Pensiero
Tachipirina no-vax e vigile Speranza: siamo molto, molto oltre Orwell
Le immagini raccolte qualche sera fa a Villafranca veronese dalla giornalista Angela Camuso ad una presentazione del libro dell’ex ministro Roberto Speranza ci introducono bruscamente in una categoria ulteriore, in un mondo nuovo davvero: quello dell’ultra-orwelliano.
Lo avete visto tutti. Speranza, con la mano alzata e aria seccata, declama: «la sua è solo propaganda no-vax (..) le do una comunicazione, che spero lei dia anche a tutti quelli che la seguono. Il famoso protocollo Tachipirina e vigile attesa è inventato da voi (…) non esiste, è una vostra invenzione, è un’invenzione dei no-vax».
SPERANZA CLAMOROSO SUL PROTOCOLLO TACHIPIRINA E VIGILE ATTESA NELL’INTERVISTA DI ANGELA CAMUSO:”LO AVETE INVENTATO VOI”. INTERVIENE PRESIDENTE COMMISSIONE #COVID:”NEGA L’EVIDENZA”https://t.co/xNCQHGJDeB https://t.co/cRhJwYwXwp pic.twitter.com/We6f0nF5hJ
— angela camuso (@camuso_angela) February 3, 2025
Una strepitosa ANGELA CAMUSO
Senza vergogna Speranza afferma che il protocollo Tachipirina e vigile attesa non è mai esistito e che è solo un’invenzione dei novax .
PAZZESCO !– Verona per la Libertà pic.twitter.com/1gOSNTDQ3p
— Virna (@Virna25marzo) February 1, 2025
«Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile». Parole da Teoria e prassi del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein, il libro fittizio inserito nella trama di 1984, Capitolo I.
Noi siamo qui, ad ascoltare anche questa – e cercare di rimanere sani di mente (dice un personaggio del libro: «l’integrità mentale non ha alcun rapporto con la statistica»).
«Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l’ingiunzione essenziale e definitiva. Winston si sentì assalire dallo sconforto al pensiero dell’enorme potere dispiegato contro di lui, alla facilità con cui un qualsiasi intellettuale del Partito avrebbe demolito le sue tesi in un eventuale dibattito, le sottigliezze argomentative che lui non sarebbe neanche riuscito a capire, figuriamoci a contrastare. Eppure era lui a essere nel giusto! Lui aveva ragione e loro avevano torto. Bisognava difendere tutto ciò che era ovvio, sciocco e vero. I truismi sono veri, era una cosa da tenere per fermo! Il mondo reale esiste e le sue leggi sono immutabili. Le pietre sono dure, l’acqua è bagnata e gli oggetti lasciati senza sostegno cadono verso il centro della Terra».
Quanto abbiamo, in questi anni, usato ed abusato dell’aggettivo, nessuno lo sa. In una realtà dove la menzogna è propalata di continuo, dove lo Stato tende ad un totalitarismo persino biomolecolare cui nemmeno lo scrittore inglese era arrivato, abbiamo detto «orwelliano» ad ogni piè sospinto.
Qui però siamo definitivamente oltre. La documentazione qui è davvero abbondante.
Ad esempio, pagina 10 della Circolare del ministero della Salute del 30 novembre 2020 («Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2») sta scritto: «in linea generale, per soggetti con queste caratteristiche cliniche non è indicata alcuna terapia al di fuori di una eventuale terapia sintomatica di supporto. In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica: • vigile attesa; • misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria; • trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)»…
Non si tratta dell’unico documento, emesso sotto Speranza, a parlare di «vigile attesa» ed antipiretici. Chi scrive ricorda altre incongruenze mostruose, come l’assenza (anzi, la condanna) degli antibiotici, che non venivano prescritti dai medici ministeriali neppure con polmonite conclamata conosciamo, da vicino, un caso: negati dal medico della mutua, prescritti da un altro medico: presi gli antibiotici, ecco la guarigione di un caso che sembrava destinato al peggio.
