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Geopolitica

Rivolta degli antifa mette città USA a ferro e fuoco: i media minimizzano

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Una protesta nel centro di Atlanta per una sparatoria della polizia si è trasformata in una rivolta con danni e incendi.

 

Nella notte di sabato teppisti hanno attaccato la torre degli uffici che ospitava la Atlanta Police Foundation, danneggiato altre strutture e incendiato un veicolo della polizia. Il sindaco di Atlanta Andre Dickens ha detto ai giornalisti che la polizia ha arrestato sei persone – e alcune degli arrestati sarebbero stati muniti di esplosivi.

 

Il caos lungo la famosa Peachtree Street, nel cuore del quartiere degli hotel della città dello Stato della Georgia, proprio accanto al Ritz-Carlton, ha fatto scappare i turisti che si sono sentiti in pericolo.

 

 

I rivoltosi mascherati che indossavano l’uniforme tutta nera preferita da Antifa hanno usato pietre, martelli, fuochi d’artificio e vernice spray per scagliarsi contro il numero civico 191 Peachtree, una torre di uffici di 50 piani.

 

Altri edifici sono stati danneggiati quando la teppa ha sfondato alte finestre di vetro e porte girevoli e ha dipinto slogan contro la polizia sugli edifici di lusso.

 

 

 

Sei persone sono state arrestate. La polizia afferma di aver sequestrato ordigni «esplosivi», anche se non è chiaro se si tratti di una descrizione dei fuochi d’artificio. Il sindaco di Atlanta Andre Dickens ha confermato che negli attacchi sono stati utilizzati esplosivi.

 

Il capo della polizia di Atlanta Darin Schierbaum ha detto che i rivoltosi avevano ambizioni più grandi che i poliziotti hanno sventato: «possiamo dire ora, all’inizio di questa indagine, che non era questo l’obiettivo stasera solo per danneggiare le finestre di tre edifici e dare fuoco a un’auto della polizia. L’intento era quello di continuare a fare del male, e questo non è successo».

 

 

 

I media paiono aver sorvolato grandemente sui disordini in Georgia, un po’ come avvenuto nel 2020 durante le devastazioni di Black Lives Matter (BLM), dove si arrivò al paradosso di vedere inviati sul campo con le fiamme alle spalle mentre dicono che la protesta è «per lo più pacifica».

 

Il World Economic Forum di Davos l’anno scorso ha lanciato un video sulla Critical Race Theory, la filosofia alla base delle nuove tensioni sociali e razziali indotte nella società americana.

 

 

Come riportato da Renovatio 21, ad una marcia Pro Trump a Washington di due anni fa gli antifa e BLM attaccarono vecchi e bambini, mostrano le immagini.

 

A Portland due anni fa abbiamo invece visto la Polizia rassicurare gli antifa che l’uomo a cui i poliziotti avevano sparato poco prima era un bianco.

 

In questi anni abbiamo visto gruppi antifa attaccare bizzarramente manifestazioni anti-obblighi, manifestazioni anti-mutilazione gender dei bambini e perfino manifestazioni anti-pedofilia.

 

È stata riportata una componente antifa anche nei disordini visti a Parigi a Natale 2022, sorti essenzialmente dalla comunità curda ma espansi poi a bande di casseurs.

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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Geopolitica

L’UE respinge la proposta di Zelensky di un esercito europeo

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L’idea di un esercito europeo unificato, come sostenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, risulta impraticabile perché molti Paesi dell’UE sono contemporaneamente membri della NATO, ha dichiarato Kaja Kallas, responsabile della politica estera e di sicurezza del blocco economico.

 

Zelens’kyj ha invocato la creazione di «forze armate unite» europee nel corso di un discorso controverso tenuto la scorsa settimana al Forum Economico Mondiale di Davos, sottolineando che l’esperienza di combattimento maturata dall’Ucraina contro la Russia avrebbe un valore prezioso, criticando con forza la divisione e l’indecisione tra i suoi sostenitori europei, chiedendo nel contempo l’adesione dell’Ucraina all’UE entro il 2027, un ultimatum accolto con derisione da parte di diversi membri dell’Unione.

