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Operatrice UNICEF uccisa nella Repubblica Democratica del Congo

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Karine Buisset, cittadina francese impiegata presso il Fondo internazionale di emergenza per l’infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF), è stata uccisa mercoledì in un attacco con drone nella città di Goma, come confermato lo stesso giorno dal governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC).

 

Le autorità hanno espresso cordoglio per la morte di almeno tre persone, tra cui Buisset.

 

Il governo «esprime le sue più sincere condoglianze alla famiglia, ai suoi cari, al governo della Repubblica francese e all’intera comunità umanitaria», ha dichiarato il ministero della Comunicazione e dei Media della Repubblica Democratica del Congo in un comunicato ufficiale.

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La città di Goma si trova sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dall’inizio del 2025, quando il movimento ha conquistato il capoluogo provinciale nel quadro di un’offensiva più ampia nella provincia del Nord Kivu. In una dichiarazione relativa agli attacchi con droni, l’M23 ha sostenuto che l’azione sia stata condotta dall’esercito congolese, accusando le forze governative di aver colpito zone densamente popolate della città sotto il loro controllo – accusa respinta da Kinshasa.

 

Le esplosioni, verificatesi all’alba, hanno provocato anche «ingenti danni materiali», secondo quanto riportato nel comunicato ufficiale. Le autorità hanno precisato che le circostanze e l’origine delle esplosioni, in particolare nelle zone occupate dai gruppi armati, sono oggetto di indagine.

 

Kinshasa ha ribadito che la sicurezza degli operatori umanitari potrà essere garantita solo con il ritiro delle truppe ruandesi e dei combattenti dell’M23 dal territorio congolese e con il pieno ripristino dell’autorità statale su tutto il Paese.

 

Lo Stato africano continua a confrontarsi con una persistente instabilità, dal momento che il gruppo ribelle M23 mantiene il controllo su alcune aree della regione, alimentando scontri continui e una grave crisi umanitaria.

 

Come riportato da Renovatio 21, recentemente le autorità della RDC orientale hanno rinvenuto fosse comuni contenenti almeno 172 corpi nei dintorni della città di Uvira, dopo il ritiro del gruppo ribelle M23, formato precipuamente da vatussi, che aveva occupato temporaneamente la zona alla fine del 2025. La scoperta è avvenuta pochi giorni dopo l’uccisione del portavoce militare dell’M23, Willy Ngoma, in un attacco con droni attribuito presumibilmente all’esercito congolese nel vicino Nord Kivu.

 

Il Movimento 23 marzo (M23) è un gruppo ribelle armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle province del Nord e Sud Kivu. È composto principalmente da tutsi (cioè vatussi) congolesi e prende il nome dall’accordo di pace del 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), accordo che il M23 accusò di essere stato violato.

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Secondo le Nazioni Unite, il conflitto nell’Est del Congo ha generato una delle peggiori crisi umanitarie a livello globale, causando lo sfollamento di milioni di persone.

 

L’ideologia ufficiale del M23 si basa sulla difesa dei diritti dei tutsi congolesi (Banyamulenge e altri gruppi), trattati come «stranieri» e minacciati da milizie hutu (FDLR, eredi dei genocidari ruandesi del 1994). Denuncia corruzione governativa, discriminazione etnica e mancata integrazione. In pratica, è considerato da molti un proxy ruandese, ora retto dai vatussi di Paul Kagame), sia per motivi di sicurezza (contro il FDLR) e pure economici (controllo dell’estrazione del coltan, dell’oro e altre miniere). Vari accusano M23 di etnonazionalismo tutsi e di alimentare un ciclo di violenza etnica legato al genocidio ruandese del 1994.

 

Come riportato da Renovatio 21, oltre 40 cristiani sono stati massacrati in un attacco terroristico contro una chiesa in Congo lo scorso mese perpetrato dalle Forze Democratiche Alleate (ADF) affiliate all’ISIS. I vescovi congolesi hanno condannato l’assenza di risposta alla strage.

 

Come riportato da Renovatio 21, alcune voci hanno accusato il Ruanda di essere dietro l’assassinio nel 2021 dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio.

