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Mons. Viganò: Meditazione per il Tempo d’Avvento

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Renovatio 21 pubblica questa meditazione di Mons. Carlo Maria Viganò, Il testo è stato richiesto e pubblicato per la prima volta da CatholicFamilyNews.

 

 

VENI, UT FACIAS SALUTEM IN TERRIS, IN CŒLO GAUDIUM.

 

«Quaere, inquit, servum tuum, quoniam mandata tua non sum oblitus».

 

Veni ergo, Domine Jesu, quaere servum tuum, quaere lassam ovem tuam; veni, pastor, quaere sicut oves Joseph. Erravit ovis tua, dum tu moraris, dum tu versaris in montibus. Dimitte nonaginta novem oves tuas, et veni unam ovem quaerere quae erravit. Veni sine canibus, veni sine malis operariis, veni sine mercenario, qui per januam introire non noverit. Veni sine adjutore, sine nuntio, jam dudum te expecto venturum; scio enim venturum, quoniam mandata tua non sum oblitus. Veni non cum virga, sed cum caritate spirituque mansuetudinis. (1)

 

 

 

Il sacro tempo dell’Avvento è di antica istituzione e lo troviamo menzionato intorno al secolo V, come momento dell’Anno Liturgico destinato alla preparazione della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo secundum carnem.

 

L’Avvento segna anzi l’inizio dell’Anno Liturgico, permettendoci di cogliere questa opportunità di seguire la voce della Chiesa con santi propositi. 

 

La disciplina della penitenza e del digiuno quaresimale in preparazione alla Pasqua è certamente di origine apostolica, mentre quella in expectatione Domini è successiva e ispirata alla prima, ma meno rigida e passata nel corso dei secoli alla sola astinenza in alcuni giorni della settimana.

 

«È vero che san Pier Damiani, nell’XI secolo, suppone ancora che il digiuno dell’Avvento fosse di quaranta giorni e che san Luigi, due secoli dopo, continuava ad osservarlo in questa misura; ma forse questo santo re lo praticava in tal modo per un trasporto di devozione particolare» (2).

 

La mollezza delle generazioni moderne ha indotto la materna saggezza della Chiesa a mitigare i rigori del passato, senza impedire di praticarli volontariamente; ma forse la situazione presente ci induce a considerare quantomai opportune – proprio perché non imposte – le privazioni che praticavano i nostri antenati obbedendo a un precetto ecclesiastico.

 

La liturgia del tempo d’Avvento si deve in massima parte all’opera di San Gregorio Magno, non solo per i testi dell’Ufficio e della Messa, ma anche per le stesse composizioni in canto piano.

 

L’antico tropo Sanctissimus namque, che introduce l’introito Ad te levavi della Domenica I d’Avvento, ricorda l’ispirazione del Santo Pontefice da parte dello Spirito Santo, apparso in forma di colomba. (3)

 

Nate inizialmente nel numero di sei e poi divenute cinque, le settimane di preparazione al Santo Natale furono ridotte a quattro tra la fine del secolo IX e l’inizio del X, per cui l’uso attuale è almeno di mille anni. La Chiesa Ambrosiana mantiene ancora oggi sei settimane, per un totale di quarantadue giorni, sul modello della Quaresima. 

 

Tra i primi autori di omelie aventi come tema l’Avvento annoveriamo Sant’Ambrogio, Dottore e Padre della Chiesa.

 

È partendo da una preghiera che troviamo nel Commento del Salmo 118 che vorrei compiere questa meditazione. L’incipit della preghiera è Quaere, inquit, servum tuum. Come potete vedere voi stessi, l’intero testo è costellato di citazioni della Sacra Scrittura: non per sfoggio di una cultura biblica che pure il Santo Vescovo di Milano possedeva certamente, ma per quella conoscenza della Parola di Dio che è frutto di un’assiduità intima e quasi vitale per l’anima, come è indispensabile l’aria per respirare.

 

Quest’assiduità porta Sant’Ambrogio a parlare e scrivere egli stesso usando le parole dell’Autore sacro, non perché voglia plagiare la divina Sapienza, ma perché egli le ha fatte talmente sue, da ripeterle a propria volta senza quasi accorgersene. 

 

Quando ci avviciniamo, quasi come profani, agli scritti di questi Santi, possiamo in qualche modo sentirci disorientati e confusi; ma se abbiamo la grazia di unirci alla preghiera liturgica con l’assistenza alla Messa e la recitazione dell’Ufficio divino nella forma tradizionale, scopriamo che è la voce stessa della Chiesa che ci accompagna in questa meditazione delle Scritture, sin dall’Invitatorio dei Mattutini.

