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Satira

Turista a Venezia fa i suoi bisogni sotto il ponte di Calatrava. Le possibili ragioni storiche, metafisiche, architettoniche del gesto

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Giusta indignazione pubblica per una foto che ha fatto il giro della rete e dei giornali.  Quella che è presumibilmente una turista a Venezia, è stata immortalata mentre defecava – riportano i quotidiani locali – sotto il passaggio pedonale che collega Piazzale Roma alla Stazione di Santa Lucia il famigerato «ponte di Calatrava».

 

«La persona risulta sconosciuta ai Servizi sociali e la polizia locale ricorda che invece di fotografare sarebbe stato meglio avvertire, visto che ci sono pattuglie sempre a piazzale Roma, che avrebbero potuto darle un aiuto, visto che certamente ne avrebbe bisogno» scrive il Gazzettino.

 

Gli agenti, quindi, brancolano nel buio, come si dice di solito in gergo giornalistico, e pure sono seccati perché non bisognava fare una foto alla donna che «usava il Canal Grande come un WC», come è stato riportato.

 

 

Lo sdegno è tanto, anche perché Venezia è abituata a scene di belluina inciviltà turistica, dove le secrezioni del corpo umano la fanno da padrone. In questi anni di fatto non si sono visti solo tuffi nei canali (auguri), tizi seminudi seduti ai tavolini dei bar in Piazza San Marco sommersa dall’acqua alta e perfino la profanazione del Canal Grande attraversato da australiani in surf elettrico (sacrilegio!), ma anche casi ripetuti di «pellegrini» del turismo decerebrato che hanno fatto la pipì ovunque, persino dinanzi al Palazzo Ducale.

 

Video di inciviltà urinaria contro Venezia continuano ad essere trasmessi impunemente sulle piattaforme video: e vorremmo tanto che i colpevoli fossero individuati e perseguiti.

 

 

 

E come non ricordare il trauma dei traumi, il visionario concertone dei Pink Floyd per la Festa del Redentore 1989, che sommerse Venezia di esseri umani e rifiuti, con apocalittiche immagini di urina contro i beni culturali?

 

La sconvolgente esperienza fu cantata nei versi di Pin Floi, canzone che rende allora celebri i Pitura Freska

 

 

Tuttavia l’atto estremo della signora defecatrice – che potrebbe essere stato, comunque, una performance di un’artista per la Biennale, anche se un po’ fuori tempo – porta alla mente questioni di rilievo: su un piano storico, metafisico ed architettonico.

 

La prima cosa su cui ci interroghiamo sulla questione arrivata sin nel titolo dei giornali, quel «Canal Grande usato come un WC». Il cittadino veneto medio, con cognizione storica o fede calcistica, conosce vari epiteti per gli abitanti di tutte le città – avente presente, quella cosa per cui «vicentini magnagati/veronesi tuti mati».

 

I veneziani, nella filastrocca erano detti «gran signori», tuttavia un altro modo di definirli, in senso dispregiativo, i veneti dell’entroterra lo hanno sempre avuto «cagainacqua».

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Il sistema fognario veneziano per secoli prevedeva lo scarico diretto nel rio, cioè nella via d’acqua sottostante.  «In epoca medioevale solo gli edifici più prestigiosi avevano dei bagni privati, mentre la popolazione disponeva di bagni comunitari che venivano posti vicino ad un rio» apprendiamo dal sito Venezia da esplorare. Capitava spesso che i canali più stretti divenissero delle vere e proprie latrine a cielo aperto che poi l’acqua alta ripuliva».

 

«La parte liquida degli scarichi finiva direttamente nei canali, mentre bisognava operare manualmente alla rimozione della componente solida. Tutti gli scarti delle cucine e i reflui spesso erano scaricati al di sopra del livello medio delle maree e pertanto erano spesso visibili».

 

«Nel basso medioevo, con l’aumentare della popolazione, diventarono sempre più evidenti i problemi di carattere igienico. Oltre alla propagazione delle malattie, il sistema medievale del rio delle latrine non funzionava più: troppe zone della città erano impraticabili», cioè, crediamo significhi che intere aree della Serenissima erano ufficialmente sommerse dalla pupù.

