Pensiero
Purgatori e le cospirazioni socialmente accettabili
È morto Andrea Purgatori, giornalista d’inchiesta piuttosto noto tra TV e stampa mainstream. Aveva settant’anni, e praticamente mezzo secolo di reportage alle spalle.
Ora, che sia chiaro: non parleremo qui delle cause della morte, sulla quale si è scatenato, per usare le parole della testata Open lo «sciacallaggio no-vax»: insomma la solita ridda di commenti dopo i decessi repentini di gente famosa, con tanti che lanciano accuse nei confronti di determinati procedimenti medici, un fenomeno inevitabile del popolo non greenpassato che ora tante testate, Libero incluso, definiscono «orrore» – senza spiegare altro.
Per una volta, ci facciamo andare benissimo la formula che stiamo leggendo dappertutto: Purgatori è morto a causa di «una malattia fulminante». Sono le esatte parole ripetute nei loro articoli online il Corriere della Sera, il Messaggero, la Gazzetta dello Sport, il Riformista, La Stampa, Fanpage, Il Tempo, il Quotidiano Nazionale, l’Unità, il Sussidiario. Va bene così. Tanto più che ora ci sarebbero due indagati per omicidio colposo dopo la denuncia sporta dalla famiglia.
Renovatio 21 aveva parlato di Purgatori qualche mese fa. In una delle sue belle, lunghissime trasmissioni su La7, dove la nostalgia per i vecchi misteri italici si tagliava con il coltello per spalmarla su panini per over 50, aveva intercettato un piccolo grande scoop: la sorella di Mino Pecorelli – un uomo la cui morte è uno dei tanti enigmi dell’Italia repubblicana – aveva dichiarato che Papa Luciani sarebbe morto nel giorno in cui gli fu consegnata la lista dei cardinali massoni, la celeberrima, appunto, «lista Pecorelli».
Si tratta di una rivelazione immensa, che andrebbe tutta verificata, perché magari alcune date non coincidono, ma non importa: la fonte regge, il possibile disegno che vi sta dietro pure chiama l’attenzione.
Il sottobosco catto-conservatore non se ne accorse nemmeno: è fatto di una mistura di perdigiorno, imbecilli, ragazzini che si battono il petto gorillescamente, persone problematiche, più l’immancabile contorno di nerd liturgici. Purgatori, per l’informazione cattolica, aveva fatto più che tutto la rete del catto-universo con i suoi blog, newsletter e social (perché non bannano mai chi dice cose perfettamente inutili, cioè utili al mantenimento delle nicchie previste dall’establishment).
Diciamo pure che avevamo messo in cantiere, con qualche appunto critico, un articolo su un’altra mega-trasmissione di Purgatori delle scorse settimane, dove andava ad inoltrarsi nella notte più profonda (stricto sensu) parlando del Mostro di Firenze e l’eversione nera.
Era un volto TV a suo modo notissimo, finanche definibile «di culto»: infatti aveva partecipato, mettendoci la testa e anche la faccia, a opere di Corrado Guzzanti come Il caso Scafroglia, finendo quindi nello sketch, poi divenuto per qualche ragione film, Fascisti su Marte, dove interpretava il camerata Fecchia, giunto anch’egli sul «rosso pianeta bolscevico e traditor». I fan di Boris, altra serie di culto, lo ricordano in vari episodi.
La quantità di trasmissioni RAI da lui realizzate è impressionante, come pure la consistenza con cui ha fatto programmi per La7, comparendo infine anche sulla docu-serie Netflix Vatican Girl, su Manuela Orlandi. Tuttavia va ricordato anche per la carriera cinematografica: Purgatori è stato membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Accademia Europea del Cinema, posizione meritatasi probabilmente per i film con Marcello Avallone (come l’horror Spettri del 1986, dove la scoperta di una necropoli antica sotto Roma porta maledizioni a go-go), per il film di Michele Placido su Vallanzasca (dal quale, però, aveva tolto la firma) e soprattutto per Il Muro di Gomma (1991) di Marco Risi (figlio del leggendario Dino Risi e fratello del Claudio Risi de I ragazzi della Terza C) che in pratica racconta la sua vicenda di cronista del Corriere della Sera durante gli anni di indagini sul caso Ustica.
Piccola digressione biografica, forse necessaria: ricordo bene, nei primissimi anni del liceo, che ci portarono a vederlo: tutta la scuola, nel cinema accanto, che era un vero teatro, una sala ancora grandissima, ancora non colpita dalla fissione multisala. Ricordo che del film non ricordo nulla: un protagonista giovane con il capello fastidioso che andava forte in certi filmetti impegnatini di quegli anni (l’attore e cineasta Corso Salani, 1967-2010) e basta. Mi sembra di rammentare ad un certo passai al bagno, dove con un gruppetto interclasse si fumava e si parlava, si sparlava, con estrema probabilità di ragazze.
(Mi sento ingrato rispetto al dono che il mondo trenta anni fa poteva farmi: un film, in pellicola 35 millimetri, su un grande teatro, insieme a quasi un migliaio di compagni – ognuno di questi elementi oggi è una rarità infinita, di cui scrivendo sento di avere nostalgia).
Il fatto è che il film su Ustica, per qualche motivo, anche agli adolescenti semplici, come lo ero io (abbastanza), pareva qualcosa di imposto, di inflitto. Di Ustica avevo sentito parlare infinite volte dai Telegiornali delle otto (magari con la voce bassa e suadente dell’indimenticato Paolo Frajese, lo zio del medico idolo no-vaxo) e, sì, mi ero fatto l’idea che si trattava di un mistero di cui non se ne veniva a capo – era l’ennesimo che la mia mente, pur in apparenza disinteressata, annotava. Ho iniziato a leggere i giornali molto precocemente, e la lista di enigmi di sangue alla quale ero sottoposto ancora minorenne – bombe nelle piazze, nelle stazioni, serial killer anche dietro casa (letteralmente), terrorismo, incidenti di navi, aerei, treni – già intasava tanti cassetti dentro di me, spesso senza che lo sapessi.
Più avanti, avrei realizzato che forse era proprio quello il fine: sovraccaricarmi, di modo da sfibrare la mia morale e mollare, qualora ne avessi, ogni ambizione di comprensione della realtà: dedicati ad altro, alle sigarette e alle ragazze, appunto – magari ad attendere il sabato sera con i primi festini alcolici. Bacci, Tabacci venerisque. È la saggezza antica, tutta romana, di chi mi stava narcotizzando offrendomi in orario di scuola dell’obbligo pure panem et cinemam. E potevo pure rifiutare, infilandomi in bagno con il gruppetto dei discoli, bastava che pensassi ad altro.
Sono passate decadi, e dopo aver scritto tre o quattro libri e messo in piedi Renovatio 21 (con la quantità di conferenza in giro per l’Italia degli anni prepandemici), non posso dire che in seguito io non mi sia interessato di misteri e trame oscure.
Tuttavia, l’effetto che mi fa tutto il film su Ustica di Purgatori, e tutta la narrazione intorno è lo stesso: un senso automatico di rifiuto.
