Politica
Trump, esiste una lista per la vendetta vera?
Il presidente eletto Donald Trump non ha alcuna lista nera di persone che presumibilmente intende punire dopo l’insediamento, ha dichiarato domenica a Fox News il deputato della Florida Byron Donalds.
Diversi funzionari e organi di stampa statunitensi hanno ipotizzato che Trump abbia, come uno l’ha descritto, una «vendetta contro le persone che ritiene lo abbiano tradito» e che intenda perseguire i suoi critici e presunti nemici.
«Non c’è mai stata una serie di minacce come questa da parte di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti», ha detto a The Hill Michael Bromwich, ex ispettore generale del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, prima del voto del 5 novembre, in cui Trump ha battuto la sua rivale democratica Kamala Harris.
Tuttavia, il deputato Donalds ha respinto queste preoccupazioni, sostenendo che Trump non ha mai affermato che si sarebbe prefissato di perseguire penalmente i suoi detrattori.
«Per il popolo americano che ha ascoltato queste bugie dalla sinistra democratica, vi dirò: questa non è una cosa di cui Donald Trump ha mai parlato, o a cui si è impegnato, in alcun modo. Non c’è una “lista dei nemici”», ha detto Donalds a Fox News.
Il repubblicano ha aggiunto che Trump non intende concentrarsi sui suoi detrattori, ma è invece impegnato ad aiutare il popolo americano e ad affrontare le questioni principali del Paese, come la sicurezza del confine tra Stati Uniti e Messico, l’espulsione degli immigrati clandestini e il miglioramento dell’economia e dell’energia.
«Il suo obiettivo è il popolo americano, non una «lista dei nemici”», ha insistito Donalds.
Nel corso dei suoi comizi, delle interviste alla stampa e dei post sui social media, Trump ha parlato regolarmente di un gruppo di «nemici» all’interno del governo degli Stati Uniti che ha definito «lunatici di sinistra radicale» che presumibilmente agirebbero contro gli interessi dell’America.
Durante un’intervista podcast con Joe Rogan, Trump ha anche affermato che questi «nemici interni» rappresentano un pericolo maggiore per gli Stati Uniti rispetto ad alcuni dei suoi avversari stranieri.
Tuttavia, Trump ha respinto le preoccupazioni del Partito Democratico che avrebbe cercato di perseguire penalmente i suoi avversari politici e ha sottolineato che, dopo aver vinto contro Hillary Clinton nel 2016, alla fine aveva scelto di non attaccare il suo rivale democratico, sostenendo che ciò avrebbe costituito una «brutta figura» per il Paese.
Trump ha affermato che l’amministrazione Biden-Harris, d’altro canto, ha trasformato il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti in un’arma e lo sta utilizzando per mettere a tacere i suoi oppositori, tra cui lo stesso ex presidente.
Intanto, la lawfare («guerra legale») contro Trump continua nei tribunali americani, che ad un certo punto minacciavano di comminare mezzo millennio di carcere per l’ex presidente ora di nuovo presidente eletto.
All’inizio di quest’anno, una giuria di Manhattan ha dichiarato il candidato repubblicano colpevole di 34 capi d’imputazione relativi al presunto compenso pagato alla pornostar Stormy Daniels e al suo ruolo nelle rivolte di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
È a questo punto, tuttavia, che bisogna considerare il concetto di retribution, cioè di rappresaglia: lo aveva detto la popolare giornalista TV Megyn Kelly, ora totalmente trumpiana, sostenendo che sarebbe divenuto necessario rispondere alla guerra tribunalizia iniziata dai democratici con simmetriche mosse, e chiamare un domani sul banco dei deputati i Biden, i Clinton, gli Obama, etc.
Di fatto, è in questo momento che torna utile il concetto di giustizia scolpito immutabile nel tempo da un musicista youtuber italo-cingalese oramai lustri fa: «Vendetta vera, non finirò in galera». Free Donald Trumpazzi.
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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
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Necrocultura
Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore
È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.
Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.
Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.
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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.
Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…
Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.
Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.
Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».
«In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.
Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».
Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».
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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».
Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.
Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.
Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.
Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.
Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.
Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.
Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.
Roberto Dal Bosco
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