 

Nel XX secolo, è stata reso «obbligatorio l’uso di una fossa settica prima dello scarico nel rio. Questo adeguamento fu però realizzato da pochi proprietari, visto che era obbligatorio solo per coloro che richiedevano un permesso per ristrutturare casa».

 

L’idea per cui Venezia poggia poggerebbe sui bisogni dei suoi abitanti era stata al centro di un vecchio episodio, ovviamente assai grossolanamente razzista nei confronti degli italiani, del cartone satirico South Park relativo alle persone che facevano la pipì in piscina.

 

E quindi, la signora dello scandalo ha fatto qualcosa che, in realtà, è di per sé molto veneziano? Magari infrangendo la legge e dando a tutti lo spettacolo del degrado, la signora ha come detto, «il re è nudo»? «L’acqua di Venezia contiene escrezioni umane»!

 

Vi è un tuttavia anche un ulteriore livello metafisico di lettura dell’evento. Il lettore foresto deve sapere che ogni bimbo veneto, e quindi ogni adulto, conosce bene una filastrocca. Si tratta di una «conta», cioè una canzoncina per decidere a chi tocca il ruolo di un particolare gioco, del tipo «ambarabaciccicoccò».

 

Tale filastrocca, che ha inquietato l’immaginario di generazioni di veneti, dice che «sotto il ponte di Verona / c’è una vecchia scoreggiona / che cuciva le mutande
per non fare il buco grande /Ma il buco si allargò / e proprio a te uscir toccò».

 

 

Varianti formulari, molto diffuse nel veneto centrale, sostengono che «sotto il ponte di Verona / c’è una vecchia scoresona / che scoresa tutto il dì /A-B-C-D / ci stai fuori proprio tì».

 

Ora, il lettore può capire lo sgomento che il bambino veneto che dentro a ciascun cittadino della regione (e non solo) può provare dinanzi a tale approssimativo inveramento della cantilena: la donna non è vecchia (pare giovane), non è a Verona (ma a Venezia), e non emette precipuamente flatulenze (ma comunque si impegna in attività non dissimili), tuttavia la sostanza, è il caso di dire, c’è tutta.

 

Verrà aggiornata la filastrocca scaligero-meteoristica? «Sotto il ponte di Venezia / c’è una giovane …»? È uno di quei casi in cui davvero l’ardua sentenza sarà data dai posteri, sperando che il tempo lenisca le menti dallo shock ingenerato da tale evento.

 

Tuttavia potrebbe esserci un ulteriore significato profondo della scandalosa e illegale oscenità vista in Laguna.

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E se la signora stesse volontariamente esprimendo un giudizio dopo una giornata a Venezia? Se fosse un rebus, potremmo ipotizzare che sta cercando di dire che «Venezia è una cagata», ma non lo riteniamo possibile, perché la capitale della Repubblica Veneta è la città oggettivamente più magica al mondo.

 

Era allora una forma di protesta contro l’idea – sulla cui costituzionalità non abbiamo le idee chiarissime, ma forse siamo noi a sbagliarci – di mettere l’ingresso alla città a pagamento? Si sarebbe trattata quindi di una protesta contro la Venezia a pagamento, effettuata tramite una forma estrema di mooning?

 

Riguardo alla protesta, circola, fra chi si interroga sulla vicenda, un’ulteriore ipotesi, quella architettonica. Il gesto della signorina con i capelli colorati potrebbe essere correlato ad un giudizio sul controverso Ponte della Costituzione (lei), più noto come Ponte di Calatrava, il ponte pedonale che unisce i parcheggi di Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria.

 

Il ponte, che ha visto i suoi costi praticamente raddoppiare, a fine anni 2000 fu oggetto di una inchiesta conoscitiva a cui prese parte anche l’allora procuratore aggiunto, ora ministro della Giustizia, Carlo Nordio. L’inchiesta fu archiviata, ma Nordio sottolineò «i gravissimi errori caratterizzanti sia la fase progettuale sia quella esecutiva, sia quella relativa allo stesso bando di gara, errori rappresentativi di una radicale incapacità (…) di comprendere la complessità tecnica di un’opera così ambiziosa, errori ripetutisi in una sorta di clonazione esponenziale hanno dilatato i tempi di realizzazione e i costi dell’opera (…)» riporta un articolo del La Nuova Venezia del 2010 intitolato «Ponte Calatrava, incapaci e cinici».

