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Pensiero

Purgatori e le cospirazioni socialmente accettabili

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È morto Andrea Purgatori, giornalista d’inchiesta piuttosto noto tra TV e stampa mainstream. Aveva settant’anni, e praticamente mezzo secolo di reportage alle spalle.

 

Ora, che sia chiaro: non parleremo qui delle cause della morte, sulla quale si è scatenato, per usare le parole della testata Open lo «sciacallaggio no-vax»: insomma la solita ridda di commenti dopo i decessi repentini di gente famosa, con tanti che lanciano accuse nei confronti di determinati procedimenti medici, un fenomeno inevitabile del popolo non greenpassato che ora tante testate, Libero incluso, definiscono «orrore» – senza spiegare altro.

 

Per una volta, ci facciamo andare benissimo la formula che stiamo leggendo dappertutto: Purgatori è morto a causa di «una malattia fulminante». Sono le esatte parole ripetute nei loro articoli online il Corriere della Sera, il Messaggero, la Gazzetta dello Sport, il Riformista, La Stampa, Fanpage, Il Tempo, il Quotidiano Nazionale, l’Unità, il Sussidiario. Va bene così. Tanto più che ora ci sarebbero due indagati per omicidio colposo dopo la denuncia sporta dalla famiglia.

 

Renovatio 21 aveva parlato di Purgatori qualche mese fa. In una delle sue belle, lunghissime trasmissioni su La7, dove la nostalgia per i vecchi misteri italici si tagliava con il coltello per spalmarla su panini per over 50, aveva intercettato un piccolo grande scoop: la sorella di Mino Pecorelli – un uomo la cui morte è uno dei tanti enigmi dell’Italia repubblicana – aveva dichiarato che Papa Luciani sarebbe morto nel giorno in cui gli fu consegnata la lista dei cardinali massoni, la celeberrima, appunto, «lista Pecorelli».

 

Si tratta di una rivelazione immensa, che andrebbe tutta verificata, perché magari alcune date non coincidono, ma non importa: la fonte regge, il possibile disegno che vi sta dietro pure chiama l’attenzione.

 

Il sottobosco catto-conservatore non se ne accorse nemmeno: è fatto di una mistura di perdigiorno, imbecilli, ragazzini che si battono il petto gorillescamente, persone problematiche, più l’immancabile contorno di nerd liturgici. Purgatori, per l’informazione cattolica, aveva fatto più che tutto la rete del catto-universo con i suoi blog, newsletter e social (perché non bannano mai chi dice cose perfettamente inutili, cioè utili al mantenimento delle nicchie previste dall’establishment).

 

Diciamo pure che avevamo messo in cantiere, con qualche appunto critico, un articolo su un’altra mega-trasmissione di Purgatori delle scorse settimane, dove andava ad inoltrarsi nella notte più profonda (stricto sensu) parlando del Mostro di Firenze e l’eversione nera.

 

Era un volto TV a suo modo notissimo, finanche definibile «di culto»: infatti aveva partecipato, mettendoci la testa e anche la faccia, a opere di Corrado Guzzanti come Il caso Scafroglia, finendo quindi nello sketch, poi divenuto per qualche ragione film, Fascisti su Marte, dove interpretava il camerata Fecchia, giunto anch’egli sul «rosso pianeta bolscevico e traditor». I fan di Boris, altra serie di culto, lo ricordano in vari episodi.

 

La quantità di trasmissioni RAI da lui realizzate è impressionante, come pure la consistenza con cui ha fatto programmi per La7, comparendo infine anche sulla docu-serie Netflix Vatican Girl, su Manuela Orlandi. Tuttavia va ricordato anche per la carriera cinematografica: Purgatori è stato membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Accademia Europea del Cinema, posizione meritatasi probabilmente per i film con Marcello Avallone (come l’horror Spettri del 1986, dove la scoperta di una necropoli antica sotto Roma porta maledizioni a go-go), per il film di Michele Placido su Vallanzasca (dal quale, però, aveva tolto la firma) e soprattutto per Il Muro di Gomma (1991) di Marco Risi (figlio del leggendario Dino Risi e fratello del Claudio Risi de I ragazzi della Terza C) che in pratica racconta la sua vicenda di cronista del Corriere della Sera durante gli anni di indagini sul caso Ustica.

 

Piccola digressione biografica, forse necessaria: ricordo bene, nei primissimi anni del liceo, che ci portarono a vederlo: tutta la scuola, nel cinema accanto, che era un vero teatro, una sala ancora grandissima, ancora non colpita dalla fissione multisala. Ricordo che del film non ricordo nulla: un protagonista giovane con il capello fastidioso che andava forte in certi filmetti impegnatini di quegli anni (l’attore e cineasta Corso Salani, 1967-2010) e basta. Mi sembra di rammentare ad un certo passai al bagno, dove con un gruppetto interclasse si fumava e si parlava, si sparlava, con estrema probabilità di ragazze.

