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Bioetica

Pontificia Accademia della Vita artificiale: il Vaticano apre agli esseri umani prodotti in laboratorio

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Un paio di settimane fa questo sito aveva notato – praticamente, unico al mondo – la strana udienza concessa a Bergoglio a Elon Musk e ad alcuni dei suoi nove figli.

 

Quei ragazzi, notavamo, erano stati tutti prodotti in laboratorio: una decisione programmatica presa da Musk dopo la morte in culla del suo primogenito.

 

Ci chiedevamo se potesse essere una svista protocollare: al cospetto del papa, un tempo, le mogli sposate da divorziati, o le concubine, non potevano essere ammesse… e anche le mogli non-cattoliche dei presidenti si dovevano velare.

 

Essendo che la riproduzione artificiale risultava ancora condannata dalla dottrina cattolica, ci domandavamo se si trattasse di sciatteria, o di totale ignoranza della realtà della chiesa, come ci possiamo aspettare dal pontificato del Bergoglio. Poi si insinuava il dubbio: forse, in verità, i preti che hanno permesso quella foto sanno perfettamente che quei ragazzi sono fatti in provetta. E sanno anche, quindi, che per farli avranno dovuto sacrificare tanti fratellini. In pratica, embrioni ammazzati, come in aborti multipli in un colpo solo, per il fine di produrre la vita umana in laboratorio, e appagare le proprie voglie famigliari borghesi.

 

Qualcosa avevamo intuito, in realtà sotto potrebbe esserci stato quello che è emerso solo in questi giorni: la fecondazione in vitro, condannata dal magistero della Chiesa per i suoi effetti mortali (milioni di embrioni uccisi!), morali (embrioni che vengono, eugeneticamente, scartati) e teologici (l’uomo che si sostituisce a Dio?), sta per essere sdoganata una volta per tutte.

 

Alla bisogna sta provvedendo la Pontificia Accademia per la Vita (PAV), che possiamo tranquillamente ribattezzare quindi Pontificia Accademia per la Vita sintetica, o, come già fanno molti in questi anni, Pontificia Accademia per la Morte, che è lo stesso.

 

La libreria Editrice Vaticana ha da pochi giorni pubblicato un testo, Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche, il quale unisce gli interventi ad un seminario bioetico della durata di tre giorni promosso dalla PAV.

 

A pagina 305 del volume si afferma l’incredibile: che la provetta non si sostituisce al rapporto sessuale, anzi è una terapia.

 

«Nella procreazione assistita omologa nelle sue varie forme, ovviamente evitando di ottenere “embrioni sovrannumerari”, la generazione non viene artificiosamente separata dal rapporto sessuale, perché questo è “di per sé” infecondo. Al contrario, la tecnica agisce come una forma di terapia che permette di rimediare alla sterilità, non sostituendosi al rapporto, ma permettendo la generazione».

 

La FIVET – fertilizzazione in vitro con trasferimento di embrione – che non si sostituisce al rapporto?

 

Si tratta di una affermazione talmente falsa da essere sconvolgente: chiunque sa che non esiste nessun rapporto tra esseri umani nella riproduzione artificiale, tant’è che i mafiosi la utilizzano per procreare figli (facendo uscire in qualche modo il loro sperma dal carcere) e ottenere così sconti di pena.

 

Ma c’è di più: è chiaro che il testo voglia sdoganare ogni forma di riproduzione artificiale «nelle sue varie forme» presente sul mercato, e ridiamo pure sopra la storia della «procreazione omologa», paletto democristiano idiota che non cambia nulla – anche perché, come ha riportato questo sito, gli errori le cliniche li fanno piuttosto spesso.

 

Inoltre, davvero ci vogliamo prendere in giro con la storia degli «embrioni soprannumerari»? Davvero i preti bioetici credono di poter produrre un embrione alla volta, senza seguire l’iter di produrne in quantità, giudicarli, scartare quelli considerati inferiori (sì: puro hitlerismo da microscopio) e impiantarne in quantità, sperando che qualcuno attecchisca?

 

Ma chi vogliono prendere in giro?

 

Si tratta del solito teatrino delle marionette che la corrotta gerarchia cattolica mette in piedi per i catto-gonzi e per gli abbaiatori goscisti, mentre sposta il mondo verso l’apocalisse degli umanoidi.

 

La riprova è, per quelli che se la ricordano, la legge 40/2004. Quella che avrebbe dovuto porre fine, se si leggevano i titoli in cartellone, al «Far West procreatico» in Italia. Il risultato è che la legge 40 ad oggi ammazza più embrioni della legge 194/1978, ossia il libero aborto.

 

La legge fu ritenuta la «Cappella Sistina» delle false istanze pro-life italiote, che altro non erano se non propaggini dei vescovi compromessi con la Cultura della Morte. Chi la conosce, sa che in alcune sue parti pare addirittura essere stata scritta appositamente per essere demolita da giudici (leggetevi, ad esempio, i punti 1 e 4 dell’art.14) – e così è stato, con i vari divieti via via spazzati via dalle Corti di Giustizia, e il «Far West procreatico» non solo restaurato, ma legalizzato.

