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«Sotto il regno infernale dell’Anticristo, tacerà il sacrificio perenne»: omelia di mons. Viganò per il Giovedì Santo

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Caro Maria Viganò per il Giovedì Santo 2024.

 

 

 

Et ego dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum.
Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me.

Lc 22, 29

 

La solenne Liturgia del Giovedì Santo ci introduce nel cuore dei Misteri pasquali e costituisce una sorta di parentesi tra il lungo itinerario quaresimale – culminato nelle due ultime Domeniche – e la celebrazione della Passione e Morte del Signore, che avrà luogo domani. Due sono i grandi momenti che ci riuniscono intorno all’altare: il primo, la Messa Crismale; il secondo, la Messa in Cœna Domini.

 

In entrambi, la Chiesa richiama la nostra attenzione sull’Ordine Sacro, sicché a giusto titolo possiamo considerare il Giovedì Santo come una festa in onore di Cristo Sommo Sacerdote e di riflesso di tutti i sacri Ministri, che all’unico Sacerdozio di Cristo attingono il proprio Ministero. 

 

Nella Messa Crismale il Vescovo – che possiede la plenitudo Sacerdotii – raccoglie intorno a sé il proprio Presbiterio per consacrare gli Olii Santi, necessari all’amministrazione dei Sacramenti: Consecrare tu dignare, Rex perennis patriæ, hoc olivum, signum vivum, jura contra dæmonum (Hymn. O Redemptor).

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Nella Messa in Cœna Domini celebriamo l’istituzione del Santo Sacrificio, della Santissima Eucaristia e dello stesso Sacerdozio, la cui sacra Unzione richiama Cristo, l’Unto del Signore.

 

La composta solennità di questi riti – che un susseguirsi compulsivo di riforme bugniniane, portate avanti tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta dai fautori del Novus Ordo, ha in gran parte stravolto e sfigurato – ci riporta al Cenacolo e a quelle parole che il Redentore rivolge ai Suoi Discepoli, in un momento di grande oppressione e paura. Sono le ore in cui incombe sui Dodici quel senso di assedio e di pericolo imminente che anche noi oggi sperimentiamo; le ore in cui i ripetuti tentativi dei Giudei di catturare e uccidere il Signore – sino ad allora falliti – stanno per avere successo, a causa del tradimento di Giuda; le ore in cui sembra inevitabile il trionfo dei malvagi, riusciti a corrompere un Apostolo per imprigionare, processare e mettere a morte il Figlio di Dio, pochi giorni prima accolto in Gerusalemme dalla folla festante come Re d’Israele.

 

Tacciono gli Osanna dei fanciulli, la folla è scomparsa, nessuno pare ricordarsi dei miracoli compiuti dal Maestro negli ultimi tre anni e i rami di palme giacciono abbandonati ai lati della via che conduce al Tempio.

 

Non è difficile, in questa nostra fase cruciale della Storia dell’umanità e della Chiesa, immedesimarci negli Apostoli, oppressi da quella sensazione di ineluttabilità del Male che cerca di strappare dai cuori la speranza e instilla lo sconforto e la delusione, dopo la gioia e l’entusiasmo dell’entrata nella Città Santa.

 

Anche il Corpo Mistico di Cristo, che nel corso dei secoli ripercorre le tappe del Ministero pubblico del suo Capo divino, ha vissuto quegli entusiasmi dei Discepoli per la predicazione e i miracoli compiuti, oggi quasi eclissati nell’abbandono delle folle, nella cospirazione del Sinedrio pronto a mandare le proprie guardie, nel tradimento di nuovi Giuda.

 

Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre (Lc 22, 53), dirà fra qualche ora Nostro Signore ai sommi sacerdoti e alle guardie del tempio venuti a catturarLo.

 

Ma proprio mentre incombe l’impero delle tenebre – che stoltamente, ma umanamente gli Apostoli credono vittoriose – il Signore fa preparare il Cenacolo in una grande sala sontuosamente addobbata, per celebrarvi la Pasqua. Un luogo nel quale, dopo la Crocifissione del Maestro, vedremo riunirsi nuovamente i Discepoli assieme alla Vergine Madre, con le porte sprangate e le imposte chiuse per paura dei Giudei.

 

E sui quali cinquanta giorni dopo, januis clausis, lo Spirito Santo discenderà, compiendo ciò che era stato prefigurato nella consacrazione del tempio da parte del re Salomone (2 Par 7, 1).

 

La serenità e la dignità con cui il Salvatore affronta le ultime ore prima della Passione disorienta gli Apostoli, che non solo non comprendono cosa si vada preparando, ma sono talmente confusi da chiedersi chi di loro doveva essere considerato il maggiore (Lc 22, 24), mentre Pietro si dice pronto ad affrontare il carcere e la morte (ibid., 33), inconsapevole del triplice rinnegamento che di lì a poco avrebbe compiuto: Non cantabit hodie gallus, donec ter abneges nosse me, abbiamo sentito ieri nel Passio.

 

Voi dunque, rinchiusi come gli Apostoli in questa cappella attorno al vostro Vescovo per celebrare la Pasqua, vi sentite assediati e in pericolo, ricercati come discepoli dello stesso Gesù Nazareno che le guardie stanno per arrestare. E forse siete stupiti anche voi, carissimi fratelli, per la serenità con cui vi esorto ad affrontare gli eventi con lo stesso spirito di umile ed obbediente abbandono alla volontà di Dio.

