Gender
Papa Bergoglio contro la «frociaggine». Ci crediamo subito
Lo scoop lo aveva fatto Dagospia. Oggi lo ha rivendicato diverse volte, e fa pure bene.
«Parecchi vescovi italiani riferiscono, basiti, che questa settimana, intervenendo all’assemblea generale della CEI, Papa Francesco ha ribadito pubblicamente, ma a porte chiuse, la sua nota contrarietà ad ammettere al sacerdozio candidati con tendenze omosessuali» scriveva domenica il sito di Roberto D’Agostino.
«Sua Santità ha detto, papale papale, che “nella Chiesa c’è troppa aria di frociaggine” e quindi i vescovi devono sempre letteralmente, “mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate”. Testuale».
Ora, tutti i giornali nazionali (con un caso, denunziato bonariamente da Dago, di copia-incolla conclamato) e internazionali riportano la notizia bomba.
Ma come? Scusate, non è il papa del magistero aereo del «chi sono io per giudicare?»
Non era quello che era finito nel 2013 sulla copertina della rivista gay The Advocate come eterosessuale dell’anno?
Non è il papa che apre in continuazione ai trans, invitandone una camionata (letteralmente) a pranzo con lui?
Chiaro, è una notizia. Il papa si sposta a destra. Il papa torna a fare il papa. Francesco contro l’Opus Gay. Come no.
Una notizia incredibile, per tutti. Anche per noi. Ma proprio nel senso etimologico del termine, cioè non credibile.
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Sarebbe bello, innanzitutto, capire come le auguste labbra del pontefice abbiano pronunziato questa parola vagamente desueta: «frociaggine». Un lemma che viene da regioni della lingua italiana che non immaginiamo subito accessibili a Bergoglio (mentre ricordiamo le capacità glottologiche del polacco che attingeva dal vernacolo capitolino «aoh, semo romani»). Il termine, con le c e le g dolci, non è adattissimo agli ispanofoni, specie se di mezzo ci sta pure una doppia e pure una consonante per loro aspirata: che abbia detto «froziahine», o «frochagine», o «frochajine»…?
Non è nemmeno irrilevante saperlo. Perché ci siamo fatti una qualche idea di cosa stia accadendo.
Dagospia è un sito unico nel suo genere. Il suo fondatore Roberto D’Agostino racconta che agli inizi degli anni Duemila, alle varie feste romane, sentiva venir rivelate con naturalezza dai convitati storie pazzesche – scoop assoluti, buttati lì in tranquillità. Dice che si guardava intorno e non capiva perché i giornalisti presenti, che avevano sentito la notizia con lui, non corressero in rapidità in redazione per battere l’articolo.
Così, prese a farlo lui: e così, quello che non si può dire nelle agenzie stampa o sulle testate giornalistiche, cominciò a comparire, senza citare con chiarezza la fonte, su questo sito, sempre dietro una vaga ma invincibile maschera di gossip.
Facile capire cosa poi sarebbe successo: i giornalisti stessi, se hanno una notizia da dare ma per qualche ragione non si sentivano di farlo, possono trasmetterla a Dagospia, che, una volta pubblicata, la rende riferibile. Il giornalista può usare come fonte Dagospia, di cui egli stesso è, in realtà la fonte, a copertura, magari, delle fonti veri.
È una filiera geniale, infallibile. È anche un modo con cui si possono lanciare operazioni di spin. Ovvero, se volessi fare opera di riposizionamento di un personaggio o di un’istituzione, inizierei facendo filtrare così alcune «rivelazioni».
Abbiamo visto che, dopo la Fiducia Supplicans – il documento che apre le porte delle chiese all’omotransessualismo – la chiesa ha incontrato qualche problema (compreso un fulmine), e perfino dei veri e propri «pronunciamenti» da parte di tanto clero, in ispecie in Africa, il continente periferico che tanto dovrebbe stare a cuore al papa dei poveri, ma talmente dei poveri da aver preso l’anello piscatorio con l’inedito nome del Santo poverello di Assisi.
Ora, il cardinale Fernandez – anche lui uso alle malaparole, di recente – sta mandando avanti, come annunciato, tutta una serie di iniziative che avrebbero come obiettivo la critica alla teoria del gender.