 

E questo vale anche per la liturgia dell’Avvento: Regem venturum Dominum, venite adoremus, canta appunto la prima preghiera che si intona nel cuore della notte aspettando il sorgere del vero Sole Invitto. A questo solenne invito all’adorazione del Re divino, segue l’inizio del libro del Profeta Isaia, che suona come un severo rimprovero al Suo popolo: 

 

«Udite, o cieli, ascolta, o terra, così parla il Signore: “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende”. Guai, gente peccatrice, popolo carico d’iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo d’Israele, si sono voltati indietro. Perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? Tutta la testa è malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è nulla di sano, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate né curate con olio» (Is 1, 2-6).

 

L’oracolo del Profeta mostra l’indignazione del Signore dinanzi all’infedeltà del Suo popolo, ostinato nel ribellarsi alla Sua santa Legge. Ma il senso letterale o storico (4) del passo di Isaia che riguarda gli Ebrei si accompagna al senso morale, ossia relativo a ciò che dobbiamo fare noi.

 

È quindi a noi che la Maestà di Dio si rivolge – «Così parla il Signore» (ibid., 2) – ancora una volta per ammonirci, per mostrarci i nostri tradimenti, per spronarci alla conversione. 

 

Così, mentre chiediamo al Signore di liberarci de ore leonis et de profundo lacu, ci rendiamo conto di quanto poco meritiamo la misericordia di Dio, di quanto indegni siamo della Sua pietà e di quanto meritevoli dei Suoi castighi.

 

Deus, qui culpa offenderis, pœnitentia placaris…

 

Alle prostituzioni – così le chiama la Scrittura – in cui sono caduti gli Ebrei, si affiancano nuove e ben peggiori prostituzioni non di un popolo al quale era stato promesso il Redentore, ma di quello che è nato dal Suo costato, il Corpo mistico del Redentore stesso; o meglio: di coloro che si dicono Cattolici ma che per la loro infedeltà disonorano la Sposa dell’Agnello, come membra tanto della Chiesa discente, quanto di quella docente.

 

Il novello Israele non si è mostrato meno ribelle dell’antico, e il nuovo Sinedrio romano non è meno colpevole di quanti fabbricarono il vitello d’oro offrendolo all’adorazione degli Ebrei

Il novello Israele non si è mostrato meno ribelle dell’antico, e il nuovo Sinedrio romano non è meno colpevole di quanti fabbricarono il vitello d’oro offrendolo all’adorazione degli Ebrei.

 

Se dunque il Profeta minaccia terribili flagelli su coloro che disobbedirono al Signore senza aver visto il Messia venturo; quanto maggiori dovranno essere le parole di un Profeta “degli ultimi tempi”, dinanzi alla ribellione dell’umanità redenta dal Sangue di quel Messia divino, avendo potuto vedere il compiersi delle Profezie e l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità? 

 

Nella drammatica crisi che da ormai sessant’anni affligge la Chiesa di Cristo, e che oggi si mostra in tutta la sua gravità, un pusillus grex chiede al suo Signore di risparmiare l’umanità traviata, quando la corruzione e l’apostasia sono penetrate anche nel sacro recinto e fin sul più alto Soglio.

 

La maggioranza di coloro che sono stati rigenerati nel Battesimo e hanno così meritato di essere chiamati «figli di Dio» rinnega quotidianamente le promesse di quel Battesimo, sotto la guida di mercenari e falsi pastori

Ed è pusillus perché la maggioranza di coloro che sono stati rigenerati nel Battesimo e hanno così meritato di essere chiamati «figli di Dio» rinnega quotidianamente le promesse di quel Battesimo, sotto la guida di mercenari e falsi pastori. 

 

Pensiamo a quanti fedeli, cresciuti nell’assoluta ignoranza dei rudimenti della Fede nonostante abbiano frequentato il Catechismo, sono intrisi di dottrine filosofiche e teologiche eretiche, convinti che tutte le religioni si equivalgano; che l’uomo non sia ferito dalla colpa originale ma naturalmente buono; che lo Stato debba ignorare la vera Religione e tollerare l’errore; che la missione della Chiesa non sia la salvezza eterna delle anime e la loro conversione a Cristo, ma la tutela dell’ambiente e l’accoglienza indiscriminata degli immigrati.

