Cina
Pechino: nuovi divieti sulle attività religiose degli stranieri
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Annunciate dalle autorità «regole dettagliate» che entreranno in vigore il 1 maggio. Anche a chi non è cinese chiesto il «rispetto dell’indipendenza e dell’auto-governo» delle comunità religiose locali obbedendo alle istruzioni del Partito. Non ammesse celebrazioni miste tra stranieri e cinesi, stabilito persino il numero di libri che si possono portare dall’estero «per uso personale». Il controllo rigidissimo è il vero volto della sinicizzazione.
Dal 1 maggio entrerà in vigore una nuova stretta sull’attività religiosa degli stranieri presenti nella Repubblica popolare cinese. Ad annunciarlo è una nuova serie di norme pubblicate ieri dalla NRAA (National Religious Affairs Administration), la longa manus del Fronte Unito del Partito comunista per le questioni religiose. «Regole dettagliate» le definisce lo stesso titolo del documento, rivolte specificamente agli stranieri di qualsiasi confessione e che attraverso un testo di ben 38 articoli mettono nero su bianco un’indicazione molto chiara: anche gli stranieri in Cina se vogliono vivere la propria religione devono chiedere il permesso alle autorità competenti e stare alle regole stabilite dal Partito, riconoscendo il principio dell’”indipendenza e dell’auto-governo” delle religioni in Cina.
Se ancora ce ne fosse stato bisogno, il nuovo regolamento emanato dalla NRAA è una traduzione molto chiara del senso della parola d’ordine «sinicizzazione» rivolta da tempo dal presidente Xi Jinping a tutte le religioni presenti in Cina. Al di là dell’auspicabile inculturazione nel contesto e nella cultura cinese, alle autorità di Pechino ciò che sta realmente a cuore è il controllo di ciò che accade all’interno dei gruppi religiosi.
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In templi, moschee e chiese nulla deve accadere fuori da ciò che stabilisce il Partito. E proprio nei giorni in cui Xi Jinping e il suo governo si prodiga ad accogliere a Pechino i vertici di grandi multinazionali, tornando a incoraggiare gli investimenti stranieri per rilanciare la crescita appannata dell’economia, il nuovo regolamento della NRAA arriva a precisare che la «sinicizzazione» di ogni forma di espressione religiosa vale anche per gli stranieri. Ed è emblematico che tra i primi a pubblicare le nuove regole ieri vi sia stato il sito internet della diocesi di Shanghai, il crocevia delle relazioni tra la Cina e il mondo.
Non che fino ad oggi nella Repubblica Popolare Cinese non esistessero controlli sulle attività religiose degli stranieri, ovviamente. E non serviva certo un regolamento ad hoc per stabilire che i religiosi stranieri non possono violare le leggi della Repubblica popolare cinese. Ma le nuove norme si spingono molto più in là. All’articolo 5 affermano programmaticamente che «gli stranieri che svolgono attività religiose in Cina devono attenersi alle leggi, ai regolamenti e alle norme cinesi, rispettare il principio dell’indipendenza e dell’autogestione religiosa della Cina e accettare la gestione legittima del governo cinese: la religione non deve essere usata per danneggiare gli interessi nazionali, gli interessi pubblici sociali o i diritti e gli interessi legittimi dei cittadini e non deve violare l’ordine pubblico e i buoni costumi della Cina».
Questo principio viene poi specificato decretando che qualsiasi attività religiosa anche tra stranieri che si trovano in Cina deve avvenire solo all’interno dei luoghi di culto «ufficiali» o – se questo non è fisicamente possibile perché non presenti nella zona – solo dopo aver ottenuto il permesso degli appositi organismi controllati dal Partito, seguendo apposite procedure. Concretamente per i cattolici questo vuol dire vietare espressamente ogni contatto con le comunità cattoliche «sotterranee» o con quei sacerdoti che in coscienza non ritengono di dover aderire all’Associazione patriottica.
L’articolo 10, inoltre, specifica che anche nelle chiese e nei templi «ufficiali» le attività religiose per gli stranieri «dovranno essere presiedute da religiosi cinesi». Solo nel caso «in cui sia veramente necessario che gli stranieri presiedano le attività religiose» andrà comunque presentata una richiesta all’ufficio locale del dipartimento per gli affari religiosi. L’articolo 16 postula, comunque, una rigida separazione: «Ad eccezione dei religiosi cinesi che le organizzano, le attività religiose di gruppo tenute da stranieri in Cina sono limitate alla partecipazione di stranieri in Cina».