Ma che volete che sia: è stato tanto tempo fa. Ci siamo dimenticati, è nel passato. E il passato è, credono alcuni, manipolabile a piacimento. No?
«La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva» scrive Orwell. «Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione».
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«Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato» diceva Winston nel romanzo. Speranza, con evidenza, spera di controllare il passato, anche quello recente. Mica è un modo di dire: come in 1984 la censura si abbatteva sulla parola scritta, anche qui si è attaccato – ricordate? – l’oggetto mnemonico più importante: il libro Perché guariremo.
Perché il libro che va (ancora…?) in giro a presentare, accolto da volenterosi immunizzati (e forse salariati) dallo Stato-partito piddino, era, ad un certo punto, sparito. Il colossale giuoco di prestigio fu impressionante: il volume riuscì a sparire quando era già arrivato nelle librerie di tutta Italia. Trasmissioni TV fecero vedere commessi di grandi catene librarie che ammettevano che sì, il libro era lì, ma in magazzino, e non potevano tirarlo fuori. Su eBay la prima edizione fantasma del libro ora sta a 129 euro.
Speranza non ha mai chiarito perché fu fatto scattare contro l’opera sua questo potente lavoro di (auto)censura, né perché successivamente invece poté pubblicare.
Tuttavia, a noi sovviene un altro caso, forse l’unico considerabile come simile: quello del libro dello storico israeliano Ariel Toaff Pasque di sangue, saggio di storia sul cosiddetto «omicidio rituale ebraico» (l’accusa per cui i giudei, nel periodo pasquale, rapivano e sacrificavano bambini cristiani per compiere riti immondi), scritto dal figlio del celebre rabbino capo di Roma. Era il febbraio 2007: il libro, d’un tratto, sparì dalle librerie, mentre sui giornali presero a comparire articoli, talvolta criptici, di condanna del testo, conditi da discorsi molto specifici che il lettore medio certo non poteva seguire, né verso i quali poteva nutrire interesse.
Tra Speranza e le Pasque di Sangue (la cui prima edizione su eBay sta a 390 euro) non vediamo grandi collegamenti, a parte questa cosa, mormorata fra le malelingue, del matrimonio dell’ex ministro celebrato per qualche ragione a Gerusalemme. Il PD era quel partito che non sempre con lo Stato Ebraico aveva avuto rapporti felici, ma è acqua passata. Lo stesso dicasi per il rapporto tra l’ex PCI e gli USA…. ma è acqua passata, anzi, orwellata. Stiamo divagando, ma fino ad un certo punto.
Insomma: siamo immersi in un sistema che è in grado davvero di proporsi in maniera più che orwelliana, ultra-orwelliane, e mica si vergogna. Abbiamo solo iniziato. Domani accuseranno i no-vax dei danni da vaccino.
Come? Lo hanno già fatto? Beh, sì ricorderete saggi circolanti che dicevano che gli effetti collaterali erano causati dalle campagne di ansia generate dalla massa antivaccinista.
Si può andare oltre? Si potrà arrivare al cortocircuito semantico totale per cui i vaccinati sono no-vax? Sì: è quello che succede sempre, su tutta la stampa, proprio quando c’è un evento pubblico, e i danneggiati da vaccino (che sono sempre più saldamente organizzati, e, ovvio, adirati) vengono etichettati come «no-vax».
Sì: i vaccinati sono pericolosi antivaccinisti. Se non vi esplode il cervello per la contradictio in adjecto, allora potete cercare di riflettere, con misura, sul concetto della distorsione per cui la vittima diviene carnefice – prima che arrivate a pensare certe cose proibite sul Medio Oriente, confidate nel fatto che, anche qui, Orwell non era arrivato: il potere di 1984 mai si scagliava frontalmente contro il popolo, mai lo accusava direttamente, preferendo drogarlo di propaganda e lavorare gli elementi difformi.
