Spirito
Preoccupazioni sull’esito del sinodo
Prima dello svolgimento dell’Assemblea sinodale regnava una diffusa preoccupazione riguardo ai risultati e alle riforme che essa avrebbe proposto e che il Papa avrebbe forse imposto. Senza contare la Fraternità San Pio X che denuncia gli errori del processo sinodale, sacerdoti e intellettuali di tutto il mondo hanno espresso una motivata disapprovazione.
Un sinodo che gira in tondo
The Catholic Thing del 13 luglio ha pubblicato il parere di padre Gerald E. Murray, canonista: «In un documento sulla missione della Chiesa, le parole peccato, inferno, redenzione e pentimento non compaiono. L’Instrumentm laboris (IL) – che è servito come base di lavoro per le sessioni sinodali – mira a trasferire il potere dalla gerarchia ai laici in nome dell’uguaglianza battesimale».
«Questa concezione del tutto errata del presunto ruolo dei battezzati nel governo della Chiesa rende la prossima assemblea sinodale un esercizio di riflessione non su come promuovere la missione della Chiesa di portare Cristo nel mondo, ma piuttosto su come strappare il potere sacro dai pastori della Chiesa».
«Si tratta di una rivoluzione mascherata da tentativo di raggiungere una maggiore fedeltà al Vangelo. Ma non è questo il caso».
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Lo stesso Catholic Thing del 13 luglio ha pubblicato il giudizio dell’accademico Stephen P. White: «Anche dopo tre anni, non abbiamo ancora una risposta semplice alla domanda: cos’è la sinodalità? E il minimo che possiamo dire è che è un grosso problema! Ci viene detto che la sinodalità è una “dimensione costitutiva della Chiesa”».
«Ci viene detto che il senso della sinodalità si scopre nella pratica: bisogna praticare la sinodalità per sapere cos’è. Parte dell’obiettivo del sinodo sulla sinodalità è scoprire meglio cosa significa sinodalità. (Perdonatemi questa allusione politica superata, ma mi ricorda: “Dobbiamo approvare la legge per sapere cosa c’è dentro”)».
«Se tutto questo sembra circolare e autoreferenziale, anche a questo il Sinodo ha una risposta/non risposta: la circolarità è uno dei vantaggi della sinodalità. “La circolarità del processo sinodale”, ci dice l’IL, “riconosce e rafforza il radicamento della Chiesa nei diversi contesti, al servizio dei legami che li uniscono”. Non è davvero rassicurante. Né chiaro.[…]»
«Quindi ecco alcune delle domande a cui vorrei avere una risposta: cosa cambia, modifica, chiarisce, corregge o aggiunge la sinodalità alla formulazione nicena secondo cui la Chiesa è “una, santa, cattolica e apostolica”»?
«Dobbiamo comprendere che la sinodalità – questo “stile” essenziale che ci viene detto è espressione della natura della Chiesa – è stata finora assente nella Chiesa? Se sì, in che modo è essenziale per la Chiesa?»
«Se invece la sinodalità è sempre stata presente nella Chiesa – e se fa parte della natura stessa della Chiesa – allora deve essere così, ma perché è così difficile definirla o anche solo descriverla in termini coerenti?»
«E se la sinodalità è presente nella Chiesa oggi, se è sempre stata presente nella Chiesa, se è essenziale per la missione della Chiesa, come mai così pochi membri del Popolo di Dio hanno idea di cosa significhi quella parola?»
E Stephen P. White conclude che in realtà «la sinodalità esiste principalmente nel campo dell’astrazione e dell’astrazione autoreferenziale».
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Lo scopo del sinodo è il sinodo stesso
Nel Catholic World Report del 24 agosto, Russell Shaw, che è stato segretario degli affari pubblici della Conferenza episcopale americana, va nella stessa direzione: «Mentre si avvicina la seconda e ultima sessione del sinodo sulla sinodalità, mi viene in mente che ciò che Papa Francesco sembra avere in mente per il Sinodo, anche se in una forma diversa, è più o meno questo»:
«”Il processo è il prodotto” [parafrasando il principio del sociologo canadese Marshall Mc Luhan (1911-1980): “il media è il messaggio”, ndr]». E precisa: «Sebbene esista già un corpus sempre crescente di relazioni, riepiloghi e sintesi sinodali, la sessione di chiusura, dal 2 al 27 ottobre, ne aggiungerà molte altre».
«Qualche mese dopo, il Papa presenterà la sua sintesi, raccontandoci cosa pensa che il sinodo sulla sinodalità abbia realizzato. Mi aspetto che questa sia una versione dell’idea McLuhan che ho appena suggerito: la sinodalità stessa è il risultato del sinodo».
Russell Shaw vede nella conclusione dell’Instrumentum laboris un’illustrazione della sua tesi. Cita i nn. 109 e 110, due esempi del sabir sinodale: «Tutto in questo mondo è legato e segnato da un desiderio incessante per l’altro. Tutto è appello ad una relazione… che si realizzerà infine nella convivialità sociale delle differenze, pienamente realizzata nel banchetto escatologico preparato da Dio sul suo santo monte».
«Quando i membri della Chiesa si lasciano condurre dallo Spirito del Signore verso orizzonti che non avevano ancora intravisto, sperimentano una gioia incommensurabile. Nella sua bellezza, nella sua umiltà e nella sua semplicità, è la conversione permanente del modo di essere Chiesa che il processo sinodale ci invita a intraprendere».
E commenta: «Mio Dio! Chi ha scritto questo è senza dubbio un’anima buona che augura il bene della Chiesa. Ma questo mi lascia con un timore simile a quello di McLuhan: e se il processo che ha prodotto queste frasi si rivelasse essere il prodotto stesso?»
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Prima dello svolgimento dell’Assemblea sinodale regnava una diffusa preoccupazione riguardo ai risultati e alle riforme che essa avrebbe proposto e che il Papa avrebbe forse imposto. Senza contare la Fraternità San Pio X che denuncia gli errori del processo sinodale, sacerdoti e intellettuali di tutto il mondo hanno espresso una motivata disapprovazione.
L’impostura sinodale
Su Crisis Magazine del 29 agosto, il giornalista Eric Sammons non usa mezzi termini, dicendo senza girarci intorno «perché la sinodalità è una farsa». Scrive: «la sinodalità non è un processo in cui vengono ascoltate le preoccupazioni dei laici; è un processo attraverso il quale vengono ignorati».
«Il mese scorso, uno stagista dei social media che lavora per la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato un sondaggio su X (ex Twitter). Il sondaggio “sì” o “no” poneva la seguente domanda: “Credi che la sinodalità, come cammino di conversione e riforma, possa rafforzare la missione e la partecipazione di tutti i battezzati?”»