 

Ecce Satanas expetivit vos ut cribraret sicut triticum: Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano (Lc 22, 31).

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La prova si avvicina, perché senza cimentarsi nell’agone non è possibile conseguire il bravio – il premio della vittoria – e senza passare per l’ignominia della Croce non vi può essere gloria della Resurrezione. Ed è prova forse meno cruenta di quella che dovettero attraversare gli Apostoli, ma dinanzi alla quale occorre lo stesso stato d’animo che il Signore intima loro di avere: Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem (Lc 22, 46). Rimanete svegli e pregate.

 

In un mondo ostile a Cristo – ieri come oggi – l’umiltà del sacerdote è l’unico presidio per non cedere alla tentazione: l’umiltà di riconoscersi fragili e incapaci di fronteggiare gli eventi avversi, se non grazie all’aiuto di Dio che possiamo ottenere solo con la vigilanza e con la preghiera.

 

Ce lo dice Nostro Signore: Il più grande fra di voi sia come il minore e chi governa come colui che serve (Lc 22, 26). Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13, 13-15).

 

La Liturgia del Giovedì Santo prevede la ripetizione di quel gesto antico e solenne, nella consapevolezza tanto della nostra umana fragilità, quanto dell’incommensurabile dignità del Sacerdozio che ci è stato conferito da Cristo.

 

Nos autem gloriari oportet in cruce Domini Nostri Jesu Christi, canteremo questa sera nell’Introito della Messa in Cœna Domini, e nella luce sfolgorante del Sacerdozio di Cristo intoneremo al suono delle campane, dopo il silenzio quaresimale, il Gloria in excelsis che tacerà ancora fino alla Veglia pasquale. Piccoli squarci di cielo che riescono a riportarci al cospetto della Maestà divina e a farci contemplare le cose del mondo sub specie æternitatis, e quindi a vederle nella loro dimensione transeunte.

 

Le Messe di oggi ci ricordano, ciascuna con i suoi riti antichissimi, l’importanza e l’indispensabilità del Sacerdozio, che potremmo considerare come una sorta di καθῆκον (2 Tess 2, 6), che trattiene ed impedisce che si manifesti l’Anticristo. Nel corso della Storia esso fu identificato con la Chiesa, con il Papato, con il Sacro Romano Impero. Ma se San Paolo ci dice che il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene (ibid., 7), possiamo comprendere perché il Sacerdozio cattolico è fatto oggetto della furia di Satana: senza sacerdoti non vi è Messa, e senza Messa non vi è offerta del Santo Sacrificio.

 

D’altra parte, è lo stesso profeta Daniele che ci spiega come, sotto il regno infernale dell’Anticristo, tacerà il sacrificio perenne. Se dunque il Sacerdozio non costituisce il καθῆκον, di sicuro lo è la Santa Messa, intrinsecamente legata ad esso. 

 

Sant’Agostino spiega: La prima persecuzione (quella dei Cesari), fu violenta: per costringere i cristiani a sacrificare agli idoli, si proscrivevano, si tormentavano, si scannavano. La seconda, quella attuale, è insidiosa e ipocrita: gli eretici ed i fratelli sleali ne sono gli autori. Più tardi ne succederà un’altra, più funesta delle precedenti; perché aggiungerà la seduzione alla violenza, e questa sarà la persecuzione dell’Anticristo.

 

Nel corso dei secoli i fedeli del Signore hanno subìto la persecuzione dei pagani, poi quella degli eretici e dei modernisti, infine quella sottile e seducente dell’apostasia: prima il culto dei falsi dèi, poi quello di un Dio del Quale si è adulterata l’essenza e infine quello di Satana. E quel che è inflitto ai battezzati sarà a maggior ragione fatto subire ai sacerdoti, mediante la seduzione dell’Anticristo: affascinante nell’aspetto e nell’eloquio, socialmente affermato, capace di indurre a seguirne il potere e il prestigio fino ad accettare le sue bestemmie e i suoi orrendi crimini.

 

E la Bestia aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo (Ap 13, 6). E questo nel silenzio dell’autorità: Tutte le nazioni si accordarono per obbedire (1Mac 1, 44). Tre anni e mezzo di inferno in terra: un tempo che ci sembrerà non finire mai, ma che sarà certamente limitato e durante il quale dovremo fronteggiare – se già non lo stiamo facendo – quella stessa sensazione di oppressione e assedio che fu degli Apostoli nei tre giorni della Passione, e che dopo la discesa del Paraclito si mutò in eroica testimonianza portandoli ad affrontare i tormenti del Martirio. 

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Vigilate et orate, cari fratelli. Vigilate rimanendo saldi nella fede e pregate il Signore di non lasciarvi sedurre dal fascino dell’uomo iniquo e doloso, del leone che vaga cercando la preda da sbranare. Attingete la vostra forza da Cristo e dal Suo eterno Sacerdozio del quale il vostro è perpetuazione: Tu es sacerdos in æternum (Sal 109, 4).