C’è da chiedersi perché: in fondo, il giornalismo d’inchiesta, ritengo, è una delle cose più belle del mondo. E qualcuno che si inoltra nel mistero, nella terra incognita, nell’avventura extra-ordinaria, è, per definizione congiunta di Carl Gustav Jung e Joseph Campbell, un «eroe».
E allora perché non provo passione?
Leggo Wikipedia: Purgatori, che aveva il tesserino di giornalista professionista a poco più di vent’anni e pure un Master alla Columbia University di Nuova York (Ivy League…), si occupava di terrorismo nazionale ed internazionale, di stragismo vario, del caso Moro, dei delitti della mafia, veniva inviato in guerra in Libano, in Iraq-Iran, in Palestina, in Tunisia, in Algeria. Tutti temi che mi interessano grandemente. Eppure non ricordo niente di quello che ha scritto in merito.
In una delle sue ultime trasmissioni, quella su Pecorelli e papa Luciani, l’ho sentito raccontare una cosa illuminante: diceva che quando stava al Corriere della Sera (poco più che ventenne!) e il giovedì arrivava OP, la rivista di Pecorelli strapiena di informazioni incredibili pescate chissà come, lo sentiva come un colpo. In pratica, anche il giovane giornalista che si occupa di piste oscure comprendeva che c’era un livello che il suo lavoro avrebbe dovuto raccontare ma al quale lui non poteva attingere. Ad inizio della puntata, raccontava, come rivendicando una qualche prossimità con il centro della storia, che la sera che ammazzarono Pecorelli lui, per un caso della vita, stava in una pizzeria lì vicino.
È possibile, mi chiedo, comprendere la realtà se si appartiene all’establishment? È possibile scavare fino alla verità se si lavora per un grande giornale? Quando Purgatori ci lavorava, il Corriere della Sera era lì lì per esplodere a causa delle infiltrazioni massoniche ai vertici – la P2 di Licio Gelli, forse l’unica Loggia che davvero è emersa e ha pagato (lo ricordava lo stesso Purgatori con Padellaro in una delle sue ultime trasmissioni).
All’epoca chi voleva andare a fondo delle questioni e delineare il quadro generale sottostante alla realtà repubblicana, con i suoi mandanti democratici, cristiani, comunisti, nazionali ed internazionali, non veniva chiamato «complottista», ma, nel gergo dei giornali di quel tempo, «pistarolo».
Immagino che anche per i più aperti ai pistaroli sarebbe stato difficile sentirsi dire da uno: sai, c’è un tizio che vende materassi fuori Roma, è a capo di una setta segreta che conta i vertici della Repubblica, 119 alti ufficiali tra esercito, Guardia di Finanza, Arma dei carabinieri, 22 dirigenti di Polizia, 59 parlamentari, un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti imprenditori, l’imitatore più famoso, il principe erede al trono d’Italia, direttori di giornali, eroi della Resistenza, un cantante celeberrimo, banchieri, medici, faccendieri, editori, tutti i capi dei servizi segreti italiani… E questo signore dei materassi parrebbe avere un potere che va al di là della semplice influenza anche in Sudamerica, in Argentina, in Uruguay, in Brasile… e pensati che per i suoi complotti incontra i suoi iniziati in Autogrill, dove tra un panino «fattoria» e una spremuta decide le sorti delle nostra Nazione e pure di altre (questa dell’Autogrill l’ho letta nel libro di Gianfranco Piazzesi Gelli la carriera di un eroe di questa Italia, 1983).
Ecco, il Gelli i tanti giornalisti d’inchiesta di quegli anni non l’hanno visto arrivare (o forse, qualcosa sapevano, ma non potevano dire nulla, perché lo stipendio, perché la carriera). Nessuno, quanto pare, capiva il potere della massoneria sulla società italiana.
Nessuno, a meno che non avesse letto Il problema dell’ora presente di monsignor Henri De Lassus. Un testo di più di un secolo fa, dove però, come in tanti libri della tradizione cattolica, le cose erano raccontate con precisione profetica. L’infiltrazione della massoneria nella società, il suo vero scopo, i contenuti delle sue azioni… sono cose che non sorprendono il tradizionista, quello combattuto dal mainstream anche oggi come bigotto, razzista, omofobo, «complottista» – insomma uno da escludere dalla vita sociale e pure da quella social.
Sto cercando di dire: ci sono cospirazioni sul quale hanno lasciato, in apparenza la briglia sciolta. Ustica, Piazza Fontana, Agca, Emanuela Orlandi, il Mostro di Firenze, Ilaria Alpi… ettolitri di inchiostro spalmati in oltre mezzo secolo, servizi TV, libri, pellicole cinematografiche (magari realizzate con il contributo finanziario dello Stato), fiction per il pubblico bovino delle prime serate del catodo generalista.
Sono cospirazioni che ci hanno lasciato liberi di credere, di intraprendere in discorsi pure pubblici. Sono le cospirazioni socialmente accettabili.
Nessuna di queste cospirazioni ha trovato davvero conclusione, giornalistica o giudiziaria – e forse anche questo non è troppo casuale. Godono di un lasciapassare immenso: se ti ci dedichi non vieni bollato come «complottista» – nemmeno se capita di dire cose che sono apertamente «complottiste» (abbiamo tanti esempi).
Le cospirazioni socialmente accettabili producono diacronicamente quantità di materiale impressionante, al punto che c’è da pensare che la nostra psiche, la nostra concezione della storia e della cittadinanza, sia in certa parte dovuta al fatto che gli oceani di parole sulle «cospirazioni socialmente accettabili» in verità ci tengono tutti a bagnomaria.
Non voglio qui sembrare ingiusto con il defunto Purgatori – non sto parlando espressamente di lui. Anzi di lui vorrei ricordare un’incursione proprio in uno di quegli ambiti toccato molto, molto raramente nella storia del nostro Paese (e anche quando è emerso il sangue, subito la ferità è stata ricucita, ricoperta, e non se ne è saputo più nulla: non fatemi parlare troppo).
Stiamo parlando della Sanità. Purgatori ebbe il coraggio di parlare di uno dei personaggi fondamentali del comparto, il cardinale Fiorenzo Angelini.
Il giovane reporter lo incontrò nel 1976 in Uganda. «Allora solo vescovo, ma già eminenza grigia della sanità cattolica con le mani in pasta in cinque ospedali di Roma, quattrocento immobili e ottomila ettari di tenute agricole intorno alla capitale. Il Giulio Andreotti del Vaticano, di cui era amico fraterno» scrive Purgatori (che si definiva credente non praticante).
«Sbucò tra le bouganville di un lodge con una camicia, un paio di bermuda color kaki e una cinepresa in mano. Fate conto Alberto Sordi in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa. Preciso» continua il giornalista descrivendo il futuro cardinale. «E dopo essersi presentato, chiese due informazioni: dove convenisse fare un buon cambio al mercato nero e se l’avorio di contrabbando a trentamila lire al chilo fosse un prezzo accettabile. Sembrava uno scherzo».