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Immagine di MONUSCO Photos via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Tentativo di immolazione incendiaria in Isvizzera: sei morti nel rogo dell’autobus

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Sei persone sono morte e altre cinque sono rimaste ferite nell’incendio di un autobus nella Svizzera occidentale. La polizia considera possibile che l’incendio sia stato doloso. Lo riporta la stampa elvetica, che cita la polizia cantonale di Friburgo.   Martedì, a Kerzers, nel Canton Friburgo, un incendio è divampato su un autobus postale regionale, distruggendo completamente il veicolo.   Il portavoce della polizia Frederic Papaux ha dichiarato ai giornalisti che gli investigatori stanno verificando se l’incendio sia derivato da un «atto volontario». «In questa fase, abbiamo elementi che suggeriscono un atto deliberato da parte di una persona che si trovava all’interno dell’autobus», ha affermato Frederic Papaux, portavoce della polizia di Friburgo.  

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Un altro portavoce della polizia ha riferito che le autorità hanno ricevuto segnalazioni secondo cui una persona potrebbe essersi cosparsa di benzina e essersi data fuoco, sebbene i funzionari abbiano precisato che tale circostanza non è ancora confermata.   Il media svizzero 20 Minutes ha riportato di aver acquisito un video girato sul luogo, in cui una persona ferita avrebbe dichiarato: «Un uomo si è dato fuoco. Si è cosparso di benzina e poi si è dato fuoco».   Ambulanze ed elicotteri hanno trasferito in ospedale diverse vittime con ferite gravi, mentre altre sono state medicate sul posto.   Le autorità hanno precisato che l’autobus era gestito da AutoPostale, un servizio di trasporto regionale collegato al sistema postale nazionale svizzero.   La polizia ha indicato che le circostanze dell’incendio sono tuttora oggetto di indagine. Gli inquirenti si sono inoltre astenuti dal commentare eventuali collegamenti con il terrorismo, sottolineando che è troppo presto per stabilire il movente.   Tutte le vittime dell’incendio dell’autobus a Kerzers sono state formalmente identificate, ha annunciato la polizia mercoledì sera, riporta la televisione svizzera RSI. Tra le vittime figura anche il presunto responsabile dell’atto incendiario. Si tratta di un uomo svizzero di 65 anni residente nel Canton Berna. Anche l’autista dell’autobus, un uomo di 63 anni di origine portoghese, è deceduto nell’incendio. Le altre vittime sono due donne, di 25 e 39 anni, e due uomini, di 16 e 29 anni, tutti cittadini svizzeri residenti nella regione.   Sono stati identificati anche i feriti. Si tratta di due uomini, di 34 e 61 anni, e due donne, di 27 e 56 anni, tutti cittadini svizzeri, e di un uomo di 32 anni originario del Kosovo. Due persone, la donna di 56 anni e l’uomo di 34 anni, risultano ancora ricoverate in ospedale. Tutte le vittime risiedono nella regione.  

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Trump suggerisce che l’Iran abbia colpito una scuola femminile con un Tomahawk statunitense

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avanzato l’ipotesi che l’Iran potesse aver lanciato l’attacco mortale contro una scuola femminile nella città meridionale di Minab impiegando un missile da crociera Tomahawk, un sistema d’arma utilizzato esclusivamente dagli Stati Uniti nell’attuale conflitto.

 

L’attacco del 28 febbraio alla scuola elementare di Shajareh Tayyebeh ha causato la morte di oltre 160 persone, in gran parte bambine tra i 7 e i 12 anni, configurandosi come l’episodio più letale della campagna militare israelo-americana in corso contro l’Iran. La scuola si trova accanto a una struttura del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran), che era l’obiettivo principale della stessa ondata di attacchi.

 

Video geolocalizzati dai media sembrano mostrare un missile Tomahawk che colpisce il complesso navale adiacente alla scuola. Interrogato dai giornalisti sulla possibilità che Washington assumesse la responsabilità, Trump ha invece suggerito che il missile potesse essere stato lanciato dall’Iran o da «qualcun altro».

 


«Beh, non l’ho visto», ha dichiarato Trump. «E devo dire che il Tomahawk, che è una delle armi più potenti in circolazione… è venduto e utilizzato da altri Paesi, lo sapete. E che si tratti dell’Iran, che ha anche alcuni Tomahawk, vorrebbe averne di più. Ma che si tratti dell’Iran o di qualcun altro… il fatto che un Tomahawk sia molto generico, viene venduto ad altri Paesi, ma la questione è attualmente oggetto di indagine».