 

È Cristo Pontefice che celebra la liturgia celeste, e che dall’altare della Croce intona l’antifona che dà inizio al rito: Deus, Deus meus: quare me dereliquisti? Sono le stesse parole che leggiamo nell’Ufficio di questi giorni benedetti, che riecheggiano con Geremia il dolore e lo sconforto dell’Eterno Padre nei riguardi di Gerusalemme infedele, e con Ezechiele l’ira per il tradimento dei Suoi ministri: Figlio dell’uomo, vedi che cosa fanno costoro? Guarda i grandi abomini che la casa d’Israele commette qui per allontanarmi dal mio santuario! Ne vedrai altri ancora peggiori (Ez 8, 6).

 

In questa terribile visione di Ezechiele i sacerdoti del Signore adorano Baal, demone cui sono offerti i bambini in sacrificio: difficile non scorgere negli orrori del mondo d’oggi la stessa abominazione, gli stessi tradimenti, la stessa apostasia, le stesse offese alla Maestà di Dio e la medesima collera dell’Altissimo. 

 

Quando guardiamo lo stato della Chiesa, dei nostri seminari, dei conventi, delle comunità religiose e le conseguenze delle infedeltà della Gerarchia, non possiamo ignorare le parole terribili del Signore indignato: Profanate pure il tempio, riempite di cadaveri i cortili (Ez 9, 7).

 

È Dio stesso, nella Sua santa ira, che ordina ai Suoi nemici di compiere le Sue vendette sulle membra infedeli della Chiesa, che nel segreto delle stanze del tempio adorano gli idoli del mondo. Riempite di cadaveri i cortili: i chiostri dei monasteri, le navate delle chiese sono cosparsi dei cadaveri di vocazioni perdute, di religiosi mancati, di fedeli fuggiti. 

 

Rimane il pusillus grex, il καθῆκον del Sacerdozio cattolico, che nessuna potenza terrena né infernale potrà mai cancellare dalla faccia della terra. Voi custodite in voi stessi, nelle vostre stesse carni, il pignus, il tesoro dato in pegno alla Chiesa da Cristo Sommo Sacerdote: finché avrete la forza di tenere un’ostia e un calice tra le mani e di pronunziare le parole della Consacrazione, voi avrete il potere di rinnovare il Sacrificio di Cristo che ha distrutto per sempre la tirannide di Satana sulle anime. Finché potrete levare la vostra mano a benedire, a santificare, ad assolvere, l’opera del demonio potrà apparire vittoriosa, ma non riuscirà mai a prevalere. 

 

Sappiamo che l’Anticristo – e tutti i suoi precursori con lui – sono maestri di seduzione. Ma seduzione è anche corruzione, capacità di trascinare comprandoci, come fu comprato l’Iscariota. Hai visto, figlio dell’uomo, quello che fanno gli anziani della casa d’Israele nelle tenebre, ciascuno nella stanza recondita del proprio idolo? Vanno dicendo: «Il Signore non ci vede, il Signore ha abbandonato il paese» (Ez 8, 12). Ma il Signore vede le loro colpe e non abbandona la Chiesa, perché essa è Suo Corpo Mistico, parte di Lui, Sue membra vive e sante. Tutto ciò che cadrà, tutto ciò che apparirà dietro il muro crollato nella sua corruzione e nei suoi tradimenti non impedirà la vittoria finale, ed anzi sarà di sprone a tutti noi per rimanere fedeli al nostro Dio e Signore proprio quando il tempio sembrerà vuoto e l’altare deserto.

 

Mentre i traditori e i malvagi cercano di nascondersi allo sguardo di Dio nei recessi delle loro conventicole, i Discepoli si rifugiano nel Cenacolo per sfuggire ai Giudei.

 

I primi confidano nelle creature e nel mondo di cui è principe Satana; i secondi nel Creatore e nel Redentore, vincitore del mondo. Rimaniamo dunque in questo mistico Cenacolo, in fraterna concordia, vigilando e pregando assieme alla Vergine Santissima, Madre della Chiesa e Madre del Sacerdozio, mentre passa l’Angelo sterminatore.

 

Passerà l’ora delle tenebre.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

28 Marzo 2024
Feria V in Cœna Domini

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Immagine: Daniele Crespi (1598-1630), L’ultima Cena (1624), Pinacoteca di Brera, Milano. 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.

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Mons. Viganò sull’annuncio delle consacrazioni della FSSPX

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la scelta della FSSPX di consacrare nuovi vescovi.,   «La decisione della Fraternità Sacerdotale San Pio X di consacrare nuovi Vescovi il prossimo primo luglio dimostra l’impossibilità di qualsiasi dialogo con la Santa Sede» scrive monsignore.   «Il rifiuto del Vaticano di assecondare le richieste della Fraternità conferma un doppio standard_ da una parte, la sinodalità apre la via allo scisma senza che ciò costituisca un problema né da parte di chi la impone dall’alto, né di chi la subisce dal basso; dall’altra, una Fraternità Sacerdotale di sicura ortodossia si vede negare il permesso di consacrare nuovi Vescovo proprio perché essa non è scesa a compromessi con la rivoluzione conciliare, di cui la sinodalità è massima espressioneK.  