«Nel pomeriggio di quel giorno, incontrai un missionario italiano che viveva lì da dieci anni e lo trovai coi capelli dritti in testa, sconvolto. Mi raccontò che il monsignore gli aveva chiesto di battezzare un bambino nero, così, per fare un filmino ricordo insieme ai suoi amici. Allargando le braccia, il missionario gli aveva detto che non c’erano bambini da battezzare. Ma lui non aveva fratto una piega: Embé? Ne ribattezziamo uno già battezzato, magari ci diventa santo».
Angelini, ricordiamo, era detto «Sua sanità». Qualcuno preferiva chiamarlo «il Richelieu delle medicine». Il Fatto nel 2014 riportava un virgolettato di Duilio Poggiolini, «che fu direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del ministero della Sanità, coinvolto nell’inchiesta “Mani pulite” e additato come membro della loggia massonica P2», proprio riguardo al porporato incontrato da Purgatori nel Continente Nero: «tutti avevano paura di monsignor Angelini, del suo potere immenso. Raccomandava i suoi, segnalava certi imprenditori farmaceutici, pretendeva per loro un trattamento di riguardo, condizionava, dettava legge, lo faceva attraverso i suoi referenti, nella CUF, la Commissione unica del farmaco, e nel CIP farmaci».
Purgatori lo aveva visto, pure nella sua incarnazione afro-turistica stile Alberto Sordi episcopale. Sapeva del suo potere nel mondo dei farmaci, di cui si poteva intuire l’intima natura. E quindi, ci chiediamo, come mai in questi anni del mondo della farmaceutica, che ha preso decisamente il centro della scena, il giornalista non ha dubitato mai?
«Il vaccino è l’unico orizzonte» disse in TV durante la pandemia.
Aveva difeso lockdown, mascherine. Il vaccino ha dimostrato, dati alla mano, il numero delle persone che finiscono in ospedalizzazione e soprattutto in terapia intensiva» ribadiva in televisione anche con un certo pathos. «Il merito è del vaccino, non è delle cure, non è della Provvidenza, non è delle tante sciocchezze che si sentono, in difesa, di che cosa, del nulla!»
A Paolo Brosio che, bonario e medjugoriano, gli ricordava che questo vaccino non è come quello che «abbiamo fatto da piccoli» diceva infervorato «non mi devi interrompere», ricordando che la Gran Bretagna aveva imposto clausura e mascherine anche perché «avendo fatto la Brexit, aveva problemi sociali enormi».
Nessuna delle trame di cui abbiamo parlato in questo sito negli ultimi terribili anni pareva essere mai entrata nel radar del giornalista. Il laboratorio cinese finanziato dagli americani, Bill Gates, il Congresso americano che vota sull’mRNA poche settimane prima del COVID, le armi biologiche, i vaccini DARPA, le Olimpiadi militari di Wuhan, la geopolitica del siero, Anthony Fauci e il Gain of Function, Christian Drosten e i test PCR, le simulazioni Lockstep, Dark Winter, Clade X, il green pass come viatico alla piattaforma del danaro programmabile che sta per sottometterci.
Niente, quelle rimangono solo a noi, perché, a differenza dello IOR e del Mostro di Firenze, sono cospirazioni non socialmente accettabili.
Mettiamola così: le cospirazioni socialmente accettabili ti aiutano a passare il tempo, sono intrattenimento, sono armi di distrazione di massa. Sono, di fatto, vero gatekeeping. Sono mantenute, e forse pure create, dall’establishment, dal sistema che vuole narcotizzarvi, piegarvi, disintegrarvi.
Le cospirazioni socialmente inaccettabili, invece, possono colpirti fisicamente, farti ammalare, ucciderti.
Sarà che di cose da fare ne abbiamo, e per il tempo libero c’è tanta scelta, ma noi staremo sempre sulle seconde: stiamo sulle storie che riguardano da vicino le nostre esistenze biologiche e spirituali, e quindi il destino della vita e della civiltà terrestri.
Roberto Dal Bosco
Immigrazione
Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città
L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.
In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.
I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori, su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.
Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.
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🚨 Vicenza, circa mille giovanissimi, quasi tutti di origine straniera, richiamati su TikTok dall’influencer “Ilvucumpra” per una “Aura Battle”. Il raduno finisce nel caos, con danni a Campo Marzo.
Chi sbaglia deve rispondere. Anche le famiglie vanno responsabilizzate. pic.twitter.com/0d8UwRpqpV
— Lara Magoni (@LaraMagoni) October 4, 2026
Balordi, sono solo dei balordi! A Vicenza caos, danneggiamenti, violenze e molestie.
Oltre alle leggi anti-maranza già in funzione, che hanno già portato ad arresti ed espulsioni, farò personalmente tutte le denunce necessarie perché i responsabili dei disordini di ieri vengano… pic.twitter.com/wKwOTdDtmB
— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) October 4, 2026
Balordi, sono solo dei balordi! A Vicenza caos, danneggiamenti, violenze e molestie.
Oltre alle leggi anti-maranza già in funzione, che hanno già portato ad arresti ed espulsioni, farò personalmente tutte le denunce necessarie perché i responsabili dei disordini di ieri vengano… pic.twitter.com/wKwOTdDtmB
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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.
I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.
Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.
I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.
Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.
La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.
Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.
Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.
In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.
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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.
Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.
Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.
E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.
Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.
In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.
Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.
Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.
In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.
Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.
In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.
Peschiera del Garda de los pueblos más bonitos del Lago de Garda, uno de los más fáciles de visitar porque está muy bien comunicado con Milán y Verona. #italia #inseguridadciudadana Igual se han dado cuenta que no todas las culturas son respetables?. Y que pasan de integrarse ? pic.twitter.com/MqEwiHlMQe
— Politeia (@Politeia_ESP) June 9, 2022
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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo.
Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.
Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.
Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.
«Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».
Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».
La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».
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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.
«In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».
Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?
Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?
La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.
Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.
Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.
Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.
L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
I punti chiave del discorso di Putin a Valdai
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Pensiero
Guerra, Eurasia, fine dell’egemonia occidentale e totalitarismo dell’AI: il discorso di Putin a Valdai 2026
Renovatio 21 pubblica il discorso integrale del presidente della Federazione Russa Vladimiro Putin all’edizione 2026 del Club Valdai tenutasi in questi giorni. L’appuntamento annuale è atteso per il discorso del presidente russo, che spesso usa l’evento per avanzare riflessioni profonde di natura geopolitica, storico-filosofica e morale.
Signore e signori! Colleghi!
Seguendo una buona tradizione, ci riuniamo annualmente al forum del Valdai International Discussion Club per discutere delle questioni più urgenti del mondo.
Abbiamo sempre cercato non solo di diagnosticare lo stato del mondo, ma anche di delineare i contorni del nuovo ordine mondiale emergente.