 

Ebbene, ricordiamo come la legge «cattolica» 40/2004 prevedeva la creazione di embrioni multipli in numero «comunque non superiore a tre».

 

Fateci capire: la PAV del vescovo Paglia ora parla di embrioni soprannumerari, quando 18 anni fa spingeva una legge per consentire l’impianto di almeno tre embrioni umani? Notate che anche questo limite, ovviamente, è stato disintegrato dai giudici.

 

Sì, è così, ci prendono in giro.

 

La realtà è che abbiano il sospetto che per decenni la gerarchia abbia lavorato per arrivare all’accettazione cattolica del bambino sintetico.

 

Il defunto Carlo Casini, sultano del prolifismo istituzionale, onorevole sia a Bruxelles che a Roma, in un articolo su La Discussione (quotidiano organo della DC fondato da De Gasperi, poi passato a CDU etc.) del novembre 1997 parlava con una certa chiarezza: «Il Magistero cattolico è contrario a gran parte delle tecniche PMA (=procreazione medicalmente assistita) perché cerca di tenere collegato l’aspetto unitivo con l’aspetto generativo dell’atto sessuale. Ma questo non appartiene al minimo etico che oggi lo Stato deve garantire».

 

Come come? La riproduzione artificiale come «minimo etico» garantito dallo Stato moderno?

 

Fateci capire: il capofila dell’antiabortismo di establishment, ritiene che lo Stato oggi debba consentire la provetta? Ritiene che il sacrificio degli embrioni (da cui lo stupido paletto della legge 40 sui tre individui da impiantare in utero) sia un «male minore» praticabile? Stiamo leggendo bene?

 

Ma che cos’è questo «minimo etico», a cui, con una legge sulla PMA, non solo non ci si è opposti, ma che si è statualizzato?

 

Dovete capire, all’epoca circolavano varie idee, per esempio quella dell’adozione degli embrioni crioconservati. In pratica, se c’è un embrione, anche fatto in provetta, esso deve essere impiantato, costi quello che costi. Tale idea fu alla base di campagne roboanti, quanto inutili, di comunicazione, anche in sede europea.

 

Consentendo la riproduzione artificiale, e considerando sempre e comunque un embrioni un essere umano da impiantare, i cattolici hanno spalancato giocoforza la porta a due mostruosità specifiche.

 

La prima, è la cosiddetta ectogenesi, pratica meglio conosciuta come utero artificiale. Si tratta di una tecnologia in arrivo tra qualche anno, alla quale l’Unione Europea di recente ha pure assicurato dei fondi.

 

Quindi: se abbiamo uteri artificiali a disposizione, vi faremo crescere tutti gli embrioni creati in laboratorio? La risposta parrebbe proprio essere di sì: ad una pratica artificiale, se ne aggiunge un’altra di altrettanto artificiale, nel grande solco di una riproduzione totalmente sintetica.

 

Va considerato che è impossibile, per chi ragione di questi temi, non considerare la possibilità dell’utero artificiale, per il semplice fatto che il supposto «avversario» del cattolico Casini al Comitato Nazionale di Bioetica (dove, in teoria, si dovrebbero scontrare dottori e bioetici laici contro quelli cattolici) aveva realizzato un vero e proprio esperimento di gestazione extracorporea nel 1986 a Bologna (sì, sempre lì).

 

Il dottor Flamigni aveva asportato l’utero di una paziente, ma gli venne in mente di tenerlo in vita artificialmente, e di impiantarci dentro un embrione, che, sorprendentemente, attecchì… L’esperimento fu quindi terminato, per paura delle ripercussioni: perfino papa Wojtyla, in visita in Emilia, si dice tuonò sulla questione, pur senza far nomi.

 

La seconda mostruosità a cui si apre la porta con l’idea della validità morale degli embrioni tecnologicamente ottenuti, è il fatto che, quindi, vanno impiantati e fatti crescere anche quelli che sono stati bioingegnerizzati, come le supergemelle cinesi, o come, in un futuro che magari è già qua, embrioni chimera uomo-animale.

 

Il lettore può capire bene che questa è esattamente la via cattolica alla creazione di una nuova umanità umanoide, con la sostituzione della discendenza di Adamo tramite esseri sintetici prodotti tramite la riprogenetica: e tutto con il bollino dei vescovi, l’imprimatur del «cattolicesimo» modernizzato.

 

Perché c’eravamo, nel 2005, quando politici goscisti e starlette di tutti i tipi invitavano ad andare a votare al referendum che avrebbe abrogato la legge 40… Poveri illusi. Persero il referendum (anche perché non andarono a votare nemmeno loro), tuttavia non vedevano che la strada era già programmata a loro favore da quegli stessi figuri che credevano di combattere, i cattolici.

 

C’erano i vescovi dietro la 40, come c’erano, con i democristiani che la firmarono, dietro la 194. E non è un caso, quindi, che vi siano stati monsignori come l’allora potentissimo Cardinal Ruini (il babau da cartellone che fa ringhiare poveri sinistroidi incapaci di comprendere minimamente questo disegno, che pure li favorisce) a difendere, in anni più recenti, la legge sull’aborto.