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«Quando la Gerarchia si rende complice della demolizione della Chiesa, l’unica soluzione è appellarsi allo stato di necessità e garantire la Successione Apostolica per il bene delle anime. Nulla è cambiato rispetto al 1988, e possiamo anzi dire che la situazione sia drammaticamente peggiorata».   «Esprimo dunque il mio pieno sostegno alla decisione assunta dalla Fraternità San Pio X» conclude il prelato lombardo.   Come riportato da Renovatio 21, monsignor Viganò in passato aveva incontrato il vescovo Richard Williamson e scritto un messaggio e un elogio funebre alla sua morte.

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Don Davide Pagliarani: «delle consacrazioni episcopali per fedeltà alla Chiesa e alle anime»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia del superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X don Davide Pagliarani del 2 febbraio 2026 presso il Seminario Saint-Curé-d’Ars, dove si comunica la decisione di procedere alla consacrazione dei vescovi della FSSPX.

 

Cari confratelli, cari seminaristi, care sorelle e cari fedeli,

quale gioia poter benedire l’abito di ventidue nuovi seminaristi in questo giorno benedetto nel quale Nostro Signore, per la prima volta, si reca al Tempio per presentare Sé stesso davanti al Suo altare, per manifestare esteriormente l’offerta di Sé stesso, della Sua vita. «Eccomi per fare la Tua volontà». «È per questo motivo che Mi sono incarnato e oggi Mi manifesto». Per quanto possibile, queste disposizioni perfette di Nostro Signore devono essere le disposizioni di un giovane che vuole donare la propria vita a Nostro Signore per salire, un giorno, all’altare.

 

Che bell’esempio! È il modello da seguire per tutta la nostra vita. E ciò avviene nell’unità: l’unità della Madonna e l’unità di Nostro Signore. La Madonna, l’Immacolata, la Vergine perpetua, accetta il rito della purificazione secondo la legge di Mosè. Mai nessuna creatura è stata né sarà mai pura quanto la Vergine, eppure per umiltà ella accetta questo rituale. Vengono offerte due colombe, una per l’olocausto e una per il peccato; ed ella viene purificata. Era l’offerta dei poveri.

 

E Nostro Signore stesso viene riscattato perché, in quanto primogenito, apparteneva a Dio, e viene riscattato pagando una piccola somma di cinque sicli, cinque monete. Egli, che era Egli stesso il Redentore, Egli che era Egli stesso il prezzo del nostro riscatto, accetta di essere riscattato per poche monete. Che umiltà! Non era strettamente obbligato a recarsi a Gerusalemme per questo rituale. I Giudei che abitavano molto lontano potevano farlo per procura. Ma essi vogliono, la Sacra Famiglia vuole compiere appieno la legge per obbedienza.

 

Quale esempio magnifico! Nostro Signore ci si mostra già obbediente, obbediente fino alla morte. Conosciamo la perfezione delle Sue disposizioni interiori. Egli è già pronto a dare tutto per il nostro riscatto. Per compiere l’obbedienza verso Suo Padre, per compiere la Sua volontà. In questo contesto di immolazione già perfetta, abbiamo un preludio della Croce, della Passione.

 

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Nostro Signore non può lasciarci indifferenti

È in questa scena così semplice, apparentemente così ordinaria, ma agli occhi di Dio così unica, perché in essa la Redenzione è già iniziata, è in questa scena che appare Simeone. Questo anziano prende la parola e il suo discorso è diviso in due parti opposte l’una all’altra. Innanzitutto la gioia, la gioia di vedere Nostro Signore, di prenderlo tra le braccia. Una gioia proporzionata al desiderio che aveva avuto fino a quel giorno. «Ho visto, finalmente ho visto il salvatore, la salvezza d’Israele, l’ho visto».

 

Nell’eternità non faremo altro che contemplare ciò che Simeone ha contemplato tra le sue braccia durante quei pochi istanti: questa salvezza, questo salvatore, che è stato preparato dalla divina Provvidenza da sempre. L’Incarnazione era nella mente di Dio, se così si può dire, per tutto il popolo, ante faciem omnium populorum, lumen ad revelationem gentium: è l’unico salvatore che viene dato, che viene proposto a tutti i popoli, a tutte le razze senza distinzione. Quale gioia! Quale gioia negli occhi e nelle parole di questo anziano: questa luce per insegnare la verità, unica via di salvezza.

 

Ebbene questa gioia di Simeone, questa luce, viene improvvisamente come interrotta bruscamente da questo annuncio fatto alla Madonna e a San Giuseppe. Egli si volge verso di loro, li benedice e dirà loro qualcosa con un altro tono – che ha un legame con ciò che precede, naturalmente. Cosa dirà loro concretamente? Dirà loro che questa redenzione del genere umano da parte di questo bambino avverrà nella sofferenza, avverrà nella croce, avverrà attraverso la Passione. Questo bambino sarà un segno di contraddizione. È una bellissima definizione di Nostro Signore. È un segno di contraddizione.

 

Cosa significa questo in un linguaggio un po’ più moderno? Significa che Nostro Signore non si nasconde. È un segno di contraddizione. Nostro Signore afferma la verità. La manifesta con la Sua parola e la conferma con i Suoi miracoli. La propone e dice chiaramente che è l’unica via di salvezza. Non ce ne sono altre. Perché dice questo? Perché non può ingannare le anime. Non è venuto in questo mondo per ingannare le anime. È venuto per salvarle. Egli manifesta la verità. Sarà perseguitato. E anche coloro che lo seguiranno saranno anch’essi un segno di contraddizione. Bisogna scegliere. Non si può restare indifferenti davanti a Nostro Signore. Non si può restare indifferenti davanti alla Redenzione. Chi resta indifferente ha già scelto da che parte stare. Chi resta indifferente ha rifiutato Nostro Signore.