 

Apprendiamo dalla nota enciclopedia online che «il 13 agosto 2019, dopo averlo precedentemente assolto in primo grado, la Corte dei Conti ha condannato Calatrava in appello a pagare la somma di 78.000 euro in favore dell’erario, essendo stato ritenuto responsabile di un aggravio dei costi dell’opera legati alla sottostimazione delle dimensioni di alcuni tubi (una “macroscopica negligenza”, secondo i giudici contabili) nonché in relazione ai tempi di usura dei gradini, che sono stati sostituiti dopo soli 4 anni, piuttosto che dopo i 20 stimati da Calatrava, in quanto fortemente danneggiati».

 

La Corte dei Conti tuonò quindi contro l’archistar parlando di «negligenza», dicendo che la questione è «tanto più grave e meritevole di essere stigmatizzata in quanto proveniente da uno stimato professionista di fama mondiale di elevatissima competenza, con lunga e provata esperienza proprio nella costruzione di ponti.»

 

Al di là dei risvolti giudiziari, vi è la questione dei gradini irregolari, che costringono il pedone ad aggiustare il passo, con la quantità di cadute che ci si deve quindi attendere: fratture alle gambe, alle spalle, al volto, e relativi risarcimenti, esosissimi, da parte del Comune. Gli stessi veneziani accusarono il ponte voluto fortemente dal sindaco-filosofo Cacciari (il Socrate lagunatico che bevve la cicuta mRNA) di essere «troppo pericoloso».

 

Qualcuno può fantasticar che sia a causa di tali controversie che nel 2011 quattro giovani di Jesolo furono motivati ad inforcare il ponte in automobile, ma è ben più verisimile l’ipotesi alcolica, visto che il conducente fu denunziato per guida in istato di ebrezza: tuttavia egli, secondo quanto riportato all’epoca dai giornali, aveva mantenuto la parola con i suoi amici: «vado a prendere l’auto e vengo a prendervi» avrebbe detto loro dopo una serata tra i locali della città.

 

 

Il ragazzo, all’arrivo degli agenti, avrebbe enigmaticamente buttato le chiavi in Canal Grande, proprio lì dove, una dozzina d’anni dopo, avrebbe fatto pluf la deiezione della signora ora al centro delle polemiche.

 

In ogni caso, lo sfregio al ponte dell’archistar rimane.

 

E quindi, alcuni si chiedono: la ragazza della cacca sotto quei controversi gradini, è per caso un’architetta in rivolta contro l’architettura moderna?

 

Come riportato da Renovatio 21, sappiamo che tali gruppi esistono, e cominciano a farsi largo un po’ ovunque, in Isvezia, per esempio, con gli Arkitetkturupproret.

 

E quindi, la soluzione del rebus posto dalla scandalosa immagine è «il ponte di Calatrava è una cagata»? Oppure «l’architettura moderna è una cagata»?

 

Non lo sappiamo, non lo sapremo mai, e ricordiamo, prima che qualcuno si offenda, che questo è un pezzo di satira.

 

Forse era satira anche quella che voleva fare l’impavida ragazza?

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Immagine di Yair Haklai via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

 