Non solo: nell’intervista a 60 minutes Bergoglio, data ad aprile, Bergoglio ha ribadito il suo no alle donne-sacerdote e alle diaconesse, deludendo il pubblico delle TV dirette dall’establishment americano. (Certo, dopo aver detto che i vescovi conservatori sono «suicidi»)
Insomma, Bergoglio si sta riposizionando? Si sta «rifacendo una verginità» sulla questione LGBT?
Può essere, tuttavia la manovra, davvero, non è credibile. Perché sappiamo che la questione della «frociaggine» non è superficiale, nel papato del Bergoglio – e forse nemmeno nel suo conclave. La questione è, di fatto, strutturale al papato neocattolico e ai personaggi di cui Bergoglio si è servito.
Al contempo, mai sarà credibile qualcuno che oggi lamenta la quantità di omosessuali nei seminari: perché sappiamo che, anche qui, la faccenda è strutturale, con persone che dicono che vari seminari ammettono solo le persone con l’orientamento, e che ovunque, dopo il Concilio, se cominciassero a respingere i gay i seminari dovrebbero chiudere e basta.
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Andiamo con ordine.
Non possiamo credere a Bergoglio se ci rammentiamo che la frase «chi sono io per giudicare un gay» non riguardava gli omosessuali in generali, ma uno in particolare, di cui gli aveva chiesto conto, tornando a Roma in aereo dal Brasile, la giornalista Ilze Scamparini.
Torniamo con la mente a quel fatale 2013: il papato dell’argentino si aprì proprio con uno scandalo a carattere omosessuale. L’ineffabile vaticanista Sandro Magister scrisse un articolo di inchiesta che finì per dare il titolo alla copertina de L’Espresso: «Il prelato della Lobby gay». Svolgimento: storie degli scandali di un monsignore vicino a Bergoglio durante la sua carriera diplomatica, ad esempio quando era alla nunziatura apostolica in Uruguay.
Si trattava di monsignor Battista Ricca, che, scandalo a parte, aveva una funzione che non poteva essere molto distante dal pontefice: era direttore della Domus Sanctae Marthae, cioè Santa Marta, il luogo eletto come dimora del papa al posto degli appartamenti papali.
Non solo: nonostante le accuse, e l’attenzione portata sul caso dall’eco immane che ebbe quel «chi sono io per giudicare» (finito perfino nei film di supereroi della Marvel), monsignor Ricca poco dopo fu nominato nuovo prelato dello IOR, la mitica banca vaticana al centro di trame oscure come delle fantasie di certi giornalisti che, un tempo, potevano credere ai complotti e pure cercare di spiegarli.
Tuttavia il Ricca non è il caso più significativo. Molto più indicativo, a nostro pare, è il caso del cardinale Teodoro McCarrick. Di fatto plenipotenziario della chiesa in USA, le attività del porporato – che secondo i resoconti dei giornali comportavano peccati al di là dell’omosessualità – sono venute alla luce solo dopo inchieste finite su grandi quotidiani come il New York Times, che hanno dato voce alle vittime.
Sulla vicenda McCarrick ovviamente la voce da sentire è quella di monsignor Viganò, che, da nunzio apostolico a Washington aveva potuto comprendere la gravità della questione, di cui riferì al papa.
Riportiamo le parole dell’articolo che nel 2018 scrisse il vaticanista Aldo Maria Valli.
«L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: “Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!”».
Tenete a mente la Cina, perché sotto tornerà almeno un paio di volte.
Valli riporta la testimonianza di mons. Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
La storia prosegue con un secondo incontro, ancora più inquietante del primo.
«È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: “Il card. McCarrick com’è?”. Al che il nunzio risponde: “Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza”».
«Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick».
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McCarrick, che dalla capitale americana tesseva ogni connessione possibile con la politica, con il potere e perfino con lo sport, fu, ricordiamolo, sberrettato: e che un cardinale perdesse il titolo non capitava da un secolo. Era successo a mons. Louis Billot, unico del XX secolo a rinunciare alla dignità cardinalizia su forte pressione di Pio XI, che non amava la sua contiguità con l’Action Française, il movimento tradizionalista di Charles Maurras condannato dalla Santa Sede nel 1926. Qui siamo davvero da tutt’altra parte.
Un’investigazione di un sacerdote riportata dal giornale americano National Catholic Register parla della creazione da parte di McCarrick di una «”pipeline” omosessuale che incanalava i candidati latinoamericani vulnerabili in alcuni seminari statunitensi dove venivano sfruttati sessualmente, e successivamente ordinati come preti attivamente omosessuali in alcune diocesi americane». In pratica, da Paesi come Messico, Porto Rico, Costa Rica, Colombia, il sistema istituito dal cardinale avrebbe preso i candidati scartati per la loro omosessualità per inserirli nei seminari americani.
