Sorveglianza
Società automobilistica rifiuta di rintracciare la macchina con un bambino rapito: l’abbonamento GPS era scaduto
Un ladro d’auto ha aggredito una donna incinta di 34 anni nello Stato americano dell’Illinois, rubandole la Volkswagen con a bordo il figlio di due anni intrappolato sul sedile posteriore, investendola nella fuga. Sebbene gravemente ferita, la donna è riuscita a chiamare i soccorsi.
Non avendo idea di dove fosse fuggito il ladro d’auto, gli sceriffi della contea di Lake si sono precipitati a chiamare il servizio Car-Net della Volkswagen per rintracciare la sua auto, ma la società si è rifiutata, non perché avesse remore a fornire informazioni alla polizia, ma perché la madre non aveva rinnovato l’abbonamento.
La nota azienda avrebbe insistito affinché qualcuno pagasse la tassa di 150 dollari per riattivare il servizio di tracciamento. Le autorità hanno supplicato la compagnia, spiegando la gravità della situazione, ma la società non si è mossa dalle proprie posizioni.
La quota è stata poi pagata dalle stesse forze dell’ordine, ma la disputa ha finito per causare un preoccupante ritardo nella ricerca del malvivente, che il vice capo Chris Covelli ha descritto come «16 minuti di inferno», secondo il Chicago Tribune.
«Il detective ha dovuto cercare di ottenere un numero di carta di credito e poi richiamare il rappresentante per pagare i 150 dollari e in quel momento il rappresentante ha fornito la posizione GPS del veicolo», ha detto Covelli. «Erano trascorsi circa 30 minuti e ‘avevamo già localizzato il bambino di 2 anni e localizzato il veicolo prima ancora che ci fornissero le informazioni, quindi a quel punto era inutile», ha detto il vicesceriffo al Chicago Sun-Times.
In risposta allo scandalo suscitato da questa vicenda, occorsa lo scorso febbraio, la Volkswagen ha addossato la colpa del passo falso al suo subappaltatore responsabile della gestione del servizio Car-Net.
«Volkswagen ha una procedura in atto con un fornitore di terze parti per i servizi di supporto Car-Net che coinvolgono richieste di emergenza da parte delle forze dell’ordine», ha dichiarato un portavoce dell’azienda in una nota. «Hanno eseguito questo processo con successo in incidenti precedenti».
«Sfortunatamente, in questo caso, c’è stata una grave violazione del processo», ha aggiunto.
«L’anno scorso, molti clienti VW hanno scoperto che i sistemi Car-Net delle loro auto non funzionavano più perché erano costruiti sulla tecnologia 3G ormai obsoleta, anche se la casa automobilistica sapeva che era già stata sostituita con 4G LTE», scrive Futurism. Secondo una querela, la ditta germanica «non ha mai informato i clienti che Car-Net sarebbe stata “resa obsoleta” dal passaggio dal 3G al 4G».
Vi sono stati tuttavia anche altri reclami contro i servizi di Volkswagen: nel 2021, VW ha subito una massiccia violazione dei suoi dati – ancora una volta, attraverso una terza parte – che ha compromesso le informazioni personali di oltre 3 milioni di clienti.
Come riportato da Renovatio 21, a livello economico tutte le case automobilistiche tedesche stanno subendo un tracollo di vendite.
Sorveglianza
Scontri a Parigi per la legge di «licenza di uccidere» ai poliziotti
Nel fine settimana a Parigi si sono registrati scontri tra polizia e dimostranti, con migliaia di persone in piazza contro una proposta di legge che, secondo i manifestanti, darebbe agli agenti una «licenza di uccidere».
I video dalla capitale francese mostravano gli agenti sparare gas lacrimogeni e inseguire i manifestanti mentre le strade si riempivano di fumo, e i dimostranti che tentavano di respingere a calci i lacrimogeni ancora fumanti verso le forze dell’ordine.
I manifestanti esponevano cartelli con le scritte «Il popolo non è un bersaglio», «Giustizia per le vittime della violenza della polizia» e «No al permesso per le armi da fuoco».
Charge violente de la police à la manifestation contre la loi « permis de tuer » à Paris.
Alors que le cortège approchait de la place de la Nation, la CI crée des tensions en se faisant plus visible avant de charger violemment le cortège. pic.twitter.com/ny8SV49f4h
— AB7 Média (@Ab7Media) September 20, 2026
🚨 ALERTE | PARIS : UN POLICIER FRAPPE UN CHIEN LORS DE LA MANIFESTATION CONTRE LA LOI « PERMIS DE TUER » !
Des images diffusées il y a quelques minutes montrent un policier portant un coup en direction d’un chien, au milieu des tensions entre forces de l’ordre et manifestants…
— Mandat Media (@mandat_media) September 20, 2026
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Le proteste sono nate da una nuova norma che cambierebbe le procedure giudiziarie nei casi in cui un poliziotto spara a qualcuno. Secondo il testo, le autorità partono dal presupposto che l’agente abbia usato l’arma in modo legittimo. Quel presupposto resterebbe comunque impugnabile se le prove dimostrassero il contrario.
