione del flusso di droga che narcotizza le prigioni. La prova sarebbe che hanno subito assaltato le farmacie carcerarie, alla cerca di chissà cosa, forse del metadone.

 

Non siamo d’accordo. Crediamo che il belluino attacco coordinato (perché di questo si tratta) alle carceri di tutta Italia sia in realtà parte di una strategia che non viene da drogati, ma di menti ben lucide.

È una legge di natura, con l’odore del sangue arrivano le belve. Possiamo solo dire al lettore, dunque, di prepararsi ad un’ora ferale

 

I carcerati, che tecnicamente sono criminali, hanno compreso che il momento è propizio per loro e le loro richieste – e finanche, per chi davvero si vuole spingere così in là, per evadere. I criminali, che sanno cos’è l’odore del sangue, che per lavoro percepiscono istintivamente la posizione del loro interlocutore  (la loro vittima), hanno compreso una cosa semplice: in questo momento lo Stato è debole. Di più: lo Stato, ora, può essere più debole di loro.

 

I criminali hanno compreso una cosa semplice: in questo momento lo Stato è debole. Di più: lo Stato, ora, può essere più debole di loro.

E quindi, ecco San Vittore in fiamme, le prigioni di Foggia devastate, Modena, Padova in rivolta, e più di una mezza dozzina di morti sul campo.

 

Le immagini pazzesche della fuga da Foggia parlano da sole. Decine e decine di criminali che fuggono dal cancello, con la volante della Polizia che arriva ma non può fare molto. Tana libera tutti.

 

A questo, con evidenza, stanno puntando: essere liberati al più presto dallo Stato sotto shock. Avranno visto, del resto, che lo ha fatto l’Iran, che non è esattamente la Norvegia nel campo del trattamento dei detenuti: Teheran, hanno scritto le agenzie di stampa, ha mandato ai domiciliari 54.000 carcerati.

 

Il Coronavirus è un interlocutore politico più vantaggioso per le persone ora al gabbio: perché Pannella, per quanto facesse spettacolo, mai avrebbe potuto mettere sotto scacco lo Stato. COVID-19 invece lo ha fatto. Ha in pugno il governo, e non solo quello

Domiciliari di massa anche in Italia, quindi, o ancora meglio quello che hanno apertis verbis domandato dei ragazzi dall’aspetto nordafricano (ma questo i giornali non possono mica scriverlo, è proibito)  con uno striscione sventolato sopra San Vittore: «Indulto».

 

Il Coronavirus, è stato giustamente notato, è meglio di Marco Pannella. Il Coronavirus è un interlocutore politico più vantaggioso per le persone ora al gabbio: perché Pannella, per quanto facesse spettacolo, mai avrebbe potuto mettere sotto scacco lo Stato. COVID-19 invece lo ha fatto. Ha in pugno il governo, e non solo quello. 

 

Quindi, pensano i galeotti, meglio affidarsi al virus: qualcuno che invocherà le carceri sovraffollate e il diritto umano a non prendere il morbo (che una prigione sia un isolamento di per sé non conta, perché il dirittoumanismo logica mai ne ha posseduta) lo troveremo, e quindi la discussione diventerà possibile. Ci siamo ribellati perché costretti, perché non possiamo prendere il virus, diranno. Qualche giudice, dice qualche utente della rete adirato, potrebbe credergli.

 

Si è consumato uno dei fatti più inquietanti di tutta la crisi pandemica italiana: le istituzioni hanno ritenuto di lasciare che aprisse la Borsa di Milano

Non è l’unica bestia, quella dei detenuti, ad aver compreso che lo Stato italiano è debole, e l’odore nel suo sangue è nell’aria.

 

Gli speculatori internazionali non sono certamente stati a dormire, tanto più che a Wall Street e nella City di Londra mica c’è l’obbligo di stare a casa come da noi.

 

E così, ieri si è consumato uno dei fatti più inquietanti di tutta la crisi pandemica italiana: le istituzioni (governo, ministeri, autorità di controllo, etc.) hanno ritenuto di lasciare che aprisse la Borsa di Milano. È inutile cercare una spiegazione, perché non la troverete: chiunque, uno pensa, nel momento in cui le imprese del Paese sono praticamente ferme o in via di arresto per shock epidemico, chiuderebbe gli scambi. I nostri no, non ci hanno pensato.