 

(Mi sento ingrato rispetto al dono che il mondo trenta anni fa poteva farmi: un film, in pellicola 35 millimetri, su un grande teatro, insieme a quasi un migliaio di compagni – ognuno di questi elementi oggi è una rarità infinita, di cui scrivendo sento di avere nostalgia).

 

Il fatto è che il film su Ustica, per qualche motivo, anche agli adolescenti semplici, come lo ero io (abbastanza), pareva qualcosa di imposto, di inflitto. Di Ustica avevo sentito parlare infinite volte dai Telegiornali delle otto (magari con la voce bassa e suadente dell’indimenticato Paolo Frajese, lo zio del medico idolo no-vaxo) e, sì, mi ero fatto l’idea che si trattava di un mistero di cui non se ne veniva a capo – era l’ennesimo che la mia mente, pur in apparenza disinteressata, annotava. Ho iniziato a leggere i giornali molto precocemente, e la lista di enigmi di sangue alla quale ero sottoposto ancora minorenne – bombe nelle piazze, nelle stazioni, serial killer anche dietro casa (letteralmente), terrorismo, incidenti di navi, aerei, treni – già intasava tanti cassetti dentro di me, spesso senza che lo sapessi.

 

Più avanti, avrei realizzato che forse era proprio quello il fine: sovraccaricarmi, di modo da sfibrare la mia morale e mollare, qualora ne avessi, ogni ambizione di comprensione della realtà: dedicati ad altro, alle sigarette e alle ragazze, appunto – magari ad attendere il sabato sera con i primi festini alcolici. Bacci, Tabacci venerisque. È la saggezza antica, tutta romana, di chi mi stava narcotizzando offrendomi in orario di scuola dell’obbligo pure panem et cinemam. E potevo pure rifiutare, infilandomi in bagno con il gruppetto dei discoli, bastava che pensassi ad altro.

 

Sono passate decadi, e dopo aver scritto tre o quattro libri e messo in piedi Renovatio 21 (con la quantità di conferenza in giro per l’Italia degli anni prepandemici),  non posso dire che in seguito io non mi sia interessato di misteri e trame oscure.

 

Tuttavia, l’effetto che mi fa tutto il film su Ustica di Purgatori, e tutta la narrazione intorno è lo stesso: un senso automatico di rifiuto.

 

C’è da chiedersi perché: in fondo, il giornalismo d’inchiesta, ritengo, è una delle cose più belle del mondo. E qualcuno che si inoltra nel mistero, nella terra incognita, nell’avventura extra-ordinaria, è, per definizione congiunta di Carl Gustav Jung e Joseph Campbell, un «eroe».

 

E allora perché non provo passione?

 

Leggo Wikipedia: Purgatori, che aveva il tesserino di giornalista professionista a poco più di vent’anni e pure un Master alla Columbia University di Nuova York (Ivy League…), si occupava di terrorismo nazionale ed internazionale, di stragismo vario, del caso Moro, dei delitti della mafia, veniva inviato in guerra in Libano, in Iraq-Iran, in Palestina, in Tunisia, in Algeria. Tutti temi che mi interessano grandemente. Eppure non ricordo niente di quello che ha scritto in merito.

 

In una delle sue ultime trasmissioni, quella su Pecorelli e papa Luciani, l’ho sentito raccontare una cosa illuminante: diceva che quando stava al Corriere della Sera (poco più che ventenne!) e il giovedì arrivava OP, la rivista di Pecorelli strapiena di informazioni incredibili pescate chissà come, lo sentiva come un colpo. In pratica, anche il giovane giornalista che si occupa di piste oscure comprendeva che c’era un livello che il suo lavoro avrebbe dovuto raccontare ma al quale lui non poteva attingere. Ad inizio della puntata, raccontava, come rivendicando una qualche prossimità con il centro della storia, che la sera che ammazzarono Pecorelli lui, per un caso della vita, stava in una pizzeria lì vicino.

 

È possibile, mi chiedo, comprendere la realtà se si appartiene all’establishment? È possibile scavare fino alla verità se si lavora per un grande giornale? Quando Purgatori ci lavorava, il Corriere della Sera era lì lì per esplodere a causa delle infiltrazioni massoniche ai vertici – la P2 di Licio Gelli, forse l’unica Loggia che davvero è emersa e ha pagato (lo ricordava lo stesso Purgatori con Padellaro in una delle sue ultime trasmissioni).