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Bizzarria

Lo strano caso del pilota di caccia abbattuto due volte

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Si ricorderanno i due piloti del F-15E Strike Eagle dell’aeronautica militare statunitense abbattuti da Teheran lo scorso 2 aprile. Dopo l’espulsione dall’abitacolo erano atterrati in pieno territorio iraniano, e uno dei due uomini rimase ferito per la difettosa apertura del paracadute. Si nascosero in qualche anfratto del monte Zagros, dove accorsero i nemici per catturarli. Le forze armate statunitensi riuscirono a recuperarli in una corsa contro il tempo, bombardando i convogli iraniani e dando fuoco, già che c’erano, ai rottami dei velivoli.   La vicenda, diffusa in questo modo, si arricchisce oggi di un bizzarro retroscena, pure segnalato dalla stampa mainstream statunitense, ad esempio sul New York Post.   Un mese prima, il 2 marzo, altri tre F-15E Strike Eagle si erano levati in volo per un’operazione di bombardamento. La contraerea del Kuwait, per motivi mai chiariti, aveva fatto fuoco e li aveva tirati giù. Gli equipaggi riuscirono a sbalzare dalle carlinghe e ad atterrare nelle ridenti piane della nazione alleata.   Il dettaglio finora non reso noto è che ad entrambe le operazioni aveva partecipato uno stesso pilota, e precisamente quello a cui il 3 aprile non si è aperto bene il paracadute ed è rimasto ferito. Pare sia la prima volta dai tempi della guerra in Vietnam che un pilota venga abbattuto per due volte in meno di un mese.

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La circostanza induce a pensare: chi sarà mai costui?. La giallista Agatha Christie diceva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova. Ma prova che che cosa? Non se ne sa niente.   In attesa che arrivi il terzo indizio a chiarire le idee, è lecito arrischiare qualche ipotesi.   Uno: il pilota è un inetto. Così, vincendo ogni riguardo, gli ha strillato contro il suo diretto superiore, la mascella prognata, le pupille piccole, facendosi balzare la vena del collo. L’infelice era già scarso all’accademia, ma – ipotizziamo – ha il padre senatore ed è riuscito a non farsi espellere. Ma ora basta: confonde gli amici e si fa beccare dai nemici, non sa dare il colpo d’ala al momento esatto per scansare il proiettile, impaccia i compagni, non colpisce un bersaglio che è uno, sbaglia le traiettorie. Una volta passi, ma due no. Senatore o no, lo aspetta la cella di rigore, la degradazione, lo sputo del graduato, lo scherno dei colleghi aviatori.   Due: il pilota è uno jellato. Uno di quelli che al corso buca con la matita il foglio delle prove scritte, quello che arriva tardi perché gli si blocca il motore dell’auto in mezzo al nulla, quello il cui telefono si scarica quando serve, quello dell’aereo sulla pista con la ruota bucata. Bel rischio si sono presi a mandarlo in missione. Si può capirli, però. Così volenteroso, così entusiasta, sempre malconcio e sgualcito, eppure sempre con il sorriso. Come negargli l’occasione di mettersi alla prova? Con che faccia?   Hanno detto di sì chini sulla scrivania, facendo finta di scribacchiare qualcosa, per non guardarlo negli occhi da cane fedele. Spiace per l’altro pilota, ma alla peggio, si sono detti, l’amministrazione avrebbe avuto dei martire da vendicare, lanciando all’assalto quegli altri tipo Top Gun, quelli a cui tutto va dritto. Quando è caduto una prima volta, d’impulso hanno pensato di rimandarlo a casa, ma poi se lo sono visti davanti di nuovo, con la voglia di rivincita, hanno provato pena. Non se la sono sentita, gli hanno dato un copilota bravo e privo di immaginazione. Quando l’hanno tirato giù ancora, si sono messi una mano sugli occhi.   Tre: il pilota è un fortunato, uno nato con la camicia. Profondamente nauseato dalla guerra, magari è pure attratto dalla civiltà persiana e nasconde nello zaino le poesie di Omar Khayyam, foderate con una finta copertina di un romanzo di Stephen King. Mandato a bombardare, decide di sacrificarsi, all’insaputa del copilota. É appena decollato e già vede la contraerea amica del Kuwait che tentenna. Lui fa ammuina, disorientando anche i compagni di formazione: uno spostamento di qua, uno in su, uno in giù. Sembrano cimici impazzite, dal basso hanno l’impressione che si tratti di una minaccia iraniana.   Parte il colpo e lui quasi gli va incontro, ebbro ed esaltato. La carlinga esplode, si alzano fiamme, i comandi vanno a pallino e i piloti vengono espulsi. Ma il paracadute si apre e finisce con tutti gli altri fra le sabbie dell’emirato. Fa di tutto per tornare all’attacco, e siccome è baciato dalla sorte, ci riesce. Va, vola lungo, fin dietro le retrovie, dove l’insidia è più grande. Da terra brillano i lanciamissili, partono i segnali di allarme, il compagno gli strilla di stare attento, attento, ma rimane impigliato dal coraggio di questo spavaldo eroe.   Una nuvoletta giù in basso, il nostro pilota chiude gli occhi e lascia cadere la cloche. Bum, sbrang, tutti i suoni più fumettosi si accavallano, viene sbalzato fuori dall’abitacolo mentre il caccia si dirige al suolo come una cometa. É la fine, anzi no: il paracadute si apre perfettamente. Lo lasciamo così, sotto lo sguardo atterrito del copilota, mentre cerca di metterlo fuori uso, furibondo, strappandolo con le mani e le unghie.