La strada spalancata davanti agli speculatori internazionali: puoi comprare a prezzi di saldo pezzi rilevanti delle aziende nazionali strategiche, quelle ovviamente ex-pubbliche o semipubbliche, e poi, una volta che il domino ha fatto cascare anche le banche, raccogliere per un tozzo di pane anche tutto il risparmio italiano

 

Abbiamo avuto così il tonfo logico, con perdite stile 11 settembre, o peggio. E la strada spalancata davanti agli speculatori internazionali: puoi comprare a prezzi di saldo pezzi rilevanti delle aziende nazionali strategiche, quelle ovviamente ex-pubbliche o semipubbliche, e poi, una volta che il domino ha fatto cascare anche le banche, raccogliere per un tozzo di pane anche tutto il risparmio italiano.

 

Un’occasione unica, ghiottissima: quando nel 1992 Soros distrusse la lira, aveva un piano complessissimo e macchinoso, che tirò giù anche monete di paesi asiatici come la Malesia, dove egli è condannato all’ergastolo in contumacia – mentre da noi 5 anni dopo Prodi gli dava una laurea ad honorem a Bologna.

 

No. Qui tutti i restanti gioielli di famiglia di quella che fu l’Italia prospera e laboriosa del dopoguerra vengono via per due lire, e senza tanti schemi diabolici: è bastato un microrganismo acellulare, e un governo di inetti.

 

E proprio quest’ultimo punto, l’inettitudine al governo, è quello che ha fatto titillare gli squali internazionali, che sanno conoscono una qualche forma del detto medievale «Le sot c’est la monture di Démon», lo scemo è la cavalcatura del Diavolo. Gli inetti provocano danni, portano stragi – ed ecco l’odore di sangue anche qui. Gli squali sono squali, e sono arrivati.

 

I gioielli di famiglia di quella che fu l’Italia prospera e laboriosa del dopoguerra vengono via per due lire, e senza tanti schemi diabolici: è bastato un microrganismo acellulare, e un governo di inetti

Ancora altre categorie di persone hanno sentito la patente debolezza dello Stato e hanno agito di conseguenza per trarne profitto. Parrebbe ci sia una nuova ondata di «profughi» in arrivo dalla Siria. Girava su internet qualche settimana fa una mappa in Arabo, come delle istruzioni che consigliavano di raggiungere Bologna.

 

Ora ci parlano di Idlib: uno striscione su questi poveri scappati dalla città siriana è apparso perfino in Piazza San Pietro all’Angelus a Porte chiuse del Papa antinfluenzale. Una pagina intiera del Corriere della Sera si appellava a quel migliaio di italiani con un patrimonio superiore ai 100 milioni di euro perché sganciassero a una qualche ONG per Idlib e i suoi poveretti. Leggere di richieste di danaro per degli stranieri in un giornale che dedica 20 pagine alla catastrofe biologica in patria fa un effetto surreale, ma ripetiamo che di logica non dobbiamo parlare mai in questi casi.

Gli inetti provocano danni, portano stragi – ed ecco l’odore di sangue anche qui. Gli squali sono squali, e sono arrivati

 

Dietro alla nuova ondata, che come le precedenti si metamorfoserà in una ulteriore fatta però da africani che scappano da indeterminate guerre e carestie (inesistenti, se non in un paio di punti del continento nero), c’è un altro che ha annusato il sangue nell’aria: Recep Tayyip Erdogan.

 

Il sultano turco ha capito che l’utilizzo dell’arma di migrazione di massa, che qualche anno fa gli fruttò 5 miliardi europei mentre il figlio avrebbe (secondo delle inchieste) fatto affari petroliferi con l’ISIS, è estremamente opportuno in questo momento di debolezza indotta dal COVID-19. Quindi, ha mandato la polizia spingere gli immigrati al confine greco, ha mandato la marina a scortare i gommini verso Lesbo, e si è premurato, presumibilmente, di mettere nel mazzo degli arrivi anche qualche jihadista veterano della disfatta siriana.

 

Erdogan ha capito che l’utilizzo dell’arma di migrazione di massa è estremamente opportuno in questo momento di debolezza indotta dal COVID-19

È quello che ha fatto in Libia, dove ha mandato, per sostenere la fazione tripolina di Serraj da lui prescelta, droni, istruttori e qualche birichino che ha tagliato qualche gola nel Levante durante l’ultima orrenda guerra.

 

Il fatto stesso che sia in Libia è un indice di quanto Erdogan ritenesse lo Stato italiano debole prima del Coronavirus (probabilmente, gli è bastato guardare la foto di giuramento del governo): la Libia fu soffiata dall’Italia giolittiana proprio alla Turchia ottomana; ora il neo-ottomano Erdogan se la riprende, alla faccia dei decenni nei quali, con l’ENI e senza, ci siamo coltivati Gheddafi e tutte le tribù possibili. Non che lo Stato italiano, malgrado il rischio di perdere una fonte di approvvigionamento energetico, ve lo abbia fatto capire: era impegnato nell’antirazzismo dell’involtino primavera.