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La tachipirina no-vax è invece il fallimento del potere gettato sul popolo, una manovra di squallore, e di orrore, infiniti. Ci tocca di vedere anche questo, ma tanto, chi non lo ha capito: quale credibilità è rimasta allo Stato moderno? Quale legittimità?
Chi ancora crede a quanto gli dice il vertice? Chi ancora si ritiene protetto dalla «democrazia»?
Pochi, speriamo: perché per non capire quello che sta accadendo, davvero bisogna aver fatto scendere la temperatura rimanendo in postura di attendismo beota.
Tachipirina e vigile attesa per salvare il potere dello Stato moderno e il suo inganno infame.
Perché, impariamo il sublime pleonasmo: il fine del potere è quello che fa.
«Il potere è un fine, non un mezzo. Non si instaura una dittatura al fine di salvaguardare una rivoluzione: si fa la rivoluzione proprio per instaurare la dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione, il fine della tortura è la tortura, il fine del potere è il potere».
Quindi, il fine della Necrocultura è la Cultura della Morte. Il fine di tutto questo processo è mentirvi, ferirvi, degradarvi, uccidervi. Lo avete capito?
Roberto Dal Bosco
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Nucleare
Karaganov: l’UE sta giocando con il fuoco nucleare
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Dove andare? Contorno esterno
Esperienza personale: nel 2013, ho provato ancora una volta (con molta più fermezza e insistenza di prima) ad avvertire un gruppo di leader europei che la loro politica di adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO avrebbe portato alla guerra e a milioni di vittime. Ricordo distintamente che nessuno osò guardarmi negli occhi; si guardarono i piedi. E poi continuarono a parlare dei benefici dell’espansione della «zona di democrazia , fiducia e diritti umani». Volevano acquisire altri 40 milioni di schiavi bianchi (ci riuscirono parzialmente, anche se su scala minore: diversi milioni di rifugiati). Parlavano della necessità di contenere una Russia allora leale. Purtroppo, abbiamo risposto in modo incoerente all’aggressione della NATO in Libia nel 2011. E stiamo pagando il prezzo di anni di pacificazione, tentativi di compiacere e della natura compradora di una parte della nostra élite. Riconquistando la Crimea nel 2014 ed entrando in Siria nel 2015, la Russia ha temporaneamente rallentato l’escalation dell’Unione Europea verso le avventure militari. Ma poi siamo diventati sempre più compiacenti. Se l’ultimatum che chiedeva di fermare l’ espansione della NATO fosse stato emesso nel 2018-2020 e supportato da un maggiore ricorso alla deterrenza nucleare, la guerra attuale avrebbe potuto essere evitata. Oppure sarebbe stata molto meno sanguinosa e prolungata. Nel 2022, è diventato chiaro che sia gli occidentali che la giunta ucraina si stavano preparando diligentemente. Ci sono molte persone in Ucraina, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali, che possiamo definire un popolo vicino a noi. Ma la parte indigena e più profonda – principalmente a ovest del Dnepr – è un popolo diverso. Hanno una storia diversa, codici culturali diversi e un forte sentimento anti-russo, alimentato per anni prima dagli austro-ungarici e dai polacchi, e poi da altri occidentali. Alla fine, hanno contrapposto gli ucraini alla Russia. È necessario stabilire una barriera razionale contro i mali ucraini ed europei, per proporre e attuare il nostro sano e solido percorso di sviluppo. Al momento stiamo vincendo, ma non abbiamo ancora iniziato a rispondere in modo coerente a queste azioni apertamente aggressive. Tra queste, i dirottamenti delle nostre navi da parte dei pirati, le minacce di chiusura degli stretti, i tentativi di stabilire un blocco economico di fatto, gli attacchi ai terminal petroliferi e i tentativi della giunta di Kiev (con l’istigazione, o almeno il supporto occulto, delle élite europee) di silurare le nostre petroliere. Stiamo rispondendo a queste e ad altre simili provocazioni