 

E Simeone lo dice in modo assai chiaro. Cosa dice nella sua profezia? Dice: tutto questo, tutte le manifestazioni di Nostro Signore nella Sua Redenzione, tutto ciò avverrà affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. Cosa significa? In che senso i pensieri dei cuori degli uomini saranno svelati? In questo senso: che nessuno potrà restare realmente indifferente davanti a Nostro Signore. Bisognerà scegliere. È un segno di contraddizione. E Nostro Signore stesso lo dirà un giorno: «Chi non è con Me è contro di Me. E chi non raccoglie con Me, disperde».

 

E questa rivelazione del mistero della Redenzione che avverrà attraverso le sofferenze di Nostro Signore sarà accompagnata da un’altra sofferenza. Vedete dunque la prima manifestazione di questo mistero della Redenzione attraverso la sofferenza di Nostro Signore. Dio ha voluto che la Madonna fosse associata a quest’opera e che il suo ruolo accanto a Nostro Signore fosse rivelato nello stesso momento in cui il ruolo di quest’ultimo viene rivelato agli uomini. Simeone, rivolgendosi alla Vergine, le dice: «Una spada di dolore trafiggerà il tuo cuore. La tua anima sarà attraversata da una spada». Quale mistero legato a questa frase! Un mistero che possiamo penetrare, un mistero estremamente caro alla Chiesa: è il mistero della Corredenzione, dell’associazione della Madonna all’opera di Nostro Signore.

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Il posto della Madonna nella Redenzione

Qui si capisce bene perché l’angelo abbia chiesto il consenso della Vergine, il suo fiat. La Vergine comprendeva bene che diventare la Madre di Dio significava diventare la madre di un Dio sofferente, di un Dio redentore, di un Messia sofferente, così come era stato descritto nell’Antico Testamento. Ed ella ha detto: «Sì, lo accetto, se è la volontà di Dio, lo accetto». Dio si incarna per uno scopo ben preciso. E la Madonna lo sapeva e lo ha accettato. Ma perché? Perché, nella Sua saggezza divina, Dio ha voluto associare in questo modo la Madonna alla passione di Nostro Signore? Perché?

 

Perché Nostro Signore salverà le anime, ma chiederà a ogni anima la propria cooperazione. Chiederà a ciascuno la sua adesione alla fede, la sua parte di sofferenza. E la Madonna, preservata dal peccato originale prima del suo concepimento, la Madonna era in un certo modo la riscattata più perfetta, unica, mai sfiorata dal peccato e, logicamente, Dio ha chiesto alla Madonna una cooperazione all’opera della Redenzione proporzionale alla sua santità. Quale mistero! È una visione della Vergine profondamente cristiana, profondamente cattolica. Dio vuole la cooperazione della Sua creatura e ha fatto della Madonna il prototipo di questa cooperazione.

 

Non vedete nulla di tutto ciò nel protestantesimo, che distrugge ogni cooperazione e per il quale è solo Dio che salva i predestinati. È la teologia di Lutero. E di conseguenza, i protestanti, che cosa rifiutano? Poiché questa cooperazione non è necessaria, cosa rifiuta il protestante, logicamente? Rifiuta la vita religiosa, le mortificazioni, rifiuta la messa, perché la santa messa, a detta dei protestanti, è uno sforzo, una cooperazione umana a un’opera che è soltanto divina. Rifiuta il culto dei santi, perché non c’è bisogno di intercessori, di intermediari. E rifiuta soprattutto il culto della Madonna. È terribile: significa distruggere, in qualche modo, la Redenzione così come Dio l’ha voluta. Ma è logico.

 

E bisogna dirlo: a un altro livello, in un modo diverso, il modernismo ha fatto la stessa cosa. Il modernismo, senza negare tutto ciò, lo snatura. Dietro lo scudo mal posto a difesa di un cristocentrismo mal compreso – vale a dire il falso timore di togliere a Nostro Signore la Sua centralità – anche il modernismo sminuisce tutto questo, sminuisce la cooperazione umana, gli sforzi, le mortificazioni; la vita religiosa non è più compresa, la messa è compresa in un modo del tutto diverso. Così anche la Madonna: viene un po’ messa da parte, insieme a quel ruolo che ha nella Redenzione, quel ruolo centrale. È terribile!

 

Quando si ha un bellissimo quadro, cosa si fa per metterlo in risalto? Si cerca di trovargli una cornice che sia degna di tale quadro. Ed è esattamente ciò che Dio ha fatto con la Santissima Vergine. Questo quadro magnifico della Redenzione è incorniciato dalla Corredenzione, è incorniciato dalla Madonna stessa. Che sapienza! E ora ci viene detto che, per apprezzare meglio la bellezza di questo quadro, per non perderla, bisognerebbe levare la cornice.