Sono convinto che il patrimonio intellettuale e l’esperienza di comunicazione diretta e fiduciosa accumulati dal club saranno certamente utili quando tutti noi – Est e Ovest, Nord e Sud – prima o poi dovremo concordare sui principi per la formazione di un nuovo ordine mondiale in grado di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni.
Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte ad altre sfide, ben più urgenti e pressanti. Sebbene il relatore abbia detto che tutti devono mantenere la calma, i problemi urgenti non sono scomparsi; sono ancora presenti.
Le tendenze allarmanti a cui stiamo assistendo sulla scena internazionale ci impongono di considerare non tanto, in primo luogo, come organizzare le interazioni globali in modo più saggio, efficace ed equo nel prossimo periodo – sebbene tutto ciò sia, ovviamente, estremamente importante – quanto piuttosto come preservare la pace e la sicurezza globali ora, in una situazione in cui molte norme giuridiche precedenti sono state abbandonate e non ne sono ancora emerse di nuove.
Cosa bisogna fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è uno slogan astratto. È un insieme di azioni concrete volte a impedire che l’umanità precipiti sull’orlo dell’estinzione e ad evitare l’irreversibile.
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Il mondo ha raggiunto un punto di svolta decisivo nel suo sviluppo. E non si tratta solo di politica: la politica, come sempre, è il prodotto di profondi cambiamenti. Cambiamenti si stanno verificando in tutti i settori: da praticamente ogni tecnologia alla struttura sociale delle società, dal clima alla medicina, dagli affari militari alla bioetica, dal futuro dell’energia ai cambiamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’Intelligenza Artificiale a modelli di sviluppo economico completamente nuovi – e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Nel loro insieme, questi cambiamenti stanno creando le condizioni per una profonda trasformazione. Non possiamo ancora valutarne tutte le circostanze e le conseguenze in modo univoco e completo, anche solo perché questi cambiamenti si stanno svolgendo simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli stati è contraddittorio. Ma di questo parlerò più avanti.
La portata dei cambiamenti già avvenuti e di quelli che ancora devono avvenire è semplicemente enorme, e sembra che ne siamo consapevoli. Non è un caso che in questo momento si discuta così tanto del futuro, spesso con una netta sensazione di ansia dovuta all’incertezza e all’imprevedibilità. Ma mentre l’umanità sta vivendo profondi cambiamenti, non ha ancora compreso appieno la portata della sfida che si trova ad affrontare. Questo è l’inizio di una realtà completamente nuova, totalmente inedita. Minacce e pericoli sono strettamente intrecciati con opportunità e prospettive, eppure sono inseparabili. Le nostre vite stanno cambiando radicalmente.
Permettetemi di ribadire ancora una volta: non si tratta solo, o nemmeno principalmente, di uno spostamento degli equilibri di potere tra le nazioni o di una ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica – tutto ciò è certamente importante e presente. Ma soprattutto, questi cambiamenti incidono sulla natura biologica e morale degli esseri umani, sulla loro essenza, sul nostro stile di vita e sui fondamenti della nostra visione del mondo. La tecnologia apre prospettive letteralmente fantastiche per estendere e migliorare la qualità della vita. Ma, purtroppo, eleva anche a un nuovo livello la possibilità di un’annientamento universale, a causa di conflitti militari, rapido degrado ambientale o perdita di controllo sui processi tecnologici.
È evidente che un’atmosfera del genere non può che provocare un crescente nervosismo tra individui e società, alimentando tensioni interne derivanti dall’incertezza e dalla mancanza di comprensione di ciò che riserverà il futuro. Una conseguenza è la turbolenza politica interna in molti paesi, soprattutto perché i sistemi partitici tradizionali riflettono sempre meno la struttura sociale in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, a prescindere dalla sua struttura o dalle tradizioni culturali e storiche su cui si fonda, la stabilità interna – credo che sarete d’accordo – è sempre più importante di qualsiasi altra cosa, e per preservarla i governi possono intraprendere una vasta gamma di azioni, comprese quelle che influenzano la situazione all’estero, nei Paesi e nelle regioni limitrofe e persino nel mondo intero – in altre parole, purtroppo, esportando instabilità. Tutto ciò non fa che esacerbare e intensificare la tensione, per così dire, l’intensità del contesto internazionale.
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Qualunque scenario si delinei a livello globale nei prossimi anni, è purtroppo altamente probabile che i conflitti internazionali continuino. Ciò è tanto più vero in quanto i profondi cambiamenti in atto e le opportunità che ne derivano stimolano e alimentano ambizioni e la propensione al rischio per ottenere vantaggi apparentemente maggiori. Sarei negligente se mi sbagliassi, ma purtroppo queste sono proprio le tendenze persistenti dei nostri giorni.
Siamo fiduciosi che, strategicamente, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale migliorerà gradualmente, evolvendosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. Tuttavia, è altrettanto chiaro che, nel percorso verso tale ordine mondiale, dovremo affrontare diversi rischi per gli Stati, le comunità e ogni singolo individuo. Di fronte a cambiamenti radicali, ciò è inevitabile, pertanto minimizzare i rischi a qualsiasi livello – da quello globale a quello personale – è oggi il compito primario dei decisori in politica, economia, scienza e nella vita in generale. Molto dipende da queste persone. La loro responsabilità consiste anche nell’aiutare le persone a comprendere questi rischi e a prepararsi ad affrontarli, affinché individui e famiglie non siano lasciati soli ad affrontare le sfide in materia di sicurezza, mercato del lavoro in continua evoluzione, spazio digitale e così via.
Cosa è più importante ora, a mio avviso? La cautela e la prudenza, per evitare di essere travolti dalla valanga di cambiamenti incontrollabili? Oppure un approccio proattivo e assertivo, volto a superare scenari sfavorevoli o a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio? Non c’è una risposta univoca; ogni situazione richiede un approccio diverso.
Naturalmente, chi prende le decisioni cerca di adattarsi agli eventi attuali. Ma nel contesto di quella che oggi viene definita una policrisi – onnicomprensiva e pervasiva – è oggettivamente molto difficile per loro distaccarsi dalla routine quotidiana della gestione e guardare oltre. Le responsabilità attuali sono enormi e un errore può essere molto costoso, anche per il futuro. I compiti di oggi spesso relegano gli obiettivi strategici in secondo piano. Questo è comprensibile, certo, ma estremamente pericoloso. È impossibile rispondere a molte delle sfide attuali senza considerare come le nostre azioni di oggi influenzeranno il nostro futuro. Come diceva un celebre aforisma del pensiero politico russo, è impossibile non vedere la foresta per gli alberi.
Qual è dunque il quadro generale? Chiaramente, i meccanismi di coordinamento degli interessi e delle azioni degli Stati creati in passato non sono più in grado di svolgere pienamente ed efficacemente la loro funzione regolatrice. Questo non perché siano inefficaci, ma perché sono cambiate le condizioni in cui e per le quali sono stati originariamente creati. La nuova realtà emergente faciliterà, naturalmente, la creazione di nuovi strumenti, ma si tratta di un processo molto lungo. Francamente, alcune organizzazioni internazionali oggi spesso non riescono a ridurre i rischi, e talvolta addirittura li generano e li provocano, servendo gli interessi di uno o più Paesi. Eppure, non è questo il loro scopo originario.