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Quattro: il pilota ha uno stigma sacro, è un eletto da Dio. Aviatore di grande merito, impeccabile, ha prestato servizio con onore in altri scenari di guerra ottenendo risultati eccellenti. Ma qui tutto gli va storto. È incomprensibile. Non un missile a segno, anzi. La terra arida dell’antica Persia sembra inghiottirli come ha inghiottito i secoli. E in più, l’aereo risponde male proprio nei momenti più delicati.   Un’ombra di maledizione e di inanità gli sembra stendersi sopra questa missione, e sopra di lui in particolare. Poche settimane fa, non ha fatto in tempo a staccarsi dal suolo che il fuoco amico l’ha centrato come un tordo. É stato facile attribuirlo all’incompetenza dei beduini, se non alla fatalità che tutto comanda, soprattutto in guerra. Però essere abbattuti una seconda volta non può essere un caso. Suo malgrado, mentre precipita con il paracadute danneggiato, pensa che dall’alto l’abbiano prescelto per essere un segno.   Il velivolo fila giù da una parte stendendo scie bianche di fumo e rosse di fuoco, in alto scende dolcemente l’ignaro copilota. Lui, capovolto, sente l’aria che gli sbatte sul viso e contro le orecchie con il ritmo dell’inno nazionale, , ta-tà, , , . Cade sgraziato a somiglianza di Icaro, e tra le nuvole che si ritrova sotto i suoi piedi e la terra sopra la testa intuisce, confusamente, di essere come l’America.   Chissà. Intanto, il Comando Centrale USA non ha reso noto il nome del pilota e si rifiuta di commentare.   Avv. Renzo Magalozzi
 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Satira

Minetti: non la grazia, ma le grazie

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di satira sul nuovo caso Minetti, delle cui ragioni profonde avevamo scritto, fuor di satira, in un articolo precedente. Difendiamo Nicole Minetti, donna e madre, dall’orda di odio immortale che non pare placarsi nemmeno anni dopo la morte di Silvio Berlusconi. Per il resto, ci sia concesso di sorridere con l’avvocato Magalozzi, uomo che sceglie di divertire e rimanere maschio, dinanzi alle cose dello Stato italiano e alla loro mancata compatibilità con l’immagine della vita. (Questo in risposta anche ai lettori che ci hanno contattato per dirci quanto fosse loro piaciuta la foto a corredo dell’articolo precedente)

 

Basta fingere. Quando si parla della grazia alla Minetti, si parla in realtà di una cosa sola. Il vero inconfessabile oggetto della contesa sono le minne della Minetti.

 

I favorevoli e i contrari non fanno che mettere a tema l’argomento e prendere posizione. Chi si accanisce contro di lei discute di imbrogli, invoca la legalità, si sforza di parere asettico e oggettivo, asciutto come un pezzo di pane raffermo. Non cascateci.

 

Il punto è che trovano l’armamentario della Minetti troppo volgare, troppo esibito, privo di misura e di gusto. Per invidia, perché non ne hanno di proprio; o perché cresciuti da madri anafettive, da donne aride, da donne piatte; o semplicemente perché odiano la vita e quel che la ricorda.

 

Troppe tette, la Minetti. Sarebbe meglio che non ne avesse. Troppo bella. Va castigata.

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Chi è favorevole alla grazia fa finta di difendere non la Minetti, quanto piuttosto la serietà dell’autorità giudiziaria, o l’integerrima figura dell’inquilino del Colle. Fanno ridere. Sotto sotto sanno perfettamente che lottano per le tette e la loro incomprimibile sovrabbondanza.