«Possiamo immaginare il processo di pensiero di questo giovane stagista. Lui (o lei) è circondato da persone ossessionate dal sinodo. Queste persone vivono e respirano da anni il sinodo sulla sinodalità, e probabilmente lo credono rivoluzionario nella vita della Chiesa».
Se questo sondaggio fosse stato effettuato negli uffici della Segreteria, sono sicuro che i voti «sì» sarebbero stati prossimi al 100% del totale. Sono sicuro che questo povero stagista si aspettava un entusiasmo simile dalla gente comune. Qual è stato il risultato quando lo abbiamo chiesto ai cattolici del mondo reale?
«Non così roseo! Su 7.001 voti, i “no” hanno rappresentato l’88% del totale. Molte risposte al sondaggio includevano osservazioni concise come ‘per favore predicate il Vangelo’ e ‘vogliamo solo la Messa latina tradizionale’. La risposta è stata così imbarazzante per il sinodo che ha cancellato il sondaggio».
Eric Sammons conclude logicamente: «L’ironia di questa risposta estremamente negativa è ovvia. La sinodalità, del resto, pretende di basarsi sull’idea che la Chiesa deve ascoltare le persone, rispondere alle loro speranze e ai loro desideri. Ci viene detto che la Chiesa non ha più bisogno di essere gestita dall’alto verso il basso. Potere al popolo!»
«Tuttavia, quando le persone parlavano, i leader sinodali le mettevano a tacere, perché quello che dicevano non era quello che volevano sentire. […] I leader della Chiesa promuovono la sinodalità come la cura per tutti i mali della Chiesa perché la sinodalità è una copertura».
«Ciò che sta realmente accadendo è che le fazioni progressiste della Chiesa non sono riuscite a realizzare ciò che vogliono. Cosa vogliono? Basta guardare ciò che ha fatto la Chiesa anglicana nell’ultimo secolo per trovare la risposta: accettazione ufficiale della contraccezione, sacerdoti sposati, donne prete, guardare al divorzio sotto una luce diversa, accettazione dell’omosessualità e altre richieste, legate soprattutto alla sessualità».
«I progressisti sono abbastanza intelligenti da sapere che non è sufficiente dichiarare dall’alto che questi insegnamenti sono invertiti; c’è troppo contenuto storico dietro gli insegnamenti tradizionali. Potrebbero anche aver visto come è crollata la Chiesa anglicana in questo modo. Questi progressisti hanno quindi bisogno di un falso processo per ottenere il sostegno dei laici e far credere loro che questa è la loro idea: la sinodalità!»
E aggiunge: «Anche questo movimento a favore della sinodalità non è del tutto nuovo. I capi della Chiesa ci hanno provato fin dalla fine del Concilio Vaticano II. I progressisti videro che il Concilio stesso non aveva dato loro tutto ciò che volevano, così crearono un processo formale per attuare “lo spirito del Vaticano II”».
«Così è nato il processo moderno dei sinodi, la sinodalità. […] I cattolici tra i banchi diffidano istintivamente del processo sinodale, perché sentono che è una copertura per iniettare veleni progressisti nel sangue della Chiesa. La sinodalità non è un processo in cui vengono ascoltate le preoccupazioni dei laici; è un processo attraverso il quale vengono ignorati».
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Prima dello svolgimento dell’Assemblea sinodale regnava una diffusa preoccupazione riguardo ai risultati e alle riforme che essa avrebbe proposto e che il Papa avrebbe forse imposto. Senza contare la Fraternità San Pio X che denuncia gli errori del processo sinodale, sacerdoti e intellettuali di tutto il mondo hanno espresso una motivata disapprovazione.
L’astuzia sinodale: screditare gli oppositori sui media
Il 6 settembre è intervenuto al sinodo, sul sito di lingua spagnola InfoVaticana, il cardinale Gerhard Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Vi era stato invitato ì dal Papa, forse per «indicare ai cattolici ortodossi, bistrattati come conservatori o addirittura tradizionalisti, che la composizione dei partecipanti è equilibrata», come lui stesso ha detto, poco sicuro sul non recitare il ruolo di falsa simmetria.
Tuttavia non ha esitato a dichiarare: «contrariamente alla negazione protestante del sacramento dell’ordinazione (vescovo, sacerdote, diacono), la costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa esiste per diritto divino. Vescovi e sacerdoti non agiscono come agenti (delegati, mandatari) del popolo sacerdotale e regale di Dio, ma in nome di Dio per il popolo di Dio».
«Essi, infatti, sono ordinati dallo Spirito Santo a pascere il gregge di Dio, che egli ha acquistato con il sangue del proprio Figlio come nuovo popolo di Dio (cfr At 20,28). Per questo l’ufficio di vescovo e sacerdote è conferito con un sacramento distinto, affinché i servitori di Dio, così dotati di autorità spirituale, possano agire nel nome e nella missione di Cristo, Signore e Capo della sua Chiesa, nel loro insegnamento, nella funzione pastorale e sacerdotale (Vaticano II, Lumen gentium 28; Presbyterorum ordinis 2)».
Il cardinale Müller ha denunciato una manovra dei progressisti: «Il trucco consiste nell’opporsi alla posizione eterodossa, pastoralmente più accettabile, a quella ortodossa. La fede ortodossa non è messa in discussione».
«Ma i rappresentanti della fede cattolica vengono psicologizzati come farisei e ipocriti, letteralisti dal cuore freddo, tradizionalisti innamorati del passato o indianisti spiritualmente testardi [L’indianismo è un movimento nato in America Latina nel 1970-1980, che rifiuta le forme ereditate dalla colonizzazione, ndr]. A questo livello intellettuale è facile organizzare una stretta alleanza con i media critici nei confronti della Chiesa e degli ideologi del globalismo socialista e capitalista».
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Ha fatto poi riferimento alla situazione della Germania da cui proviene: «La Chiesa in Germania è in uno stato di rapido declino mentale e spirituale, soprattutto per quanto riguarda i suoi rappresentanti ufficiali e gli ambienti dei funzionari cattolici che vi si sono amalgamati».
«Tuttavia, ci sono ancora molti sacerdoti, religiosi e laici, nonché alcuni vescovi, che sono e vogliono rimanere cattolici senza riserve. Tuttavia, sono ostracizzati ed emarginati dai “sinodalisti”».
Per concludere, l’alto prelato – pur essendo ancora legato all’insegnamento del Vaticano II, inteso nel senso dell’«ermeneutica della continuità», invano promossa da Benedetto XVI – ha rivelato senza veli la sostanza del suo pensiero sulla sinodalità:
«La sinodalità è un termine astratto creato artificialmente e una parola di moda basata sul carattere concreto del sinodo, cioè dell’assemblea regionale o generale dei vescovi cattolici che esercitano la loro carica educativa e pastorale vicini al Papa, ma che paradossalmente mantiene la sua aura di negazione della la costituzione gerarchico-sacramentale».