 

All’epoca chi voleva andare a fondo delle questioni e delineare il quadro generale sottostante alla realtà repubblicana, con i suoi mandanti democratici, cristiani, comunisti, nazionali ed internazionali, non veniva chiamato «complottista», ma, nel gergo dei giornali di quel tempo, «pistarolo».

 

Immagino che anche per i più aperti ai pistaroli sarebbe stato difficile sentirsi dire da uno: sai, c’è un tizio che vende materassi fuori Roma, è a capo di una setta segreta che conta i vertici della Repubblica, 119 alti ufficiali tra esercito, Guardia di Finanza, Arma dei carabinieri, 22 dirigenti di Polizia, 59 parlamentari, un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti imprenditori, l’imitatore più famoso, il principe erede al trono d’Italia, direttori di giornali, eroi della Resistenza, un cantante celeberrimo, banchieri, medici, faccendieri, editori, tutti i capi dei servizi segreti italiani… E questo signore dei materassi parrebbe avere un potere che va al di là della semplice influenza anche in Sudamerica, in Argentina, in Uruguay, in Brasile… e pensati che per i suoi complotti incontra i suoi iniziati in Autogrill, dove tra un panino «fattoria» e una spremuta decide le sorti delle nostra Nazione e pure di altre (questa dell’Autogrill l’ho letta nel libro di Gianfranco Piazzesi Gelli la carriera di un eroe di questa Italia, 1983).

 

Ecco, il Gelli i tanti giornalisti d’inchiesta di quegli anni non l’hanno visto arrivare (o forse, qualcosa sapevano, ma non potevano dire nulla, perché lo stipendio, perché la carriera). Nessuno, quanto pare, capiva il potere della massoneria sulla società italiana.

 

Nessuno, a meno che non avesse letto Il problema dell’ora presente di monsignor Henri De Lassus. Un testo di più di un secolo fa, dove però, come in tanti libri della tradizione cattolica, le cose erano raccontate con precisione profetica. L’infiltrazione della massoneria nella società, il suo vero scopo, i contenuti delle sue azioni… sono cose che non sorprendono il tradizionista, quello combattuto dal mainstream anche oggi come bigotto, razzista, omofobo, «complottista» – insomma uno da escludere dalla vita sociale e pure da quella social.

 

Sto cercando di dire: ci sono cospirazioni sul quale hanno lasciato, in apparenza la briglia sciolta. Ustica, Piazza Fontana, Agca, Emanuela Orlandi, il Mostro di Firenze, Ilaria Alpi… ettolitri di inchiostro spalmati in oltre mezzo secolo, servizi TV, libri, pellicole cinematografiche (magari realizzate con il contributo finanziario dello Stato), fiction per il pubblico bovino delle prime serate del catodo generalista.

 

Sono cospirazioni che ci hanno lasciato liberi di credere, di intraprendere in discorsi pure pubblici. Sono le cospirazioni socialmente accettabili.

 

Nessuna di queste cospirazioni ha trovato davvero conclusione, giornalistica o giudiziaria – e forse anche questo non è troppo casuale. Godono di un lasciapassare immenso: se ti ci dedichi non vieni bollato come «complottista» – nemmeno se capita di dire cose che sono apertamente «complottiste» (abbiamo tanti esempi).

 

Le cospirazioni socialmente accettabili producono diacronicamente quantità di materiale impressionante, al punto che c’è da pensare che la nostra psiche, la nostra concezione della storia e della cittadinanza, sia in certa parte dovuta al fatto che gli oceani di parole sulle «cospirazioni socialmente accettabili» in verità ci tengono tutti a bagnomaria.

 

Non voglio qui sembrare ingiusto con il defunto Purgatori – non sto parlando espressamente di lui. Anzi di lui vorrei ricordare un’incursione proprio in uno di quegli ambiti toccato molto, molto raramente nella storia del nostro Paese (e anche quando è emerso il sangue, subito la ferità è stata ricucita, ricoperta, e non se ne è saputo più nulla: non fatemi parlare troppo).

 

Stiamo parlando della Sanità. Purgatori ebbe il coraggio di parlare di uno dei personaggi fondamentali del comparto, il cardinale Fiorenzo Angelini.

 

Il giovane reporter lo incontrò nel 1976 in Uganda. «Allora solo vescovo, ma già eminenza grigia della sanità cattolica con le mani in pasta in cinque ospedali di Roma, quattrocento immobili e ottomila ettari di tenute agricole intorno alla capitale. Il Giulio Andreotti del Vaticano, di cui era amico fraterno» scrive Purgatori (che si definiva credente non praticante).

 

«Sbucò tra le bouganville di un lodge con una camicia, un paio di bermuda color kaki e una cinepresa in mano. Fate conto Alberto Sordi in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa. Preciso» continua il giornalista descrivendo il futuro cardinale. «E dopo essersi presentato, chiese due informazioni: dove convenisse fare un buon cambio al mercato nero e se l’avorio di contrabbando a trentamila lire al chilo fosse un prezzo accettabile. Sembrava uno scherzo».