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La Madonna accompagna Nostro Signore nella sofferenza

Per tre volte, Maria Santissima accompagna Nostro Signore a Gerusalemme. Oggi la Presentazione al Tempio, la Purificazione di Maria, rappresenta il primo viaggio della Vergine con Gesù a Gerusalemme. In altre due occasioni la Madonna lo accompagna, e questi tre episodi sono concatenati l’uno all’altro, sono sullo stesso asse, hanno un denominatore comune.

 

Oggi Gesù, presentato al Tempio, offre al Padre la sua esistenza. A dodici anni, accompagnato ancora dalla Madonna, Gesù offre al Padre la sua sapienza. A dodici anni Gesù manifesta la sua sapienza divina e la offre al Padre, presentato al Tempio ancora una volta accompagnato dalla Madonna. La terza volta sarà al Calvario: Gesù di fatto è accompagnato dalla Madonna per offrire ancora una volta al Padre la propria vita e il proprio sangue.

 

Che cos’hanno in comune questi tre episodi così diversi e perché Maria Santissima è sempre presente? Accompagna Nostro Signore, e lo accompagna per tre volte, nel dolore e nella sofferenza. La prima volta, oggi, il 2 febbraio: l’annuncio di Simeone: «Una spada ti trapasserà il cuore». A dodici anni lo accompagna ancora una volta al Tempio. E ancora lo strazio terribile, il dolore di aver perso Nostro Signore; è la prova più inimmaginabile per Maria. La terza volta lo accompagna ancora nel dolore, nel dolore del Calvario.

 

Ma perché ogni volta che lo accompagna deve farlo nel dolore? Perché è Corredentrice, perché partecipa sistematicamente alla Passione di Nostro Signore. La prepara con Nostro Signore. La Passione di Nostro Signore è pure la sua. È evidente.

 

E qual è la conseguenza di questa verità – che è nel Vangelo, non è un’invenzione –, qual è la conseguenza di questo? Che così come Maria è stata presente per tutta la vita di Nostro Signore e lo ha seguito nella sua Passione, in tutto ciò che preparava e si riferiva alla sua Passione, così oggi Maria – è logico – continua a essere alleata di Nostro Signore e a dispensare le grazie che sono frutto della Passione che è stata pure la sua, alla quale è stata associata sin da oggi, sin dall’annuncio di Simeone. Che grande mistero racchiuso in questa spada!

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Di fronte alla domanda di Nostro Signore al Giudizio: che cosa hai fatto di mia Madre?

Un’ultima considerazione. Come ha potuto la Madonna offrire suo figlio, e un tale figlio? Si arriva a comprendere che abbia offerto a Dio se stessa, la sua esistenza, la sua verginità, ma un tale figlio? Come ha potuto offrirlo? Questo figlio, concepito verginalmente, partorito verginalmente, di cui lei era l’unico genitore; la natura umana di Nostro Signore viene tutta dalla Madonna, integralmente. È la sua carne immacolata, è il suo sangue immacolato che hanno formato l’umanità di Nostro Signore. Ed è logicamente questo figlio perfetto che lei adora. Come ha potuto offrirlo? Come ha potuto dire «sì»? Non solo «dico sì e resto a Nazareth», ma «dico sì e lo accompagno, dico sì positivamente». Come ha potuto fare questo? Come spiegare ciò?

 

La risposta è molto semplice: l’ha fatto per amore verso di noi. Non è una favola! È il Vangelo. Rinunceremo a questa dottrina, dimenticheremo questa spada piantata nel cuore della Madonna, dimenticheremo ciò che essa significa, dimenticheremo ciò che la Madonna ha fatto ai piedi della Croce? Dimenticheremo la Corredenzione? Niente affatto, è la nostra fede. È il cuore della nostra fede. È ciò che abbiamo di più caro. Il giorno del giudizio, Nostro Signore ci mostrerà le Sue piaghe; Nostro Signore, giudice dell’umanità, mostrandoci le Sue piaghe, chiederà a ogni uomo: «Che cosa hai fatto delle mie piaghe, che cosa hai fatto della mia Passione? Ti sei rifugiato nel mio costato o hai preferito il mondo? Che ne hai fatto del mio sangue versato sulla croce? Che ne hai fatto della Santa Eucaristia? Che ne hai fatto della mia grazia?».

 

E ci porrà anche un’ultima domanda: «Che cosa hai fatto di mia madre? Non avevo più nulla, ero spogliato di tutto, abbandonato da tutti, non avevo più una goccia di sangue nel mio corpo, non avevo nient’altro che mia madre con me. E non una madre qualunque, una madre che avevo preparato, una madre immacolata, una madre piena di grazia, la madre di Dio. L’avevo preparata per me, per incarnarmi, per venire in questo mondo. Una madre che mi ha accompagnato dalla presentazione al Tempio fino alla croce. Nel mio operato, ella non mi ha mai abbandonato. Non avevo più che lei e l’ho data a te affinché potesse continuare a formare nella tua anima qualcosa dei miei tratti, qualcosa che, in un modo o nell’altro, possa somigliarmi. Ti ho dato mia madre. Che cosa hai fatto di mia madre? Ti aveva generato in me nella mangiatoia senza dolore, circondata da cantici celesti, nella povertà ma senza dolore; ti ha generato ai piedi della croce. Cosa ne hai fatto di lei? Quando l’hai festeggiata, onorata, l’hai trattata veramente come una madre?».