e attacchi alle nostre città intensificando i bombardamenti su obiettivi in Ucraina. Ma questa non è una soluzione. L’Ucraina è stata deliberatamente gettata nel fuoco della guerra affinché le fiamme ci bruciassero. Agli europei non importa della gente. E questa guerra continuerà, con intensità variabile, finché la fonte di questo e di altri conflitti non sarà sconfitta: le élite europee, che si stanno deteriorando intellettualmente, moralmente e materialmente. Nel tentativo di impedire l’inevitabile, ovvero il crollo del familiare e benefico status quo, stanno fomentando la guerra nel subcontinente, rifiutandosi di riconoscere che rischiano la sua distruzione. Non abbiamo ancora distrutto l’ennesima coalizione ostile, come abbiamo fatto nelle guerre del 1812-1815, e soprattutto non nel 1941-1945, né spezzato la volontà di aggressione. La battaglia è entrata in una fase intermedia – il mediogioco, nel gergo scacchistico. I resti dell’Ucraina, alimentati dall’Occidente, continueranno a generare instabilità e terrorismo, sebbene a un’intensità leggermente ridotta. La guerra economica contro di noi non cesserà. L’Europa si prepara a un nuovo scontro, probabilmente utilizzando (non necessariamente sotto le bandiere ucraine) i resti dell’esercito ucraino, per poi lanciarli, rafforzati e riequipaggiati, in battaglia insieme ai lanzichenecchi dei paesi europei poveri. Dopo il cambio di scenario, l’attuale regime compradore, con la sua componente ultranazionalista e di fatto nazista, conserverà molto probabilmente notevoli capacità militari, che saranno alimentate in vari modi. Le inevitabili provocazioni e violazioni di qualsiasi possibile accordo dovranno essere affrontate con la forza militare. Pioveranno accuse di «aggressività» e violazione degli «accordi di pace». L’aggressione aperta riprenderà quasi certamente. La maggior parte delle sanzioni rimarrà in vigore. Ma la nostra strategia per combattere questa guerra deve essere radicalmente diversa dalla precedente. Il suo obiettivo è, come è stato finora, facilitare il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa e la loro uscita definitiva da questo conflitto. Il metodo è il rigoroso contenimento. L’obiettivo primario è la sconfitta dell’attuale élite europea, che non vede altra via per aggrapparsi al potere se non quella di alimentare l’ostilità verso la Russia, indebolire la sua popolazione e alimentare le fiamme del conflitto.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Argomento nucleare
L’unico modo per fermare questo processo è dimostrare una reale volontà di usare armi , inizialmente non nucleari, contro centri di comando, infrastrutture critiche e basi militari nei paesi europei che svolgono un ruolo chiave nella preparazione e nella conduzione di operazioni militari contro la Russia. Tra gli obiettivi principali dovrebbero esserci le concentrazioni di élite, comprese quelle delle potenze nucleari; una reazione seria deve essere portata nelle loro capitali. Se gli attacchi non nucleari falliscono e l’Europa non si ritira, o meglio ancora, non capitola, dobbiamo essere pienamente preparati – militarmente, tecnicamente e, soprattutto, politicamente e psicologicamente – a lanciare attacchi nucleari strategici di ritorsione limitati, ma sufficientemente massicci – per avere effetto politico. Le nostre forze nucleari strategiche e non strategiche devono essere sviluppate di conseguenza. Naturalmente, prima di lanciare attacchi nucleari, dovrebbero essere lanciate diverse salve di missili tattici-operativi non nucleari. A lungo termine, dobbiamo considerare l’idea di negare a Francia e Gran Bretagna l’accesso alle armi nucleari. Scatenando una guerra contro la Russia, hanno perso il loro diritto morale e politico a possederle. Le élite di questi paesi, così come altri europei, in particolare i tedeschi, devono comprendere fermamente che se acquisiscono armi nucleari o le costruiscono, diventeranno bersagli legittimi per attacchi preventivi. L’Europa, con la sua storia di