Misteri
Omicidi e massacri: la costante della «figura incongrua»
È difficile per chiunque tenere a mente la quantità di cronaca nera inflittaci nel corso della nostra vita. Omicidi, massacri, fatti di sangue caricati e rilanciati costantemente da giornali e TV sulla psiche del cittadino indifeso, cui in pochissimi casi (la percentuale dei morbosi) interessa davvero l’accaduto, ma che è comunque tenuto a sottomettere la mente a continue storie di morte e violenza.
Se il lettore tenta di fare una piccola anamnesi, scoprirà che la quantità di omicidi a cui è stato ossessivamente esposto è imbarazzante, al punto che c’è da sospettare che ciò non sia parte di un piano di gestione della popolazione tramite traumi e microtraumi psicologici.
Dalle misteriose morti in famiglia, ai delitti passionali, ai serial killer, agli enigmi assassini irrisolti è possibile tuttavia estrarre dei pattern, non solo per la dinamica dell’accaduto (quello dovrebbe essere il lavoro dei cosiddetti profiler, gli esperti delle menti criminali che nonostante film e serie TV sembrano sempre più fallibili ed impotenti) ma soprattutto riguardo al modo in cui queste storie vengono presentate al pubblico – in una parola, la narrazione intorno all’omicidio.
In questo breve scritto non intendiamo in alcun modo mettere in discussione la verità giuridica stabilita nei tribunali, cosa che non sappiamo nemmeno se sia legale fare. Vogliamo invece cercare delle costanti nello sviluppo pubblico, narrativo, dei grandi casi di cronaca nera che hanno segnato il panorama cognitivo del Paese.
Innanzitutto, la cosiddetta «pista satanica». In una quantità di omicidi senza immediata spiegazione, subito partono speculazioni – non si sa dei giornalisti o delle loro fonti delle Forze dell’Ordine, o di tutt’e due – sulla possibilità che una setta diabolica abbia commesso l’atrocità, sottintendendo, senza tuttavia mai esprimere veramente il pensiero e spiegarlo, il sacrificio umano.
Tuttavia, la «pista satanica» viene in genere mollata dopo pochi giorni (esattamente come abbiamo visto nel caso dei feti in barattolo disseminati per le campagne italiane, storia di cui si occupa con persistenza praticamente solo Renovatio 21), per poi non apparire più per il resto del caso, che di solito prosegue con un estenuante gioco del «chi è stato?» tra famigli e conoscenti, con altarini di ogni sorta che vengono portati alla luce per la gioia di pettegole e morbosi vari.
Un secondo pattern che in tanti casi emerge è quello dei complici. Anche qui, se ne parla nei primi articoli sulla vicenda, con l’interesse riguardo al mistero che cresce nel lettore (quanti erano? Perché lo hanno fatto?) dopodiché anche qui il discorso tende a sparire. Oltre un certo punto, le autorità dello Stato, e i giornalisti che da esse dipendono per le imbeccate, non accetteranno mai più di mettere in dubbio la versione per cui hanno preso il colpevole che ha agito da solo, e stop.
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Un esempio lampante di quanto scriviamo è il caso di Son of Sam, l’assassino seriale che sconvolse Nuova York negli anni Settanta. Fu catturato, e condannato – tra encomi solenni a tutti i poliziotti possibili – un ragazzo sovrappeso, un tizio strano dall’aspetto ingenuo, David Berkowitz, che si dichiarò colpevole. Un giornalista indipendente che viveva in uno dei quartieri interessati dagli apparentemente casuali massacri di Son of Sam (così si era definito l’assassino in una lettera ad un giornale prima di essere preso), Terry Maury (1946-2015), cominciò a studiare il caso trovando prove sempre più consistenti che non si trattava del solo Berkowitz, ma di un gruppo di persone – sì, una setta satanica – con probabili agganci con altre sette e perfino con l’esercito degli Stati Uniti (da cui forse veniva il nome Son of Sam: erano gli anni appena dopo il Vietnam, dove quantità di soldati americani tornavano dall’Indocina psicopatici).