«In un senso più ampio, il Sinodo può anche essere visto come un metodo di collaborazione ottimale tra tutti i membri e le classi della Chiesa, i quali devono essere un cuor solo e un’anima sola nel lodare Dio e nel servire il prossimo (At 2,43-47)».
«La sinodalità non è affatto un attributo nuovo della Chiesa, e nemmeno il nome in codice di un’altra Chiesa frutto della fantasia secolarizzata dei protagonisti di una religione universale unificata senza Dio, senza Cristo, senza dogmi e sacramenti della fede cattolica».
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Un precedente storico
Contro i fatti storici non esistono argomenti pretestuosi che reggano, questo è quanto pensa mons. Jan Hendriks, vescovo di Haarlem-Amsterdam (Paesi Bassi), che, sul Tagespost del 25 agosto, ricorda il disastro della Chiesa in Olanda dopo il Concilio Vaticano II, più di 50 anni fa. Dichiara: «Parlo della mia esperienza in Olanda. Ho frequentato personalmente il Consiglio Pastorale negli anni ’60».
«I credenti di questa regione avevano le stesse idee, quelle che ora avanzano sul Cammino sinodale in Germania. Posso solo sottolineare le conseguenze che queste idee hanno avuto su di noi: hanno causato molte divisioni e disordini – tra i credenti, con Roma e la Chiesa universale, e hanno portato ad una forte secolarizzazione. Le persone hanno voltato le spalle alla fede».
Alla domanda: «In Germania la gente pensa di dover stare al passo con i tempi per rimanere in contatto. Le realtà della vita delle persone oggi diventano una bussola per la Chiesa», risponde il presule: «Sì, proprio come allora gli olandesi pensavano che questa fosse la risposta alla secolarizzazione».
«La gente pensava che dovessero diventare più secolarizzati e rinunciare a certe cose nella loro fede, se volevano vivere nell’atmosfera del loro tempo e stare al passo con i tempi. Ma non era la risposta giusta. Al contrario. Ciò ha portato ad un’accelerazione del processo di secolarizzazione anche all’interno della Chiesa».
Queste sono le realtà concrete a cui gli ideologi del sinodo sulla sinodalità – preceduti dai modernisti chimicamente puri del Cammino sinodale tedesco – espongono la Chiesa. A buon intenditore, poche parole!
Articolo costituito da articoli previamenti apparso su FSSPX.news.
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Immagine di michael_swan via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
Spirito
«Salus extra Ecclesiam non est»: mons. Viganò contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso
SPES CONTRA SPEM
Osservazioni sulla Nota «Un cammino di speranza» dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per l’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso
Et non est in alio aliquo salus. Nec enim aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri.
Act 4, 12
Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem.
S. Cyprianus, De unitate Ecclesiæ, 6
Premessa: una data che accusa
La Nota Un cammino di speranza, redatta per il sessantesimo anniversario di Nostra Ætate, porta la firma dei Cardinali Fernández, Koch e Koovakad. Leone XIV l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. È datata 16 settembre, memoria dei Santi Cornelio e Cipriano. Non so se gli estensori si siano accorti dell’ironia: San Cipriano è il Padre che ha consegnato alla Chiesa la formula salus extra Ecclesiam non est. Egli ha insegnato che non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre. Sotto la sua protezione si pubblica un documento che, per sessanta paragrafi, si guarda bene dal ripetere quella verità; anzi, in molti modi la contraddice e la nega. E si tratta del Dicastero che fu il Sant’Uffizio. L’organo istituito per custodire la Fede Cattolica ora ne firma la liquidazione. Aggiungo che la Nota vede la luce quattro giorni dopo la festa del Santissimo Nome di Maria. Il Beato Innocenzo XI la estese alla Chiesa universale in ringraziamento per la liberazione di Vienna dagli Ottomani, nel 1683. Proprio in quei giorni la Santa Sede ci spiega che il vero pericolo per la Cristianità si chiama islamofobia. Esaminiamo dunque il documento, non per ciò che dichiara di voler essere, ma per ciò che «insegna».Sostieni Renovatio 21
I. Una rottura confessata
La Nota si presenta come testimonianza di una «continuità arricchita». Ma basta leggerla per accorgersi che essa stessa smentisce questa pretesa, e più di una volta. Già all’inizio (n. 1) essa afferma che Nostra Ætate ha segnato un cambiamento profondo nel modo in cui la Chiesa comprende il proprio rapporto con le altre religioni. Nella conclusione (n. 57) si compiace che quella Dichiarazione conciliare abbia trasformato radicalmente le relazioni interreligiose. La Chiesa, vi si legge, sarebbe passata da un atteggiamento riservato e distante a un cammino di dialogo. Al n. 51 si arriva a dire che il dialogo trasforma le persone, le comunità e talvolta perfino le strutture ecclesiali. Ora, la Chiesa non può «comprendere diversamente» il proprio rapporto con l’errore, perché quel rapporto è fissato dalla Rivelazione divina. Il Concilio Vaticano I lo ha insegnato con parole che non ammettono aggiornamenti. Il senso dei sacri dogmi dichiarato una volta dalla Chiesa si deve ritenere per sempre: nec umquam ab eo sensu, altioris intelligentiæ specie et nomine, recedendum; non ci si deve mai allontanare da quel senso [dei dogmi] sotto il pretesto o l’apparenza di una migliore comprensione (Dei Filius, cap. 4). E nel Giuramento Antimodernista di San Pio X ogni chierico, fino al 1967, giurava: prorsus rejicio hæreticum commentum evolutionis dogmatum, ab uno in alium sensum transeuntium diversum ab eo, quem prius habebat Ecclesia; rifiuto assolutamente la finzione eretica dell’evoluzione dei dogmi, che passerebbero da un significato a un altro diverso da quello che la Chiesa professava prima. Un documento che celebra la «trasformazione radicale» di un insegnamento non descrive uno sviluppo omogeneo. Descrive una mutazione. E coloro da quei Dicasteri adulterano la Fede, consenziente ed auspice Leone, tradiscono ed abusano dell’autorità che ricoprono.Iscriviti al canale Telegram ![]()
II. L’indifferentismo in clergyman