 

Possiamo ricostruire l’iter della pratica con una certa precisione.

 

C’è una domanda di grazia, che finisce in un palazzo di giustizia per l’istruttoria. Non sappiamo bene come vadano certe cose: la Minetti è stata sentita da qualcuno? In questo caso crediamo che le possano aver suggerito di dire poco o nulla. Lasci parlare altro: la commovente sofficità del panierone, più eloquente di mille suppliche.

 

Immaginiamo pure, per ipotesi, che nell’incartamento dell’istruttoria vi fosse qualche fotografia, quasi per colore: tipo la Minetti in spiaggia in costume strizzatissimo. Incontrando l’immagine, chi di dovere avrà sorriso e inclinato il capo. La composizione sarà andata subito fuori fuoco di fronte alla duplice impunita prepotenza delle carni. Tenerezza e senso del bello, morbidezza e consolazione avranno avvinto l’anima dei servitori dello Stato. «Liberami, liberami!» è il fumetto gridato dalle zinne della Minetti, costrette ai domiciliari sotto il micro-bikini.

 

Per la verità dicono, è notizia d’oggi, che sia tutto in regola e che quelle de Il Fatto siano solo insinuazioni. L’istruttoria è stata rigorosa, condotta bene, con scrupolo.

 

Non lo sappiamo, non ci interessa. Crediamo fermamente che a far tracollare la bilancia, a centrare il pallino, a fare il punto definitivo siano state le bocce della Minetti.

 

La pratica, con la relazione, sarà stata dunque passata negli uffici del guardasigilli. Ma anche i ligi funzionari, che il Cielo li preservi, di sicuro non avranno guardato solo i sigilli. Gente matura ma non frolla, di lucida cervice, di vasta esperienza, avranno certo avvertito l’urgenza toracica della Minetti, saranno stati ben colpiti dal doppio bum-bum di quegli obici che non temono cilecca. Le firme di prammatica, crediamo, avranno avuto svolazzi quali non si arricciavano dai bei tempi della gioventù insonni e dei fiori.

 

È ovvio che una questione del genere ha coinvolto anche gli uffici della presidenza del Consiglio. Istituzione capitolina se ce n’è una, dove allignano generazioni di trasteverini, uomini de core e de panza, e donne magari anche non dotatissime ma esenti da invidie.

 

Saranno stati scambiati sguardi d’intesa, esalati sospiri: le menti saranno riandate a certe zie romanesche dell’infanzia, alle zizze de la sora Cecia, o de la sora Flaminia; le pettorute dalle quali aspettarsi, con la stessa ineluttabilità della sorte, un maritozzo o uno schiaffo. Vediamo anche qua i sorrisi schiudersi al profumato ricordo di tanta sorgiva maternità, e la velina interna licenziata con il benestare dell’ufficio – una firma in calce, a modo di emblema e commento: Meloni.

 

E alla fine la pratica approda al Quirinale. Qui ci manca la possa, come al poeta, e anche un po’ la voglia di venire denunziati per vilipendio. D’altronde, troppo severi e intransigenti sono i visi dei corazzieri, troppo profondi e oscuri i cortili dell’ex palazzo dei papi.

 

Via, via, cambiamo aria: prendiamo un qualunque altro presidente di qualsiasi altro Stato, mettiamo la Curlandia, di fronte alla domanda di grazia. E volete che laggiù in Curlandia, paese così diverso dalla nostra bella Italia, si resti indifferenti a cotanta prosopopea? Lo si immagini, questo remoto, opaco presidente straniero, anzianotto anzichenò, guarnito di candidi peli, curvo e rigido nella posa, un po’ lento e retorico come si addice a una re da parata in salsa repubblicana. Sorride che sembra un nonno duro d’orecchi, ma più somiglia a vecchio gatto che si finge inoffensivo, tant’è che tutti lo temono.

 

Un simile presidente curlando, con tutto che sia quel che è, si sarebbe visto interrogato da tanta esuberanza, guardato fisso dalle bugne spavalde, provocato in qualche parte del suo animo algido. Avrebbe senz’altro firmato la grazia, chinandosi dinanzi alle ragioni della beltà e della natura.

