Epidemie
Paradossi dell’accoglienza: gli ucraini picchiano gli africani al confine e non sono vaccinati
«Gli africani che vivevano in Ucraina affermano di essere rimasti bloccati per giorni ai valichi dei paesi limitrofi dell’Unione Europea, rannicchiati al freddo senza cibo né riparo, trattenuti dalle autorità ucraine che li hanno spinti fino alla fine delle lunghe file e li hanno persino picchiati, mentre lasciando passare gli ucraini». Così il New York Times.
«Le guardie di frontiera ucraine non ci stavano lasciando passare», ha detto al quotidiano neoeboracense la 24enne nigeriana Chineye Mbagwu, che viveva a Ivano-Frankivsk.«Picchiavano le persone con dei bastoni» e strappavano loro le giacche, ha aggiunto la ragazza africana.
Emmanuel Nwulu, 30 anni, uno studente nigeriano di elettronica all’Università nazionale di Kharkov, ha detto che quando ha cercato di salire a bordo di un treno in Ucraina diretto a ovest verso il confine, i funzionari ucraini gli hanno detto: «I neri non potevano salire sul treno». Tuttavia il Nwulu e suo cugino sono riusciti a farsi strada a bordo con la forza
La questione ha già assunto una dimensione diplomatica. L’Unione africana e il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari hanno condannato il trattamento riservato agli africani in fuga dall’Ucraina a seguito dei resoconti dei social media sulle guardie di frontiera che impedivano loro di partire. Gli africani hanno anche riferito che avrebbero impedito loro di salire a bordo dei treni diretti al confine, riporta il NYT.
«Segnali che gli africani vengono individuati per un trattamento inaccettabile dissimile sarebbe scioccamente razzista» e violerebbero il diritto internazionale, ha affermato l’Unione africana.
Gli africani parrebbero essere i soli ad aver ricevuto questo trattamento: «Non tutti gli stranieri hanno denunciato maltrattamenti da parte delle autorità ucraine ai valichi di frontiera. Uno studente pachistano e un cittadino afgano che sabato sono passati dall’Ucraina alla Polonia hanno affermato che l’unico problema erano le code molto lunghe. E lunedì un gruppo di lavoratori vietnamiti è entrato facilmente in Moldova. Mohammed Saadaoui, uno studente di farmacia marocchino di 23 anni che ha viaggiato dalla città ucraina di Odessa a Varsavia, ha affermato di non aver avuto problemi» riporta il quotidiano americano.
Alcuni degli stranieri arrivati in Polonia dall’Ucraina negli ultimi giorni erano esausti e congelati, secondo le organizzazioni umanitarie locali sul campo. Alcuni sono stati portati direttamente in ospedale a causa delle ferite riportate.
Ahmed Habboubi, uno studente di medicina franco-tunisino di 22 anni, ha detto che a tutti i cittadini stranieri, inclusi africani, israeliani, canadesi e americani, è stato detto di recarsi a un cancello al valico di Medyka dall’Ucraina alla Polonia, che tratterebbe solo quattro persone ogni due ore, mentre gli ucraini potevano passare liberamente attraverso un altro cancello.
«L’esercito ucraino mi ha picchiato così tanto che non riuscivo a camminare correttamente», ha detto in un’intervista telefonica al NYT. «Quando finalmente sono riuscito ad entrare in Polonia, le autorità polacche mi hanno portato direttamente in ospedale», ha aggiunto.
«Era il caos assoluto. Siamo stati trattati come animali. Ci sono ancora migliaia di persone bloccate lì». Il ragazzo sostiene che «Polonia lo ha accolto calorosamente».
Taha Daraa, uno studente marocchino di 25 anni al quarto anno di odontoiatria all’Istituto medico di Dnipro, ha iniziato il suo viaggio sabato intorno a mezzogiorno e ha attraversato il confine con la Romania nelle prime ore del lunedì mattina dopo giorni senza dormire.
«Siamo stati trattati così male. Abbiamo preso gli autobus per il confine rumeno. È stato molto spaventoso, quindi abbiamo dovuto attraversare il confine mentre sentivamo gli spari», ha detto tramite WhatsApp al giornalista di Nuova York. «Tutto ciò che abbiamo fatto è stato pregare. Anche i nostri genitori hanno pregato per la nostra sicurezza. È l’unica protezione che avevamo». Il ragazzo quindi rivela: «ho assistito a molto razzismo».
