Storia
Vaccini, la storia del movimento anti-obbligo dell’epoca vittoriana
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Oggigiorno, l’appellativo di «no-vax» è comune per chiunque si opponga agli obblighi vaccinali o nutra risentimento per gli enormi privilegi legali, le protezioni, i brevetti e i sussidi di cui gode l’industria vaccinale. Si applica anche a coloro che cercano di richiamare l’attenzione sui danni e i decessi causati dai vaccini, un argomento delicato e persino represso da un’industria che si basa su una misura utilitaristica per dimostrare il proprio valore sociale.
L’etichetta non sempre, o spesso, ha senso. Il tema dominante del movimento attuale – e questo è sempre stato vero – è quello di rifiutare l’intervento e considerare questo settore come qualsiasi altro in un libero mercato (hamburger, acqua in bottiglia, lavatrici, ecc.), senza sussidi, senza obblighi, né protezione da responsabilità per danni imposti. Se questo obiettivo fosse raggiunto, il movimento «antivaccinista» si ridurrebbe drasticamente.
Il problema è che, per quanto a fondo si analizzi la storia delle vaccinazioni nei Paesi occidentali, e in particolare negli Stati Uniti, si scopre che la vaccinazione non è mai stata trattata come un normale bene di mercato da accettare o rifiutare in base alle preferenze dei consumatori.
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In effetti, se questo prodotto farmaceutico fosse davvero così miracoloso come pubblicizzato, dovrebbe essere in grado di generare una domanda economica sufficiente a sostenersi in modo redditizio e competitivo come qualsiasi altro prodotto. È semplice: lasciamo che questo settore sia soggetto ai venti gelidi di un mercato libero e spietato e vediamo cosa succede.
Fin dall’inizio, tuttavia, l’industria dei vaccini ha goduto di una qualche forma di privilegio ai sensi della legge. Ho descritto in dettaglio parte di questa storia qui .
Questo fa naturalmente sorgere il sospetto che qualcosa non vada. Forse questi prodotti non sono né sicuri né efficaci, altrimenti perché la popolazione avrebbe bisogno di una spinta così energica? I danni causati dalle iniezioni alimentano ulteriormente il desiderio di rendere le vaccinazioni almeno volontarie e di porre fine ai sussidi e alle tutele legali. Inoltre, storicamente, gli obblighi vaccinali non hanno portato a tassi di vaccinazione più elevati, ma solo a una maggiore resistenza da parte della popolazione e a tassi di vaccinazione più bassi.
Un ottimo esempio è la Leicester Anti-Vaccination League, attiva nell’Inghilterra degli anni ’70 e ’80 del XIX secolo. Si trattò di uno dei movimenti antivaccinisti più efficaci della storia occidentale. Nacque in risposta al Vaccination Act del 1867, approvato dal Parlamento a seguito di intense pressioni da parte dell’industria e della solita corruzione (nulla è cambiato).
Questa legge rese obbligatoria la vaccinazione per tutti i bambini fino all’età di 14 anni. Prevedeva un compenso di 1 o 3 scellini per ogni vaccinazione andata a buon fine (come oggi). Richiedeva inoltre agli ufficiali di stato civile di rilasciare un certificato di vaccinazione entro sette giorni dalla registrazione della nascita del bambino (come oggi). La mancata osservanza comportava una condanna penale e una multa fino a 20 scellini (milioni di professionisti hanno perso il lavoro solo di recente a causa del vaccino contro il COVID).
La legge imponeva sanzioni ripetute fino alla vaccinazione del bambino (come oggi: alcuni medici perdevano la licenza). Il mancato pagamento poteva comportare la reclusione (alcuni finirono in carcere questa volta). Vietava anche la variolizzazione (il vecchio metodo di esposizione che innescava una risposta immunitaria) con la reclusione fino a un mese.
Una domanda che continuo a pormi riguardo a questo periodo è: se la vaccinazione è così efficace e palesemente superiore alla variolizzazione, perché è stato necessario tanto clamore e tanti sussidi per la sostituzione del vecchio metodo con il primo, fino ad arrivare alle sanzioni penali per chi lo utilizzava? Non ho una risposta, se non che questo è un altro esempio di come questo settore sfidi le dinamiche di mercato, in cui le innovazioni sostituiscono sempre organicamente le tecnologie inferiori.