Altro che «troppa frociaggine». Lo vedete da voi: si parla di pipeline, di «tubatura». La questione omosessuale è per la chiesa strutturale, anzi, infrastrutturale. Ed è guidata da uomini vicinissimi al papa.
Poco sorprendentemente, la scorsa estate è stato giudicato «inadatto» ad affrontare un processo nei tribunali americani per gli abusi di cui è accusato.
Nel frattempo, tuttavia, vale la pena di ricordare quella che potrebbe essere una delle ramificazione più massive della questione McCarrick: il cardinale, che si beava davanti a Viganò della missione cinese impartitagli dal papa gesuita, ha agito come vero e proprio messo papale per l’attivazione delle relazioni con Pechino, processo che avrebbe portato al disastro dell’accordo sino-vaticano, un disastro che gronda ogni giorno delle lacrime e del sangue dei martiri della chiesa sotterranea, con desaparecidos e chiese distrutte – cioè la vera chiesa – cattolica.
Non è secondaria, a questo punto, la voce secondo cui monsignor McCarrick, quando era in Cina, dormisse in un seminario della chiesa patriottica cinese, cioè la copia di cartone del cattolicesimo imbastita dal governo del Dragone… i risultati abbiamo visto quali sono stati. Bergoglio si bea dei rapporti «molto rispettosi» col governo ultratotalitario (che ha ucciso, con gli aborti forzati, forse centinaia di milioni di bambini) e il portale mediatico della Santa Sede, in un comunicato in inglese dell’anno passato, si lascia scappare che le persecuzioni dei cristiani in Cina sarebbero «presunte». E ancora: vogliamo credere al controverso miliardario cinese Guo Wengui, ora rifugiato negli USA, che sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino»?
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Un altro personaggio interessante attorno a Bergoglio: lo conoscete padre James Martin? Ne abbiamo parlato: è gesuita, e si può ritenere il prete cattolico più filo-LGBT d’America (quindi, del mondo) quello promosso un’immagine tratta da una serie di opere blasfeme e omoerotiche che mostrano Gesù Cristo come omosessuale, esaltato le unioni civili tra persone dello stesso sesso e descritto vedere Dio come maschio come «dannoso». Tutto ciò, invece che cagionargli una sanzione da parte della gerarchia, lo ha fatto promuovere: è Bergoglio stesso che lo porta in palmo di mano, spendendosi in pubblici elogi per il più noto sacerdote filo-LGBT del mondo.
Lo scorso novembre Bergoglio aveva dapprima concesso un’udienza privata al Martin, per poi elogiarlo pubblicamente durante l’assemblea plenaria del Dicastero per le comunicazioni vaticane. Il gesuita filo-omofilo era stato quindi alle masse di ragazzi, tra musica techno sparata da sacerdoti DJ e pissidi Ikea, durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona.
Con la pubblicazione della Fiducia Supplicans, padre Martin non ha perso tempo: pochi giorni dopo aveva già impartito la sua prima «benedizione» di una coppia omosessuale a Nuova York dopo la pubblicazione del nuovo documento vaticano.
Nel 2022, il Martin aveva dichiarato in pratica che la dottrina del catechismo sull’omosessualità uccide, in quanto porterebbe taluni alla morte per suicidio. Il papa in risposta gli scrisse una lettera: «vi incoraggio a continuare a lavorare sulla cultura dell’incontro, che accorcia le distanze e ci arricchisce delle nostre differenze, come ha fatto Gesù, che si è fatto vicino a tutti».
Non che si tratti solo di personaggi che paiono essere dirette emanazioni del potere papale. Prendete la storia del mese scorso di suor Jeannune Gramick, una religiosa pro-LGBT: Bergoglio le ha detto che i transessuali «devono essere integrati nella società». L’ambasciata americana presso la Santa Sede deve aver capito l’antifona: ecco che ogni anno, nel mese di giugno – cioè i 30 e passa giorni di celebrazione dell’orgoglio gaio – viene issata fuori dalle finestre diplomatiche la bandiera arcobalenata, l’anno scorso pure in versione trans (sapete, con il trangolino rosa, blu, bianco, etc…)
Nel mucchio arcobaleno, mettiamoci pure i danari vaticani elargiti al film biografico su Elton John. E, soprattutto, non lasciamoci fuori Grindr.