 

Non si creda che qui, nel prendere partito per le poppe della Minetti, ci sia sensualità o bassa voglia. Onta sia a chi pensa questo: è gente da ghianda e da truogolo.

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Non degli usi prosaici e triviali della mammella si fa l’encomio; non di smanacciate, roba da osterie numero sette o giù di lì.
Si esalta la forza della donna sublimata nel rotondo, la metafisica della fecondità che si fa carne senza ritegno, la potenza della Grande Madre mediterranea che tocca coloro, maschi o femmine, che hanno mani e occhi, e un cuore in petto, e il senso delle cose buone e pulite.

 

Si dannino quelli che hanno in onore la donna secca, i plauditori delle modelle con le gambe a grissino e il busto piallato. Peste sia a quelli della coppa di sciampagna come misura di tutti i seni.

 

Lodiamo la ghiandola che straripa, la generosità senza pensieri, l’illimitato, il plus ultra. Lodiamo il tondeggiante, la curva che tende all’infinito, la carne che si fa goccia, la sfera.

 

Cantiamo la bella Minetti. E grazia sia.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata

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Animali

Le orche di Gibilterra affondano una barca a vela. È ora di dire basta

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Un gruppo di orche ha assalito e affondato uno yacht turistico con cinque persone a bordo al largo delle coste portoghesi, nei pressi della spiaggia di Fonte da Telha, a sud di Lisbona.   L’episodio, riportato dal giornale britannico The Independent, si è verificato sabato scorso. I cinque occupanti sono stati tratti in salvo da un’altra imbarcazione prima che lo yacht affondasse. Un video condiviso su Instagram da Mercedes-Benz Oceanic Lounge mostra un’orca che colpisce ripetutamente lo yacht, causandone l’inclinazione e l’affondamento, mentre un testimone esclama «Mio Dio».   Poche ore dopo, lo stesso branco, noto per le ripetute aggressioni di questi anni attacchi nei pressi di Gibilterra, ha attaccato un’altra barca nella baia di Cascais, con quattro persone a bordo, anch’esse soccorse senza riportare ferite. Dal 2020, centinaia di attacchi simili da parte di orche sono stati registrati vicino alla penisola iberica.   Due settimane fa, in Galizia, due imbarcazioni sono state assalite a breve distanza di tempo da una coppia di orche, appartenenti allo stesso branco guidato dalla famigerata orca femmina nota come «White Gladis». Le agenzie stampa scrivono in coro che «gli etologi» suggeriscono che questo comportamento possa essere di natura imitativa o una «reazione difensiva dovuta a un trauma».  

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L’Autorità marittima nazionale del Portogallo ha dichiarato di aver ricevuto un avviso alle 12.30 «a causa di un’interazione con le orche (…) Gli equipaggi della stazione di salvataggio di Cascais e della Capitaneria del porto di Lisbona sono stati immediatamente attivati».   «Una volta giunti sul posto, si è constatato che l’equipaggio stava bene fisicamente, senza aver bisogno di assistenza medica, essendo stato trasportato con l’aiuto di una barca turistica nelle vicinanze».   Una nave di soccorso marittima spagnola è intervenuta dopo che le imbarcazioni sono state speronate dalle orche a pochi minuti di distanza l’una dall’altra nelle acque della Galizia. I soccorritori hanno rimorchiato in porto la nave danneggiata dalle orche prima di essere allertati di un altro attacco.   Da maggio 2020, i ricercatori hanno documentato centinaia di episodi – almeno uno al giorno! – di orche che attaccano proditoriamente vascelli umani nei pressi della penisola iberica, dando vita a diverse teorie e ricerche sull’aumento di questa tendenza comportamentale. Gli attacchi in genere prevodono il distacco del timone da parte delle orche, che poi procedono a danneggiare lo scafo.   L’ignominia dell’accademia e dei dei mezzi di stampa, che cianciano di una banda capitanata dall’orca matriarca chiamata «White Gladis», la quale sarebbe stata traumatizzata, non conosce né pudore né vergogna. La teoria dell’Orca cattiva perché offesa dagli uomini non solo non può avere alcun fondamento, ma viene ripetuta dalle agenzie come ennesima riprova della propaganda antiumana automatica, della Necrocultura di default promanta senza posa dalle centrali del mondo moderno.  
 