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In breve, la legge sulla vaccinazione del 1867 fu una legge oltraggiosa, approvata nonostante la crescente resistenza della popolazione sviluppatasi nel mezzo secolo trascorso da quando il famoso Edward Jenner portò per la prima volta all’attenzione del pubblico il nuovo metodo per sostituire la variolizzazione. Sebbene l’efficacia dell’immunità crociata dal vaiolo bovino al vaiolo umano non fosse mai stata messa in discussione, i danni causati dalla vaccinazione (tramite tagli sul braccio, inalazione nasale e iniezione successiva) erano stati un tema ricorrente fin dagli anni 1790.
La Lega Antivaccinista di Leicester fu fondata nel 1869 in risposta alla stretta del governo sulle vaccinazioni. Al suo apice, contava 100.000 membri. Il loro tema principale era sempre lo stesso: una buona igiene e una buona sanità pubblica sono sufficienti a soddisfare le esigenze di salute pubblica. La Lega riteneva che i vaccini fossero enormemente sopravvalutati rispetto alle tradizionali misure di salute pubblica. Questo movimento fu considerato reazionario.
A Leicester, i procedimenti giudiziari per mancata vaccinazione passarono da 2 nel 1869 a 1.154 nel 1881, e a oltre 3.000 nel 1884. Centinaia di persone dovettero affrontare multe o la reclusione; alcuni genitori scelsero il carcere come forma di protesta deliberata. Questo movimento, simile a quello gandhiano, non è mai stato celebrato come tale, ma è stato piuttosto trattato come un’irrazionale rivolta populista antiscientifica di ignoranti.
Anche a quei tempi, il movimento dovette resistere alle calunnie dei media. A causa di quella che oggi potremmo considerare «disinformazione», l’adesione alla vaccinazione crollò a seguito della coercizione, passando dal 90% al suo apice nel 1870 a un misero 1% nel 1890. Il grafico sottostante proviene dal Journal of Medical History, «Leicester and Smallpox: The Leicester Method» di Stuart MF Fraser. Non fu né la prima né l’ultima volta che un obbligo causò risultati opposti a quelli previsti.

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Il movimento crebbe nonostante metodi estremi e oppressione, a causa della persistenza dei danni da vaccino e della crescente consapevolezza che le vaccinazioni non fossero efficaci quanto l’acqua potabile, il cibo e l’igiene per ripulire i beni comuni. Poiché i profitti dell’industria vaccinale erano maggiori rispetto a quelli derivanti da servizi igienico-sanitari e lavaggio delle mani, la vaccinazione veniva considerata dalle fonti ufficiali come una sorta di soluzione miracolosa. Pertanto, la bassa adesione alla vaccinazione veniva vista come presagio di un disastro per la salute pubblica.
Con grande stupore di molti, i casi di vaiolo diminuirono effettivamente durante il periodo di forte resistenza alla vaccinazione, in misura molto maggiore rispetto ad altre città. Come scrive Fraser, seppur con una certa riluttanza, «Leicester rappresenta un esempio, probabilmente il primo, in cui misure diverse dalla totale dipendenza dalla vaccinazione furono introdotte con successo per eradicare la malattia da una comunità».
Nel 1912, JT Biggs, ingegnere sanitario e membro del consiglio comunale, pubblicò un libro retrospettivo di 800 pagine (Leicester: Sanitation versus Vaccination) con l’obiettivo di dimostrare un punto semplice ma indiscutibile: «Leicester non solo ha meno casi di vaiolo rispetto a qualsiasi altra città di caratteristiche simili, ma anche un tasso di vaccinazione molto basso».
Incoraggiato dai risultati empirici ottenuti dai dissidenti vaccinali, il movimento continuò a crescere. L’evento più famoso fu la Marcia di Leicester del 23 marzo 1885. Tra gli 80.000 e i 100.000 partecipanti, provenienti da oltre 50 altri gruppi antivaccinisti, protestarono per le strade contro l’obbligo vaccinale.
