Nucleare
Taiwan alle urne sul nucleare (e la sua sicurezza energetica)
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Nel referendum del 23 agosto voluto dall’opposizione si chiede la riattivazione del reattore di Maanshan, l’ultimo del Paese spento a maggio dopo 40 anni di attività. Dopo Fukushima il fronte ambientalista ha ottenuto il progressivo azzeramento. Ma i timori di un blocco di Pechino all’approvvigionamento di gas naturale oggi stanno riaprendo la questione. Mentre la Cina ha ben 33 impianti in costruzione.
I cittadini di Taiwan si apprestano ad essere chiamati alle urne sabato 23 agosto per un referendum sul tema molto caldo dell’energia nucleare. Dal maggio scorso – allo scadere dei quarant’anni di attività – sull’isola è stato fermato anche l’ultimo reattore nucleare attivo, quello della centrale di Maanshan, realizzando così quella che da anni è stata una promessa del Democratic Progressive Party (DPP), il partito del presidente Lai Ching-te.
Proprio ad annullare questa scelta – prolungando di altri 20 anni la vita della centrale di Maanshan – mira la consultazione, che è stata promossa dal Taiwan People’s Party con il sostegno del Kuomintang, la principale forza di opposizione che oggi è anche quella politicamente più vicina a Pechino.
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Secondo la legge di Taiwan ogni proposta referendaria è da ritenere approvata solo se i «sì» vinceranno sui «no» raccogliendo almeno un quarto dei consensi degli avanti diritto al voto. In pratica occorrono almeno 5 milioni di voti favorevoli, un traguardo non impossibile considerando i voti raccolti dal Kuomintang e dal Taiwan People’s Party nelle elezioni del gennaio 2024.
Da quando imboccò la strada del nucleare negli anni Settanta, sono stati complessivamente tre le centrali operative a Taiwan: quella di Chinshan, situata nel distretto di Shimen a New Taipei, quella di Kuosheng, situata nel distretto di Wanli a New Taipei e – appunto – quella di Maanshan che si trova a Hengchun, nella contea di Pingtung. Nel 1985, quando tutti e tre gli impianti erano in funzione a pieno regime, l’energia nucleare rappresentava addirittura il 52,4% della produzione di elettricità dell’isola.
Col tempo – però – questa quota è diminuita, a causa della crescente opposizione al nucleare e di un cambio nella politica energetica a favore delle importazioni di gas naturale, oggi la maggiore fonte dell’isola. Già nel 2002, durante l’amministrazione del presidente Chen Shui-bian del DPP, era stato fissato l’obiettivo di creare una «patria senza nucleare». La spinta era poi ulteriormente cresciuta dopo il disastro del 2011 nella centrale giapponese di Fukushima: per questo nel 2014 – dopo massicce proteste da parte degli ambientalisti – fu abbandonato il progetto della costruzione di una quarta centrale, che sarebbe dovuta sorgere nel distretto di Gongliao.
Negli ultimi anni, poi, allo scadere dei quarant’anni dal loro avvio, tutte e tre le centrali di Taiwan hanno cessato l’attività: quella di Chinshan nel 2019, quella di Kuosheng nel 2022 e quella di Maanshan nel maggio scorso. Attualmente, dunque, nessuna quota di energia viene più prodotta sull’isola attraverso il nucleare.
Al di là del profilo ambientale – che vede ovunque nel mondo fronteggiarsi oggi quanti sottolineano i pericoli delle centrali con quanti ritengono sia la forma più «pulita» ed efficiente di produzione dell’energia – a Taiwan la questione nucleare ha anche una dimensione geopolitica. Anche nel fronte più ostile a Pechino sono in molti, infatti, a sottolineare che l’aumento della dipendenza dal gas naturale è un elemento di debolezza di Taipei, perché espone la sicurezza energetica dell’isola a gravi rischi nel caso di un blocco navale da parte delle forze armate cinesi.
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Per questo motivo lo stesso presidente Lai Ching-te – pur invitando a votare «no» al referendum sulla centrale di Maanshan – non esclude più a priori il ricorso all’energia atomica per uso civile, aprendo alla possibilità di costruire nuovi impianti più piccoli di nuova generazione. Eventualità questa fortemente contestata – invece – dal fronte ambientalista, tradizionalmente molto forte sull’isola e che invita a puntare maggiormente sulle energie rinnovabili, che attualmente generano solo l’11,6% dell’energia.
Va aggiunto anche che un reiterato «no» di Taiwan al nucleare rappresenterebbe un’ulteriore divaricazione rispetto alle scelte di Pechino: la Repubblica Popolare Cinese ha attualmente 58 reattori in attività che producono circa il 5% del suo fabbisogno energetico. Ma è il Paese che nel mondo sta costruendo il maggior numero di nuove centrali nucleari: sono ben 33 gli impianti in costruzione per un potenziale complessivo di ulteriori 35.355 Megawatt elettrici di capacità produttiva, che la porterebbero a un livello molto vicino a quello degli Stati Uniti.
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Immagine di Sgroey via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Nucleare
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Nucleare
Gli Stati Uniti pronti a consentire all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio
Gli Stati Uniti hanno accettato di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un proprio programma nucleare e di procedere all’arricchimento dell’uranio. Lo riporta la CNN, che cita bozze di documenti e fonti informate sui negoziati.
La bozza dell’accordo è stata negoziata ed è in attesa della firma del presidente Donald Trump, ha scritto l’emittente sabato. Secondo il reportage CNN, l’intesa non richiederebbe le misure di salvaguardia rafforzate dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), note come Protocollo aggiuntivo, che garantiscono agli ispettori un accesso più ampio agli impianti nucleari e sono concepite per contribuire a individuare attività nucleari non dichiarate.