 

Qualche analista aggiunge che anche il generale Haftar, il nemico di Serraj e quindi di Erdogan, abbia intensificato i suoi attacchi su Tripoli – praticamente l’unica parte della Libia che non controlla è la capitale – sta approfittando del Coronavirus italiano per avanzare senza più l’ostacolo, sempre più insignificante, della diplomazia italiana (dove, ricordatelo sempre, ora ci sta Giggino «Coronavairus» Di Majo).

Il generale Haftar sta approfittando del Coronavirus italiano per avanzare senza più l’ostacolo, sempre più insignificante, della diplomazia italiana

 

Ma torniamo ai criminali nostrani propriamente detti: se lo hanno capito quelli che stanno dietro le sbarre, figurarsi se non lo hanno capito quelli che stanno fuori. Le mafie, quando l’epidemia, grazie alla storica fuga massiva da Milano causa bozza di decreto trapelata di sabato sera, giungerà al Sud e intaserà le rianimazioni e la vita sociale, cosa faranno?

 

Quel che faranno lo sanno già, lo hanno già deciso – perché, a differenza che a Roma, lì ci sono uomini che decidono. Chiederanno un prezzo allo Stato debole? Giocheranno al rialzo permettendo qualche supermercato incendiato?

Le mafie, quando l’epidemia, grazie alla storica fuga massiva da Milano causa bozza di decreto trapelata di sabato sera, giungerà al Sud e intaserà le rianimazioni e la vita sociale, cosa faranno?

 

Prendiamo Napoli: si mormora che durante l’emergenza del Colera negli anni Settanta la Camorra si accordò con lo Stato nello sforzo di riportare sotto il Vesuvio sconvolto. Sappiamo che ora, però, gli equilibri sono molto cambiati. Quindici anni di Roberto Saviano e di serie TV glorificanti hanno avuto come esito che se un carabiniere spara ad un ragazzino rapinatore segue la devastazione di un Pronto Soccorso (e quindi, immaginate cosa succede se non curano mammà ammorbata di COVID-19 perché sono finiti i respiratori); più grave ancora, è la «stesa» che ne è seguita: ragazzini arrivano con i motorini dinanzi ad una caserma, e sparano per aria.

 

Disordini al Sud – i primi supermercati assaltati, etc. – avrebbero ripercussioni al Nord, e per la presenza di meridionali qui, e per emulazione nel collasso del contratto sociale

Un atto di sfida allo Stato, che nella logica della criminalità organizzata di una volta non ha senso. A meno di non essere Totò Riina (e i risultati si sono visti), lo Stato non lo sfidi mai: ti ci accordi, lo corrompi, lo pungoli qua e là d’improvviso, ma no, sfidarlo proprio non puoi.

 

E quindi, l’odore del sangue cosa combinerà a Sud? Vedremo, sarà dirimente. Disordini al Sud – i primi supermercati assaltati, etc. – avrebbero ripercussioni al Nord, e per la presenza di meridionali qui, e per emulazione nel collasso del contratto sociale. Come già scritto altrove, a negozi e supermercati, dopo qualche tempo, seguono le violenze private, con personaggi che vanno a razziare le case.

Non è escluso che si vengano a formare bande di stranieri, che di fatto si troverebbero più a loro agio che mai nell’Italia africanizzata

 

Non è escluso, qui, che si vengano a formare bande di stranieri, che di fatto si troverebbero più a loro agio che mai: nell’Italia africanizzata, ridotta ad una devastazione terzomondiale, essi sono esperti del cosiddetto pillage, la razzia dei villaggi che nell’Africa nera avviene ciclicamente, e non solo in Nigeria e in Congo. 

 

L’esercito sulle strade dovrebbe quindi potrebbe divenire una necessità assoluta. Come abbiamo già scritto, riteniamo che questo governo, sostenuto da partiti che vivono in un mondo virtuale dove più che la realtà del Paese contano dei badge goscisti («antirazzismo», «antifascismo», «antimilitarismo»), questa decisione, se verrà presa, verrà presa, anche qui, troppo tardi.

 

L’odore del sangue è oggi fortissimo. È una legge di natura, con quello arrivano le belve. Possiamo solo dire al lettore, dunque, di prepararsi ad un’ora ferale.

 

 

Roberto Dal Bosco