Maury, che scrisse il libro Ultimate Evil (il primo dove viene enunciato con una certa chiarezza che i serial killer dispongono di una sorta di network in cui si parlano e si interfacciano con altri soggetti), arrivò a far confessare Berkowitz in carcere il fatto che aveva dei complici e si trattava di un gruppo esoterico uso a sacrificare cani ed esseri umani.
Quel che rileva è la guerra che gli fece il Dipartimento di Polizia di Nuova York, che mai e poi mai avrebbe voluto riaprire il caso, e di fatto non ciò non è avvenuto. Detective e agenti arrivavano perfino a chiamare nelle trasmissioni dove era ospite il Maury per insultarlo in diretta, il tutto mentre perfino alcuni sopravvissuti agli omicidi di Son of Sam cominciavano a dubitare del fatto che Berkowitz fosse davvero il killer. (Questa storia è magistralmente raccontata nella serie documentaria Sons of Sam, su Netflix)
Quindi: oltre un certo punto, nei grandi massacri della nostra vita, spariscono i complici.
La terza costante, più centrale nel discorso che vogliamo qui fare, è quello dell’accusato principale che inizialmente poteva sembrare al pubblico come una «figura incongrua» , con personalità non immediatamente collocabile, nel pensiero del cittadino, nel quadro di violenza del fatto in oggetto.
Usiamo l’espressione figura «incongrua», ma si potrebbero usare altre parole. Sono quei personaggi sul cui candore avresti giurato, magari percependo dei modi sempliciotti; oppure sono quegli individui dapprima estranei alle dinamiche dell’episodio di sangue, oppure che sono strani, strani e basta, e si pensava che nella storia di morte fossero solo di contorno.
Sono quelli di cui all’inizio non ti facevano dubitare, perché non sembravano maliziosi, né sembravano dei geni del male, o dei geni in generale.
Esistono parole, nella lingua comune, per definire le persone così, ma qui non le useremo, per rispetto di tutti: nei bar d’Italia siamo sicuri che qualcuno, quantomeno nel primo momento, invece esprimesse il concetto.
Prendiamo l’omicidio di Garlasco (luglio 2007), la morte di una giovane ragazza in casa sua. Dopo poco l’attenzione di indagini e media (il connubio è indissolubile, facile capire perché) si concentra su l’ex fidanzato della ragazza, 24enne studente di economia. Non discutiamo la sentenza finale del 2015, che condannava a 16 anni il ragazzo pur senza fornire un chiaro movente. Quel che ci interessa sottolineare è quanto la figura dell’accusato non collimasse subito con la percezione popolare: ma come, pensavano i benpensanti, un ragazzo così, uno che sembra per bene, un universitario? Fiumi di inchiostro e infinite trasmissioni TV – con Vespa che portò in studio una copia della famosa bicicletta che doveva provare la colpevolezza – convinsero la popolazione, ma non tutta: anni fa discorsi (al bar, ovviamente) di conoscenti pavesi mi fecero capire che sul territorio circolano teorie assai diverse.
Un anno prima, ci fu il clamore per la cosiddetta «strage di Erba» (dicembre 2006). Morirono una madre con il figlio piccolo, la nonna, una vicina, mentre un altro vicino, marito di quest’ultima, si salvò grazie ad una malformazione congenita della carotide che gli impedì di morire dissanguato. Le indagini inizialmente si concentrarono sul tunisino padre del bambino. La stampa scrisse che avrebbe avuto precedenti per spaccio e sarebbe uscito dal carcere grazie all’indulto 2006, tuttavia si trovava in Tunisia, quindi qualcuno cominciò a ipotizzare di un possibile regolamento di conti contro l’uomo.
Tuttavia, a sorpresa, compaiono in scena i vicini, Rosa e Olindo. A guardarli, non sembrano spietati assassini – paiono a pelle «figure incongrue» rispetto al lavoro diabolico di una strage, sembrano, come dire, «persone semplici». In via separata, davanti ai magistrati dichiararono di essere colpevoli, però ciascuno addossandosi l’intera responsabilità dell’eccidio. Quattro anni fa, il tunisino dichiara di sapere chi è stato, dicendo quindi di ritenere innocenti i coniugi di Erba. Trasmissioni di giornalismo inchiesta in questi mesi hanno tentato di riaprire il caso, che parrebbe essersi rimesso in movimento.
