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Terrorismo

Trump definisce gli Antifa come «organizzazione terroristica»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che designerà ufficialmente il movimento di sinistra Antifa come organizzazione terroristica.

 

La decisione arriva una settimana dopo l’assassinio del giovane organizzatore conservatore Charlie Kirk durante il suo tour di conferenze al college. Alti funzionari repubblicani, tra cui il vicepresidente J.D. Vance, hanno attribuito l’omicidio all’«estremismo di sinistra».

 

«Sono lieto di informare i nostri numerosi patrioti statunitensi che sto designando ANTIFA, UN DISASTRO MALATO, PERICOLOSO E RADICALE DI SINISTRA, COME UNA IMPORTANTE ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social mercoledì sera, aggiungendo che coloro che finanziano Antifa dovrebbero essere «indagati a fondo, in conformità con i più elevati standard e pratiche legali».

 

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Antifa, ovvia abbreviazione di «antifascisti», è un termine generico che indica attivisti di sinistra vestiti di nero e mascherati che spesso interrompono violentemente le manifestazioni conservatrici e si scontrano con i manifestanti di destra e con la polizia. Ai tempi dei disordini per il G8 di Genova nel 2001, e negli anni successivi, si chiamavano «Black Bloc», e costituivano orde di devastatori bizzarramente organizzati in maniera militare. Nessuno è mai riuscito davvero a comprenderne le origini e le dinamiche, anche se vi sono sospetti sulla loro provenienza e i loro finanziamenti.

 

Il fine, a Genova nel 2001, era chiaro: screditare la protesta, in modo da indicare alla pubblica opinione che la resistenza alla globalizzazione era una cosa da violenti, ed impedire quindi ogni vera opposizione al mostruoso processo planetario in atto. Oggi negli USA gli Antifa – che hanno fatto la loro comparsa definitiva sulla scena durante le rivolte pseudo-razziali del 2020 a seguito della morte del drogato criminale George Floydo, sono considerati dai commentatori conservatori alla stregua di shock troops («truppe d’assalto») del Partito Democratico USA.

 

Gli Antifa sono stati anche accusati di aver partecipato a rivolte e di aver teso agguati contro personalità conservatrici e giornalisti. Una mutazione della specia è quella che chiamano trantifa, ossia di attivisti goscisti transessuali, spesso armati, che già in USA hanno lasciato una scia di sangue consistente.

 

Secondo quanto riportato dai funzionari, Tyler Robinson, l’uomo accusato dell’omicidio di Kirk, avrebbe avuto opinioni di sinistra e pro-omotransessualiste.

 

L’accusa ha affermato che l’uomo ha confessato di aver ucciso Kirk tramite messaggi di testo inviati al suo giovane compagno transgender. «Ne avevo abbastanza del suo odio. Certi odi non si possono negoziare», avrebbe scritto Robinson poco dopo che Kirk era stato colpito.

 

Durante un incontro improvvisato con la stampa all’interno dell’Air Force One in volo, Trump ha scherzato (ma nemmeno troppo…) con l’inviata della TV pubblica americana PBS, nota per la sua vicinanza all’estrema sinistra.

 

 

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Alla domanda sugli Antifa, Trump ha replicato: «Hanno qualcosa a che fare con il vostro network? Beh, lo scopriremo».

 

Rimane da risolvere la questione delle possibili correlazioni tra attivismo politico violento di estrema sinistra e pedofilia, con alcuni episodi indicatori.

 

Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa ad una manifestazione antipedofilia a Dublino, in Irlanda, vi fu l’irruzione degli Antifa che attaccarono la protesta.

 

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Immagine di Carptrash via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Terrorismo

Gli USA inviano una «piccola squadra» in Nigeria contro gli islamisti

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Gli Stati Uniti hanno dispiegato una «piccola squadra» di forze in Nigeria per supportare le operazioni contro gli insorti islamisti, ha annunciato martedì il comandante del Comando militare statunitense per l’Africa (AFRICOM).   Nel corso di una conferenza stampa, il generale Dagvin RM Anderson, a capo dell’AFRICOM, ha spiegato che l’intervento è stato concordato a seguito di colloqui con il presidente nigeriano Bola Tinubu, finalizzati a rafforzare la cooperazione antiterrorismo nell’Africa occidentale.   Secondo Anderson, il team americano «porta con sé alcune capacità uniche degli Stati Uniti per potenziare gli sforzi che la Nigeria sta portando avanti da diversi anni».   Il ministro della Difesa nigeriano, Christopher Musa, ha confermato la presenza operativa della squadra nel Paese, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli, come riportato da Reuters.   Si tratta della prima ammissione ufficiale della presenza di militari statunitensi in Nigeria – la nazione più popolosa del continente africano – dopo i raid aerei compiuti da Washington il giorno di Natale contro militanti dello Stato Islamico, inclusi elementi di Boko Haram, nel nord-ovest del Paese. Quegli attacchi erano arrivati al termine di settimane di dure minacce da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che aveva accusato il governo di Abuja di non riuscire a fermare il «genocidio» dei cristiani.   Da oltre un decennio la Nigeria è alle prese con una grave crisi di sicurezza, alimentata dall’insurrezione di Boko Haram e dalla sua costola dissidente, lo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), oltre che da numerose altre bande armate.