I sostenitori del disegno di legge sostengono che gli agenti non debbano essere considerati automaticamente sospetti se sparano in servizio.
I critici, invece, dicono che la modifica sposterebbe di fatto l’onere della prova e renderebbe più difficile chiamare la polizia a rispondere dopo le sparatorie. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno definito il provvedimento una «licenza di uccidere», affermando che potrebbe «preparare il terreno per sangue e lacrime».
Le manifestazioni si sono tenute in oltre 20 città. La polizia ha comunicato che a Lione hanno protestato circa 4.500 persone e a Tolosa 3.700. A Rennes otto persone sono state arrestate e tre agenti feriti dopo il lancio di oggetti.
Le associazioni per i diritti umani hanno convocato le proteste del fine settimana per fare pressione sui senatori in vista del dibattito previsto per ottobre. Una petizione contro il testo ha superato le 730.000 firme, ma è stata respinta dalla commissione parlamentare per gli affari legislativi.
Il disegno di legge ha superato la prima lettura all’Assemblea nazionale, camera bassa del Parlamento francese, a luglio, ma non è ancora stata fissata una data precisa per la discussione al Senato.
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Immagine da Twitter
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L’orologio Apple ora può registrare automaticamente le conversazioni quotidiane
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Gran Bretagna, Oltre 60.000 arrestati per «reati legati alle comunicazioni», come «la visione di video su TikTok»
Secondo un nuovo rapporto di prossima pubblicazione, oltre 60.000 persone sono state arrestate per «reati legati alle comunicazioni», anche banali come la visione di video offensivi su TikTok. Lo riporta GB News.
È ora scoppiata una vasta protesta in difesa della libertà di parola, e i risultati del documento sono stati definiti «orwelliani». Il rapporto, redatto dal gruppo di attivisti Big Brother Watch, evidenzia anche l’applicazione squilibrata delle norme sui messaggi «dannosi», con alcune forze dell’ordine che effettuano un numero di arresti 14 volte superiore rispetto ad altre.
Negli ultimi cinque anni almeno 62.199 persone in Gran Bretagna sono state arrestate per reati di questo tipo: 18.150 sono state successivamente incriminate e 12.292 condannate.
Gli attivisti riconoscono che alcuni arresti sono giustificabili, ad esempio per fermare messaggi minacciosi da parte di partner violenti in casi di violenza domestica, ma sostengono che l’ampia portata della legge ha portato la polizia a effettuare fermi non necessari.
Gli attivisti hanno citato il caso della polizia delle West Midlands, intervenuta a casa di un’adolescente dopo che quest’ultima aveva visualizzato un post su TikTok contenente l’immagine di un’insegnante accompagnata da commenti negativi. Le forze dell’ordine hanno poi chiuso l’indagine perché non vi erano «prove sufficienti per perseguire alcuno» in relazione alle accuse.
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La polizia delle West Midlands ha inoltre dichiarato che l’accusa iniziale era dovuta al fatto che «era stato creato un falso account sui social media a loro nome e che era stato utilizzato per inviare messaggi indecenti».
L’anno scorso una coppia dell’Hertfordshire è stata arrestata dopo aver presentato reclami sulla scuola elementare della figlia in una chat di gruppo su WhatsApp.
Come riportato da Renovatio 21, quattro anni le fa prigioni britanniche avevano iniziato a rilasciare anticipatamente i criminali come parte di un piano governativo per affrontare il sovraffollamento carcerario in tutto il paese, secondo quanto riportato dai media. Il piano prevedeva che 5.500 persone ricevessero il rilascio anticipato. Lo svuotamento delle carceri avveniva nel momento in cui le autorità britanniche, con l’allora premier Starmer in testa, lavorava no per incarcerare chi dissente su internet dalle politiche di immigrazione del governo di Sua Maestà.
La manovra fu chiara da subito a tutti: fuori i criminali (spacciatori, stupratori, etc.) dentro i cittadini che osano esprimersi, online o meno. Tra di essi, Peter Lynch, un nonno che poi si suicidò: la sua colpa era aver urlato alla polizia durante le rivolte.
Come riportato da Renovatio 21, le autorità britanniche avevano dichiarato apertamente che perseguiranno quanti protestano anche online, arrivando a dire che anche ritwittare qualcosa può costituire un reato.
Il lavoro di censura estrema portato avanti in Albione è fuori controllo da anni.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 un uomo fu arrestato un veterano dell’esercito per aver condiviso su Facebook un meme critico degli LGBT, con le bandiere arcobaleno a formare una svastica. Il meme era stato pubblicato previamente dal politico conservatore Laurence Fox, che ebbe l’account Twitter bloccato.
L’anno scorso vi fu il caso di una minorenne autistica arrestata e prelevata con forza da casa dalla polizia per aver detto la parola «lesbica».
La psicopolizia britannica è arrivata al punto di perseguire – davvero – le preghiere detto con la mente, come dimostrano i vari arresti di persone che pregano in totale silenzio fuori dalle cliniche abortiste.
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