guerre, aggressioni, genocidi seriali, razzismo, colonialismo e l’attuale negazione della normale moralità umana, della fede in Dio (e di Dio nell’uomo), che ha nuovamente scatenato una guerra contro la Russia, deve sapere: non ha alcun diritto su tali armi. Gli Stati Uniti, avendo ricevuto i segnali corrispondenti e già consapevoli, sotto la guida di Biden, che continuare la guerra in Ucraina rischia di provocare un’escalation nucleare (anche sul suolo americano o, inizialmente, con attacchi alle basi americane in Europa), stanno cercando di coprirsi le spalle. Trump sta offrendo soluzioni apparentemente pacifiche al conflitto. Vale la pena cercare di trarne vantaggio, dando al mondo la possibilità di guarire le ferite inflitte da anni di guerra e di porre fine alla perdita dei nostri eroici soldati. Si potrebbe tentare di stabilire una limitata cooperazione economica con gli Stati Uniti, laddove è indubbiamente vantaggiosa e affidabile. Ma senza la speranza che diventi un fattore determinante per la pace. Contrariamente ai miti degli ingenui marxisti e dei loro fratelli intellettuali, gli economisti liberali, gli interessi economici non sono il fattore determinante primario della politica statale. Essi passano invariabilmente in secondo piano quando si tratta di conflitti seri, soprattutto guerre, cedendo il passo a fattori geopolitici, strategico-militari e persino ideologici. Inoltre, gli Stati Uniti traggono vantaggio dal continuo confronto in Europa. Vendono armi, saccheggiano i loro alleati più ricchi e attraggono capitale industriale, finanziario e umano. Le proposte di pace di Donald Trump non mirano a una pace duratura. Userò un semplice espediente retorico. Cosa mi interesserebbe se fossi il presidente americano? Una continuazione del conflitto lento che indebolisce la Russia, distraendola dallo sviluppo interno e da altre aree di competizione geopolitica. Una continuazione del confronto europeo, a un’intensità inferiore, per distogliere la Russia dal suo orientamento verso la Grande Eurasia e, soprattutto, la Cina. L’alleanza russo-cinese è già la forza dominante nel mondo. Farei leva sui residui sentimenti occidentali e filo-europei presenti nell’élite e nella società russa per impedire alla Russia di diventare un paese intellettualmente, spiritualmente ed economicamente sovrano, un attore chiave nel supercontinente in crescita. Questo articolo non è né il momento né la sede per proporre una politica specifica riguardo alla prospettiva di uno scontro con l’Europa e l’Occidente in Ucraina. Mi limiterò a un consiglio che mi sembra l’unica alternativa, e persino tardivo. Non possiamo impantanarci in un conflitto senza fine, come quello israelo-palestinese, ma dobbiamo essere al sicuro. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo correggere rapidamente i nostri errori passati e aumentare drasticamente il nostro affidamento sulla deterrenza nucleare in Europa. Queste élite devono essere intimidite, non semplicemente contenute. Fingono solo di temerci per rafforzare la loro potenza militare. Ma dovrebbero davvero essere terrorizzate da noi, comprendendo che una continuazione, o addirittura un’escalation, le minaccia di un’inevitabile distruzione fisica. E un accumulo di armi è inutile, poiché porterà a una risposta nucleare devastante. La precedente politica di prontezza all’uso limitato di armi nucleari si è rivelata maliziosamente controproducente. La nostra moderazione fa il gioco di coloro che alimentano l’isteria militarista e la russofobia e si preparano alla guerra. La moderazione significa anche sottrarsi alla responsabilità di una grande potenza di prevenire l’escalation dei conflitti che potrebbero portare a una Terza Guerra Mondiale, la quale potrebbe porre fine all’attuale civiltà umana. La cautela ha iniziato a sconfinare nell’irresponsabilità. La dottrina militare deve essere modificata per includere un impegno all’uso di armi nucleari nel caso in cui la guerra venga condotta da un avversario con un potenziale economico e