Da Grindr, ripete da tempo Renovatio 21, potrebbe dipendere la strana mansuetudine con cui Roma tratta Pechino, in ispecie quando quest’ultima vìola spaventosamente gli accordi sino-vaticani, con il Partito Comunista Cinese che nomina i vescovi che vuole e li insedia dove meglio ritiene.
Grindr è la app di incontri – da cui discende Tinder e ogni altro epigono – dedicata ai soli gay. Si dice siano presenti vari consacrati (notoriamente, la quantità di omosessuali in Curia è secondo alcune analisi piuttosto alta), per un periodo finì nelle mani dei cinesi, che acquistarono la società.
Della pericolosità della situazione si rese subito conto l’amministrazione Trump, la quale chiese alla Cina di farla tornare in mano americana, perché i servizi USA paventavano che le informazioni contenute in quella app (tra cui alcune davvero delicate, ) mettessero a rischio la sicurezza nazionale: quante persone, nell’esercito e nella pubblica amministrazione, nel governo e nelle grandi aziende, potevano essere ricattate?
Cosa piuttosto incredibile, la Cina acconsentì, e l’applicazione dei festini omosessuali tornò di proprietà americana. È lecito pensare che qualche copia dei file i cinesi li abbiano tenuti. E quindi, che ci sia verso pezzi grossi della Curia da parte del Partito Comunista Cinese anche un possibile ricatto basato sui dati dell’app di Sodoma?
Questa storia della critica alla «frociaggine», capite, per noi è sempre più difficile da credere al di fuori della disperata, goffa trovata pubblicitaria.
Perché viviamo in un’epoca dove – è capitato in Emilia un paio di anni fa – un prete che annuncia di voler lasciare la tonaca deve specificare di essere eterosessuale. Proprio così: evidentemente bisogna pensare che la norma, nella chiesa attuale, sia l’omosessualità.
E quindi, i discorsi sui seminari pieni di «checche»… quanto sono credibili in una chiesa dove l’omosessualità è dilagata perfino – come dimostrano tutti questi casi – a livello della struttura, dell’infrastruttura stessa dell’istituzione?
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Credere ora al papa argentino e alla sua avversione per i preti omosessuali significa, per tutti coloro che hanno un po’ seguito la materia, cancellare dalla mente tutte quelle voci, che abbiamo visto godere pure di qualche testimonianza in alto nella gerarchia, su un ruolo della famosa «lobby gay» in Vaticano per l’elezione al Soglio di Bergoglio.
Ci rendiamo conto che è quello che, orwellianamente, si aspettano: con la mente satura e spaventata, intossicata dalle spike riformattabile a piacere, dobbiamo ora metterci in testa la storia del Bergoglio contrario ai gay e alla loro presenza nella neochiesa cattolica.
Purtroppo per lui, dobbiamo dire che non ci rammentiamo solo di McCarrick, ma anche di del presbitero cileno Karadima, del prete ciellino don Inzoli, della Casita de Dios. Di più: ci torna alla mente, di colpo, la celebrazione che papa Francesco fece di Don Milani, proprio nel momento in cui la sua figura era improvvisamente tacciata, sui giornali nazionali, di qualcosa di tremendo.
Qui però si va da altre parti. E per quelle cose non c’è nemmeno una parola bonaria e vagamente vezzeggiativa come «frociaggine». Da quelle parti c’è altro: c’è l’indicibile.
E l’indicibile, accusano in tanti, nella chiesa infiltrata da Satana e sempre di casa.
Roberto Dal Bosco
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Uomo arrestato per aver segato la bandiera LGBT davanti a una chiesa cattolica tedesca
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Hunter Biden: una «mafia cripto-omosessuale» controlla Washington: ricordando il «pagegate»
Il figlio dell’ex presidente Joe Biden sostiene che una «mafia gay nascosta», composta principalmente da repubblicani, gestisce il governo federale.
La conversazione tra Hunter Biden e Jennifer Welch, conduttrice del podcast I’ve Had It, è diventata sempre più bizzarra nel corso dell’intervista di un’ora. Hunter è, per qualche ragione, in grande spolvero mediatico, in ispecie fra i contenuti del lato politico opposto al suo: dapprima è apparso sul fluviale, e seguitissimo, podcast dell’ex soldato delle forze speciali Navy Seals Sean Ryan, molto frequentato dalla destra americana. Poi si è mostrato nel podcasto di Candace Owens, dando vita ad una conversazioni a tratti convincente e persino struggente. A breve si attende il rilascio di una discussione con il giovanissimo leader indiscusso della destra groyper (cioè, su internet apertamente americanista, razzista ed antisemita – quantomento a parole) Nick Fuentes.