La strage di Erba, notiamo, ebbe un potente effetto politico-mediatico: in reazione alla stampa che dapprima sbatté il tunisino in prima pagina, si creò la cosiddetta Carta di Roma, cioè «Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti» dei giornalisti italiani, che sono tenuti a scrivere degli immigrati in un determinato modo — ne abbiamo discusso in passato, come quando notammo la strana indeterminatezza degli articoli sugli studenti della Bocconi aggrediti al vicino Parco Ravizza. Ma chi assaltava i bocconiani? Perché? Ma erano bocconiani o bocconiane? Sono domande per le quali, leggendo gli articoli, non sappiamo dare risposta.
Dal 2016, i termini della Carta di Roma vengono inglobati nel «Testo unico dei doveri del giornalista», il documento deontologico dell’ordine. L’Associazione Carta di Roma, creata per diffondere il protocollo per gli immigrati, ha ricevuto il sostegno della Open Society di Soros, oltre che dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e dell’8 per mille della Chiesa Valdese.
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L’assassinio di Meredith Kercher (novembre 2007) ebbe un colpo di scena specifico che nessuno dal pubblico aveva visto arrivare. Mentre il mondo, e gli inquirenti, si concentravano sulla figura della compagna di appartamento Amanda Knox, lei fa il nome di un ragazzo nero, il padrone di un bar di Perugia, città dell’università per stranieri, che si chiama esattamente come l’università per stranieri di Mosca (dettaglio che c’entra poco, ma avevamo voglia di scriverlo). Solo che il congolese Patrick Lumumba non c’entra nulla, ha un alibi confermato. Ecco che però, ex nihilo, emerge un altro ragazzo nero, che viene trovato mentre fugge in Germania (anche lui), e quindi condannato con rito abbreviato per l’omicidio della ragazza inglese.
Questo nuovo personaggio dell’Halloween maledetto di Perugia spiazzò molti: avevamo imparato a conoscere i volti degli accusati, l’opinione pubblica si stava formando delle sue idee (che, in questo caso, spesso sono rimaste intatte, in Italia e in Gran Bretagna, anche dopo le sentenze) quando ecco che compare questo ragazzo, nero come l’innocente tirato in balla in precedenza, conosciuto in zona per la sua turbolenza ma non per violenze efferate.
Il racconto da lì si fa, quantomeno per chi scrive, confuso: più processi, più imputati, interventi da Superpotenze straniere (Hillary Clinton che interviene pro-Amanda), folle che si radunano in piazza per la condanna della ragazza, poi liberata.
Il giovane condannato, chiamato per un certo periodo «il quarto uomo» sui giornali per poi divenire «terzo uomo», veniva da una famiglia ivoriana con padre poligamo, e secondo quanto si legge in rete sarebbe sonnambulo. In precedenza era stato condannato per due furti ed era stato sorpreso pochi giorni prima della morte di Meredith dentro una scuola materna a Milano. Non è una figura esattamente definibile come candida: le cronache riportano che sta avendo problemi ora perché una fidanzata, che non si era accorta di chi si stava innamorando, lo ha denunziato. Tuttavia alcuni si impressionarono all’epoca per come la sua figura negli sviluppi del caso fosse saltata fuori dal nulla, eliminando, o modificando, altre piste.
Il delitto di Avetrana (agosto 2010), dove morì una 15enne, è un’altra pagina mostruosa delle cronache nazionali in cui ad un certo punto una figura inconseguente si è presa, per un lasso di tempo, la scena: lo zio, agricoltore ex emigrato in Germania, dapprima confessa l’omicidio, poi ritratta, mentre montavano le accuse verso la moglie e la figlia.
L’omicidio di Yara Gambirasio (novembre 2010) – risoltosi con una condanna definitiva all’ergastolo, che non vogliamo mettere in dubbio in nessun modo – pure vide sorgere, un po’ d’improvviso, la figura di un muratore, che lì per lì non sembrava al pubblico il classico mostro (ma è quello il segreto, sembra che ci dicano: i mostri sono normalissimi, sono i normali ad essere mostri, magari quindi lo siete anche voi).