demografico maggiore. È giunto il momento, almeno a livello di esperti, di abbandonare la premessa ereditata dall’era Gorbaciov-Reagan secondo cui «non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare». Questa premessa contraddice ogni logica militare e ha portato, tra le altre cose, allo scoppio di una guerra calda tra NATO e Russia. Naturalmente, non sto invocando una guerra nucleare. Anche se vittoriosa, sarebbe un peccato grave. Ma dobbiamo essere pienamente preparati, affinché l’inazione e l’indecisione non aprano la strada al crimine di continuare una campagna militare che logora il Paese e la sua popolazione, minacciando di degenerare in una catastrofe termonucleare globale. Rifiutarsi di bloccare la strada verso un simile risultato è un peccato ben più imperdonabile. E, soprattutto, è un errore.Sostieni Renovatio 21
Multipolarità reale
Anche se e quando infliggiamo una sconfitta strategica all’Europa, gran parte di essa continuerà la sua discesa verso la stagnazione, l’aumento delle disuguaglianze e la tensione sociale. E, di conseguenza, verso varie forme di fascismo, sia di destra che di sinistra. La dissoluzione dell’Unione Europea e l’uscita degli Stati Uniti riporteranno gli europei alla loro consueta esistenza storica, fonte di guerre , instabilità e altri disastri. Fortunatamente, non il colonialismo: non avremo la forza di farlo nel nuovo mondo. L’Ucraina, speriamo, è stato l’ultimo tentativo di acquisizione territoriale. Qualunque sia lo scenario dei prossimi decenni, è necessario un disimpegno selettivo dall’Europa. Gli scambi commerciali, se possibile, potrebbero essere parzialmente ripristinati, ma senza le aspettative precedenti. E in nessun caso dovremmo lasciarci influenzare da potenziali tentativi, anche interni al nostro Paese, di tornare a discutere di un sistema di sicurezza europeo. Ripeto il pensiero spiacevole già espresso in articoli precedenti: l’attuale «orientamento verso l’Europa» è segno di ottusità intellettuale e persino di corruzione morale. Un sistema di sicurezza e sviluppo esiste solo nel quadro della Grande Eurasia. È più difficile prevedere la situazione negli Stati Uniti. Il Paese è infetto dalla cosiddetta «malattia europea». Ma la resistenza a questa malattia è piuttosto forte lì. Tra gli esempi figurano il movimento MAGA e, in una certa misura, le politiche interne del Presidente Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro potenziale educativo, scientifico e tecnologico, traendolo, in parte, dall’Europa. Come accennato in precedenza, gli americani hanno iniziato a ritirarsi dalla loro posizione egemonica. La loro dipendenza dalla destabilizzazione delle regioni che stanno abbandonando, insieme alle loro tendenze neo-imperialiste, permangono. Inoltre, sono sempre più evidenti e pericolose. Gli Stati Uniti rimangono un nemico pericoloso per il mondo, Russia inclusa. Le illusioni sono inaccettabili. Pertanto, la nostra linea di condotta è quella di continuare a esercitare la deterrenza, anche, se necessario, rafforzandone la componente nucleare. Le discussioni sull’opportunità di ulteriori riduzioni del potenziale nucleare, comprese quelle strategiche, sono una presa in giro del buon senso. Gli Stati Uniti stanno apertamente perseguendo la creazione di sistemi di difesa antimissile e antisommergibile per il proprio territorio, da qui la loro intenzione di impadronirsi della Groenlandia, minando il potenziale deterrente della Russia. La principale fonte di sentimento antinucleare è un comprensibile ma controproducente pacifismo, che nasce dagli ambienti militare-industriali legati alla produzione di armi convenzionali e da coloro che cercano di tradurre i loro rimanenti vantaggi scientifici, tecnologici ed economici in vantaggi politici. Le armi nucleari annullano questi vantaggi, rendendo superflua una corsa agli armamenti non nucleari. La potenziale instaurazione di una cooperazione economica selettiva è vantaggiosa. Ancora una volta, niente illusioni. Dopo aver iniziato a ritirarsi dalla