Su sollecitazione della intervistatrice, dopo una breve discussione sul suo famigerato PC portatile, Biden jr. ha indicato i tre «PC portatili MAGA» che vorrebbe esaminare.
«Credo che il problema più grande in America, a Washington, DC, con il governo federale non sia l’oligarchia», ha detto Biden. «È la ‘”closetocracy” [traducibile come “il potere dei cripto-omosessuali”, ndr], come la chiamo io».
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«Parlo sul serio. Posso fare una lista», ha detto Biden. «Non so se queste affermazioni siano vere, ma cominciamo con [il senatore repubblicano] Josh Hawley». L’intervistatrice ha quindi mostrato una foto di Hawley che attraversava un campo da football con il kicker dei Kansas City Chiefs, Harrison Butker, e ha commentato: «Sembra la foto di un fidanzamento gay». «Questi due non pensano alle donne», ha aggiunto la Welch. Butker è un devoto cattolico, marito e padre, nonché oppositore delle restrizioni COVID. I goscisti USA lo hanno a lungo preso di mira perché è un convinto sostenitore della vita e della famiglia e perché partecipa regolarmente alla messa tradizionale in latino.
Hunter ha poi citato il senatore Ted Cruz, suggerendo che emana vibrazioni «perverse». «Potrebbe essere gay. Potrebbe non esserlo», ha detto Biden, «e potrebbe anche coinvolgere gli animali» ha aggiunto oscuramente.
L’ex figlio del presidente ha poi criticato il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Johnson, per aver utilizzato app che impediscono la visione di materiale pornografico sui dispositivi elettronici della sua famiglia.
La sua ospite ha detto che il soprannome che usa per lo Speaker è «Piccolo Mosè Mike Grindr Johnson». Come noto ai lettori di Renovatio 21, Grindr è l’app per gli incontri gay in grado di incastrare tantissime figure politiche e religiose, come successo in Italia e crediamo pure in Vaticano. Curiosamente, l’app, che Trump chiese ai cinesi che l’avevano comprata di essere restituita agli USA (e i cinesi, magari forti di qualche hard disco riempito, assentirono), ha tenuto una festa alla Casa Bianca proprio di recente.
Biden jr. ha affermato di aver trascorso gran parte della sua vita a contatto con i politici di Washington. «Tutti sanno che a Washington, DC, esiste questa mafia gay nascosta, in gran parte repubblicana, e tutti conoscono ognuno di loro che è gay», ha detto Biden.
«Lo so per certo e non sto scherzando», ha aggiunto. «Lo sanno tutti a Washington. Tutti sanno chi sono. Tutti», ha ribadito più volte, aggiungendo: «Per quanto riguarda Lindsey Graham, tutti sanno che Lindsey Graham era gay».
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Il senatore Graham, probabilmente il massimo falco per le guerre USA all’estero, era stato a lungo chiacchierato per supposte tendenze celate all’opinione pubblica.
In molti hanno speculato sulla lealtà assoluta che Graham aveva, più che verso i suoi elettori nella Carolina del Sud, di cui parlava poco, verso Kiev e Tel Aviv, ipotizzando che alla base vi sia un qualche ricatto di natura sessuale.
Nel 2020 un attore pornografico omosessuale, Sean Harding, accusò un senatore di iniziali LG di aver impiegato «ogni prostituto di mia conoscenza». Come riporta il Washington Post, «l’hashtag #LadyGraham è esploso sui social (…) l’hashtag, insieme alla forma abbreviata “Lady G”, si riferisce presumibilmente al soprannome di Graham tra i lavoratori del sesso maschile».
La conduttrice TV Chelsea Handler si è quindi riferita al senatore come ad un omosessuale non dichiarato. Graham è considerato dal mondo omosessualista di aver passato legislazioni «omofobiche». Il Graham non si è mai sposato ma di recente aveva detto, non si sa con quanta ironia, che poteva anche accadere
Insinuazioni sul legame della presunta omosessualità celata e la sete di sangue sono stati fatti ripetutamente dal giornalista Tucker Carlson, che lo accusava pure di disprezzare neanche tanto segretamente Trump, pur essendone alfiere zelota.