Il cuore dottrinale della Nota è una tesi che la Chiesa ha sempre condannato: le false religioni sarebbero, in qualche misura, vie di accesso a Dio. Si ripete (n. 1) che la Chiesa nulla rigetta di ciò che è vero e santo nelle altre religioni. Si fa propria (n. 33) la catechesi di Leone del 29 ottobre 2025, per la quale in ogni ricerca religiosa sincera si dovrebbe discernere un riflesso dell’unico Mistero divino. Si afferma (n. 59) che lo Spirito Santo opera all’interno delle diverse religioni dei popoli e vi accende la fiamma della sapienza. E infine (n. 51) si definisce il dialogo interreligioso «un luogo teologico, dove lo Spirito Santo vuole farsi sentire». Che vi siano frammenti di verità naturale sparsi negli errori dei pagani, nessun cattolico lo ha mai negato. Il demonio stesso, per ingannare, mescola il vero al falso. Ma altro è riconoscere un frammento di verità dentro un sistema erroneo; altro è attribuire a quel sistema, in quanto tale, un valore di salvezza, una presenza dello Spirito Santo, una funzione di «luogo teologico». Questo secondo passo è precisamente ciò che il Magistero perenne ha condannato. Il Beato Pio IX, nel Syllabus, ha condannato le seguenti proposizioni: Homines in cujusvis religionis cultu viam æternæ salutis reperire æternamque salutem assequi possunt. Gli uomini possono trovare la via della salvezza eterna e conseguire l’eterna salvezza nel culto di qualunque religione (prop. 16). Saltem bene sperandum est de æterna illorum omnium salute, qui in vera Christi Ecclesia nequaquam versantur. Si deve almeno avere buona speranza circa la salvezza eterna di tutti coloro che non si trovano affatto nella vera Chiesa di Cristo (prop. 17). Pio XI, nella Mortalium Animos (1928), ha descritto con esattezza profetica i congressi interreligiosi del futuro. Ne ha condannato il principio: la falsa opinione di chi ritiene tutte le religioni plus minusve bonas ac laudabiles, più o meno buone e lodevoli. E ha avvertito che chi aderisce a tale opinione si allontana del tutto dalla Religione rivelata da Dio. San Pio X, nella Pascendi, ha smascherato la radice teologica di questo errore: l’immanentismo modernista. Se la religione nasce dall’esperienza del divino nel sentimento dell’uomo, ogni religione, persino quella dei pagani, dovrà dirsi vera. La Nota non fa che applicare questo principio quando parla di «ricerca religiosa sincera» e di «dialogo dell’esperienza religiosa» (n. 39). Lo Spirito Santo è Spiritus veritatis (Jo 16, 13), e non può abitare là dove si nega la Divinità del Figlio che Lo ha mandato. Il Salmista non conosceva le sfumature del dialogo: Quoniam omnes dii gentium dæmonia, poiché gli dei dei pagani sono demoni (Ps 95, 5). Né le conosceva l’Apostolo: quæ immolant gentes, dæmoniis immolant, et non Deo, quello che immolano i pagani, lo immolano ai demoni e non a Dio (1 Cor 10, 20).III. L’Antica Alleanza e la Sinagoga
La parte più grave del documento riguarda l’ebraismo. Voglio essere chiaro fin d’ora, perché la malafede dei neo-modernisti è pronta a travisare. L’odio verso gli Ebrei è un peccato, e la Chiesa lo ha sempre condannato; la carità verso di loro è un dovere. Ma la carità più grande che si possa loro usare è quella che la Chiesa ha sempre praticato: pregare per la loro conversione a Nostro Signore Gesù Cristo, loro Messia. È precisamente questa carità che la Nota sopprime.1. La genesi naturalistica del Cristianesimo
Al n. 10 la Nota espone una ricostruzione che nessun Padre della Chiesa mai riconoscerebbe. Il cristianesimo primitivo si sarebbe sviluppato a partire dal «movimento avviato da Gesù». I primi cristiani avrebbero adottato principi dell’ebraismo di allora, adattandoli alla nuova situazione post-pasquale. Giudaismo rabbinico e Cristianesimo apparirebbero così come due rami paralleli della stessa radice. Questa è la storia delle religioni del razionalismo ottocentesco, non la Fede cattolica. La Chiesa di Cristo non è un «adattamento» del giudaismo. Essa è il vero Israele, Israël Dei (Gal 6, 16), nel quale le promesse sono compiute. Il giudaismo rabbinico, sorto dopo la distruzione del Tempio, non è un fratello gemello della Chiesa: è la prosecuzione di quella parte d’Israele che non ha riconosciuto il tempo della Sua visita (Lc 19, 44). Che un documento dell’ex Sant’Uffizio ricorra all’autorità del teologo calvinista Karl Barth (n. 5), per illustrare l’Incarnazione come «la Parola [che] si fece carna ebraica», dice tutto sulla sua ispirazione…2. L’alleanza «irrevocabile» e la religiosità attuale degli Ebrei
Al n. 13 la Nota afferma che l’alleanza con il popolo ebraico è irrevocabile e ha un significato teologico. Aggiunge che la religiosità degli Ebrei di oggi, non solo quella legata all’Antico Testamento, sarebbe rilevante per i cristiani. Arriva a presentarla come effetto della Parola rivelata, un valore attuale e dinamico capace di arricchirci. La Nota si premura di negare le «due vie di salvezza». Ma è una smentita di facciata, perché subito dopo attribuisce valore salvifico e teologico proprio a ciò che ha appena detto di non considerare una via parallela. Contro questa dottrina sta tutto il Magistero perenne della Chiesa. L’Apostolo Paolo insegna: Dicendo autem novum, veteravit prius. Quod autem antiquatur et senescit, prope interitum est; dicendo “nuova alleanza”, Dio ha dichiarato antica la prima; e ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire (Hebr 8, 13). Il Concilio di Firenze, nella Bolla Cantate Domino (1442), definisce che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento sono cessate con la venuta di Cristo. Dopo la promulgazione del Vangelo, esse non si possono osservare senza perdere la salvezza eterna. E lo stesso Concilio proclama che nessuno di quelli che esistono fuori della Chiesa cattolica — non solo i pagani, ma neppure i Giudei o gli eretici e gli scismatici — può divenire partecipe della vita eterna. Firmiter credit, profitetur et prædicat, nullos extra catholicam Ecclesiam existentes, non solum paganos, sed nec Judæos aut hæreticos atque schismaticos, æternæ vitæ fieri posse participes. San Tommaso (S. Th. I-II, q. 103, a. 4) insegna, con i Padri, che le cerimonie della Legge antica, dopo la Passione, sono morte, e dopo la divulgazione del Vangelo sono mortifere. Pio XII, nella Mystici Corporis (1943), insegna che con la morte del Redentore la Legge antica è abrogata, ed è subentrato il Nuovo Testamento. La Chiesa Cattolica, per diciannove secoli, ha pregato il Venerdì Santo (1) perché Dio tolga il velo dal cuore del popolo ebraico, secondo le parole di San Paolo: velamen positum est super cor eorum. Cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen; fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci si converte al Signore, il velo viene rimosso (2 Cor 3, 15-16). La Nota non considera quel velo un impedimento da rimuovere, ma una ricchezza da cui imparare.Aiuta Renovatio 21
3. Una citazione amputata