 

Non si scappa. È la domanda che Nostro Signore ci porrà. Possiamo rinunciare a questa dottrina così bella? Così profonda, che ci manifesta all’eccesso la carità di Nostro Signore? Abbiamo paura che trattando la Madonna come merita, come Corredentrice, ella ci allontani dal mistero della Redenzione nel quale ella stessa è totalmente immersa? Può un cristiano avere questo timore? Inammissibile, è inammissibile! Si possono ingannare le anime in questo modo? È inammissibile! Si possono allontanare le anime dalla Madonna, mentre il suo ruolo non è solo quello di portarci a Nostro Signore, ma è ancora quello di formare Nostro Signore nelle nostre anime? È inammissibile!

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Delle consacrazioni episcopali per fedeltà alla Chiesa e alle anime

Pensiamo che sia giunto il momento di pensare al futuro della Fraternità San Pio X, al futuro di tutte le anime, che non possiamo dimenticare, che non possiamo abbandonare, e soprattutto al bene che possiamo fare alla Chiesa. E ciò solleva una domanda che ci poniamo da tempo e alla quale oggi forse bisogna dare una risposta. Bisogna aspettare ancora prima di pensare a consacrare dei vescovi? Abbiamo aspettato, pregato, osservato l’andamento della situazione nella Chiesa, abbiamo chiesto consiglio. Abbiamo scritto al Santo Padre per presentare in tutta semplicità la situazione della Fraternità, spiegare queste necessità e allo stesso tempo per confermare al Santo Padre la nostra unica ragion d’essere: il bene delle anime.

 

Abbiamo scritto al Santo Padre: Santo Padre, non abbiamo che un’unica intenzione, quella di fare di tutte le anime che si rivolgono a noi dei veri figli della Chiesa cattolica e romana. Non avremo mai altra intenzione e la manterremo sempre. E il bene delle anime corrisponde al bene della Chiesa. La Chiesa non esiste tra le nuvole: la Chiesa esiste nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa, e se si ama la Chiesa, si amano le anime, si vuole la loro salvezza e si vuole fare il possibile per offrire loro i mezzi per operare la propria salvezza. Dunque abbiamo pregato il Santo Padre di comprendere questa situazione molto particolare in cui si trova la Fraternità e di lasciargli prendere i mezzi per continuare quest’opera in una situazione eccezionale, lo riconosciamo, ma quest’opera ancora una volta non ha altro scopo se non quello di preservare la Tradizione per il bene delle anime.

 

Ebbene, queste ragioni purtroppo non sembrano interessare, non sono convincenti, diciamo che queste ragioni non hanno trovato per il momento una porta aperta presso la Santa Sede. Lo rimpiangiamo molto, ma allora cosa faremo? Abbandoneremo le anime? Diremo loro che in fondo non c’è necessità che la Fraternità continui la propria opera? Che in fondo tutto va più o meno bene, che in altre parole che non c’è più quello stato di necessità nella Chiesa che giustificherebbe il nostro apostolato, la nostra esistenza per soccorrere la Chiesa? Non per sfidarla, mai! Siamo qui per servire la Chiesa e la serviamo predicando la fede, dicendo la verità alle anime e non raccontando loro delle favole.

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Possiamo dire alle anime che nonostante tutto va tutto bene? No! Significherebbe tradire le anime, e tradire le anime significherebbe tradire la Chiesa. Non possiamo farlo. È per questo che pensiamo che il prossimo 1° luglio possa essere una buona data, una data ideale: è la festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. È la festa della Redenzione. Non abbiamo nient’altro che ci interessi. È ciò che abbiamo di più caro, è il sangue di Nostro Signore che scorre dai Suoi piedi sotto la croce, sotto il legno della croce, e che è stato adorato innanzitutto dalla Madonna ai piedi di questa croce e che noi continuiamo ad adorare ai piedi dell’altare. È l’unica cosa che ci interessa, è l’unica cosa che vogliamo dare alle anime. E le anime hanno diritto a questo, non è un privilegio, le anime hanno diritto a questo. Non possiamo abbandonarle.

 

Nei prossimi giorni, naturalmente, contiamo di darvi maggiori informazioni, maggiori spiegazioni. Bisogna ben comprendere il perché. Bisogna ben comprendere la posta in gioco di tutto questo. È capitale. Ma allo stesso tempo, bisogna comprendere ciò nella preghiera. Non basta preparare le intelligenze. Non basta, direi, un approccio apologetico, puramente apologetico a tutto ciò. Bisogna preparare i cuori, i nostri cuori; è una grazia, è una grazia e bisogna aggrapparsi a questa grazia. Bisogna ringraziare il Buon Dio, bisogna che ci prepariamo. Sì, delle consacrazioni, delle consacrazioni, ancora una volta. Non per sfidare la Chiesa, non è una sfida. Consacrazioni per fedeltà alla Chiesa e alle anime.