La processione era composta da striscioni con slogan che enfatizzavano la libertà, uomini imprigionati per essersi rifiutati di vaccinarsi, famiglie a cui erano stati sequestrati i beni per multe non pagate, e la bara di un bambino a simboleggiare le morti causate dai vaccini, una realtà innegabile. Questo movimento si diffuse in ogni città.
Questo movimento ebbe una tale influenza che il Parlamento decise autonomamente di istituire una Commissione Reale per indagare sui vaccini in generale, che si riunì dal 1889 al 1896. La Commissione confermò il valore della vaccinazione, ma raccomandò di abolire le sanzioni per la mancata osservanza e di introdurre una clausola di «obiezione di coscienza». Queste disposizioni furono recepite nella legge sulla vaccinazione del 1898.
Questa legge non accontentò nessuna delle parti in causa. L’industria vaccinale, come ha sempre fatto e continua a fare, chiedeva l’obbligo vaccinale, mentre il fronte contrario si fece sempre più forte. La Lega di Leicester si trasformò nella National Anti-Vaccination League, che proseguì la sua battaglia, ottenendo infine l’abrogazione completa dell’obbligo vaccinale nel Regno Unito nel 1948.
In Gran Bretagna, l’industria farmaceutica ha spinto per imporre l’obbligo vaccinale in caso di COVID, in particolare per gli operatori sanitari, ma tali misure sono state respinte dai tribunali. Di conseguenza, e soprattutto a causa di questa lunga storia, gli obblighi vaccinali sono stati molto meno rigidi rispetto agli Stati Uniti o alla maggior parte dei Paesi europei.
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La scarsa efficacia del vaccino contro il COVID ha tuttavia generato una maggiore resistenza della popolazione alla vaccinazione in generale, ma non è nulla in confronto a quanto accaduto in epoca vittoriana, quando un movimento di massa si mobilitò e sconfisse con successo un regime coercitivo e malvagio, sostenuto dall’industria farmaceutica, di vaccinazione obbligatoria.
Al di là di ogni retorica, iperbole e apparente estremismo, tutto ciò che questi movimenti hanno sempre veramente desiderato – dal 1790 ad oggi – è che questo prodotto sia soggetto alle normali leggi del mercato, alla domanda e all’offerta, senza alcun intervento volto a sostenere l’industria. Se la vaccinazione apporta benefici sia al singolo individuo che alla collettività, può e deve sopravvivere autonomamente.
Non dovrebbe essere una richiesta eccessiva. Purtroppo, per questo settore e per il pubblico, esso ha a lungo tratto vantaggio dalla sua stretta relazione con il governo, basandosi su un’etica utilitaristica per nascondere rischi e danni sotto il tappeto. Finché ciò accadrà, la resistenza della popolazione si intensificherà in ogni caso di obbligo vaccinale e di prove evidenti (anche se soppresse) di danni di massa causati dai vaccini.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Occulto
Il vangelo di Sandino. La religione segreta del generale delle Segovias

Augusto César Sandino. Immagine CC0 via Wikimedia
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Fotografia del rivoluzionario nicaraguense Augusto César Sandino anteriore al 1934, ritoccata digitalmente. Immagine CC0 via Wikimedia
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Sport e Marzialistica
I grandi maestri spadaccini del Giappone medievale dell’era samuraia
Nello sviluppo del kenjutsu, l’arte del combattimento con la spada spicca tra i primi protagonisti figura Nagahide Chujo, attivo intorno al 1380, fondatore della scuola Chujo-ryu e consigliere dello shogunato dopo il padre Yorishira; la sua abilità fu ammirata anche da Yoshimitsu Ashikaga, terzo shogun della dinastia omonima (1358-1408).ù
Un elemento distintivo delle scuole giapponesi riguardava l’uso dell’armatura, molto diversa da quella europea: se quella dei cavalieri occidentali era composta da piastre metalliche che coprivano l’intero corpo, privilegiando la protezione, i guerrieri giapponesi indossavano armature intrecciate di bambù e cuoio, più leggere e flessibili, pensate per garantire una protezione sufficiente senza compromettere la capacità di attacco.
Anche la tecnica di combattimento rifletteva questa differenza: mentre il cavaliere europeo, con una spada lunga anche un metro e mezzo, poteva mantenere le distanze dal nemico, il samuraio affrontava l’avversario a distanza ravvicinata, impugnando la katana con entrambe le mani e puntando generalmente la lama verso la gola dell’avversario.