Vi è poi un dettaglio che rivela il metodo. Al n. 14 la Nota invoca il decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928 (AAS 20 [1928], 103-104) come precedente della propria lotta all’antisemitismo. Quel decreto, in effetti, condanna l’odio contro il popolo un tempo eletto da Dio. Ma la Nota tace il suo oggetto principale. Il decreto sopprimeva l’associazione Amici Israël, i cui membri chiedevano, tra l’altro, di modificare la liturgia del Venerdì Santo. Il Sant’Uffizio giudicò le loro idee contrarie al sentire della Chiesa, alla dottrina dei Padri e alla sacra Liturgia. I funzionari dei Dicasteri romani, dunque, citano a proprio sostegno un documento che condannava esattamente ciò che essi oggi promuovono. Non è una svista: è il marchio di un’operazione ingannevole che si nutre di citazioni amputate e di omissioni calcolate.4. Il giudaismo rabbinico non è la religione dell’Antico Testamento
Qui sta l’equivoco su cui poggia l’intero edificio della Nota – e di Nostra Ætate – che parla dell’ebraismo come se fosse la religione di Abramo, di Mosè e dei Profeti, giunta intatta fino a noi per un’altra strada. Ma non è così, e il Magistero lo ha sempre saputo. La religione istituita da Dio sul Sinai era tutta ordinata al Tempio, al sacerdozio levitico e al sacrificio rituale: quando il velo del Tempio si squarciò e il Sacrificio della Croce compì e abolì le figure, quell’economia era finita; e la distruzione del Tempio nel 70, che nessun ebreo osservante ha mai potuto riparare, ne fu la sanzione visibile. Ciò che è sorto dopo — il giudaismo rabbinico e talmudico, codificato nella Mišnah e nel Talmud fra il II e il VI secolo e nelle sue scuole posteriori — non è la continuazione della religione mosaica: è una costruzione post-cristiana, elaborata in larga parte per opposizione alla Chiesa e al riconoscimento di Gesù come Messia venuto nella carne. Non è il ramo antico: è un ramo nuovo, nato dopo il Calvario e contro il Calvario, nato dal Sinedrio che condannò Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò la formula dei «fratelli maggiori» (n. 20) e quella dei «padri nella fede» (n. 12) non sono espressioni infelici: sono errori teologici. Altroché fratelli maggiori! I nostri padri nella fede sono i Patriarchi e i Profeti, che attesero Cristo e che Cristo, disceso agli inferi, liberò. Maria Santissima, gli Apostoli, i primi martiri erano Ebrei, e l’Ecclesia ex circumcisione è nostra madre. Ma il rabbinismo posteriore non ci è padre in nulla: è nato dopo di noi e in polemica contro di noi. San Paolo, che pure amava i suoi fratelli secondo la carne fino a voler essere egli stesso anatema e separato da Cristo in loro favore (Rom 9, 3), insegna che i rami naturali sono stati recisi a causa dell’incredulità, e che Dio è potente per innestarli di nuovo se non si ostineranno nell’incredulità (Rom 11, 20. 23). Tutta la speranza dell’Apostolo riposa su quel se: e la Nota, che cita abbondantemente la Lettera ai Romani, quel se non lo nomina mai. Aggiungo una parola che voglio sia intesa esattamente per ciò che dice. Il criterio dato dall’Apostolo San Giovanni non riguarda un popolo, né un sangue, né una nazione: riguarda una dottrina: Quis est mendax, nisi is qui negat quoniam Jesus est Christus? Hic est antichristus, qui negat Patrem et Filium. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio (1 Jo 2, 22). Chiunque neghi il Cristo cade sotto quella sentenza: greco o romano, europeo o americano, laico o chierico, e oggi anzitutto chierico… Ma una religione che si è costituita storicamente attorno alla negazione della Messianità di Nostro Signore Gesù Cristo non è una fede sorella con qualche lacuna: è, in linea di principio, l’antitesi del Cristianesimo. Dirlo non è disprezzo verso alcuno: è la ragione stessa per cui la Chiesa Cattolica ha pregato per la conversione d’Israele in ogni Venerdì Santo della sua storia. Chi ci ha tolto quella preghiera non ci ha resi più caritatevoli: ci ha resi indifferenti alla salvezza eterna di uomini che diciamo di amare.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
5. Un cattolicesimo giudaizzante
Ciò che la Nota intende portare a compimento ha un nome antico, e lo si trova nella Lettera ai Galati: quomodo gentes cogis judaizare? Perché costringi i gentili a giudaizzarsi? (Gal 2, 14). San Paolo ha combattuto per tutta la vita contro chi voleva mantenere accanto alla Croce un’economia parallela, e ha usato parole che nessun Dicastero oserebbe oggi ristampare: si circumcidamini, Christus vobis nihil proderit; se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla (Gal 5, 2). Il giudaizzante non nega Cristo: Lo affianca. Non dice che la Croce è inutile: dice che non è spes unica. Ed è esattamente la struttura del n. 13, dove si nega a parole la dottrina delle due vie di salvezza e la si riafferma nella sostanza, attribuendo all’antica alleanza un significato teologico attuale e alla «religiosità ebraica» odierna un valore che ci arricchirebbe. Questo giudaismo cristianizzato non è un’invenzione conciliare: da quasi due secoli il mondo protestante anglosassone coltiva la medesima teologia delle due alleanze — il dispensazionalismo di Darby e di Scofield — con le conseguenze politiche ormai visibili in tutte le nazioni occidentali, in cui esponenti del «cristianesimo sionista» asservano le nazioni alla mafia ashkenazita. La chiesa sinodale non ha fatto che importarne la sostanza, vestendola di lessico «cattolico»: il cattolicesimo giudaizzante di oggi è il corrispettivo sinodale del sionismo protestante. Due percorsi diversi per origine, identici nell’effetto, poiché entrambi rendono la Croce parzialmente superflua e riducono la Chiesa Cattolica a una delle vie.6. Il noachismo, ovvero la religione universale dei gentili
Se si nega che gli Ebrei debbano convertirsi a Cristo, resta da chiedersi che cosa venga offerto ai gentili. La tradizione rabbinica ha su questo una risposta antica e coerente: i sette precetti noachidi (Sanhedrin 56a), un codice morale minimo riservato ai non ebrei, che esclude per essi ogni pretesa soprannaturale. Una religione universale senza Trinità, senza Incarnazione, senza Croce, senza Sacerdozio, senza Chiesa, senza Grazia e senza Sacramenti. Non è una curiosità erudita: nel 1991 il Congresso degli Stati Uniti, con la Public Law 102-14, ha solennemente riconosciuto le «Sette Leggi Noachidi» come fondamento della civiltà. Si confronti ora quel progetto con ciò che la Nota propone. Al n. 58 le religioni sono chiamate a trasformare il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio, e al n. 53 ci si affretta a escludere che si voglia fondare una religione mondiale. Il risultato è però il medesimo: un monoteismo generico, una morale comune, una fraternità senza il Figlio di Dio. Non ho bisogno di attribuire intenzioni a nessuno, e mi guardo dal farlo: basta osservare che la chiesa sinodale sta predicando ai gentili pressappoco ciò che la Sinagoga ha sempre riservato ai gentili, e che in nessuno dei due schemi resta un posto per Nostro Signore Gesù Cristo. È questo, e non la fraternità evangelica, che si nasconde dietro l’espressione «fratelli maggiori».Iscriviti al canale Telegram ![]()