 

Pensate a quanti, che pure assolvono il precetto festivo, non sanno che nell’Ostia Santa vi è il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore, e pensano sia solo un simbolo; a quanti sono convinti che basti un pentimento tra sé e sé per potersi accostare alla Comunione, senza immaginare i tormenti che incombono su chi riceve il Corpo e il Sangue del Signore indegnamente.

 

Pensate a quanti sacerdoti, a quanti religiosi, a quante suore e monache credono che il Concilio abbia portato una ventata di rinnovamento nella Chiesa, o abbia favorito la conoscenza della Sacra Scrittura, o che abbia permesso ai laici di comprendere la liturgia, fino ad allora ignorata dalle masse e custodita gelosamente da una casta di ecclesiastici rigidi e intolleranti.

 

Pensate a ciò che pensano quanti vedevano in essa un faro indistruttibile contro le tenebre del mondo, una rocca granitica e inespugnabile dinanzi agli assalti della mentalità «moderna», dell’immoralità diffusa, della difesa della vita dal suo concepimento alla sua fine naturale.

 

Pensate infine alla incontenibile soddisfazione dei nemici di Cristo, nel vedere prostrata la Sua Chiesa dinanzi al mondo, alle sue ideologie di morte, all’idolatria dello stato, del potere, del denaro, dei miti della falsa scienza; una Chiesa disposta a rinnegare il proprio passato glorioso, ad adulterare la Fede e la Morale insegnatele da Nostro Signore, a corrompere la sua liturgia per compiacere eretici e settari: nemmeno il più delirante farneticamento del peggior massone avrebbe potuto sperare di veder compiersi il grido di Voltaire: Écrasez l’infame! 

 

Nell’Avvento noi ci troviamo simbolicamente alle porte del tempio, come il Mercoledì delle Ceneri in Quaresima, e guardiamo da lontano ciò che avviene all’altare: qui la Nascita del Re d’Israele, lì la Sua Passione, Morte e Resurrezione.

 

Immaginiamo di dover compiere un esame di coscienza prima di poter essere ammessi nel luogo santo, come singoli fedeli e come parte del corpo ecclesiale.

 

Ecco: possiamo avvicinarci ad adorare il Re dei re, il Signore dei signori solo se comprendiamo da una parte l’infinito Bene che si offre a noi in fasce nella mangiatoia; e dall’altro la nostra assoluta indegnità, alla quale si deve necessariamente accompagnare l’orrore per i nostri peccati, il dolore per aver infinitamente offeso Dio e il proposito di riparare al male compiuto con la penitenza e le buone opere.

 

E dobbiamo anche comprendere che, come membra vive della Chiesa, noi abbiamo anche una responsabilità collettiva delle colpe degli altri fedeli e dei nostri Pastori; e come cittadini, abbiamo una responsabilità delle colpe pubbliche delle Nazioni.

 

Perché la Comunione dei Santi ci consente di condividere con le anime purganti e con le anime beate del Cielo i loro meriti, per bilanciare in modo incomparabilmente più efficace quella «comunione degli empi» che fa ricadere gli effetti delle loro azioni malvage sul prossimo, in particolare su altre persone nemiche di Dio. 

 

«Vieni da me, che sono tormentato dall’attacco di lupi pericolosi – esclama Sant’Ambrogio. Vieni da me, che sono stato scacciato dal paradiso e le cui piaghe sono da tempo penetrate dai veleni del serpente, da me che ho errato lontano dalle tue greggi su quei monti»

«Vieni da me, che sono tormentato dall’attacco di lupi pericolosi – esclama Sant’Ambrogio. Vieni da me, che sono stato scacciato dal paradiso e le cui piaghe sono da tempo penetrate dai veleni del serpente, da me che ho errato lontano dalle tue greggi su quei monti». 

 

Stiamo iniziando a comprendere di essere assediati da lupi rapaci: da chi semina l’errore, da chi corrompe la morale, da chi propaganda la morte e la disperazione, da chi ci vuole uccidere nell’anima ancor prima che nel corpo.

 

Ci rendiamo conto di quanto siamo stati superficiali e stupidi e orgogliosi a lasciarci ingannare dalle false promesse del mondo, della carne e del diavolo; di quanto fossero menzognere le parole di chi, dalla cacciata dei nostri Progenitori, continua a replicare le stesse tentazioni, a sfruttare le nostre debolezze, a far leva sul nostro orgoglio o sui nostri vizi per farci cadere e trascinarci con sé all’Inferno.

 

Abbiamo dimenticato di essere stati cacciati dal paradiso terrestre, di portare i segni del morso velenoso del serpente, di aver peccato abbandonando il pascolo sicuro della vera Fede per lasciarci sedurre dal mondo, dalla carne, dal diavolo.