Il regolamento norma espressamente anche le attività dei religiosi stranieri che entrano in Cina attraverso scambi accademici e culturali. Oltre, ovviamente, a disporre che questi scambi dovranno essere autorizzati uno per uno dal Partito, all’articolo 21 si premura di precisare che coloro che saranno ammessi non dovranno «parlare o compiere azioni ostili alla Cina, avere tendenze ideologiche estremiste o interferire con le questioni religiose cinesi». Con burocratica precisione, arriva a decretare anche quante copie di libri e materiale audiovisivo ad argomento religioso possono portare con sé per uso personale quando questi ospiti stranieri entrano nella Repubblica Popolare Cinese (mai più di 10). Per fare entrare altro materiale o eventualmente anche diffonderlo, occorrerà ottenere il permesso delle autorità.
L’articolo 26 specifica inoltre che «le organizzazioni o gli individui stranieri non devono reclutare studenti che studiano all’estero allo scopo di coltivare nuovi religiosi all’interno del territorio cinese senza autorizzazione».
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L’articolo 29, infine, elenca una serie di divieti in materia di religione che valgono per qualsiasi straniero che si trova in Cina. Tra gli altri figurano quelli di: interferire nelle attività dei gruppi religiosi, tenere conferenze o prediche non autorizzate, «reclutare seguaci tra i cittadini cinesi», produrre libri o altro materiale ad argomento religioso, accettare donazioni da singoli o organizzazioni cinesi, condurre attività religiose su internet.
La sintesi di tutto questo è evidente: in Cina anche per gli stranieri non è ammessa alcuna espressione religiosa fuori dal controllo del Partito, perché tutte le religioni in Cina – Chiesa cattolica compresa – devono accettare di essere autonome e auto-amministrate.
Appare evidente che, messa in questi termini, l’universalità della Chiesa cattolica può rimanere come un generico riferimento ideale; ma solo a condizione di una sottomissione totale alle direttive politiche nazionali, in un sempre più pericoloso schiacciamento sulla volontà del governo di Pechino.
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Immagine di InfernoXV via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Cina
Pechino dice che il leader di Taiwano è un «topo»
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Cina
Trump fa riferimento in modo criptico a un «regalo» cinese intercettato dagli USA e destinato all’Iran
Martedì mattina, in una serie di dichiarazioni relative all’Iran, il presidente Trump ha fatto un riferimento interessante e alquanto criptico alla Cina.
L’inquilino della Casa Bianca dichiarato che le forze statunitensi hanno recentemente intercettato una nave che trasportava quello che ha descritto come un «regalo» dalla Cina all’Iran, mentre Teheran cerca di ricostruire il suo esercito durante un cessate il fuoco.
La nave aveva «un regalo dalla Cina» che «non era molto carino», ha detto Trump alla CNBC. «Sono rimasto un po’ sorpreso», ha aggiunto, affermando di credere di avere un «accordo» con il presidente cinese Xi Jinping.
Aveva affermato: «Ieri abbiamo intercettato una nave che trasportava della merce non proprio gradevole, un regalo proveniente dalla Cina». Tuttavia, non ha specificato ulteriormente la natura precisa della spedizione intercettata, né ha fornito altri dettagli, lasciando il pubblico a formulare ipotesi e speculazioni.
Solo una settimana fa Trump aveva affermato che Xi gli aveva assicurato che non ci sarebbero state spedizioni di armi cinesi in Iran, Paese da tempo alleato di Pechino. Trump e Xi si incontreranno in un evento storico il 14 e 15 maggio. Tuttavia un ulteriore indizio è la spiegazione contestuale di Trump, in cui ha affermato che l’Iran «probabilmente si era rifornito un po’», sottintendendo che Pechino avesse contribuito ai suoi sforzi.
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Come riporta ulteriormente il quotidiano di Hong Kongo South China Morning Post: «l’affermazione è stata fatta per la prima volta dall’ex ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley, e Trump ha poi aggiunto una nota di dubbio, dicendo: «Forse, non lo so, ma sono rimasto un po’ sorpreso… ma pensavo di avere un accordo con il presidente X, ma va bene così. La guerra è così».