propria posizione di egemone globale, gli Stati Uniti stanno cercando di minare la stabilità proprio nei luoghi in cui si stanno ritirando. I tratti di questa politica sono evidenti nel desiderio di mantenere le tensioni intorno a Taiwan, al Medio Oriente, all’Asia centrale, al Caucaso e, naturalmente, all’Europa, dove stanno segretamente alimentando il confronto. Gli Stati Uniti hanno sviluppato un gusto nell’usare i legami economici come strumento di pressione e persino di guerra su una scala storicamente senza precedenti. Sono interessati a ripristinare parzialmente i legami con la Russia per indebolire quelli con la Cina. Questo loro interesse potrebbe valere la pena di essere sfruttato: diversificare i legami economici è vantaggioso. Ma, ancora una volta, deve essere fatto con estrema cautela, evitando un raffreddamento delle relazioni con Pechino. Parallelamente alle discussioni su un cessate il fuoco, Washington sta cercando di aumentare la pressione sulle sanzioni. Per anni abbiamo invocato, e ora quasi pregato, la multipolarità apparentemente raggiunta . Essa porta molti benefici positivi: soprattutto, maggiore sovranità per paesi e popoli, maggiori opportunità per loro di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo – ideologico, culturale, politico ed economico. Ma c’è anche un aspetto negativo. Innanzitutto, si tratta di conflitti che incombono su tutti i fronti, esacerbati dal cambiamento climatico, dalla siccità in molte regioni, dalla carenza di cibo ed energia e dalle ondate migratorie. Le guerre economiche stanno diventando onnipresenti. Le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare queste sfide. Sono obsolete e stanno crollando per volere dei loro creatori, che si rendono conto che il sistema non offre più i benefici del primato. Tuttavia, la situazione nelle aree non occidentali della geopolitica russa è promettente. Con la Cina, Paese amico, è necessario un approfondimento complessivo dei legami, al di là della massiccia importazione di manodopera. E non vi è alcuna ulteriore escalation – la prima risale agli anni ’90 – nell’abbandono dello sviluppo di settori industriali strategici. Allo stesso tempo, dovrebbero essere intrapresi sforzi congiunti, ove possibile, per garantire che questi legami non diventino fonte di vulnerabilità o irritazione in caso di un cambio di leadership in Cina. Sono necessari sforzi sistematici per compensare il crescente divario negli indicatori economici e demografici nei prossimi anni. Con l’India non c’è alternativa se non quella di perseguire un percorso di riavvicinamento, anche attraverso l’importazione ordinata di manodopera indiana. Non c’è alternativa alla crescente interazione – economica, scientifica, culturale e umana – con la porzione crescente e generalmente più sana dal punto di vista morale dell’umanità, i paesi della maggioranza mondiale. Attualmente, questa è principalmente l’Asia, e presto seguirà anche l’Africa. Il vettore della crescita demografica ed economica si sposterà lì.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Informazioni sul contorno interno
Nell’attuale situazione globale, dovremo adattarci. Ma è necessario un approccio proattivo e preventivo, sia a livello internazionale che, soprattutto, a livello nazionale. Innanzitutto, bisogna porre ancora maggiore enfasi sull’istruzione e, soprattutto, sull’educazione, fin dalla giovane età e per tutta la vita. Scuole, università e l’intero mondo dei media devono concentrarsi sulla formazione di patrioti con il massimo potenziale creativo. Il deficit demografico deve essere superato non solo attraverso misure volte ad allargare le famiglie e promuovere una longevità attiva. La nostra carenza di personale deve essere compensata dalla loro qualità. Gli insegnanti, seguendo le orme dei medici e dei militari, devono essere tra le professioni più retribuite. Naturalmente, devono essere preparati ad affinare le proprie competenze nella formazione e nella crescita di patrioti creativi e