 

E aggiungo un’ultima considerazione. Mi assumo, mi assumo pienamente la responsabilità di questa decisione. La assumo innanzitutto davanti a Dio, la assumo davanti alla Santissima Vergine, davanti a San Pio X. La assumo davanti al Papa. Mi piacerebbe un giorno poter incontrare il Papa, prima del 1° luglio. Mi piacerebbe spiegargli, fargli capire le nostre reali, profonde intenzioni, il nostro attaccamento alla Chiesa; che lo sappia, che lo comprenda. E mi assumo questa responsabilità davanti alla Chiesa, naturalmente. E davanti alla Fraternità, a tutti i membri della Fraternità e davanti, lo ripeto ancora, a tutte le anime che in un modo o nell’altro ricorrono a noi, ci chiedono aiuto o ci chiederanno aiuto, tutte queste anime, tutte queste vocazioni che la Provvidenza ci ha inviato e che continua a inviarci. Assumo questa responsabilità anche davanti a loro. Tutte e ciascuna in particolare, perché un’anima ha un valore infinito.

 

E nella Chiesa – non dimenticatelo mai – nella Chiesa, la legge delle leggi, la legge che prevale su tutte le altre, è la salvezza delle anime. Non è il chiacchiericcio, non è il sinodo, non è l’ecumenismo, non sono le sperimentazioni liturgiche, le nuove idee, le nuove evangelizzazioni: è la salvezza delle anime. È la legge delle leggi. E questa legge abbiamo il dovere, tutti, ciascuno al proprio posto, di osservarla e di spenderci totalmente per questo. Perché? Concludo: perché oggi la Madonna e Nostro Signore ci insegnano che durante la loro esistenza quaggiù sulla terra non hanno avuto nessun altro pensiero, nessun altro scopo se non quello di salvare le anime. E come dicevamo, in un modo o nell’altro, ognuno di noi secondo i propri talenti, secondo il proprio posto, deve fare tutto ciò che può, deve dare il proprio contributo per salvare la propria anima e quella degli altri. Così sia.

 

Don Davide Pagliarani 

FSSPX

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

In Armenia, lo Stato e l’Ortodossia si stanno lacerando a vicenda

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Un patriarca ortodosso filo-russo, un primo ministro filo-europeo e la sconfitta contro l’Azerbaigian hanno infine creato il caos a Yerevan, in Armenia. Tra il primo ministro Nikol Pashinyan e il Catholicos Karekin II, l’inizio del 2026 ha assunto la forma di una guerra. Questa situazione non è estranea alla difficile situazione dell’Ortodossia, separata dall’unità cattolica romana e tenuta in ostaggio dai capricci del potere politico.  

Due visioni della società

Dopo la traumatica sconfitta in Nagorno-Karabakh nel 2020, il panorama politico armeno si è fratturato. Al centro di questa frattura, si scontrano due visioni dell’identità nazionale . Da un lato, Nikol Pashinyan sostiene una «vera Armenia», ovvero uno Stato laico. Dall’altro , il Catholicos Karekin II si pone come il custode di un’«Armenia storica», in cui la Chiesa svolgerebbe un ruolo politico dominante.   In questo contesto, il capo dell’esecutivo armeno accusa il clero di oltrepassare il proprio ruolo spirituale e di interferire nelle decisioni sovrane. Secondo lui, la Chiesa è diventata una «base di appoggio » per l’opposizione e uno strumento nelle mani di potenze straniere, il che implica stretti legami con i servizi segreti russi.   In risposta, la sede armena di Etchmiadzin denuncia una deriva autoritaria. Il Catholicos accusa Nikol Pashinyan di violare la Costituzione interferendo negli affari ecclesiastici, arrivando persino a chiederne la rimozione. Secondo il clero, il governo sta conducendo una campagna «anticlericale» che minaccia le fondamenta stesse della nazione.

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Scandali e attacchi personali

La battaglia è sprofondata nel profondo della vita privata. Gravi accuse sono state diffuse dal fronte governativo, che accusa Karekin II di aver violato il voto di celibato e di essere padre di diversi figli. Anna Hakobyan, moglie del primo ministro, ha gettato benzina sul fuoco paragonando alcuni membri del clero a «pedofili» e il Catholicos a un «boss mafioso».   A peggiorare le cose, il governo sta anche sollevando sospetti di corruzione nei confronti del leader spirituale armeno. La presunta esistenza di un conto bancario svizzero contenente un milione di euro intestato al Catholicos ha alimentato le critiche sulla sua ricchezza illecita.  

Escalation verso il 2026

Con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari del 2026, le tensioni si sono intensificate. Nikol Pashinyan ha lanciato un’offensiva per «restituire la Chiesa al popolo», una campagna segnata da arresti di sacerdoti e perquisizioni. Fonti come JAM-news suggeriscono persino uno scenario estremo: un dibattito su un possibile «Catholicos in esilio» se Karekin II venisse deposto o impedito di esercitare le sue funzioni in territorio armeno.   Il primo ministro sembra determinato a spezzare l’influenza politica dell’istituzione, anche a rischio di provocare scismi interni. Se l’uomo forte dell’Armenia riuscisse a marginalizzare l’Ortodossia armena – un’ipotesi plausibile data la sua fragile autocefalia – potrebbe consolidare il suo potere, ma a rischio di alienare una parte della diaspora e della popolazione rurale, profondamente legata alle proprie tradizioni.   Una cosa è certa: il duello tra lo Scettro e la Croce è appena iniziato e il suo esito determinerà il volto dell’Armenia di domani.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
 
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