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E quindi, eccoci ancora qui: danni per milioni di euro ed esseri umani messi in pericolo dalla torma delle killer whales iberiche.   Renovatio 21, che è l’unica testata che – con ostinazione, tra le proteste e pure gli insulti di tanti lettori (che non capiscono il senso metapolitico né comico di quanto andiamo scrivendo) – sta da anni veramente seguendo il fenomeno, dice ancora una volta: è il momento di dire basta.   La teppa orcina di Gibilterra troppo a lungo è stata tollerata. Alla ghenga di cetacei bianconeri va insegnata la legge dell’essere, che altri animali (compresi alcuni della loro stesse specie), comprendono benissimo: l’essere umano, fatto ad Imago Dei, è in cima alla piramide della vita, e non può essere toccato.   Una punizione severissima, se non la pena ultima, va comminata a questa mafia balenottera. Del resto, riflettetici: cosa si fa ad un cane «problematico»… ? Perché i cetacei –  nonostante ripetute prove della loro pericolosità e delle loro sadiche perversioni cannibaliche, drogastiche, vestimentarie, scatologiche e sessuali – godono di questo status di razza protetta? In India c’è la vacca sacra, perché nell’Occidente terminale deve esserci il delfino sacro?   Uno Stato serio provvederebbe subito a risolvere il problema. Un’appalto una bella baleniera giapponese, un gruppetto di islandesi o abitanti delle isole Fær Øer, «un paio di pinze ed una buona saldatrice», direbbe il Marcellus Wallace di Pulp Fiction. «Cura medievale» per le balene assassine, e sgherri con le nocche tatuate ACAB, nel senso del capitano di Moby Dick (pazienza se manca un’acca).   Se l’Unione Europea avesse un senso, prenderebbe subito provvedimenti, visto che ad essere in pericolo sono i suoi cittadini. Diciamo di più: se uno Stato non protegge i suoi membri (che ne rispettano le leggi e lo finanziano pure con tante, troppe tasse) a cosa serve davvero? Ecco: benvenuti nel paradosso dello Stato moderno, denunziato ogni giorno da Renovatio 21, una macchina programmata per umiliare ed uccidere gli esseri umani invece che per proteggerli.

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Perché uno Stato degno davvero di chiamarsi così, avrebbe già mandato un sommergibile (che attualmente non fanno nulla, se non muoversi negli abissi nella battaglia navale virtuale con i russi, con i quali nemmeno siamo in guerra, ufficialmente). Due siluri e il problema è bello che risolto. Provino, le orche assassine e stronze, ad affondare un sottomarino militare. Provino   Come indicato da Renovatio 21, un’idea di quello che si può fare dopo che la punizione della combriccola di mammiferi acquatici ce lo indica un ristorante di Yokohama. Sì, un bel pranzetto celebrativo a base di orca non è una prospettiva impossibile.   Anzi un banchetto in cui le orche non sono invitate sulle sedie, ma sui piatti, è auspicabile come deterrente non di poco conto: visto l’esibizionismo mostrato in un recente episodio al largo di Mossel Bay, in Sudafrica, dove un’orca ha aggredito uno squalo bianco per mangiarne il fegato dinanzi ai ricercatori, si potrebbe pensare una bella barchetta con tavolata, come di quelle che si vedono a Venezia la sera della Festa del Redentore, a consumare davanti alle stesse orche lasciate vivere le carni dei loro compagni di scorribande. Dicono che sono così intelligenti: ecco, allora potrebbero capire, e passare parola. Con gli esseri umani non si scherza. Chi tocca il figlio di Dio, viene punito.   Facciamo capire alla schifosa masnada pinnata chi comanda. È più che un imperativo metafisico e biologico, è una questione politica. Politica comunitaria vera e propria: della Comunità Europea, e della comunità umana.   È ora di dire basta. No alla prepotenza cetacea. Sì all’eccezionalismo umano.   Botte alle orche, per la legge naturale.   Roberto Dal Bosco

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