Anche qui, non tutta la popolazione si convinse della colpevolezza dell’arrestato, neanche dopo le condanne. Chi scrive ricorda anni fa che circolavano in rete video incredibili dove, con forte accento lombardo, venivano indicate altre piste che scagionavano l’arrestato. Non siamo stati in grado di ritrovarli, forse sono stati rimossi.
Il caso Gambirasio, aggiungiamo, fu importante perché comportò il primo caso di screening genetico massivo stile Gattaca per trovare l’assassino: schedate biologicamente 25.700 persone con test del DNA, è così che si arrivò all’uomo, peraltro rivelando al mondo nel processo alcuni segreti di famiglia – si tratta, lo sappiamo, del presente e del futuro delle indagini criminali, che in America ora si svolgono grazie alla genomica di consumo tipo 23andMe che rende possibile, ma non sappiamo quanto legale, risalire a sospetti per delitti vecchi anche di 50 anni.
Rimane il fatto che il sospetto assassino stupiva alcuni: sembrava, davvero, solo un muratore, un padre di famiglia che con i vicini parlava della Prima Comunione delle figlie… Anche qui, la figura apparentemente incongruente appare facendo sparire sincronicamente ogni altra pista, complici etc.
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Osiamo andare oltre, avventurandoci, con paura, nella storia più mostruosa della cronaca nera italiana, cioè appunto il Mostro di Firenze. Trattiamo il tema con delicatezza, perché sappiamo che, da persone curiose, potremmo venirne risucchiati: ti morde la tarantola e poi non pensi ad altro per il resto della tua vita – è successo a tanti, come al summenzionato Terry Maury o al vignettista del film Zodiac, e le orde di mostrologi in Italia non si contano.
Ebbene, nel caso più eclatante di assassinii seriali della storia nazionale – un caso, ricordiamo, tutt’ora irrisolto, al punto che qui la «pista satanica» ad una certa è pure tornata in circolo su giornali e carte legali – quello che ad un certo punto ci offrirono, con tanto di telecamere della TV in tribunale, furono una collezioni di personaggi che più «incongrui» era impossibile: i mitici «compagni di merende».
È difficile, anche se in fondo neanche qui impossibile, mettere insieme nel proprio pensiero sacrifici e squartamenti di coppie perpetrati nelle notti di novilunio con quei personaggi, le cui deposizioni sono divenute, nel tempo, quasi delle clip comiche, che la gente si riguarda per generare qualche momento di ilarità.
Pensiamo soprattutto al mitico spezzone del Vanni in tribunale. «Non posso parlare? Voglio la libertà per andare alla banca e alla posta» dice al giudice il portalettere in pensione. «Voglio dire un’ultima parola… viva i’dduce, il lavoro e la libertà. Ritorneremo!»
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Il principale indiziato, Pietro Pacciani poco dopo la sentenza che lo assolveva fu trovato morto nella sua casa di Mercatale nel 1998, poco prima che cominciasse il secondo processo di appello. Inizialmente si disse che era stato ucciso, ma l’autopsia comunicò invece che era spirato per cause naturali.
La compagine degli accusati era talmente incongrua che per farla rientrare nella scia di sangue del mostro si doveva fare lo sforzo di credere ad un complotto, una storia con di mezzo una setta, un livello superiore di mandanti, i quali ordinavano alla manovalanza omicidi su commissione. Inutile dire che non si arrivò mai a nulla in questo senso, lasciando al pubblico solo l’assurdità della compagine delle merende.
Non è che c’è solo l’Italia.
Il re degli incongrui, nella storia internazionale dei misteri di sangue, è Lee Harvey Oswald. Strano personaggio: militare USA di stanza in Giappone, poi rifugiato in Unione Sovietica, da cui torna con moglie russa (cosa che era proibita anche ai diplomatici americani più innamorati), poi a Dallas uccide il presidente Kennedy – quello che, come sta ripetendo suo nipote ora pure lui candidato presidenziale, dopo la Baia dei Porci voleva fare la CIA in mille pezzi da offrire al vento. Come realizza l’omicidio dell’uomo più potente e scortato dal mondo libero? Con un fucile di fabbricazione italiana, sparando da un deposito di libri, con colpi che entrano nella nuca di JFK ed escono dalla mano, la famosa teoria della «magic bullet», la pallottola magica.