Le critiche si rivolgono anche a una struttura fondamentale come le Nazioni Unite, che, secondo la sua Carta, è chiamata a svolgere il ruolo di meccanismo centrale di coordinamento negli affari globali. Queste critiche non sono sempre oggettive, naturalmente, ma contengono anche valide motivazioni. Ciò è dovuto in parte al fatto che l’ONU, pur essendo l’organizzazione globale più rappresentativa, è di fatto governata in modo molto meno collegiale e democratico di quanto previsto. Un gruppo ristretto di Paesi occidentali, una chiara minoranza globale, esercita un’influenza sproporzionata, cercando di appropriarsi delle funzioni di governo. E man mano che l’influenza reale di questi Stati diminuisce a favore di una maggioranza globale sempre più indipendente e sicura di sé, gli squilibri nella struttura dell’ONU diventano sempre più evidenti. Si tratta di un problema sistemico che non può essere risolto dall’oggi al domani.
La Russia ha sempre sostenuto l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, ma tale riforma è impossibile senza un consenso interno, che al momento è difficile da raggiungere. Ripeto: sosteniamo con fermezza che la struttura dell’ONU debba riflettere la diversità del mondo, con i Paesi di Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente che svolgono un ruolo molto più significativo all’interno dell’organizzazione. È importante ricordare che la trasformazione dell’ONU non riguarda semplicemente l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e altre misure volte a raggiungere una rappresentanza geografica più equilibrata dei paesi negli organi di governo internazionali. Implica anche nuovi contenuti, nuovi ambiti di lavoro e nuove aree di intervento prioritarie, comprese quelle più promettenti, soprattutto perché i cambiamenti globali stanno creando molti nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.
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L’esempio più lampante è la questione dell’Intelligenza Artificiale, con la quale dobbiamo ancora imparare a convivere e lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà lo sviluppo intellettuale dell’umanità, il suo patrimonio spirituale e culturale? Non a caso si discute del concetto di «digitalizzazione dolce», ovvero del rifiuto dell’introduzione incontrollata di tali tecnologie in ambiti da sempre importanti e sensibili allo sviluppo morale umano. E gli aspetti socio-umanitari della diffusione dell’Intelligenza Artificiale vengono ora analizzati con ancora maggiore attenzione e approfondimento rispetto a quelli tecnici o economici. Gli esperti temono sempre più che la diffusione dell’Intelligenza Artificiale possa trasformarsi nell’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, alla spersonalizzazione, questa volta attraverso l’uso di algoritmi personalizzati. Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco, tetro e disumano quanto le società totalitarie che conosciamo dal passato.
Un’altra questione importante – già attuale e destinata a diventare ancora più urgente nel prossimo futuro – è come gli Stati, abbracciando sempre più la digitalizzazione, possano garantire la propria sovranità in questo ambito? Ovvero, come possono tutelare la propria sicurezza e identità senza isolarsi dal progresso globale e rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?
Un altro ambito in cui scienza e tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità umana di intervenire profondamente in ciò che prima era considerato prerogativa del Creatore: la modificazione genetica del corpo, l’influenza sullo sviluppo della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino delle modalità di pensiero. Paesi e comunità devono unire le forze per cercare congiuntamente soluzioni universalmente accettabili a queste questioni esistenziali, estremamente delicate e cruciali.
Sarebbe logico svolgere un lavoro del genere nell’ambito di organizzazioni internazionali. Ma molte di esse, come già osservato, sono soggette a un’eccessiva influenza da parte dei Paesi occidentali, interessati non al progresso universale, ma solo al mantenimento del proprio potere. Le istituzioni che si sono dimostrate efficaci dopo la Seconda Guerra Mondiale non rispecchiano la situazione del secondo quarto di questo secolo. È possibile riformarle efficacemente per adeguarle alle realtà contemporanee? La questione rimane aperta.
Dalla situazione globale attuale stanno emergendo anche nuove comunità internazionali. Indubbiamente, esse promettono molto , siano esse associazioni regionali o strutture globali come i BRICS. Tuttavia, bisogna riconoscere che tutte si trovano ad affrontare un lavoro significativo per definire la propria funzionalità, i campi di applicazione ottimali e i limiti delle proprie capacità. Aspettarsi che strutture relativamente recenti plasmino rapidamente il mondo che le circonda e formalizzino il suo modello multipolare è certamente irrealistico; si tratta di un percorso lungo e arduo, pieno di incognite, ma che senza dubbio porterà a dei risultati.
Significa forse che siamo condannati al caos? No, un simile verdetto è certamente prematuro. In generale, un mondo governato da norme e istituzioni regolamentari ben definite, un mondo, per così dire, ordinato, è un’invenzione recente, risalente al secolo scorso. Tutti i secoli precedenti se la sono cavata senza. I risultati, come sappiamo, sono stati, per usare un eufemismo, altalenanti: arroganza, invidia e avidità sono sempre state presenti nella politica mondiale e lo sono ancora oggi.
Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre gareggiato in un modo o nell’altro, ma hanno anche collaborato, ideato e costruito sistemi di relazioni tra di loro e con altri stati più piccoli e, in generale, hanno sempre cercato, di norma, di mantenere la stabilità.
Oggi, sullo sfondo di una crisi istituzionale e del degrado del diritto internazionale, le grandi potenze si trovano ad affrontare enormi responsabilità, commisurate alle loro immense capacità. Tali Stati possiedono il potenziale per intraprendere azioni che potrebbero modificare istantaneamente le tendenze globali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza, oppure, al contrario, aggravare, esacerbare e infine far collassare tutti i problemi. Questo potenziale è notevolmente amplificato dalle suddette nuove tecnologie, ed è chiaro che il futuro del mondo intero, e quindi di ogni singolo individuo, dipende da quanto efficacemente verrà gestito il rischio durante questi drammatici cambiamenti.
La mancanza di regole universalmente accettate, di una comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abolizione di tale principio, spesso conduce a comportamenti egoistici e, in alcuni casi, a tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, esacerbare la confusione e sfruttarla per i propri fini. La politica globale ne offre esempi quasi quotidianamente. Ogni tabù immaginabile viene violato – non li elencherò tutti ora, ma credo che i presenti in questa sala lo comprendano perfettamente. Sono profondamente convinto che una questione così complessa come le relazioni internazionali richieda tuttavia precisione, adesione non solo alle leggi adottate ma anche, come dicono i giuristi, al diritto consuetudinario, ovvero non solo alla lettera ma anche allo spirito della legge, alle prassi consolidate e generalmente accettate.
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I confini morali ed etici e il comune senso di decenza rimangono importanti, perché il loro rispetto crea la possibilità di almeno un minimo di dialogo. Al contrario, la sistematica inosservanza degli obblighi, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in farsa, la strumentalizzazione di qualsiasi discussione significativa in propaganda, la derisione ostentata dei fatti e la loro manipolazione per ottenere vantaggi a breve termine distruggono le fondamenta stesse della convivenza internazionale.