 

Perché se vivessimo con la consapevolezza della nostra colpa iniziale – anch’essa colpa collettiva e in più ereditaria – e di tutto il male che compiamo e che lasciamo compiere; se meditassimo sulla nostra incapacità di salvarci se non per l’aiuto soprannaturale che Dio ci concede con la Grazia; se non ci persuadiamo che molte nostre azioni sono delle gravi offese alla Maestà di Dio e che meriteremmo di essere cancellati dalla faccia della terra in modo ben peggiore di quello che avvenne agli abitanti di Sodoma e Gomorra, allora non avremmo nemmeno bisogno che il Buon Pastore venga a cercarci, che abbandoni le novantanove pecore al sicuro sui monti, dove «i lupi rapaci non possono attaccarle». 

 

Il Santo Vescovo aggiunge: «Vieni senza cani, vieni senza cattivi operai, vieni senza il servo mercenario, che non sa passare per la porta. Vieni senza aiutante, senza messaggero», perché i cani, i cattivi operai e il servo mercenario sono figure transeunti, destinate a perire, a disperdersi al soffio della bocca di Dio, anche se in questo momento sembra che il mondo appartenga loro.

 

«Vieni, dunque, e cerca la tua pecora non per mezzo dei servitori, non per mezzo dei mercenari, ma tu in persona»

«Vieni, dunque, e cerca la tua pecora non per mezzo dei servitori, non per mezzo dei mercenari, ma tu in persona»: i servitori infedeli ci invitano ad essere «resilienti» e «inclusivi», ad ascoltare il «grido della Madre Terra» (5), a sottoporci alla vaccinazione con un siero fatto con feti abortivi; il mercenario, «cujus non sunt oves propriæ» (…) ci disperde, ci abbandona, non allontana i lupi feroci e non punisce i cattivi operai, anzi li incoraggia. 

 

Perché dunque il Signore dovrebbe venire? Perché possiamo chiederGli «Vieni tu in persona»?

 

Sant’Ambrogio risponde nella preghiera citando il Salmista: «Poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti» (Sal 118, 176).

 

La nostra obbedienza alla volontà di Dio trova perfetta corrispondenza – e un esempio divino – nell’obbedienza del Figlio eterno del Padre sin dall’eternità dei tempi, accettando di incarnarSi, patire e morire per la nostra salvezza:

 

«Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr. 10, 7).

 

I servitori infedeli ci invitano ad essere «resilienti» e «inclusivi», ad ascoltare il «grido della Madre Terra», a sottoporci alla vaccinazione con un siero fatto con feti abortivi

Il Signore viene nell’obbedienza al Padre e noi dobbiamo attendere la Sua venuta con l’essere a nostra volta obbedienti al volere della Santissima Trinità, «poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti». 

 

Il motivo per cui possiamo essere certi che il Signore verrà a cercarci, liberandoci dall’assalto dei lupi e dalla nefasta influenza di cattivi operai e mercenari, è che non dobbiamo dimenticare ciò che Egli ci ha ordinato; non dobbiamo prendere il Suo posto decidendo noi cos’è bene e cos’è male; non dobbiamo seguire la moltitudine nell’abisso per rispetti umani o per pavidità o complicità, ma rimanere come le novantanove pecore nei pascoli sicuri della Santa Chiesa, «poiché i lupi rapaci non possono attaccarle finché stanno sui monti», più vicine a Dio con l’essere distaccate dalle cose terrene.

 

Parimenti, dobbiamo esercitare la santa Umiltà, riconoscendoci peccatori: «vieni a cercare la sola pecora che ha errato», perché «tu solo sei in grado di far tornare indietro la pecora errante e non rattristerai quelli da cui ti sei allontanato», ossia i Cattolici di tutti i tempi, rimasti fedeli, al sicuro dai lupi negli alti pascoli. «E anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore».

 

La preghiera di Sant’Ambrogio continua con un’espressione molto profonda e significativa: «Accoglimi nella carne che è caduta in Adamo. Accoglimi non da Sara, ma da Maria, perché sia non soltanto una vergine inviolata, ma una vergine immune, per effetto della grazia, da ogni macchia di peccato».