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Il governo nigeriano ha recentemente intensificato la risposta alla minaccia: le forze di sicurezza hanno moltiplicato le operazioni militari contro i gruppi jihadisti, mentre i pubblici ministeri hanno avviato procedimenti giudiziari per atti terroristici di grande portata. Lunedì le autorità hanno incriminato diversi sospettati per un attacco mortale nello Stato di Benue dello scorso giugno, in cui persero la vita circa 150 persone.   In passato Abuja aveva escluso categoricamente qualsiasi intervento militare unilaterale sul proprio territorio. A dicembre, tuttavia, aveva annunciato la conclusione di un accordo bilaterale sulla sicurezza con l’amministrazione Trump, che prevede la condivisione di intelligence e «altre forme di supporto», nel pieno rispetto della sovranità nazionale.   Martedì il generale Anderson ha definito la Nigeria «un eccellente esempio di partner disponibile e capace, che ha richiesto proprio quelle capacità uniche che solo gli Stati Uniti possono fornire».   Il dispiegamento in Nigeria testimonia un rinnovato impegno militare statunitense in Africa, dopo che lo scorso anno l’allora comandante dell’AFRICOM, generale Michael Langley, aveva dichiarato che il comando stava rivalutando la propria presenza nel continente a fronte di un’influenza in calo.   Il suo successore, il generale Anderson, ha riferito di aver compiuto numerosi viaggi in Africa – tra cui Etiopia, Kenya, Gibuti, Marocco e Tunisia – per rafforzare la collaborazione con i partner locali su progetti congiunti di sicurezza.   Come riportato da Renovatio 21, lo scorso Natale Washington aveva effettuato raid aerei contro gli islamisti nigeriani, con Trump a definirli «feccia».

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Cina

Kabul, attentato contro obiettivi cinesi mentre Pechino rafforza presenza economica

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Sette morti in un’azione rivendicata dallo Stato Islamico della provincia del Khorasan (ISKP) nel quartiere commerciale di Shahr-e-Naw. L’attacco, che si inserisce in una più ampia campagna jihadista anti-cinese, riaccende i timori per la sicurezza degli investimenti in Afghanistan. Pechino continua a mantenere una presenza diplomatica ed economica, mentre le divisioni interne alla leadership talebana complicano il quadro politico e della sicurezza.

 

Questa mattina Pechino ha confermato che un attentato avvenuto ieri a Kabul ha ucciso un cittadino e ferito altri cinque cinesi. Il portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, in conferenza stampa ha ribadito di evitare i viaggi in Afghanistan e ha chiesto di allontanarsi «il prima possibile dalle zone ad alto rischio». L’attacco è avvenuto a Shahr-e-Naw, un quartiere commerciale della capitale afgana. L’ONG Medici senza frontiere (MSF) ha dichiarato di aver ricevuto nella propria clinica 20 feriti. Secondo le autorità talebane, il bilancio finale è di 7 morti e 13 feriti.

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L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico della provincia del Khorasan (conosciuto con la sigla ISKP), che ha preso di mira un ristorante di noodle cinese, gestito da una coppia musulmana originaria dello Xinjiang. Prima che il gruppo terroristico rivendicasse l’attentato, le autorità talebane avevano provato a diffondere la notizia che si fosse trattato di un incidente causato dall’esplosione di una bombola di gas.

 

Da quando hanno ripreso il controllo del Paese ad agosto 2021, i talebani hanno cercato di sminuire la minaccia dello Stato Islamico, che invece considera l’ideologia talebana troppo tiepida e ha quindi continuato a colpire obiettivi sia tra i talebani sia tra gli stranieri che fanno affari in Afghanistan. L’attentato suicida di ieri è il terzo negli ultimi cinque anni che l’ISKP ha rivendicato contro cittadini cinesi. A novembre 2022, il gruppo terroristico aveva colpito un hotel nella stessa zona di Kabul, mentre a gennaio di un anno fa aveva ucciso un lavoratore cinese nella provincia afgana di Takhar.