Tali pratiche, per così dire, nella gestione degli affari internazionali sono miopi e pericolose. I vantaggi temporanei ottenuti in questo modo possono trasformarsi in battute d’arresto a lungo termine e, soprattutto, peggiorare la situazione di tutti, poiché il mondo rimane interconnesso. Il principio secondo cui «la forza non ha senso» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali, fiduciosi nel proprio eccezionalismo militare, politico, economico e, a loro avviso, morale. Sappiamo fin troppo bene dalla storia che questo non porta mai a nulla di buono.
Permettetemi una breve digressione dall’argomento principale. I presenti qui hanno opinioni molto diverse sull’attuale, acutissimo conflitto ucraino, e sulle sue cause. Vorrei dire qualcosa a riguardo. Sì, e anche centinaia, se non migliaia, di esperti – vostri colleghi – che studieranno i materiali di questo incontro del Valdai Club hanno le proprie idee in merito. So, naturalmente, che alcuni nella comunità degli esperti si chiederanno: la Russia parla di pace, ma ha iniziato una guerra. Mi sono già espresso su questo argomento molte volte. Lo ribadisco anche in questo incontro.
Dov’è la verità? La verità è che non la volevamo e non siamo stati noi a iniziare la guerra; sono stati loro a iniziare a combattere contro di noi. Non si sarebbe dovuto incoraggiare per anni il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina, con l’obiettivo di trasformarli in uno strumento nella lotta contro la Russia. La NATO non avrebbe dovuto avviare lo sviluppo militare dei nostri territori storici per il proprio tornaconto, né pianificare la costruzione di basi in quei territori. Non si sarebbe dovuto spingere i radicali di Kiev a organizzare un colpo di Stato, per poi rifornire il regime, di fatto illegittimo, così creato, di un’ampia varietà di armi offensive. Non si sarebbe dovuto pianificare la creazione di campi di concentramento per gli abitanti del Donbass e della Crimea. Non si sarebbe dovuto schiacciarli con i carri armati, bombardarli con i missili, sparargli dagli aerei o bruciarli vivi, persone disarmate, semplicemente perché erano russi per nazionalità e spirito.
Ci sono molti altri «divieti» di questo tipo, ma mi fermerò qui. Sono certo che la Russia sia stata deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta – in risposta a questa evidente aggressione – a difendersi con le armi. Ci hanno deliberatamente portato a questo punto. E in generale, non c’è bisogno di trasformare la russofobia, l’oppressione e l’omicidio dei russi e la distruzione della Russia in un’ideologia di Stato, né di porsi come obiettivo la sconfitta strategica della Russia. È così che suonava, vero? Nessuno l’ha dimenticato. Noi, almeno, non l’abbiamo dimenticato.
Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come dissi una volta in un discorso pubblico, viviamo in armonia e cerchiamo insieme il modo di farlo. E costruire la fiducia è, naturalmente, un processo complesso e fragile, molto difficile da instaurare e molto facile da distruggere.
Gli interessi nemmeno dei partner più stretti possono coincidere completamente. Cosa possiamo dire, dunque, dei paesi che intrattengono rapporti di rivalità, intensa competizione e, soprattutto, di confronto?
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Prima o poi, la situazione e il sistema internazionale raggiungeranno una sorta di equilibrio stabile. Si tratta, ovviamente, di un processo complesso, multifattoriale e stratificato che richiede compromesso reciproco, adattamento reciproco e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex potenza egemone dovrà inevitabilmente riconoscere la realtà di un mondo multipolare – è inevitabile – e considerare le tendenze dello sviluppo economico globale. Dovrà imparare a cooperare con i paesi della maggioranza sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali. Questo, naturalmente, non avverrà in tempi brevi. Vivremo in un mondo estremamente instabile e volatile. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di colpi di scena inaspettati – purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolosi.
E qui vorrei rivolgermi alla nostra storia nazionale. La Russia ha attraversato un difficile percorso di trasformazione radicale, e questo processo è tuttora in corso. Trentacinque anni fa, abbiamo assistito al crollo del nostro sistema statale, una vera tragedia per decine di milioni di persone che si sono ritrovate improvvisamente «all’estero», e questo ha cambiato il loro destino e quello dei loro figli. Sia qui in Russia che nei Paesi limitrofi, ciò ha portato a una trasformazione fondamentale, anche a livello globale.
Vorrei sottolineare una certa ingenuità, idealismo e forse persino negligenza da parte di coloro che guidavano lo Stato negli ultimi anni dell’era sovietica. La fiducia cieca nei partner occidentali, la credenza nella possibilità di una sorta di «accordi tra gentiluomini», in cui si supponeva bastasse credere alla parola dell’interlocutore e raggiungere un accordo, tutto ciò si è rivelato una beffa crudele per l’Unione Sovietica.
Col senno di poi, appare chiaro quanto questo abbia giocato un ruolo distruttivo non solo nel destino dell’URSS, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano compiacere l’Occidente, mentre i leader occidentali volevano rimodellare il mondo a proprio piacimento e accaparrarsi la propria parte, preferibilmente maggiore, dell’eredità sovietica. Ne vediamo i risultati.
Il crollo dell’URSS fu il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati. Questa è la prima cosa che dobbiamo riconoscere – è vero, è vero – ovvero, squilibri interni, errori commessi da più di una generazione di leader del paese. Miopia, schemi ideologici ristretti e inadeguati al posto del pragmatismo, mancanza di professionalità e la tendenza a nascondere i problemi evidenti sotto il tappeto peggiorarono gradualmente e minarono la reputazione interna e internazionale dell’URSS. E in definitiva, ne causarono il crollo.
Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in gran parte il risultato della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici della fine del XX secolo, sia in Oriente che in Occidente, di affrontare seriamente e profondamente quest’epoca di cambiamenti epocali. Non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato; è la realtà.
Ma anche in quell’epoca ormai lontana, sia in Oriente che in Occidente, c’erano altre persone, altri politici, che comprendevano a fondo i problemi e, a mio avviso, proponevano le soluzioni giuste. Le loro valutazioni, oggi, possono essere definite provvidenziali.
Sapete, ho già menzionato pubblicamente un paio di volte una figura politica tedesca di nome Egon Bahr. Era membro del presidium del Partito Socialdemocratico di Germania.
Ve ne citerò solo alcuni. Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con i vertici sovietici sia a Bonn che a Mosca, sono rimasto semplicemente sbalordito: sbalordito dalla sua perspicacia, intelligenza e cultura.
Vi riporterò alcune delle sue dichiarazioni rilasciate nel giugno e nel febbraio del 1990, periodo che, a quanto ci risulta, rappresentò una svolta cruciale per il destino dell’Europa e del mondo intero.