Verso la fine del XIII secolo, il leggendario samuraio Shibenogu Hayashizaki (1542-1621) introdusse una tecnica innovativa per estrarre rapidamente la spada dal fodero, alla quale diede il nome di Shinmei Muso-ryu: questo perfezionamento contribuì alla diffusione dello iai, l’esercizio che consisteva in una sequenza di attacchi e colpi di taglio, eseguiti sfoderando la spada e conclusi rinfoderandola. Per questo oggi lo Shigenobu è ritenuto fondatore dello iaido, dello iaijutsu e del battojutsu, discipline praticate oggi non solo in Giappone.
Tra i suoi allievi più promettenti vi fu Hisayasu Katayama (1575-1650), che in seguito fondò la scuola di spada Hoki-ryu. Nello stesso periodo, Kagehisa Ittosai Ito (1560-1653) si guadagnò la reputazione di spadaccino più forte del suo tempo, elaborando la teoria secondo cui tutte le innumerevoli tecniche di spada sarebbero riconducibili a un’unica tecnica di base originale, chiamata kiriotoshi; su questa idea fondò la scuola Itto-ryu, che fiorì durante tutto il periodo Tokugawa e che ancora oggi influenza il kendo moderno.
Nel XV secolo molti maestri fondarono proprie scuole per addestrare i vassalli dei clan: tra questi Bungoro Hikida (1537-1605), la cui tecnica diede origine alla scuola Hikida-kage, e Iko Aisu (1452-1538), che dopo essersi ritirato in una caverna presso il Tempio Udo trovò l’ispirazione per fondare la scuola Aisu-kage. Un altro importante fondatore fu Choisai Iizasa (1387-c. 1488), artefice della scuola Tenshin Seiden Shinto, che proseguì lo studio del kenjutsu presso i templi di Kashima e Katori, entrambi dedicati a divinità marziali.
Una figura particolarmente celebre fu Bokuden Tsukahara (1490-1572), che secondo la tradizione affrontò trentasette combattimenti senza mai essere sconfitto, grazie alla sua capacità di padroneggiare le tecniche e a una concentrazione fuori dal comune; con il passare degli anni, pur notando un calo della propria destrezza fisica, si ritirò in montagna per dedicarsi alla riflessione, sostenendo sempre la necessità di raggiungere la tranquillità interiore.

Illustrazione della lotta Tsukahara Bokuden sul lago Biwa. Periodo Edo o Meiji. Immagine CCo via Wikimedia
Dal villaggio di Yagyu emerse invece Muneyoshi Yagyu (1527-1606), fondatore della scuola Yagyu Shin-kage, che grazie al servizio prestato al daimyo e militare Nobunaga Oda (1534-1582) e allo shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616) divenne maestro di spada dello shogun; suo figlio Munenori (1571-1646) proseguì la tradizione familiare come istruttore shogunale, ottenendo in seguito anche importanti cariche amministrative.
Tra le figure più note della storia feudale giapponese spicca ovviamente Musashi Miyamoto (1584-1645), reso celebre in Occidente anche attraverso il cinema e la letteratura. Secondo le cronache ingaggiò sessanta duelli nell’arco della sua vita senza mai essere sconfitto, sviluppando la tecnica Niten-ichi-ryu, basata sull’uso simultaneo di due spade, una lunga e una corta.
Il Miyamoto fu anche autore del Gorin no Sho, tradotto in Italia come il Libro dei cinque anelli, testo considerato fondamentale per l’addestramento mentale dei bushi. La sua storia è legata anche a quella del rivale Ganryu Sasaki (1585-1612), che sviluppò un proprio stile ispirandosi al volo delle rondini e che venne infine sconfitto e ucciso da Musashi in un celebre duello sulla spiaggia di Ganryujima.