IV. L’Islam e la memoria di Lepanto
Al n. 43 la Nota riprende da Nostra Ætate l’affermazione che i musulmani adorano l’unico Dio. E si rallegra della crescente consapevolezza critica verso l’islamofobia. Ma quale Dio adora chi nega espressamente la Santissima Trinità, la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, la Sua morte in Croce e la Sua Risurrezione? L’Apostolo San Giovanni risponde senza ambiguità: Omnis qui negat Filium, nec Patrem habet; chiunque nega il Figlio non ha neanche il Padre (1 Jo 2, 23). E ancora: Omnis qui recedit, et non permanet in doctrina Christi, Deum non habet; chiunque recede, e non rimane nella dottrina di Cristo, non ha Dio (2 Jo 9). Un monoteismo che rifiuta il Figlio non è una forma imperfetta della vera fede: è la sua negazione, e per di più consapevole, perché il Corano conosce Cristo e Lo rifiuta come Dio. Vi è poi la dimensione pratica, che la Nota sfiora con una prudenza rivelatrice. Al n. 45 essa riprende Evangelii Gaudium per chiedere ai cristiani di accogliere con affetto gli immigrati musulmani, mentre implora i paesi islamici di concedere ai cristiani la libertà di culto. Si osservi l’asimmetria dei verbi: da una parte un dovere, dall’altra una supplica. La reciprocità viene invocata da sessant’anni e non è mai arrivata, e nessuno osa trarne la conclusione ovvia. Nel frattempo l’immigrazione di massa prosegue, promossa da poteri politici e finanziari che ne conoscono benissimo gli effetti, e benedetta da una gerarchia che vi ha trovato la sua ultima ragione sociale (e una comoda fonte di profitto che compensa le disastrose perdite di donazioni e offerte dei propri fedeli). Le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque non sia pagato per non vederle: intere periferie europee sottratte di fatto alla legge e al costume cristiano; chiese vendute, chiuse o trasformate mentre si moltiplicano le moschee; una sostituzione etnica e religiosa pianificata che non si può più negare e che si preferisce chiamare arricchimento. Al n. 47 la Nota ammette le persecuzioni dei cristiani da parte di gruppi estremisti, ma senza nominarne il luogo, la causa e il rimedio: l’unica risposta individuata è ancora il dialogo. Un dialogo che si volta altrove, quasi infastidito dal sangue dei Martiri cattolici in Nigeria, massacrati quotidianamente da coloro a cui Roma stringe la mano sorridente. La carità verso il singolo straniero è un dovere, e nessuno qui lo discute. Ma la carità ha un ordine — l’ordo caritatis che San Tommaso espone nella Somma (II-II, q. 26, a. 6-8) — e la carità verso lo straniero non obbliga un popolo cristiano a consegnare ai propri figli una terra scristianizzata. I Pontefici che organizzarono la Lega Santa amavano i Turchi abbastanza da volerne la conversione, e amavano i propri popoli abbastanza da non consegnarli loro. Oggi si è smesso di fare l’una e l’altra cosa, e questo doppio vile abbandono viene ipocritamente chiamato accoglienza. La Nota evoca più volte San Francesco d’Assisi come patrono della «fratellanza universale» (n. 30). In questi giorni la Chiesa ha celebrato l’Impressione delle sue Sacre Stimmate. Ebbene, quando il Poverello si recò a Damietta dal Sultano al-Malik al-Kamil, nel 1219, non vi andò per «costruire una società fraterna capace di accettare le differenze». Vi andò per predicargli Nostro Signore e convertirlo. Nella sua prima Regola dispose che i frati andati tra i Saraceni annunciassero la Parola di Dio, perché credessero e fossero battezzati. Questa è la fratellanza francescana: la carità che vuole la salvezza eterna del fratello, non che costui si confermi nell’errore. San Pio V non combatté l’islamofobia: radunò la Lega Santa, affidò la flotta al Rosario, vinse a Lepanto e istituì la festa di Santa Maria della Vittoria. Il Beato Innocenzo XI, dopo Vienna, consacrò al Nome di Maria il 12 settembre. Secondo i criteri di questa Nota, entrambi andrebbero annoverati tra i «modelli monolitici» che il n. 54 dichiara fonte di violenza e sofferenza.Sostieni Renovatio 21
V. Libertà religiosa e religione dell’Uomo
La Nota lega espressamente Nostra Ætate a Dignitatis Humanæ (n. 2). Presenta la libertà religiosa come condizione di ogni relazione rispettosa tra le religioni e la pone a fondamento di una «cittadinanza universale». Anche qui il Magistero precedente è unanime. Gregorio XVI, nella Mirari vos (1832), chiama la libertà di coscienza un’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto un delirio, che sgorga dalla fonte avvelenata dell’indifferentismo: Ex hoc putidissimo indifferentismi fonte absurda illa fluit ac erronea sententia, seu potius deliramentum, asserendam esse ac vindicandam cuilibet libertatem conscientiæ; da questa immondissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza. Il Beato Pio IX, nella Quanta Cura (1864), fa propria quella condanna. Il Syllabus condanna la proposizione per cui ognuno è libero di abbracciare la religione che, alla luce della ragione, avrà giudicato vera (prop. 15). Condanna anche quella per cui non converrebbe più che la religione cattolica sia l’unica religione dello Stato (prop. 77). Leone XIII, nella Immortale Dei (1885) e nella Libertas præstantissimum (1888), insegna che lo Stato non può trattare tutti i culti allo stesso modo senza cadere nell’ateismo pratico. La libertà di culto, intesa come diritto a professare qualsiasi religione, contraddice la virtù di religione, che è dovuta al solo vero Dio. Pio XI, nella Quas Primas (1925), proclama la Regalità sociale di Cristo sugli individui, sulle famiglie e sugli Stati. Denuncia il laicismo come la peste del nostro tempo. Anche il sogno della «fratellanza universale» senza Cristo è già stato giudicato. San Pio X lo ha fatto nella Lettera Notre charge apostolique (1910), con cui condannava il Sillon. Vi denunciava un grande movimento di apostasia, organizzato in tutti i paesi, pour l’établissement d’une Église universelle qui n’aura ni dogmes, ni hiérarchie, ni règle pour l’esprit, ni frein pour les passions, per l’istituzione di una Chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regola per lo spirito, né freno per le passioni. La Nota, al n. 53, si affretta a precisare di non voler fondare una grande religione mondiale, e nel frattempo pretende che le religioni trasformino il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio (n. 58). Una volontà di Dio che, evidentemente, si può esprimere indifferentemente in una sinagoga, in una moschea, in una pagoda o nella Basilica di San Pietro. Nella stessa Lettera, San Pio X ricordava che i veri amici del popolo ne sont ni révolutionnaires, ni novateurs, mais traditionalistes, i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti. Questo spiega perché oggi i tradizionalisti vengano trattati come nemici.VI. L’abolizione della missione