La principale preoccupazione del signor Bahr era la minaccia di un continuo confronto in Europa dopo la riunificazione tedesca e il rafforzamento, e cito testualmente, dell’«influenza di quei circoli all’interno della NATO che non sono affatto desiderosi di intraprendere la via della cooperazione paneuropea e di arginare il confronto». Questa è una sua citazione. Già allora si era reso conto dell’esistenza di tali circoli. E avrebbe dovuto saperlo, no? Durante i negoziati del 1990, Egon Bahr dichiarò, e cito testualmente: «se non si prenderanno provvedimenti decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, gli sviluppi potrebbero prendere una piega molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E cosa fu proposto? Per inciso, vediamo che proprio come aveva previsto, proprio come aveva avvertito, alla fine è successo.
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Cosa fu proposto nell’Europa centro-orientale? Si propose la creazione di un consiglio di sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti che dell’URSS, e con ampi poteri. Questo consiglio avrebbe dovuto includere praticamente tutta l’Europa centro-orientale.
Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, le stesse forze che avevano preso il sopravvento in Occidente, come disse una volta Egon Bahr, si sono dimostrate davvero restie a intraprendere la via della cooperazione paneuropea. Nonostante i molti anni – e voglio sottolineare, molti anni – di tentativi della nuova Russia di integrarsi nella cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e distruggere ulteriormente la Federazione Russa stessa, considerandola, nonostante tutti i cambiamenti politici interni avvenuti in Russia, come una parte fondamentale dello storico Impero russo. E continuano a ripeterlo in vari eventi e incontri: dobbiamo distruggere ulteriormente l’impero.
Tutto ciò ha portato all’attuale situazione, francamente molto pericolosa, in Europa e nel mondo.
Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, in mia profonda convinzione, il signor Bar pensava allora esclusivamente al futuro dell’Europa, a questa stessa casa paneuropea, di cui i leader dell’URSS parlavano molto all’epoca, ma, purtroppo, si limitavano alle parole.
In Russia, forse meglio di molti altri, sappiamo quanto sia difficile superare le conseguenze di crolli e catastrofi storiche, orientarsi in circostanze nuove e spesso sfavorevoli affidandosi all’istinto. Spesso abbiamo dovuto procedere per tentativi ed errori, reagendo al volo alle situazioni che si presentavano.
Non dimentichiamo mai, però, che una nazione ha bisogno di prospettiva, di una direzione verso il futuro. Senza il passato, naturalmente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un grande e unico Paese, deve essere preservata e rafforzata. Senza un fondamento storico e il rispetto per la tradizione, nessuna società può esistere. Ma è vero anche il contrario: senza un futuro, il passato perde di significato. Per quanto grandiose siano state le conquiste dei nostri predecessori, non possiamo diventare un museo della grandezza passata. La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi e, idealmente, di anticiparli. La valorizzazione del nostro patrimonio e il suo sviluppo creativo in base alle nuove condizioni sono la migliore garanzia che la tradizione nazionale non diventi un reperto antico, un accessorio storico alla moda, o l’unico oggetto della nostra costante attenzione. Dobbiamo concentrarci sulla creazione di un ambiente vibrante e fertile per le conquiste future.
Per quanto riguarda il futuro, molto è indubbiamente avvolto nell’incertezza, con troppi fattori in rapida evoluzione e influenzanti. Ma una tabella di marcia per raggiungerlo è certamente necessaria, e non si tratta di un’utopia, né di una speculazione astratta o della proiezione di immagini ideali distaccate dalla realtà, bensì di una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta tracciando per sé un percorso di questo tipo verso il futuro e, naturalmente, è pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri paesi e popoli del mondo.
Ripeto, la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo non hanno precedenti. E dobbiamo riconoscere che il momento in cui nulla potrà più essere cambiato potrebbe arrivare molto rapidamente e inaspettatamente per tutti. Semplicemente, la logica di un’escalation di dure reazioni reciproche porterà a un’irreversibilità fatale.
Il termine «escalation» ricorre spesso oggigiorno nel contesto della descrizione e della previsione di vari conflitti globali: la riluttanza a impegnarsi in una diplomazia autentica, fondata sulla realtà e che tenga conto degli interessi di tutte le parti, spinge ad inasprire la situazione, ad alzare la posta in gioco, spesso bluffando e oltrepassando le linee rosse nella speranza di sopprimere e intimidire l’avversario, o di costringerlo alla resa. L’escalation delle ostilità e delle sanzioni non è una pratica nuova; è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale: alle azioni provocatorie di alcuni si contrappone una risposta da parte di altri. In questo modo, la spirale si stringe e le conseguenze distruttive si amplificano.
Alla radice dell’escalation – e non sto dicendo nulla di nuovo – ci sono l’arroganza e l’eccessiva sicurezza di sé. Questa è la strada che porta sull’orlo del disastro, soprattutto oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi in grado di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere certi che queste armi non verranno mai usate? Ovviamente no. Conosciamo tutti il famoso detto: se una pistola è appesa al muro all’inizio di uno spettacolo, prima o poi sparerà. Dobbiamo tenerlo a mente ed evitarlo.
Quanto più intransigente è l’opposizione, tanto più apertamente viene dichiarato l’obiettivo della «sconfitta strategica» del nemico, tanto maggiore è la probabilità che la battaglia si intensifichi fino alla sua fase più brutale. Le leggi della sopravvivenza non agiscono solo nella fauna selvatica, ma anche nelle comunità sociali, quando si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la propria indipendenza, la propria dignità e persino il diritto di esistere.
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Gentili signore e signori!
Lo ripeto: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga entro una prospettiva storica prevedibile, ma per ora tutto sta accadendo in modo troppo violento e spontaneo. Stiamo solo abbozzando, tastando i contorni del futuro.
Ma questo, ovviamente, non significa che dobbiamo restare con le mani in mano ad aspettare cosa succederà. Per raggiungere la fase creativa – e, come ho già detto, prima o poi arriverà sicuramente – dobbiamo sopravvivere all’attuale momento pericoloso ed evitare che si materializzino le minacce più distruttive.
Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero diventare oggetto di serio dibattito per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.
Innanzitutto, la questione che ho già accennato è l’Intelligenza Artificiale. Attualmente, il mondo sta discutendo se sia opportuno adottare misure per rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, impedendo che la tecnologia sfugga al controllo umano. Si tratta di un argomento estremamente complesso che richiede un’attenta riflessione. La storia umana dimostra che arrestare il progresso tecnologico è impossibile, ma dobbiamo comprenderne le conseguenze, soprattutto in termini di applicazione dei suoi risultati, anche in ambito militare.
Esistono già casi in cui l’Intelligenza Artificiale prende decisioni basandosi sulla propria comprensione di ciò che è appropriato. Questo vale sia per le applicazioni civili che per quelle militari. Con la continua implementazione delle tecnologie di IA, il loro ruolo crescerà e gli algoritmi assumeranno responsabilità sempre maggiori . Inoltre, gli esseri umani, ovviamente, non possono competere con la capacità di una macchina di analizzare una situazione quasi istantaneamente. Tuttavia, gli esseri umani possiedono altre qualità: buon senso, intuizione, la capacità di prendere decisioni che potrebbero non essere ovvie, ma che alla fine si rivelano le uniche corrette e salvavita.