I teorici del complotto statunitensi – l’espressione «conspiracy theory» fu coniata dalla CIA proprio allora per screditare chi non si beveva la versione ufficiale del regicidio del Kennedy – usano per il caso una parola presa dal gergo americano dell’Ottocento, patsy, che indica un ingenuo che è facile gabbare per affibbiargli tutta la colpa di un misfatto. Il patsy è una forma di manipolazione massiva, sia dell’opinione pubblica che delle istituzioni: sistemato il capro espiatorio, il caso si chiude, le forze dell’ordine cantono vittoria, la dissonanza cognitiva nel corpo sociale si azzera, le cose nella mente del popolo e nelle strutture collettive prendono una piega precisa.
Ora resta al lettore farci un pensiero: avete visto per caso, in episodi sanguinari recenti, la possibile emersione del pattern della «figura incongrua»? Avete visto per caso i giornali, lo Stato, convergere verso una certa pista – una certa narrazione – invece che verso un’altra?
Riuscite a vedere in che modo sono strutturati i traumi che infliggono alla vostra povera mente di cittadino sincero-democratico?
Riuscite a capire cosa ci stanno facendo?
Riuscite a realizzare perché lo stanno facendo?
Roberto Dal Bosco
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Misteri
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Misteri
Il mistero degli scienziati morti continua: ritrovati nella foresta i resti di una dipendente scomparsa del laboratorio nucleare di Los Alamos
Il corpo di Melissa Casias è stato rinvenuto in una zona isolata della Carson National Forest, nel Nuovo Messico, quasi 11 mesi dopo che la dipendente del Los Alamos National Laboratory era uscita di casa ed era scomparsa.
Questa scoperta apre un nuovo capitolo nell’allarmante serie di decessi e sparizioni che riguardano persone collegate a programmi governativi americani di massima sensibilità, con ricercatori che avevano a che fare con la tecnologia atomica o, suppostamente, la retroingegneria di velivoli alieni. Il caso arriva dopo che il presidente Trump ha disposto la completa divulgazione di informazioni sugli UFO e dopo la pubblicazione di due serie di documenti classificati.
La Casias, di 54 anni, lavorava come assistente amministrativa presso il Los Alamos National Laboratory, luogo storico del Progetto Manhattan e importante centro di ricerca sulle armi nucleari. È stata vista viva per l’ultima volta il 26 giugno 2025 a Ranchos de Taos.
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La polizia statale del New Mexico ha confermato l’identificazione dei resti della donna, trovati da un escursionista nella zona di McGaffey Ridge. Accanto al corpo è stata rinvenuta una pistola. La causa e l’ora del decesso restano da determinare in attesa degli accertamenti dell’ufficio del medico legale.
Le circostanze della scomparsa hanno subito sollevato sospetti. Casias aveva lasciato sul posto i suoi telefoni e i documenti d’identità dopo aver ripristinato le impostazioni di fabbrica di entrambi i dispositivi, cancellando così tutti i dati su contatti e attività.
Quel giorno, intorno alle 14:20, le telecamere di sorveglianza l’hanno ripresa mentre camminava da sola verso est sulla State Road 518. Il marito, anch’egli dipendente del LANL, e la figlia hanno riferito un comportamento insolito quella mattina, legato a un presunto badge di sicurezza dimenticato.
I familiari e gli investigatori privati hanno sostenuto che Casias avesse perso l’autorizzazione di sicurezza a causa di problemi finanziari e che la sua scomparsa fosse dovuta a stress personale piuttosto che a un atto criminoso.
La polizia statale del Nuovo Messico ha indicato che sembra che la donna si sia allontanata volontariamente. Tuttavia, il ritrovamento dei suoi resti in una zona di riforestazione molto frequentata, dove i lavori erano iniziati nel dicembre 2025, ha ulteriormente intensificato l’attenzione dell’opinione pubblica.
L’ex vicedirettore dell’FBI Chris Swecker aveva già espresso preoccupazione per il caso, osservando: «In un laboratorio classificato, o anche solo in un laboratorio ad alto livello di sicurezza, sarebbero al corrente di tutto ciò che accade. E non sarebbe la prima volta che la loro assistente amministrativa viene presa di mira».