Il punto in cui la Nota getta la maschera è il n. 54. Vi si legge che «la difesa della propria posizione e il proselitismo», come modalità di incontro con l’altro, non avrebbero più senso nel «villaggio globale». Al n. 22 si ammoniscono coloro che sarebbero «tentati» di insistere sull’obbligo di annunciare Cristo. Al n. 46 si rassicura che non vi è proselitismo nella dinamica dell’amore. Prima di rispondere occorre smascherare l’inganno lessicale, perché è su di esso che l’intera operazione si regge. Proselitismo, nell’uso corrente, ha un’accezione negativa: evoca la persuasione aggressiva, la pressione psicologica, il reclutamento, la coscienza comprata con il pane o piegata con la minaccia. Ebbene: l’evangelizzazione non è proselitismo, e non lo è mai stata. La Chiesa ha sempre insegnato che l’atto di fede deve essere libero e che gli infedeli non si possono in alcun modo costringere a credere (S. Th. II-II, q. 10, a. 8). San Gregorio Magno vietò di battezzare gli Ebrei contro la loro volontà, e quel divieto passò nella costituzione Sicut Judæis, rinnovata da una lunga serie di Pontefici. Nessun cattolico degno di questo nome ha mai difeso le conversioni forzate. L’inganno consiste nel far coincidere i due termini evangelizzazione e proselitismo. Bergoglio, con inganno, ha giocato su questa identificazione, attribuendo al mandato di evangelizzare le caratteristiche odiose del proselitismo: l’arroganza, la violenza, la mancanza di rispetto per l’altro. Compiuta la sostituzione, il gioco è fatto: chi predica la conversione diventa un aggressore, chi tace diventa un uomo di dialogo, e il missionario, che per venti secoli è stato l’immagine più pura della carità cristiana, è considerato intollerante e divisivo. È un sofisma elementare, e proprio per questo efficace. Ma va detto con chiarezza: nessuno di noi promuove il proselitismo: questa è piuttosto la prerogativa delle sette specialmente di matrice protestante. Noi rivendichiamo il mandato di Nostro Signore, che è cosa ben diversa e che nessun Papa e nessun Dicastero ha il potere di abrogare. Nella chiesa conciliare e sinodale il comando di Nostro Signore è considerato una forma di intolleranza da bandire. Ma quel comando non può essere cancellato: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti (Mt 28, 19). E non ammette deroghe: Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur (Mc 16, 16). Benedetto XV, nella Maximum illud (1919), ha ricordato ai missionari che il loro unico fine è la dilatazione del Regno di Cristo e la salvezza delle anime. Lo stesso hanno insegnato Pio XI nella Rerum Ecclesiæ (1926) e Pio XII nella Evangelii præcones (1951). La Chiesa che rinuncia a convertire gli infedeli non è più missionaria e tradisce la propria ragion d’essere. Diventa un’agenzia di mediazione culturale al servizio della «convivenza pacifica». Anche la prassi che la Nota elogia è stata esplicitamente vietata dalla legge della Chiesa. Il n. 49 loda le «celebrazioni condivise»; il can. 1258 § 1 del Codice di Diritto Canonico del 1917 in vigore fino al 1983 stabiliva che non è lecito ai fedeli in alcun modo assistere attivamente o prendere parte alle funzioni sacre dei non cattolici: Haud licitum est fidelibus quovis modo active assistere seu partem habere in sacris acatholicorum. Il n. 19 celebra il pantheon di Assisi del 1986, con i capi delle false religioni radunati a pregare ciascuno il proprio dio. La Mortalium Animos aveva vietato ai cattolici ogni partecipazione a simili assemblee. Il n. 41 presenta le «coppie interreligiose» come frutto del dialogo. Il can. 1070 stabiliva che la disparità di culto rende nullo il matrimonio. Il can. 1060 dichiarava che la Chiesa proibisce anche i matrimoni misti con battezzati non cattolici. Il n. 38 della Nota ricorda con compiacimento che il Dicastero invia messaggi augurali per le feste delle altre religioni. San Giovanni aveva ordinato di non salutare nemmeno chi non porta la dottrina di Cristo: Nec Ave ei dixeritis (2 Jo 10). Oggi la Santa Sede fa gli auguri per il culto degli idoli. Ma quale intesa tra Cristo e Belial? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Quæ autem conventio Christi ad Belial? Qui autem consensus templo Dei cum idolis? (2 Cor 6, 15-16).Sostieni Renovatio 21
VII. La neolingua del falso irenismo
Resta da dire del linguaggio, che non è un accessorio ma il veicolo dell’errore. La Nota ci offre la «cultura della complessità, della flessibilità e dell’amicizia» (n. 55) e il modello del «poliedro» (n. 56). Ci parla di «casa comune», di «villaggio globale» e di «martiri del dialogo» (n. 33). Nessuno di questi termini appartiene al lessico della Fede. Tutti appartengono al lessico dell’ideologia globalista. I Martiri della Chiesa sono morti per non aver dialogato con l’idolatria, e per aver rifiutato un granello d’incenso a Giove. La Nota ne ha inventato una nuova categoria, i martiri del compromesso. Pio XII, nella Humani Generis (1950), ha descritto questo fenomeno con precisione. Ha deplorato il falso irenismo di chi, per favorire l’unione, è disposto a svuotare i dogmi del loro senso e a sostituire la terminologia scolastica con formule vaghe e adattabili. Non si nega apertamente la verità: la si rende indicibile, perché le parole per dirla sono state abolite. Una Chiesa che non sa più pronunciare le parole infedele, eresia, conversione, inferno non ha bisogno di rinnegare formalmente la Fede. L’ha già fatto nella lingua.VIII. Conclusione: la strada larga