Sapete, vorrei raccontarvi una storia tratta dalla prassi sovietica, dalla realtà sovietica. Settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov, specialista in missili, era in servizio di combattimento e ricevette un segnale dal sistema di allarme per attacchi missilistici. Negli Stati Uniti, sistemi simili sono in funzione da tempo. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo come un chiaro motivo per un attacco di rappresaglia. Ma l’esperto ufficiale dubitò dell’accuratezza del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema, e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata un’Intelligenza Artificiale, le cose sarebbero potute andare molto diversamente. Questo, a mio parere, è un esempio molto significativo.
I limiti dell’utilizzo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale in ambito di sicurezza sono una questione di sopravvivenza per l’umanità. L’Intelligenza Artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia della guerra, il che a sua volta porta a conflitti più distruttivi.
È necessario un dibattito internazionale imparziale e professionale sui metodi moderni di condurre la guerra: come preservare i confini umanitari e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati, associate alla crescita delle capacità distruttive. So che il vostro forum ha ospitato una sessione il cui titolo mi è sembrato molto appropriato: «L’etica della nuova guerra: umanità e disumanità».
In effetti, la disumanità dei conflitti moderni può essere compresa in due modi. Comprende la crescente crudeltà e il disprezzo per le norme umanitarie. Comprende anche nuove forme di confronto, in cui l’Intelligenza Artificiale e i sistemi autonomi giocano un ruolo sempre più importante nel combattimento, sostituendo gradualmente gli esseri umani, soprattutto nei processi decisionali. Si tratta di un argomento vasto e complesso che richiede la massima attenzione. L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano a una disumanizzazione della percezione, trasformando lo spargimento di sangue e la perdita di vite umane in una sorta di videogioco, una routine meccanica. E questo, per dirla senza mezzi termini, spiana la strada alla ferocia dell’umanità, accompagnata da discorsi di travolgente progresso tecnologico.
Un tempo, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu la Russia a promuovere la Conferenza dell’Aia, che per la prima volta codificò le regole della guerra, la risoluzione pacifica delle controversie e l’umanizzazione del combattimento. Sì, certo, le vere e nobili idee allora enunciate non hanno protetto l’umanità dagli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembrano aver spazzato via le conquiste del diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di riaprire la questione delle regole del conflitto armato.
Non ci sono illusioni: le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, e i conflitti armati continuano a esistere e probabilmente continueranno a esistere. Questa, purtroppo, è parte integrante dell’esistenza umana. Il servizio militare è la professione di coloro che difendono gli interessi del proprio Paese, ma la professionalità in ambito militare richiede anche il rispetto delle norme umanitarie. L’esercito russo, ad esempio, si è sempre ispirato all’inviolabilità di queste norme e, ci tengo a sottolinearlo, non ha mai sferrato un attacco preventivo contro obiettivi non direttamente collegati alle infrastrutture militari del nemico.
L’aumento delle tensioni internazionali e l’intensificarsi del confronto globale hanno un’altra conseguenza molto negativa a lungo termine, ed è questo il secondo fattore più importante su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi: nell’attuale clima di conflitto, infatti, sono state sacrificate le soluzioni concrete ai problemi globali che affliggono tutta l’umanità. Questi problemi, di cui si discuteva costantemente fino a poco tempo fa, sono oggi in qualche modo caduti nel dimenticatoio: clima, ecologia, povertà, disuguaglianza. Sono stati accantonati per il momento, ma la loro urgenza non fa che crescere; non sono scomparsi. Purtroppo, non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo complesso sarà in grado di affrontare seriamente questa agenda in un futuro prevedibile. Ma se le questioni urgenti e pressanti non possono essere risolte a livello globale, devono essere affrontate a livello regionale, soprattutto perché questo è più vicino e comprensibile per le persone.
Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo insieme, ma soprattutto della nostra casa e dei suoi dintorni immediati. La nostra casa, in senso lato, è l’Eurasia, un vasto territorio, centro e fulcro della maggior parte dei processi più importanti che si svolgono nel mondo. Molto dipende da come gestiamo l’Eurasia e, più in generale, l’intero scenario globale.
Nel contesto della crescente instabilità globale, l’idea di una Grande Partnership Eurasiatica, originariamente proposta dalla Russia, assume un significato particolare. Gli scontri militari e politici stanno minando la connettività globale, minacciando le catene di produzione, trasporto e logistica, nonché le consolidate rotte commerciali e di comunicazione. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici è quello di proteggere il nostro spazio il più possibile dai rischi globali e dai processi destabilizzanti, di sfruttare le nuove opportunità tecnologiche e di altro tipo per ampliare significativamente l’interazione eurasiatica e rafforzare la connettività di questo vasto territorio.
Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civili rappresentate in Eurasia vantano una lunga e complessa esperienza di interazione, maturata nei periodi storici più difficili. L’Eurasia ha il potenziale per diventare un prototipo di comunicazione internazionale in un contesto di eterogeneità di culture, approcci e interessi, dove le differenze si trasformano in un vantaggio anziché in un ostacolo per la costruzione di un partenariato sostenibile ed equilibrato.
A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa che abbiamo proposto insieme ai nostri amici bielorussi per elaborare una Carta eurasiatica della multipolarità e della diversità nel XXI secolo. La scorsa settimana, in occasione di una riunione dei ministri degli esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e altri partner, tenutasi a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato avviato il lavoro concreto su questo documento fondamentale.
Il valore dell’Eurasia risiede principalmente nella sua natura in gran parte autosufficiente e nella sua capacità di risolvere qualsiasi problema. Le uniche cose di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno sono una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.
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Cari colleghi!
Tutti noi, l’intera comunità globale, abbiamo una responsabilità condivisa per il futuro. E questa non è un’esagerazione né una metafora; ripeto, si tratta di un compito concreto che dobbiamo affrontare senza indugio.
Vorrei credere che i nostri discendenti potranno imparare dai futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo ha segnato una svolta, quando l’umanità, riconoscendo la portata del cambiamento e le sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte litigi, ambizioni ed egoismi e unirsi per risolvere problemi comuni. Ha trasformato la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce in un’ampia gamma di opportunità. Ha iniziato ad affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale non a parole, ma con i fatti. Ha riconosciuto l’inutilità del confronto militare e della dittatura e la necessità di soluzioni ai problemi emergenti accettabili per tutti. Infine, ha iniziato a costruire un nuovo ordine mondiale sostenibile. Sono fiducioso che questo accadrà.
Perché se tutto ciò non accadrà, c’è il rischio che nessuno potrà studiare su questi libri di testo. E i libri di testo stessi non verranno pubblicati.
Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo tutto il possibile affinché questo meglio arrivi e resti con noi.
Desidero ringraziarvi per l’attenzione e augurarvi ogni successo. Apprezzo molto i nostri incontri. Grazie. Grazie mille.
Vladimir Putin
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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