 

«Nel pomeriggio di quel giorno, incontrai un missionario italiano che viveva lì da dieci anni e lo trovai coi capelli dritti in testa, sconvolto. Mi raccontò che il monsignore gli aveva chiesto di battezzare un bambino nero, così, per fare un filmino ricordo insieme ai suoi amici. Allargando le braccia, il missionario gli aveva detto che non c’erano bambini da battezzare. Ma lui non aveva fratto una piega: Embé? Ne ribattezziamo uno già battezzato, magari ci diventa santo».

 

Angelini, ricordiamo, era detto «Sua sanità». Qualcuno preferiva chiamarlo «il Richelieu delle medicine». Il Fatto nel 2014 riportava un virgolettato di Duilio Poggiolini, «che fu direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del ministero della Sanità, coinvolto nell’inchiesta “Mani pulite” e additato come membro della loggia massonica P2», proprio riguardo al porporato incontrato da Purgatori nel Continente Nero: «tutti avevano paura di monsignor Angelini, del suo potere immenso. Raccomandava i suoi, segnalava certi imprenditori farmaceutici, pretendeva per loro un trattamento di riguardo, condizionava, dettava legge, lo faceva attraverso i suoi referenti, nella CUF, la Commissione unica del farmaco, e nel CIP farmaci».

 

Purgatori lo aveva visto, pure nella sua incarnazione afro-turistica stile Alberto Sordi episcopale. Sapeva del suo potere nel mondo dei farmaci, di cui si poteva intuire l’intima natura. E quindi, ci chiediamo, come mai in questi anni del mondo della farmaceutica, che ha preso decisamente il centro della scena, il giornalista non ha dubitato mai?

 

«Il vaccino è l’unico orizzonte» disse in TV durante la pandemia.

 

Aveva difeso lockdown, mascherine. Il vaccino ha dimostrato, dati alla mano, il numero delle persone che finiscono in ospedalizzazione e soprattutto in terapia intensiva» ribadiva in televisione anche con un certo pathos. «Il merito è del vaccino, non è delle cure, non è della Provvidenza, non è delle tante sciocchezze che si sentono, in difesa, di che cosa, del nulla!»

 

A Paolo Brosio che, bonario e medjugoriano, gli ricordava che questo vaccino non è come quello che «abbiamo fatto da piccoli» diceva infervorato «non mi devi interrompere», ricordando che la Gran Bretagna aveva imposto clausura e mascherine anche perché «avendo fatto la Brexit, aveva problemi sociali enormi».

 

Nessuna delle trame di cui abbiamo parlato in questo sito negli ultimi terribili anni pareva essere mai entrata nel radar del giornalista. Il laboratorio cinese finanziato dagli americani, Bill Gates, il Congresso americano che vota sull’mRNA poche settimane prima del COVID, le armi biologiche, i vaccini DARPA, le Olimpiadi militari di Wuhan, la geopolitica del siero, Anthony Fauci e il Gain of Function, Christian Drosten e i test PCR, le simulazioni Lockstep, Dark Winter, Clade X, il green pass come viatico alla piattaforma del danaro programmabile che sta per sottometterci.

 

Niente, quelle rimangono solo a noi, perché, a differenza dello IOR e del Mostro di Firenze, sono cospirazioni non socialmente accettabili.

 

Mettiamola così: le cospirazioni socialmente accettabili ti aiutano a passare il tempo, sono intrattenimento, sono armi di distrazione di massa. Sono, di fatto, vero gatekeeping. Sono mantenute, e forse pure create, dall’establishment, dal sistema che vuole narcotizzarvi, piegarvi, disintegrarvi.

 

Le cospirazioni socialmente inaccettabili, invece, possono colpirti fisicamente, farti ammalare, ucciderti.

 

Sarà che di cose da fare ne abbiamo, e per il tempo libero c’è tanta scelta, ma noi staremo sempre sulle seconde: stiamo sulle storie che riguardano da vicino le nostre esistenze biologiche e spirituali, e quindi il destino della vita e della civiltà terrestri.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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Storia di rune e cani che abbaiano

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Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.   Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.   Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.   Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.   La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.   Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.   Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.   Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:   «Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».   «La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.   «Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.   «Come ti chiami, bel cagnone?»   «Pavlov».

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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.   A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.   Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.   Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».   Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».   Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.   Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».   Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.   Ci si poteva arrivare, si dirà.   Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.   L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».   La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.   Massimo Zanetti

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Pensiero

Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».

 

Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.

 

Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.

 

Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.

 

Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.

 

Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?

 

Sei un fascista di merda.

 

Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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