Lo studente maghrebino ha quindi dichiaratoche era in un gruppo con altri due marocchini e molti altri africani e ha chiesto a una guardia di frontiera ucraina di lasciarli passare. La guardia ha iniziato a sparare in aria con la sua pistola per spaventarli e così hanno fatto un passo indietro. Arrivati in Romania, hanno trovato ospitalità e conforto. «Ci hanno dato tutto».
Questi racconti del razzismo ucraino hanno fatto scalpore anche in Italia.
Dove tuttavia il governo, accogliente ed estremamente profugo-friendly, ha di questi tempi questa decisa politica di discriminazione nei confronti dei non vaccinati, considerati untori del male incurabile conosciuto come COVID. Per placare il flagello pandemico, il governo italiano ha sottratto varie libertà ai cittadini non sierizzati, impedendo loro l’accesso a luoghi dove invece i cani sono ammessi, e cancellando la possibilità, ad esempio, di andare in hotel o usare mezzi pubblici.
Ora, vi sono, secondo le stime dell’Alto Commissariato per i profughi delle Nazioni Unite (UNHCR), almeno 660 mila persone fuggite dall’Ucraina nei cinque giorni successivi all’inizio dell’operazione dell’esercito russo. In realtà, saranno molti di più.
Moltissimi verranno in Italia, perché i cittadini ucraini nel nostro Paese sono moltissimi – e diciamo pure che sono ben integrati e piuttosto benvoluti. In Italia risiede la più grande comunità ucraina in Europa: parliamo di 230 mila persone. I primi pullman sono già arrivati a Trieste. Coloro che fuggono sono ora ospitati da parenti a Milano, Genova, Brescia, Roma, Piacenza, Benevento, Vicenza.
L’Italia non farà mancare l’accoglienza, e ci mancherebbe: a differenza degli Africani arrivati negli ultimi anni, gli ucraini davvero «scappano dalla guerra» – e siamo sicuri che per aiutarli lo Stato stanzierà meno fondi di quanti ne ha bruciati nelle cooperative che vivono con i «richiedenti asilo» africani, che poi richiedono asilo in una percentuale infima.
Ad ogni modo, la cosa che vogliamo segnalare è un’altra.
Secondo dati aggiornati a febbraio 2022, gli ucraini vaccinati sarebbero in tutto il 34,44%. Cifre che farebbero impallidire il generale Figluolo, peraltro ora in partenza proprio per il coordinamento delle truppe italiane NATO nei Paesi confinanti all’Ucraina. Se non ci credete, consultate voi stessi l’infografica del Sole 24 ore.
Sul serio: 34,44%: una cifra che non è nemmeno la metà di quella italiana, ottenuta con sforzi disumani, calpestamento della Costituzione, ricatti, lacrime e sangue. Ciò è stato fatto perché i non vaccinati sono pericolosi, sono potenzialmente untori e stragisti. Come disse il Presidente del Consiglio Mario Draghi: ««l’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, contagi, lui o lei muoiono». Era Luglio 2021.
Ancora il Drago, gennaio 2022: «Gran parte dei problemi dipendono dal fatto che ci sono dei non vaccinati».
Ora, nello spirito di accoglienza, stiamo per portare qui una massa di non vaccinati. Almeno 2 profughi ucraini su 3 saranno quindi, per il Regno del Drago, un problema epidemiologico. Non solo: per vaccinati, non si intende triplodosati: di quel 34,44%, apprendiamo che «quasi nessuno ha la terza dose».
Come diceva Lenin: che fare?
Beh, abbiamo idea che governo e parti sociali interessate per questa Quaresima faranno un bel voto di silenzio, magari interrotto da qualche fischiettamento innocente.
Non è improbabile che, come avvenne per gli afghani fuggiti dalla catastrofe di Joe Biden a Kabul lo scorso agosto, qualcuno penserà di vaccinarli sul posto. Tuttavia gli ucraini non sono afghani, e temiamo molto che non si faranno vaccinare, anzi, potrebbero prendersela un pochino, fino a diventare inconsolabili.