Casias era una delle numerose persone legate al Nuovo Messico, con connessioni nel settore della difesa e dei programmi nucleari, scomparse in circostanze analoghe. Questo schema ha attirato l’attenzione nazionale sin dalla sparizione, nel febbraio 2026, del generale di brigata in pensione dell’aeronautica William Neil McCasland, ampiamente descritto come un esperto di UFO. La sua scomparsa è avvenuta pochi giorni dopo che il presidente Trump aveva emesso l’ordine di piena divulgazione.
Alcuni collegano la scomparsa del McCasland a quella, avvenuta nel giugno 2025, di Monica Reza, scienziata dei materiali della NASA e co-inventrice di una rivoluzionaria superlega a base di nichel per motori a razzo di nuova generazione, sviluppata proprio nel laboratorio che un tempo era stato diretto da McCasland. La Reza è svanita nel nulla durante un’escursione, a circa 9 metri dal suo gruppo.
Al quadro si aggiunge l’assassinio, avvenuto nel dicembre 2025, del fisico della fusione nucleare del MIT Nuno Loureiro, ucciso sulla soglia di casa sua, e l’omicidio, nel febbraio 2026, dell’astronomo del Caltech Carl Grillmair, che lavorava al potente Osservatorio Vera Rubin, capace di individuare oggetti anomali in orbita terrestre.
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Si tratta quindi perdite ripetute tra personale con competenze sovrapposte in progetti NASA, propulsione nucleare, ingegneria aerospaziale, tecnologia missilistica del JPL e potenziali programmi relativi agli UFO.
Da uno scienziato della NASA trovato carbonizzato in un incidente con una Tesla a un ingegnere aerospaziale e alla sua famiglia morti in un incidente aereo, i casi si sono accumulati. Le speculazioni sulle sparizioni del JPL e sugli esperti legati a «segreti di progetti oscuri» hanno aggiunto ulteriori elementi, evidenziando le vulnerabilità in settori cruciali per la superiorità degli Stati Uniti.
Nonostante il crescente numero di casi, il presidente Trump ha affermato che gli episodi non sono collegati tra loro. In dichiarazioni ai giornalisti, ha detto che non c’è «molto collegamento» e ha espresso la speranza che si tratti di una coincidenza che coinvolge «molti scienziati».
Due importanti tranche di documenti relativi alla divulgazione di informazioni sugli UFO sono state rese pubbliche durante l’amministrazione Trump, offrendo agli americani un accesso senza precedenti a documenti e video precedentemente nascosti, sebbene non sia chiaro cosa mostrino molti di questi filmati.
Le narrazioni ufficiali continuano a trattare ogni caso isolatamente, attribuendolo a stress, problemi personali o incidenti non correlati. Tuttavia, il raggruppamento di dipendenti di laboratori nucleari, ingegneri aerospaziali, scienziati missilistici del JPL e figure con accesso documentato a programmi classificati di propulsione e tecnologie avanzate ha sollevato molti dubbi sul fatto che l’apparato del «deep state» stia lavorando senza sosta per proteggere i suoi segreti, anche se la divulgazione sta procedendo.
Los Alamos rimane un punto centrale dell’infrastruttura di sicurezza nucleare americana. Il personale amministrativo in tali ambienti gestisce abitualmente informazioni sensibili. Il fenomeno si estende ora a diversi stati e strutture, con numerosi casi che coinvolgono dispositivi cancellati, oggetti personali abbandonati e uscite improvvise e inspiegabili: elementi che alimentano una legittima preoccupazione piuttosto che vane teorie del complotto.
Il ritrovamento dei resti di Casias non chiude il capitolo. Apre nuovi interrogativi su tempistiche, accesso e potenziali motivazioni, in un momento in cui l’opinione pubblica americana sta finalmente ricevendo informazioni a lungo soppresse su fenomeni aerei non identificati e tecnologie correlate.
Come riportato da Renovatio 21, giorni fa è morto, in quello che è stato dichiarato come un bizzarro suicidio, l’esperto di UFO David Wilcock.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Genetica
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