 

E non è un caso, quindi, che oggi si arrivi finalmente allo sdoganamento pontificio della riproduzione artificiale, cioè del bambino sintetico, cioè del nuovo corso umanoide del pianeta.

 

Di questa storia, bisogna ammetterlo, non leggerete da altre parti. Ed è tragico: perché è da  questo che dipende il futuro dell’uomo. Senza una barriera, un katechon, che la religione può offrire alla mutazione tecnologica dell’umanità, non abbiamo speranza di fermare il processo.

 

Del resto, lo abbiamo visto: il Vaticano ora lavora non per fermare il nuovo paradigma, ma per spingerlo a più non posso: con la vaccinazione mRNA, è andata esattamente così (e noi di Renovatio 21, che avevamo tentato qualcosa nel 2019 in previsione di quello che poteva succedere, lo sappiamo bene): una trasformazione genetica della razza umana, impartita a quantità massiva di popolazione mondiale, sotto l’auspicio del papa in persona.

 

Sì, la chiesa di Bergoglio non è una cura possibile, è la malattia stessa che porterà il mondo verso l’apocalittica sostituzione umanoide.

 

Citiamo spesso questi versi della Rivelazione:

 

«La Bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 13, 8)

 

Ecco, degli «abitanti della terra» che però non appartengono al «libro della vita». Le immagini di San Giovanni sono oscure, tuttavia chiarissime.

 

«E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco» (Ap 20,15)

 

Riflettete, cari cattolici, su queste questioni davvero apocalittiche – perché riguardano l’ora presente, vi riguardano personalmente, e decideranno il domani dei vostri figli.

 

Chiedetevi: cosa stanno facendo al «libro della Vita dell’Agnello immolato» (Ap 13, 8)?

 

Chi sono coloro che sono vi sono esclusi?

 

Chi sta adorando la Bestia?

 

Quanti finiranno nel lago infuocato?

 

Volete, davvero, seguire i pastori che si mettono contro l’Agnello?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di cirwintech via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bioetica

Negli ospedali olandesi verranno praticati aborti fino a 24 settimane invece di 22

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Gli ospedali olandesi inizieranno a praticare aborti su richiesta fino alla 24ª settimana di gravidanza, rispetto al precedente limite di 22 settimane. Lo riporta LifeSite.

 

Sebbene la legge olandese sull’aborto consenta in linea di massima l’interruzione di gravidanza fino alla 24ª settimana (definita come l’età legale di «vitalità»), gli ospedali generalmente praticano aborti solo fino alla 22ª settimana, poiché i bambini nati a partire dalla 22ª settimana spesso sopravvivono grazie alle cure neonatali.

 

Il quotidiano olandese AD ha riportato che la Società olandese di ostetricia e ginecologia (NVOG) e gli ospedali hanno concordato un nuovo protocollo in base al quale gli ospedali praticheranno aborti su richiesta tra la 22ª e la 24ª settimana di gestazione, nonostante molti bambini siano in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero a quell’età gestazionale.

 

Come riporta Brussels Signal, la modifica è stata apportata per impedire alle donne di recarsi all’estero per abortire.

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Tra la 22ª e la 24ª settimana di gestazione, il feto è già altamente sviluppato, con un’altezza di circa 30 centimetri e un peso di circa 600 grammi. Il bambino non ancora nato possiede già impronte digitali uniche, un viso completamente formato ed è in grado di reagire a suoni, tatto e luce. Sebbene i bambini nati in questa fase siano ancora considerati molto prematuri, i tassi di sopravvivenza superano spesso il 60% nei paesi sviluppati dotati di moderne cure neonatali. In caso di aborto in questa fase, il feto viene spesso ucciso tramite un’iniezione letale.

 

Le associazioni pro-vita locali hanno criticato la decisione, affermando che il provvedimento amplia l’accesso all’aborto in fase avanzata di gravidanza, anche per i bambini sani, in una fase in cui molti feti sono in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero.

 

Nel 2024, nei Paesi Bassi sono stati praticati oltre 39.000 aborti. Secondo il ministero della Salute, 331 di questi sono stati eseguiti tra la 22ª e la 24ª settimana di gestazione.

 

Il Regno resta uno dei Paesi trainanti nel trend globale all’eutanatizzazione della popolazione, con le morti per pratiche eutanatiche che hanno superato il 5% dei decessi nel 2023.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scirsi è emerso che per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni.

 

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Immagine di Goleisureintl via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».   Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.   E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.   Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.   Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.   Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.   Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.    Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?   A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.   Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.   È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.    Riguarda la verità.   Alfredo De Matteo  

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.

 

Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.

 

Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.

 

«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:

 

«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».

 

Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.

 

Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.

 

Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.

 

La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.

 

Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.

 

Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».

 

«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.

 

Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».

 

L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.

 

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.

 

In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».

 

In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.

 

È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.

 

Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.

 

Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.

 

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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