 

«Non riesco a immaginare che i Paesi creino un esercito europeo separato», ha affermato Kallas ai giornalisti prima di una riunione del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles giovedì. «Devono essere gli eserciti che già esistono», molti dei quali fanno parte della NATO e dispongono di strutture di comando consolidate all’interno dell’organizzazione a guida statunitense.

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«Se creiamo strutture parallele, il quadro non farà altro che confondersi. In tempi difficili, gli ordini potrebbero semplicemente cadere tra le sedie», ha aggiunto.

 

Questo mese i membri europei della NATO hanno reagito alla rinnovata proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di acquisire la Groenlandia. Trump ha accusato la Danimarca di essere troppo debole per difendere la sua isola dell’Atlantico settentrionale da un possibile attacco russo o cinese – scenario giudicato improbabile da Copenaghen – e non ha escluso il ricorso alla forza militare per raggiungere l’obiettivo. Le tensioni sono state poi allentate dal Segretario Generale della NATO Mark Rutte, che ha proposto a Trump un «quadro» per procedere.

 

La Kallas si conferma una ferma sostenitrice della necessità di proseguire gli aiuti militari occidentali a Kiev e di intensificare la pressione sulla Russia, piuttosto che perseguire una pace negoziata. Al termine dell’incontro di Bruxelles ha difeso la scelta dell’UE di non dialogare con Mosca, sostenendo che non vi sia nulla da offrire oltre quanto già avanzato dai mediatori statunitensi.

 

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Geopolitica

L’«armada» di Trump lancia un avvertimento a Teheran

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L’esercito statunitense ha rivolto un avvertimento formale all’Iran in relazione alle esercitazioni navali con munizioni reali previste nello Stretto di Hormuz, mentre parallelamente conduce importanti «esercitazioni di prontezza» in varie parti del Medio Oriente.   In una nota diffusa venerdì, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha invitato la Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) a svolgere le manovre di due giorni, in programma a partire da domenica, «in maniera sicura, professionale e senza rischi inutili».   «Non tollereremo azioni pericolose da parte dell’IRGC, quali il sorvolo di navi militari statunitensi impegnate in operazioni di volo, il passaggio a bassa quota o armato su risorse militari statunitensi quando le intenzioni non sono chiare, l’avvicinamento ad alta velocità di imbarcazioni in rotta di collisione con unità navali americane o l’impiego di armi puntate contro le forze statunitensi», ha precisato il comando.  

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  L’avvertimento arriva mentre gli Stati Uniti stanno effettuando su larga scala esercitazioni militari plurigiornaliere in tutta la regione. L’US Air Forces Central (AFCENT) ha annunciato questa settimana tali attività, finalizzate a testare il rapido dispiegamento e il supporto di velivoli da combattimento in diverse «posizioni di emergenza».   Le manovre aeree si aggiungono al potenziamento navale apertamente sostenuto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «C’è un’altra splendida flotta che in questo momento sta navigando verso l’Iran», ha dichiarato Trump all’inizio della settimana, riferendosi al gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln.   «Abbiamo molte navi molto grandi e potenti dirette verso l’Iran in questo momento, e sarebbe fantastico se non dovessimo usarle», ha aggiunto Trump parlando con i giornalisti giovedì, precisando di preferire una soluzione diplomatica alle tensioni. Ha quindi ribadito due condizioni essenziali: «Numero uno, niente nucleare. E numero due, smettete di uccidere i manifestanti».   I media statali iraniani hanno reso nota l’organizzazione delle esercitazioni in risposta a un post sui social media di Trump, in cui il presidente aveva avvertito che «il prossimo attacco sarà di gran lunga peggiore» rispetto ai precedenti e aveva esortato l’Iran a «FARE UN ACCORDO».   L’Iran ha reagito alle minacce con fermezza. La sua missione presso le Nazioni Unite ha pubblicato un messaggio sui social affermando di essere «pronta al dialogo», ma che, se provocata, «si difenderà e risponderà come mai prima d’ora».   Un viceministro degli Esteri ha dichiarato che il Paese è «pronto al 200%» e che fornirà una «risposta adeguata, non proporzionata», con la possibilità di colpire basi statunitensi.   Lo Stretto di Hormuz, teatro delle previste esercitazioni iraniane, rappresenta un passaggio strategico per il commercio petrolifero mondiale, con circa 100 navi mercantili che lo attraversano quotidianamente. La dichiarazione del CENTCOM ha comunque riconosciuto il diritto dell’Iran a «operare professionalmente» nello spazio aereo e nelle acque internazionali.  