La questione gli era stata rinfacciata personalmente da un giornalista che aveva cercato di intercettarlo a Washington: «Senatore, perché non ammette semplicemente di essere gay così non la ricattano più)».
“Hey Lindsey, why don’t you just admit that you’re gay, and then people won’t blackmail you anymore?”
– Patrick Howley @HowleyReporter to Lindsey Graham pic.twitter.com/sVs8nqd0xs— Molly Ploofkins (@Mollyploofkins) January 29, 2026
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In una bizzarrissima scena di qualche mese fa, il senatore, nel mezzo di una crisi politica nazionale ed internazionale, fu ripreso nel parco di divertimenti floridiano Disney World, con in mano una bacchetta magica. La cosa fece sghignazzare moltissimi, perché nel gergo americano «fairy» («fata») è un termine semidispregiativo, forse un po’ desueto, per definire gli omosessuali.
L’intervistatrice goscista ha persino tirato in ballo il nome del giudice conservatore della Corte Suprema Samuel Alito, insinuando che la forza trainante del «nazionalismo cristiano» sia il desiderio degli uomini MAGA di «cancellare la propria omosessualità» – il tropo più classico e superficiale della propaganda LGBT, quella di accusare tutti di «omosessualità repressa».
La conduttrice Welch ha citato Steve Schmidt, ex collaboratore di George W. Bush, il quale ha affermato che «il 90% degli uomini repubblicani che lavoravano alla Casa Bianca quando lui era gay». Qualche ragione, tuttavia, qui vi potrebbe essere, specie se, come Renovatio 21, si ha la memoria che arriva fino a rimembrare il cosiddetto «pagegate».
Il pagegate fu lo scandalo, esploso nel 2006, che coinvolse il repubblicano Mark Foley, deputato della Florida. Emerse che aveva inviato e-mail e messaggi a sfondo sessuale a giovani page («paggi», assistenti adolescenti del Congresso a Washington), resi pubblici da Washington Post. Foley si dimise il 29 settembre, dichiarandosi alcolista e poi ammettendo di essere gay. Emerse che almeno dal 2005 i leader repubblicani della Camera (tra cui il Speaker Dennis Hastert) erano a conoscenza di comportamenti inappropriati, ma avevano gestito la questione in modo opaco, limitandosi a un monito interno.
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L’affaire del pagegate colpì duramente i repubblicani, già in difficoltà, e contribuì alla loro sconfitta alle elezioni midterm di novembre, con la perdita della maggioranza alla Camera. La vicenda travolse la leadership del Grand Old Party: il presidente della Camera Dennis Hastert dichiarò pubblicamente di assumersi la responsabilità, mentre la commissione etica della Camera approvò dozzine di citazioni per testimoni e documenti. Alcuni funzionari erano stati informati della condotta di Foley anni prima ma non intervennero.
L’inchiesta interna della Camera e le indagini dell’FBI non portarono a accuse penali, ma la ferita politica fu enorme: i democratici usarono lo scandalo per accusare i repubblicani di ipocrisia e di aver privilegiato la protezione del partito rispetto alla tutela dei giovani. Il caso contribuì in modo significativo alla sconfitta del GOP, che perse la maggioranza alla Camera dopo 12 anni.
Secondo voci, il giro dei repubblicani pedofili poteva godere un tempo di assoluta copertura, addirittura si narra che l’istituto psichiatrico dell’Ospedale di Washington possedesse una unità specifica per trattare i casi dei minorenni e delle minorenni abusati e sconvolti. Un po’ come una certa clinica che, in una città dell’Alta Italia, secondo la leggenda metropolitana seguirebbe subitaneamente ogni «problema» (tipo: overdose) di certi rampolli, anche se certe cronache sembrano indicare che non sempre tale misterico ente sia chiamato per tempo.
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Immagine screenshot da Twitter
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Arrestato omosessuale che minacciava di sparare in una scuola cattolica, uccidere bambini e «qualche suora» per divertimento”.
USA 🇺🇸
Police have apprehended a 32 year old man who was planning to carry out a mass shooting at a Catholic school in Nebraska He said he wanted to kill ‘children and a few nuns for (expletive) funsies’ pic.twitter.com/b5JoI9aOsn — Catholic Arena (@CatholicArena) July 18, 2026
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