illuminati. L’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire l’intelligenza naturale, ma piuttosto svilupparla. Dobbiamo intraprendere una strada opposta a quella dell’Occidente, dove le persone sono di fatto e deliberatamente corrotte e ottuse. Particolare attenzione è rivolta a coltivare in noi russi un atteggiamento attento verso la natura, la comprensione e l’amore per la nostra terra natale. Abbiamo urgente bisogno di trovare modi per liberarci dall’attuale modello capitalista, che porta alla disumanizzazione delle società e degli individui. La civiltà moderna, inclusa la sua componente digitale, mina l’essenza stessa dell’umanità, trasformandoci in appendici delle macchine, consumando beni materiali e informazioni inutili, incapaci di azioni significative. Se questo percorso non viene bloccato da una strategia ben ponderata, minaccia di distruggere l’elemento umano negli esseri umani, e poi l’umanità stessa, senza alcuna guerra termonucleare globale. Il cambiamento climatico sta iniziando a portare a risultati simili se non viene contrastato con una strategia proattiva di sviluppo e adattamento. Il capitalismo odierno , privo di norme etiche, trasforma gli esseri umani in appendici masticatorie simili a computer, aggravando le disuguaglianze e il cambiamento climatico. Soprattutto, svaluta la vita umana. Queste sono sfide di altissimo livello che devono essere riconosciute e affrontate con determinazione. La soluzione ovvia per noi è quella di riformare il nostro modo di pensare e le nostre politiche pubbliche, in modo da preservare e sviluppare l’individuo, una persona sociale il cui obiettivo è servire la famiglia, la società, il Paese e lo Stato. Una persona che ripristina la propria natura divina attraverso il miglioramento morale, intellettuale e fisico. Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile verso un modello di sviluppo post-capitalista, in cui l’impresa, l’imprenditorialità e la politica economica statale siano mirate non tanto al profitto a breve termine o addirittura alla crescita meccanica del PIL, ma allo sviluppo del singolo cittadino. L’obiettivo è aumentare il benessere familiare, ma in nessun caso si dovrebbe consentire un consumo eccessivo, soprattutto vistoso. Naturalmente, l’iniziativa privata e l’imprenditorialità devono essere incoraggiate. Lo abbiamo visto nel XX secolo: reprimerle porta a un’esistenza misera, se non semi-impoverita, per la maggioranza. È vero, quando è stata concessa la completa «libertà», le cose sono andate quasi peggio. L’esperienza degli anni Novanta non deve essere dimenticata. Abbiamo bisogno di una piattaforma ideologica sostenuta e promossa dallo Stato per il Paese e il suo popolo. Questa piattaforma è il nostro messaggio al mondo. Tale piattaforma deve basarsi sul servizio al bene comune e rivolgersi a coloro che sono pronti a farlo e cercano riconoscimento per esso. Questo non vale per tutta la società – essere un cittadino rispettabile e rispettoso della legge è accettabile e persino onorevole – ma le posizioni di leadership devono essere ricoperte da individui attivi con una chiara posizione civica. Invece del termine «ideologia», che evoca varie associazioni, chiamiamo questa piattaforma «L’idea del sogno russo». Il suo avanzamento ha stimolato il dibattito pubblico e l’autodeterminazione del Paese e della società. Molti stanno trovando risposte che risuonano con noi. Un’opzione è stata proposta da un gruppo di scienziati e pensatori, principalmente di San Pietroburgo, guidati da V.A. Efimov: «L’ecosistema della creazione». Come la nostra piattaforma, mira non solo a preservare l’umanità e la biosfera nel nostro Paese, ma anche a offrire un modello di sviluppo alternativo, apparentemente l’unico sensato, per la maggior parte dell’umanità. Una Russia che non ha nulla da offrire al mondo non è una Grande Russia.Aiuta Renovatio 21
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Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
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