Statua che celebra il duello tra Musashi e Kojiro a Ganryujima. immafi Roninjapanwiki via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Ad affiancare questi nomi vi furono altri maestri di rilievo, come Mataemon Araki (1594-1637), fondatore della scuola Araki, e Mitsuyoshi Yagyu, detto Jubei (1607-1650), figlio di Munenori. Kurando Marume (1540-1540 ) fu invece annoverato, nel 1630, tra i quattro grandi spadaccini del periodo, insieme a Izu no Kami Jingo, Bungoro Hikida e Yagyu Tajima no Kami; dopo essersi affermato in un torneo tenuto alla presenza dello shogun Iemitsu Tokugawa (1604-1651), fondò la scuola Shinkan. Agli inizi del periodo Edo, tra le scuole più affermate figuravano anche la Ono Itto-ryu e la Arima Tessen.
Il periodo che va indicativamente dal XIV al XVII secolo, quello in cui fioriscono le grandi scuole di spada e si affermano i nomi più celebri della tradizione guerriera giapponese, coincide non a caso con l’epoca di massima instabilità politica del Giappone feudale: il cosiddetto periodo Sengoku, l’«epoca degli Stati combattenti» (all’incirca 1467-1615), segnato da guerre civili pressoché ininterrotte tra i grandi clan per il controllo del territorio.
È in questo clima di violenza endemica, paradossalmente, che l’arte della spada raggiunge il suo massimo sviluppo tecnico e la sua massima diffusione sociale: un maestro capace di elaborare uno stile efficace non solo garantiva la propria sopravvivenza, ma diventava una risorsa strategica per il signore che lo ingaggiava, al punto che i grandi daimyo si contendevano i migliori spadaccini per assicurarsi eserciti meglio addestrati.

Stampa xilografica, oban tate-e (1845-1846). Araki Mataemon, il fondatore della linea Edo dell’arte marziale Yagyu Shingan-ryu, è ritratto mentre esamina la sua spada. British Museum, Londra. Immagine CC0 via Wikimedia
La proliferazione delle ryu (traducibile come «scuola» o «stile») in questo periodo va letta anche come fenomeno di mercato, oltre che tecnico: ogni scuola rappresentava un marchio, un metodo trasmissibile e vendibile, spesso protetto da un rigido segreto (lo hiden, l’insegnamento segreto riservato solo agli allievi più fidati o ai membri della famiglia del fondatore). Non stupisce quindi che figure come Nagahide Chujo (morto nel 1348), al servizio dello shogunato per generazioni prima di fondare la propria scuola, o Yoshimitsu Ashikaga (1358-1408), che premiò pubblicamente l’abilità di un maestro con un titolo ufficiale, ci mostrino un sistema in cui l’eccellenza nella spada era anche un preciso strumento di ascesa sociale e di legittimazione politica.
Un capitolo a parte merita il rapporto tra questi maestri e l’estetica del combattimento. La differenza tra l’armatura giapponese, leggera e flessibile, fatta di bambù e cuoio intrecciati, e quella europea, pesante e completamente metallica, non è soltanto una scelta tecnica dettata da materiali disponibili: riflette due filosofie di guerra profondamente diverse.
Il cavaliere europeo, spesso a cavallo e armato di lance e spade lunghissime, costruiva la propria efficacia sulla protezione totale e sulla forza d’urto; il samuraio, che pure combatteva anche a cavallo, privilegiava la mobilità, la rapidità di esecuzione e la precisione del colpo, valori che richiedevano un’armatura capace di non limitare i movimenti. È significativo che questa scelta sopravviva concettualmente fino ad oggi nell’armatura da kendo, ancora oggi relativamente leggera.
Le tecniche di estrazione rapida della spada, come quella introdotta da Shibenogu Hayashizaki alla fine del XIII secolo e perfezionata nei secoli successivi da maestri come Hisayasu Katayama, meritano un approfondimento a sé: lo iaijutsu (poi evoluto nello iaido, oggi praticato anche in Italia) nasce dall’esigenza specificamente giapponese di rispondere a un attacco a sorpresa nel minor tempo possibile, un’esigenza acuita dal fatto che, contrariamente a quanto avveniva in Europa, il samuraio portava abitualmente la spada infilata nella cintura anziché sguainata o appesa al fianco in un fodero rigido.

Torneo di Iaido, 2012. Immagine Mr.Takahashi via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Questa disciplina, che unisce l’estrazione (iai), il colpo e il rinfoderamento in un’unica sequenza fluida, è diventata nei secoli una vera e propria arte a sé stante, praticata ancora oggi parallelamente al kendo, e rappresenta forse l’esempio più puro di quella fusione tra efficacia marziale e ricerca estetica che caratterizza l’intera tradizione della spada giapponese.