Paradossi dell’accoglienza nel mondo goscista, filo-NATO e pandemico, dell’Ordine Mondiale attuale che è una chimera con la faccia del conte Kalergi (sosia di Draghi), il corpo di un neocon a caso (chessò, Victoria Nuland) e le ali del pipistrello di Wuhano.
Immagine screenshot da Youtube
Ambiente
La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini
Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.
Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché?
Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.
Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella?
Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.
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E come è comparso il batterio?
E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.
Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto?
Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.
In che senso?
Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.
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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella?
Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.
Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no?
Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.
Torniamo alla Xylella.
In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.
Di che tipo?
Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.
Perché, c’è di peggio?
Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a
1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci;
2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie;
3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia;
4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati;
5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP;
6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».
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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto.
Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini.
Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID.
Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.
Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante.
Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.
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Epidemie
L’FBI di Biden ha bloccato l’interrogatorio di Daszak nella ricerca sulle origini del COVID-19
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Le origini del COVID rappresentano uno dei numerosi scandali ancora ufficialmente irrisolti che persistono a cinque anni dalla pandemia. Pubblicamente, la teoria secondo cui il COVID sarebbe sfuggito dal laboratorio di Wuhano, anziché essersi evoluto in natura, è stata ampiamente derisa e respinta sin da quando il senatore statunitense Tom Cotton l’ha avanzata nel febbraio 2020, e per mesi qualsiasi accenno a tale ipotesi è stato condannato come disinformazione. Solo a metà del 2021, ben dopo che i Democratici avevano riconquistato la Casa Bianca, i principali media hanno iniziato a considerarla una possibilità. Come riportato da Renovatio 21, la svolta fu probabilmente quando nel 2021 uscì un articolo sul Bulletin of Atomic Scientists del noto e rispettato divulgatore scientifico Nicholas Wade. Nel 2024, la Sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus del Comitato di supervisione e responsabilità della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha pubblicato la sua tanto attesa analisi post-evento sul COVID-19 e sulla risposta del governo. Lo studio ha concluso che il COVID è molto probabilmente «emerso a seguito di un incidente di laboratorio o legato alla ricerca», che il governo federale ha sostenuto la ricerca «gain-of-function» presso il WIV senza adeguata trasparenza o supervisione e che l’ex consigliere della Casa Bianca per il COVID e direttore del National Institute of Allergy & Infectious Diseases (NIAID), il dottor Anthony Fauci, «ha giocato con la semantica della definizione di ricerca “gain-of-function”» per negarla, oltre ad aver promosso la creazione del controverso paper «Proximal Origins» nel tentativo di screditare la teoria della fuga di laboratorio, rilevando inoltre che i funzionari del NIAID hanno attivamente cercato di eludere le richieste di accesso agli atti FOIA (Freedom of Information Act) relative alla questione, ad esempio scrivendo intenzionalmente in modo errato vari nomi e termini per renderli più difficili da trovare nelle ricerche per parole chiave. Due anni fa alcuni scienziati chiesero alla rivista che pubblicò «Proximal Origins», cioè Nature Medicine, di ritrattare l’articolo. A maggio 2025 era emerso che l’amministrazione Trump indaga sull’editore del documento sulle origini del COVID per corruzione, citando l’influenza di Fauci. Come riportato da Renovatio 21, sulle responsabilità di Fauci nel finanziamento del gain-of-function a Wuhano disse di non aver alcun dubbio l’ex direttore del CDC Robert Redfield. Nel corso dello scorso anno è emerso che Fauci aveva detto ai colleghi di cancellare le prime comunicazioni relative al COVID; a ciò si aggiunge la notizia per cui un assistente di Fauci avrebbe distrutto e-mail sensibili ed utilizzato un account privato per nascondere ilegami con il laboratorio wuhaniano. Secondo documenti emersi nelle inchieste, il Fauci sapeva dell’origine laboratoriale del virus e sapeva pure che i vaccini mRNA non avrebbero funzionato.6/ This isn’t the whole story. It’s the start of one. The Reading Room will be updated on a rolling basis as the investigation continues.