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Trump non ha fornito alcuna prova del fatto che l’Iran disponga di missili Tomahawk o dei sistemi necessari per lanciarli. Questo missile da crociera a lungo raggio – capace di percorrere 1.600 chilometri a bassa quota per sfuggire alle difese aeree – è prodotto dalla Raytheon ed è impiegato principalmente dalla Marina statunitense a partire da navi da guerra e sottomarini. Solo un ristretto numero di alleati degli Stati Uniti, tra cui Gran Bretagna e Australia, gestisce il sistema; Paesi Bassi e Giappone stanno procedendo all’acquisizione.

 

Soltanto pochi giorni prima, Trump aveva accusato direttamente Teheran di aver distrutto la scuola con le proprie armi «molto imprecise».

 

Lunedì, nuovamente pressato sull’argomento, Trump ha ammesso di non possedere informazioni sufficienti sull’incidente e ha affermato che avrebbe accettato gli esiti delle indagini in corso.

 

«Mi è stato detto che è una questione sotto inchiesta… ma i Tomahawk vengono usati anche da altri», ha insistito.

 

Il Pentagono ha fatto sapere che l’episodio è oggetto di revisione. Funzionari citati da resoconti dei media statunitensi hanno ipotizzato che la scuola possa essere stata colpita per errore, forse a causa di informazioni di intelligence superate o di imprecisioni nel puntamento.

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Gli USA dietro l’attacco alla scuola iraniana

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Le forze americane sono probabilmente responsabili del bombardamento di una scuola elementare nella città di Minab, nel sud dell’Iran, in cui sono morti almeno 168 bambini, oltre a insegnanti e personale. Lo scrive il New York Times in un’analisi pubblicata giovedì.   L’attacco del 28 febbraio alla scuola femminile di Shajarah Tayyebeh è avvenuto il primo giorno dell’attacco ingiustificato di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha causato la morte della Guida Suprema, l’aitollà Ali Khamenei, di diversi alti comandanti iraniani e di centinaia di civili. Gli attacchi continuano ancora oggi.   Nella sua analisi, basata su immagini satellitari appena pubblicate, post verificati sui social media e video geolocalizzati, il NYT ha concluso che la scuola è stata colpita da attacchi di precisione contemporaneamente a molteplici attacchi da parte delle forze statunitensi su una base navale adiacente appartenente al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) dell’Iran.

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Le immagini storiche mostrano che l’edificio scolastico è stato separato dal complesso militare nel 2016 e presentava chiari tratti distintivi di una struttura educativa civile, tra cui un campo sportivo e murales per bambini.   Wes J. Bryant, ex esperto di attacchi mirati dell’aeronautica militare statunitense, ha dichiarato al NYT che gli attacchi sono stati «colpi perfetti», suggerendo che la scuola è stata colpita da un «errore di identificazione del bersaglio» o da informazioni di Intelligence obsolete.   La BBC ha pubblicato un’analisi simile giovedì, osservando che le immagini satellitari suggeriscono che la scuola è stata colpita più volte, a giudicare dai segni di bruciature intorno all’edificio, e che la stretta vicinanza dei siti di impatto tra la base pasdarana e la scuola suggerisce che «è stato intenzionale colpire la zona».   La Casa Bianca e il Pentagono hanno offerto risposte evasive, con la portavoce Karoline Leavitt che mercoledì ha dichiarato ai giornalisti che «il Dipartimento della Guerra sta indagando sulla questione». Il Ssegretario alla Guerra Pete Hegseth ha insistito sul fatto che le forze statunitensi «non prendono mai di mira obiettivi civili».   Martedì, migliaia di persone si sono radunate a Minab per il funerale di massa. Le immagini mostravano file e file di piccole tombe poco profonde e bare avvolte in bandiere iraniane che passavano tra la folla in lutto. Un padre presente sul posto ha accusato «l’America criminale» e Israele di essere «assassini di bambini».   L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto un’indagine, definendo l’attacco un esempio dell’«insensatezza e della crudeltà di questo conflitto». L’UNESCO ha dichiarato che «l’uccisione di studenti» costituisce una «grave violazione» del diritto internazionale umanitario.   L’incidente di Minab non è la prima atrocità commessa dagli Stati Uniti contro l’Iran. Nel 1988, durante la guerra Iran-Iraq, l’incrociatore della Marina statunitense USS Vincennes abbatté l’aereo di linea civile Iran Air Flight 655, uccidendo tutte le 290 persone a bordo. Washington in seguito espresse «profondo rammarico» e pagò un risarcimento, ma non si è mai formalmente scusata per l’incidente.

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