La Nota si intitola Un cammino di speranza, e il suo ultimo paragrafo invita tutti a percorrerlo insieme. Ma Nostro Signore ci ha avvertiti che esistono due vie. Una è stretta e conduce alla vita. L’altra è larga e spaziosa, et multi sunt qui intrant per eam (Mt 7, 13). Il cammino proposto da Leone e dai Dicasteri romani ha tutte le caratteristiche della seconda. È largo, perché vi entra chiunque senza conversione. È spazioso, perché tutto vi è ammesso tranne la pretesa della Verità. È affollato di dignitari di tutte le religioni, e vi manca soltanto Colui che ha detto: Ego sum via, et veritas, et vita. Nemo venit ad Patrem nisi per me (Jo 14, 6). Abramo, del quale la Nota rivendica la paternità comune, contra spem in spem credidit (Rm 4, 18): sperò contro ogni speranza umana, perché credette alla promessa di Dio, che è Nostro Signore Gesù Cristo. La speranza che la Nota ci propone è l’esatto contrario: una speranza tutta umana, che ha smesso di credere alla Promessa. Questa non è la speranza teologale, che ha per oggetto la vita eterna e per fondamento i meriti di Nostro Signore. È la speranza mondana di una pace senza il Principe della Pace, di una fratellanza senza il Padre, di una convivenza senza la Croce. È la Religione dell’Uomo che la Massoneria ha teorizzato per tre secoli e che la chiesa conciliare, sessant’anni fa, ha cominciato a predicare dai suoi pulpiti. A chi mi chiederà se sia lecito respingere un documento approvato dal Papa, rispondo con San Paolo: Licet nos aut angelus de cælo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1, 8). Ho citato Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII, San Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, il Concilio di Firenze e il Concilio Vaticano I. Chi tra loro e questa Nota si trova in contraddizione con la Fede di sempre? Non certo quei Pontefici. Ai fedeli dico: non lasciatevi turbare. Ciò che è stato vero per diciannove secoli non è diventato falso il 28 ottobre 1965 con la promulgazione di Nostra Ætate, né il 16 settembre 2026 con la pubblicazione di questa Nota. Continuate a pregare per la conversione degli infedeli, degli eretici e degli Ebrei, come la Chiesa ha sempre fatto. Continuate a professare che fuori della Chiesa non vi è salvezza. Continuate ad amare le anime abbastanza da desiderarne il Battesimo. E rivolgiamoci a Colei della quale la Chiesa canta: Gaude, Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Ella, che a Lepanto e a Vienna ha salvato la Cristianità dalla spada, la salverà anche da questo inganno più sottile. Lo farà quando un Papa tornerà a fare ciò che fecero San Pio V e San Pio X: confermare i fratelli nella Fede, condannare l’errore, e restituire alla Chiesa la sua missione. O lo farà Nostro Signore, nel giorno della Sua seconda Venuta, quando Egli riassumerà in Sé la Regalità universale e il Sommo Pontificato.+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
21 Settembre MMXXVI
S. Matthæi Apostoli et Evangelistæ
NOTE
Spirito
Don Pagliarani: «abbiamo detto la verità al Papa» prima delle consacrazioni FSSPX
Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ha difeso la linea della congregazione sacerdotale tradizionale dopo la scomunica dichiarata dal Vaticano nei confronti dei suoi vescovi, sostenendo che essi «hanno detto la verità» al papa.
Intervenendo il 19 settembre al Priorato di Nostra Signora dei Dolori a Roodepoort, in Sudafrica, padre Pagliarani ha precisato che, a differenza di quanto è stato riferito – cioè che il Vaticano avrebbe avuto colloqui soddisfacenti con la Fraternità Sacerdotale San Pio X in vista delle consacrazioni – i rapporti tra le parti sono stati in realtà carenti.
“[The SSPX] simply chose to tell the truth to everybody — first of all to the pope, telling him, ‘Listen, we cannot agree.’ We explained why we were going to consecrate bishops … and we made a profession of faith.”
SSPX Superior General Fr. Davide Pagliarani speaking at the… pic.twitter.com/OwXXnrNu5E
— Integrity Magazine (@IntegritasMag) September 22, 2026
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«Abbiamo semplicemente scelto, fin dall’inizio, di dire la verità a tutti», ha detto Pagliarani, secondo Integrity Magazine.
«Prima di tutto, ci siamo rivolti al Papa dicendogli: «Ascolta, non possiamo essere d’accordo». C’è un’altra soluzione, la comprensione. Abbiamo detto la verità al Papa. E abbiamo detto la verità alla gente».
«Abbiamo spiegato perché avremmo consacrato i vescovi, perché sono necessari, e abbiamo fatto la professione di fede. Due professioni di fede. Perché? Perché questo era il modo di dire la verità. È ciò di cui hanno bisogno», ha proseguito.
Nelle settimane precedenti le consacrazioni episcopali Pagliarani ottenne un’udienza con il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto eterodosso del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), mentre Papa Leone XIV rifiutò di incontrare i vertici della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Un comunicato della Casa Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pubblicato a febbraio dopo l’incontro tra Pagliarani e Fernandez, riferiva che il cardinale aveva proposto un dialogo con la Fraternità per chiarire il «minimo necessario» in vista del riconoscimento canonico. Il cardinale aveva già precisato che i documenti del Concilio Vaticano II dovevano essere accettati integralmente dalla Fraternità per ottenere quello status «regolare».
«Il cardinale ha dichiarato oralmente che, pur essendo possibile avviare un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti», si legge nel comunicato.
Alla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stata negata la «regolarizzazione» e l’approvazione delle consacrazioni episcopali da parte del Vaticano perché insiste nel denunciare con chiarezza le contraddizioni del Concilio Vaticano II rispetto all’insegnamento perenne della Chiesa, come la dichiarazione «che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa».
L’arcivescovo Guido Pozzo, già a capo della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, aveva del resto chiarito nel 2016 che alcuni testi del Concilio Vaticano II non sono dottrinali e quindi non vincolano la coscienza cattolica. Pozzo ha citato in particolare i testi contestati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, tra cui Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, il decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo e la Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, e ha spiegato:
«Non si tratta di dottrine o dichiarazioni definitive, bensì di istruzioni e linee guida per la pratica pastorale. Si può (pertanto legittimamente) continuare a discutere di questi aspetti pastorali anche dopo l’approvazione canonica (della FSSPX) per giungere a ulteriori (e accettabili) chiarimenti».
Il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha sottolineato, nel suo discorso in Sudafrica, che ciò di cui le anime hanno più bisogno oggi, «perché non riescono a trovarlo da nessuna parte», è «la verità».
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Immagine da FSSPX.News
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