 

Da tempo l’ISKP produce materiale di propaganda contro la Cina. L’analista Lucas Webber ha spiegato che l’attacco mostra «come l’Afghanistan sia diventato una prima linea nella campagna jihadista contro Pechino». Si è trattato quindi di un’operazione che «sembra calibrata non solo per causare vittime, ma anche per inviare un messaggio politico: la crescente presenza della Cina in Afghanistan e la sua partnership con le autorità talebane avranno un costo in termini di sicurezza». Nella propaganda dello Stato Islamico, lo Xinjiang, chiamato anche Turkestan orientale, regione abitata dalla minoranza uigura, perlopiù di fede islamica, ha assunto dopo il 2021 una maggiore centralità. La Cina, di conseguenza, è diventato uno dei nemici principali dell’organizzazione.

 

Dopo la riconquista talebana Pechino (insieme a Mosca) ha mantenuto in Afghanistan la propria ambasciata, a differenza del resto della comunità internazionale, che ha ritirato le proprie delegazioni diplomatiche ed evitato di riconoscere formalmente il nuovo governo di Kabul. Da allora la Cina – seppur con una certa cautela secondo diversi osservatori – ha continuato a investire in Afghanistan, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione di oro e di altri minerali, come litio, rame e ferro.

 

L’esportazione di merci cinesi è più che raddoppiata tra il 2021 e il 2024, mentre le importazioni si sono ridotte, provocando un deficit commerciale che a marzo 2025 ha portato i talebani a istituire una commissione apposita per affrontare la situazione. Diversi altri progetti, come la miniera di rame di Mes Aynak, non sono ancora attivi o funzionanti a pieno regime, ma, nonostante rallentamenti di diversi anni, non sono nemmeno stati abbandonati da Pechino.

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A complicare la situazione sono anche le divisioni interne alla leadership talebana. La guida suprema dell’Emirato islamico, Hibatullah Akhundzada, propone la visione di un Paese isolato dal mondo moderno, dove le figure religiose controllano ogni aspetto della società, mentre un gruppo di talebani vicini alla rete Haqqani vorrebbe un Afghanistan che si relaziona con l’esterno, rafforza l’economia del Paese e consente persino alle ragazze di accedere all’istruzione, uno dei tanti diritti che dopo il 2021 è stato loro negato.

 

Queste tensioni interne si sommano alla guerra a bassa intensità con lo Stato Islamico del Khorasan, ma non impediscono alla Cina di portare avanti, seppur molto lentamente, i propri progetti di estrazione delle terre rare. Ad agosto dello scorso anno Pechino aveva esplicitamente espresso il desiderio che l’Afghanistan entrasse a far parte della Belt and Road Initiative (BRI), il mega progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Al tempo Pechino aveva dichiarato che avrebbe continuato a sostenere il governo talebano nel raggiungimento di una pace e di una stabilità a lungo termine.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Militaria

L’Iran definisce gli eserciti dell’UE come «organizzazioni terroristiche»

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Il parlamento iraniano ha classificato le forze armate degli Stati membri dell’Unione Europea come «organizzazioni terroristiche», in una mossa che ricalca la recente decisione del blocco di inserire nella lista nera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran (detto anche «i pasdaran»).   A dicembre sono esplose proteste di massa in tutta la Repubblica Islamica, inizialmente motivate da ragioni economiche, che si sono rapidamente trasformate in violente sommosse accompagnate da richieste politiche. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato e alimentato la violenza letale nelle strade, ormai in gran parte rientrata.   Domenica, intervenendo pubblicamente, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha dichiarato che, etichettando la Guardia Rivoluzionaria come organizzazione terroristica, l’UE intendeva solo compiacere il suo «padrone», gli Stati Uniti, in un inutile tentativo di dissuaderlo dal mettere a rischio l’integrità territoriale dei suoi Stati membri, chiaro riferimento alle recenti minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la Groenlandia.   In un messaggio pubblicato giovedì su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Bruxelles di «alimentare le fiamme» di una guerra totale nella regione. Il capo della diplomazia ha definito la designazione dei pasdarani come organizzazione terroristica da parte dell’UE «un altro grave errore strategico» e una mera «operazione di propaganda».

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Le sue parole sono arrivate dopo la dichiarazione dell’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, che ha annunciato: «I ministri degli Esteri dell’UE hanno appena adottato la decisione cruciale di designare la Guardia rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica», in risposta al modo in cui Teheran ha gestito le recenti proteste.   La formalizzazione della misura è attesa nei prossimi giorni. Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso soddisfazione per la decisione, insieme all’«accordo politico su nuove sanzioni contro» la Repubblica islamica, che colpiscono 15 persone e sei entità con il congelamento dei beni, il divieto di ingresso e altre misure restrittive.   La Guardia Rivoluzionaria è già considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Israele, Canada, Australia, Arabia Saudita e Bahrein.   Nelle scorse settimane il presidente Trump ha più volte minacciato l’Irano con un intervento militare, dichiarando di aver dispiegato nella regione una «imponente» e «bellissima armata». Al contempo, ha lasciato trapelare che Washington sta ancora considerando la possibilità di una soluzione diplomatica.  

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