La figura di Kagehisa Ittosai Ito merita un cenno ulteriore per l’influenza che la sua teoria del kiriotoshi — l’idea che tutte le tecniche di spada siano riconducibili a un unico principio originario — ha esercitato ben oltre la sua epoca. Questo approccio, che privilegia un principio universale rispetto all’accumulo di tecniche particolari, anticipa concettualmente un tema che si ritroverà, secoli dopo, anche nel pensiero di Musashi Miyamoto e nel suo Gorin no Sho: l’idea che la vera maestria non consista nel numero di tecniche apprese, ma nella comprensione di un principio semplice e universale applicabile a ogni situazione.
Non stupisce che la scuola Itto-ryu, fondata su questi presupposti, sia sopravvissuta per tutto il periodo Tokugawa e abbia influenzato pressoché tutte le scuole successive, Nakanishi Itto-ryu compresa — la stessa da cui, come si è visto, nascerà poi il kendo moderno.
Musashi Miyamoto merita, per la sua rilevanza, un approfondimento specifico. La sua fama nel mondo occidentale è in larga parte un fenomeno relativamente recente, legato soprattutto al romanzo in quattro volumi di Eiji Yoshikawa (pubblicato a puntate tra il 1935 e il 1939) e alle successive trasposizioni cinematografiche, tra cui quelle interpretate dall’indimenticabile attore giapponese Toshiro Mifune (1920-1997).

Toshiro Mifune nel 1961. Immagine CC0 via Wikimedia
È interessante notare come la figura storica di Musashi, per quanto straordinaria, sia stata in parte romanzata e mitizzata proprio da queste opere novecentesche, al punto che risulta oggi difficile distinguere con precisione i fatti storicamente documentati (i suoi natali, il numero esatto dei duelli, i dettagli del celebre scontro con Sasaki Kojiro sull’isola di Ganryujima) dalle elaborazioni narrative successive.
Ciò non toglie nulla al valore del Gorin no Sho, opera scritta dallo stesso Musashi negli ultimi anni della sua vita, che resta uno dei testi più studiati al mondo non solo negli ambienti marziali, ma anche in contesti manageriali e strategici, per la sua capacità di applicare principi di strategia e disciplina mentale a contesti anche molto lontani dal combattimento con la spada.
Anche il fenomeno delle vendette (adauchi), come quella che oppose Musashi a Sasaki per la morte del padre, o quella di Mataemon Araki, merita una contestualizzazione: la vendetta privata era, in una certa misura, socialmente e giuridicamente tollerata nel Giappone feudale, purché rispettasse determinate procedure formali (spesso richiedeva un’autorizzazione ufficiale dalle autorità del clan). Questo spiega perché tali episodi, lungi dall’essere percepiti come atti di violenza illegittima, siano stati celebrati nella tradizione popolare — nei kodan, i racconti feudali orali, nel teatro Kabuki, e più tardi nel cinema — come esempi di virtù, lealtà filiale e coraggio, in perfetta coerenza con i valori del Bushido descritti in precedenza.
Infine, va sottolineato come l’elenco di questi maestri riveli una differenza strutturale interessante nel modo in cui le due tradizioni, nipponicha ed europea, hanno concepito la guerra: mentre il cavaliere europeo si muoveva spesso in un contesto di guerra «esterna», tra nazioni o contro un nemico religioso lontano, il samurajo giapponese operava quasi sempre all’interno di un perenne conflitto civile, tra clan della stessa nazione — una condizione che forse spiega anche la particolare enfasi posta dal Bushido sulla lealtà personale verso il proprio signore diretto, più che verso un’entità astratta come la nazione o la fede, un vincolo che in un contesto di guerra fratricida costante rappresentava l’unico principio di ordine stabile a cui aggrapparsi.
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Immagine: Yoshifusa Utagawa (attivo intorno al 1840-1860), Il celebre duello tra il maestro di spada Miyamoto Musashi (a sinistra) e Sasaki Kojiro (Ganryu) sull’isola di Ganryu-jima (circa1843-1847).
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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