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Immagine di pubblico domino CC0 via Wikimedia
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Geopolitica

L’ONU verso un «imminente collasso finanziario»

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Le Nazioni Unite rischiano un imminente collasso finanziario a causa delle quote non pagate e dei deficit di finanziamento da parte degli Stati membri, che minacciano di compromettere le operazioni essenziali, ha avvertito il Segretario generale Antonio Guterres.

 

Guterres ha lanciato l’allarme in una lettera indirizzata a tutti i 193 Stati membri questa settimana, come riferito da vari media. Ha esortato a rispettare gli obblighi di pagamento o a rivedere le norme finanziarie dell’organizzazione per scongiurare un «imminente collasso finanziario». Il Segretario generale ha sottolineato che l’ONU sta affrontando una crisi finanziaria in peggioramento, che «minaccia l’attuazione dei programmi», con il rischio che i fondi si esauriscano entro luglio.

 

La lettera descrive un «doppio colpo» derivante da una regola che impone all’ONU di restituire agli Stati membri i fondi non spesi per certi programmi, anche quando i contributi non sono stati versati, intrappolando l’organizzazione in un «ciclo kafkiano», come lo ha definito Guterres.

 

Le quote associative arretrate hanno toccato il record di 1,568 miliardi di dollari alla fine del 2025, con le riscossioni che coprono solo il 76,7% dei contributi dovuti, esponendo gravemente l’organizzazione. Senza un «miglioramento drastico» delle incassazioni, l’ONU non potrà attuare pienamente il bilancio 2026, ha precisato Guterres.

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L’avvertimento arriva mentre gli Stati Uniti, principale contributore dell’ente mondiale, hanno ridotto i finanziamenti volontari a vari programmi ONU e tagliato drasticamente la spesa per gli aiuti nel 2025. Il presidente Donald Trump ha motivato tali misure come necessarie per «porre fine al finanziamento dei contribuenti americani e al loro coinvolgimento in entità che promuovono programmi globalisti a scapito delle priorità statunitensi».

 

La scorsa settimana, gli Stati Uniti si sono ufficialmente ritirati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite (OMS).

 

A fine dicembre, gli Stati Uniti hanno promesso 2 miliardi di dollari per i programmi umanitari ONU, avvertendo che l’organizzazione internazionale deve «adattarsi o morire». Le statistiche ONU indicano che i contributi umanitari totali statunitensi sono scesi a 3,38 miliardi di dollari lo scorso anno, pari circa al 14,8% del totale globale, in forte calo rispetto ai 14,1 miliardi del 2024 e al picco di 17,2 miliardi del 2022. Anche altri grandi donatori occidentali, come Germania e Regno Unito, hanno diminuito gli aiuti, reindirizzando risorse verso la spesa militare e aggravando la crisi di finanziamento.

 

Trump è stato inoltre accusato di voler sostituire alcune funzioni dell’ONU con il suo Consiglio per la pace, incaricato di supervisionare la ricostruzione di Gaza.

 

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Immagine di pubblico domonio CC0 via Wikimedia

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