L’accordo, di cui si è parlato, darebbe ai sauditi accesso alla stessa tecnologia di arricchimento dell’uranio che è al centro della disputa decennale tra l’Iran e l’Occidente. Washington e Israele sostengono da tempo che il programma di arricchimento di Teheran potrebbe essere utilizzato per produrre armi nucleari e hanno citato tali preoccupazioni quando hanno lanciato attacchi contro le infrastrutture nucleari iraniane all’inizio di quest’anno.
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Teheran ha sempre sostenuto che il suo programma nucleare è esclusivamente pacifico e che, in quanto parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), ha un «diritto inalienabile» ad arricchire l’uranio per scopi civili. L’Iran ha applicato in via provvisoria il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA, consentendo agli ispettori un accesso più ampio di quello richiesto dalle salvaguardie standard.
L’Arabia Saudita aspira da tempo a sviluppare un’industria nucleare, affermando di volerlo fare per sfruttare le risorse interne di uranio, diversificare il proprio mix energetico, aumentare le esportazioni di petrolio greggio e alimentare progetti industriali e di desalinizzazione. Riad ha inoltre sostenuto che, in quanto firmataria del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), ha lo stesso diritto degli altri Stati membri di arricchire l’uranio per scopi pacifici.
L’accordo di cui si è parlato segnerebbe una svolta rispetto al consolidato approccio «gold standard» di Washington alla cooperazione nucleare civile. Nel 2009, gli Emirati Arabi Uniti hanno rinunciato definitivamente all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del plutonio in cambio della cooperazione nucleare americana. Da allora, l’accordo è stato promosso dalle successive amministrazioni statunitensi come modello per le partnership nucleari in Medio Oriente.
Esperti di controllo degli armamenti citati dalla CNN hanno avvertito che consentire all’Arabia Saudita di procedere con l’arricchimento dell’uranio potrebbe indebolire il «gold standard» e incoraggiare altri Paesi della regione a perseguire diritti simili, sostenendo inoltre che l’arricchimento interno conferisce a un Paese una capacità latente di produzione di armi nucleari, poiché la stessa tecnologia di centrifugazione utilizzata per produrre combustibile per reattori può essere impiegata anche per produrre uranio arricchito a livelli superiori, qualora il processo continui.
L’arricchimento dell’uranio aumenta la percentuale di uranio-235 (l’isotopo fissile) rispetto all’uranio-238. Il minerale grezzo viene convertito in un gas (esafluoruro di uranio) e fatto passare attraverso lunghe serie di ultracentrifughe. La leggera differenza di peso consente di separare gli atomi, concentrando il materiale per reattori (3-5%) o armi (oltre 90%).
Dopo l’estrazione e la purificazione nella forma cosiddetta di «yellowcake», l’uranio viene trasformato chimicamente in esafluoruro di uranio (UF₆). Questo composto diventa gassoso a temperature relativamente basse (circa 56 °C), rendendo possibile la separazione degli isotopi. Il gas viene immesso in ultracentrifughe collegate in serie (cascate) e fatte girare a velocità elevatissime. La forza centrifuga spinge l’isotopo più pesante, l’uranio-238, verso le pareti esterne, mentre l’uranio-235 (più leggero) si concentra al centro
Il gas arricchito di uranio-235 viene prelevato dal centro della centrifuga e inviato alla fase successiva, mentre il materiale impoverito viene scartato. Poiché il livello di arricchimento ottenuto in un singolo passaggio è molto basso, il gas deve passare attraverso migliaia di centrifughe consecutive per raggiungere la concentrazione desiderata. Il gas finale viene poi riconvertito in polvere e trasformato in pastiglie di ceramica per le barre dei reattori.
La questione politica intorno all’arricchimento dell’uranio ruota interamente attorno al concetto di tecnologia a duplice uso, poiché gli stessi impianti possono produrre sia combustibile per l’energia civile sia materiale per armi atomiche. Dal punto di vista del Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), ogni Stato ha il diritto inalienabile di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, e per molte nazioni il possesso di questa tecnologia rappresenta un simbolo di sovranità ed indipendenza energetica.
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Tuttavia, il confine tecnico tra uso civile e militare è estremamente sottile. Per alimentare un normale reattore commerciale basta arricchire l’uranio fino al tre o 5%, mentre per costruire una testata nucleare serve una concentrazione superiore al 90%. Il problema geopolitico nasce dal fatto che il processo per raggiungere il primo 5% richiede circa il 70% dello sforzo totale, rendendo poi il passaggio ai livelli militari un’operazione tecnicamente molto più rapida e difficile da intercettare.
Per evitare questa transizione, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) monitora costantemente gli impianti in tutto il mondo. Le crisi internazionali esplodono regolarmente quando alcuni governi limitano l’accesso agli ispettori o costruiscono siti sotterranei segreti, spingendo la comunità globale a imporre pesanti sanzioni economiche nel tentativo di bloccare i programmi sospetti.
A complicare il quadro politico vi è anche un forte squilibrio di mercato, dato che la tecnologia industriale è concentrata nelle mani di pochissimi attori globali come Russia, Stati Uniti, Francia e Cina. Questa forte dipendenza commerciale spinge molti Paesi a voler sviluppare una propria catena di approvvigionamento, mentre le grandi potenze cercano di dissuaderli offrendo banche del combustibile internazionali, nel costante tentativo di limitare la diffusione globale di impianti di arricchimento.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Nucleare
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