— Senator Rand Paul (@SenRandPaul) July 20, 2026
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Alimentazione
Epidemia di diarrea negli USA, la lattuga sotto accusa
Le autorità sanitarie statunitensi hanno identificato la lattuga iceberg tritata servita nella più grande catena di fast food di ispirazione messicana del Paese come la fonte di un’epidemia di ciclosporiasi, una malattia parassitaria che causa diarrea grave ed esplosiva.
Dall’inizio di maggio, a livello nazionale sono stati segnalati oltre 1.600 casi di ciclosporiasi confermati in laboratorio, con 94 persone ricoverate in ospedale. Non sono stati segnalati decessi, sebbene i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) abbiano avvertito che il numero effettivo di infezioni è probabilmente molto più elevato, poiché molti casi non vengono diagnosticati.
Venerdì scorso il CDC ha identificato la catena come Taco Bell e ha affermato che un’indagine di tracciabilità ha collegato i prodotti contaminati a un unico fornitore nel Messico centrale. L’ente epidemico ha esortato le persone a non consumare la lattuga iceberg tritata servita nei ristoranti Taco Bell in Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia.
L’agenzia ha dichiarato che il fornitore coinvolto, Taylor Farms de Mexico, ha ritirato volontariamente tutta la lattuga iceberg dal mercato statunitense. Le autorità stanno continuando a indagare per accertare se i prodotti contaminati siano stati distribuiti ad altri ristoranti o rivenditori.
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La ciclosporiasi è causata dal parassita microscopico Cyclospora cayetanensis. La malattia si manifesta tipicamente con diarrea acquosa esplosiva, accompagnata da gonfiore, flatulenza, crampi addominali, nausea e vomito. Alcune persone presentano anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.
Secondo il CDC, l’infezione si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.
Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, il che rende difficile la diagnosi. Se non trattata, l’infezione può durare più di un mese, con episodi ricorrenti di diarrea come sintomo più caratteristico.
Il parassita è endemico nei Paesi tropicali e subtropicali. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo.
Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.
La crescente popolarità del cibo messicano presso la popolazione americana, che con Trump ha di fatto espresso la volontà di tenere i messicani fuori dagli USA, rimane un mistero.
La catena Taco Bell gode di un successo straordinario che supera l’andamento generale del settore dei ristoranti a servizio rapido (QSR). La catena domina capillarmente il mercato statunitense della cucina di ispirazione messicana, controllando oltre il 26% dei ristoranti di categoria organizzati in catene.
La sua rete commerciale sul suolo americano conta oltre 7.600 pricipali punti vendita distribuiti in tutti gli stati, con una concentrazione record in California che supera gli 880 ristoranti, seguita dal Texas con più di 650. Questa massiccia presenza fisica consente al marchio di servire oltre due miliardi di clienti ogni anno a livello globale, la stragrande maggioranza dei quali concentrata proprio nel mercato domestico.
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I dati finanziari più recenti evidenziano una crescita straordinariamente solida e costante: nel primo trimestre del 2026, Taco Bell ha registrato un aumento dell’8% delle vendite a parità di negozi negli Stati Uniti, segnando l’ottavo trimestre consecutivo di crescita comparabile positiva. Questo incremento segue i già eccellenti risultati dell’ultimo trimestre del 2025, che si era chiuso con un +7% nelle vendite domestiche a parità di posizioni.
A livello di vendite complessive di sistema, il marchio ha registrato un balzo del 10% nello stesso trimestre del 2026, accompagnato da un incremento del 3% nelle transazioni totali e da una crescita dei profitti operativi pari al 39%. L’applicazione mobile di Taco Bell ha superato i 17 milioni di visitatori unici mensili negli Stati Uniti, scalzando giganti storici della ristorazione veloce e posizionandosi come la seconda app di fast food più utilizzata nel Paese.
I fattori chiave di questo successo poggiano sulla capacità di attrarre fasce demografiche trasversali, intercettando sia i consumatori a basso reddito sia le famiglie e i giovani della Generazione Z tra i 18 e i 24 anni.
Ora tutti costoro rischiano di dover correre alla toilette e starvi per lungo tempo – se va bene. Non è dato capire cosa accadrà alla finanze di Taco Bell e del suo gruppo di controllo Yum Brands, tuttavia è difficile pensare che gli americani invertano il loro crescente amore verso il cibo dello spesso diprezzato Paese limitrofo.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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