Il ministero degli Esteri cinese ha prontamente respinto e smentito l’accusa, con il portavoce Guo Jiakun che ha dichiarato: «a mia conoscenza, si tratta di una nave portacontainer battente bandiera straniera. La Cina si oppone a qualsiasi collegamento malevolo e a qualsiasi campagna diffamatoria».
L’ambasciatrice Haley ha formulato l’accusa riguardo alla nave sequestrata dalla Marina statunitense domenica scorsa in un post sui social media, affermando che si era «rifiutata di obbedire ai ripetuti ordini di fermarsi» ed era «collegata a spedizioni di sostanze chimiche per missili»…
Poco prima di questo blocco in alto mare, sabato scorso Trump aveva adottato un tono molto positivo e cordiale parlando delle relazioni con Xi: «il presidente Xi è molto contento che lo Stretto di Hormuz sia aperto e/o si stia aprendo rapidamente. Il nostro incontro in Cina sarà speciale e, potenzialmente, storico. Non vedo l’ora di essere con il presidente Xi: si otterranno molti risultati!», ha scritto.
Ma ha anche affermato che il blocco navale statunitense continuerà «fino a quando la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Senza dubbio, il blocco danneggia l’Iran e la Cina, ma è anche un gioco al massacro ad alto rischio, dato che più a lungo durerà e maggiori saranno i danni inflitti all’economia globale – e quindi al contribuente statunitense – più si prospettano problemi politici per i repubblicani, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine del Congresso.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Cina
Cina: secondo un nuovo rapporto, la morsa si stringe attorno ai cattolici
Una volta sotto sorveglianza elettronica
L’ultimo rapporto descrive un sofisticato arsenale repressivo. Il riconoscimento facciale all’ingresso de i luoghi di culto, le drastiche restrizioni alla libertà di movimento del clero e la formazione politica obbligatoria sono ormai parte della vita quotidiana. Per i sacerdoti che operano nell’ombra, la scelta è binaria: sottomettersi all’ideologia del Partito o rischiare l’arresto. Nel 2026, almeno dieci vescovi, riconosciuti dal Vaticano, risultano ancora in detenzione o agli arresti domiciliari per essersi rifiutati di giurare fedeltà a uno stato ufficialmente ateo.Sostieni Renovatio 21
L’accordo tra Vaticano e Cina: uno «scudo» trafitto?
Firmato nel 2018 e rinnovato più volte, l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi mirava a unificare i due rami della Chiesa (ufficiale e clandestina). Tuttavia, per molti osservatori, questo accordo è diventato lo strumento della caduta della Chiesa clandestina. I limiti di questo compromesso storico sono ormai palesemente evidenti: 1) L’asimmetria di potere: sebbene il Papa abbia teoricamente il diritto di veto sulle nomine, è spesso Pechino a dettare legge. In diverse occasioni, il governo cinese ha nominato unilateralmente dei vescovi, costringendo il Vaticano a porre rimedio retroattivamente alla situazione per evitare uno scisma. 2) L’illusione della protezione: lungi dal proteggere i fedeli clandestini, l’accordo è paradossalmente servito da copertura legale per le autorità per smantellare le strutture non ufficiali, sostenendo che qualsiasi pratica al di fuori del quadro statale è ora “illegale”. 3) Silenzio diplomatico: la Santa Sede, desiderosa di mantenere il dialogo, è accusata dagli attivisti per i diritti umani di essere troppo discreta di fronte alle persecuzioni. «L’accordo è stato trasformato in un’arma astuta per distruggere la Chiesa clandestina», confida un esperto citato da Human Rights Watch.Aiuta Renovatio 21
Verso una scomparsa pianificata
La strategia di Pechino sembra chiara: attendere la naturale estinzione dei vecchi prelati clandestini, impedendo al contempo la formazione di nuovi. Vietando l’insegnamento religioso ai minori e imponendo sermoni in linea con i «valori socialisti», il regime spera di trasformare il cattolicesimo in mero folklore adattato alla cultura cinese. Di fronte a questo pericolo, l’appello di Human Rights Watch è urgente: il papa deve rivalutare la situazione con la massima urgenza. Interpellato il 15 aprile 2026 sulle conclusioni del rapporto di HRW, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, si è rifiutato di commentare. Eppure, dietro la diplomazia dei sorrisi, l’anima stessa di una comunità millenaria rischia di estinguersi sotto il peso della sinizzazione. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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