 

In Maria Santissima, Sancta Virgo virginum, noi troviamo la Mediatrice di tutte le grazie: in Lei, creatura purissima, si è incarnato il Verbo Eterno del Padre, da Lei è nato al mondo il Salvatore; per Suo tramite noi siamo presentati al Suo divin Figlio, e per i Suoi meriti possiamo essere accolti «nella carne che è caduta in Adamo», in virtù della Grazia che ci restaura nell’amicizia con Dio. Un ottimo spunto di meditazione per prepararci al Santo Natale. 

 

Ma vi è un’altra considerazione, molto importante, che Sant’Ambrogio lascia alla fine della Sua orazione:

 

«Portami sulla croce che dà la salvezza agli erranti, nella quale soltanto c’è riposo per gli affaticati, nella quale soltanto vivranno tutti quelli che muoiono».

 

Tutto orbita intorno alla Croce di Cristo, essa si innalza nel tempo e nell’eternità come segno di contraddizione, perché ci ricorda che essa è strumento di Redenzione, salvezza degli erranti, riposo degli affaticati, vita per i moribondi.

 

Una miniatura del sec. XIV di Pacino di Buonaguida (6) propone un’immagine rarissima, estremamente simbolica: il Signore che sale sulla Croce con una scala – la scala virtutum – ad enfatizzare la volontarietà del Suo Sacrificio e il «paradosso» della Sua duplice Natura.

«Vieni a compiere la salvezza sulla terra, la gioia nel cielo». Sia questa la nostra invocazione durante il sacro tempo dell’Avvento, per prepararci spiritualmente alle prove che ci attendono

 

Nell’iconografia del Seicento troviamo un’immagine ricorrente, nella quale Gesù Bambino dorme sulla Croce (7), esplicita allusione all’amore divino e al sacrificio di Cristo.

 

 

Natale e Pasqua sono intrinsecamente legati, sicché nella preparazione alla Nascita del Salvatore dobbiamo sempre contemplare come centro e fulcro proprio la Croce, su cui riposa il piccolo Gesù e sulla quale sale, tramite una mistica scala, l’Agnello immacolato.

 

È lì che dobbiamo arrivare anche noi, perché è solo sulla Croce che troviamo salvezza, nella sequela del Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). 

 

«Veni, ut facias salutem in terris, in cœlo gaudium», «Vieni a compiere la salvezza sulla terra, la gioia nel cielo». Sia questa la nostra invocazione durante il sacro tempo dell’Avvento, per prepararci spiritualmente alle prove che ci attendono. 

 

 

Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

28 Novembre 2021

Dominica I Adventus

 

 

 

NOTE

1)  «Vieni dunque, Signore Gesù, cerca il tuo servo [Sal 118,176] cerca la tua pecora stanca. Vieni, pastore, cerca, come Giuseppe cercava le pecore [Gn 37,14]. Ha errato la tua pecora, mentre tu indugi, mentre ti aggiri sui monti. Lascia andare le tue novantanove pecore e vieni a cercare la sola pecora che ha errato [Mt 18,12 ss; Lc 15,4]. Vieni senza cani, vieni senza cattivi operai, vieni senza il servo mercenario, che non sa passare per la porta [Gv 10,1-7]. Vieni senza aiutante, senza messaggero. Già da tempo aspetto la tua venuta. Infatti so che verrai, poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti [Sal 118,176]. Vieni non con la verga, ma con carità e in spirito di mansuetudine [lCor 4,21].» – Sancti Ambrosii Episcopi Expositio Psalmi CXVIII, 22, 28. 

2) Dom Prosper Guéranger, L’Anno liturgico, I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pagg. 21-26. 

3) «Sanctissimus namque Gregorius cum preces effunderet ad Dominum ut musicum donum ei desuper in carminibus dedisset, tunc descendit Spiritus Sanctus super eum, in specie columbæ, et illustravit cor ejus, et sic demum exortus est canere, ita dicendo: Ad te levavi…» – Tropo all’Introito della Domenica I di Avvento – Cfr. https://gregobase.selapa.net/chant.php?id=4654 

4) Littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid agas, quo tendas anagogia (La lettera insegna quanto è avvenuto, l’allegoria quello che devi credere, la morale quello che devi fare, l’anagogia il fine a cui devi tendere) – Nicola di Lyre, Postilla in Gal., 4, 3.

5) Cfr. https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-10/ebook-papa-francesco-laudato-si.html e https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-grido-della-terra-e-dei-poveri

6) Cfr. https://scriptoriumdaily.com/ladder-at-the-cross/ – Un dipinto di scuola giottesca con identico soggetto si trova nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine, a Ferrara. Vedi anche di Anna Eörsi, Haec scala significat ascensum virtutum. Remarks on the iconography of Christ Mounting the Cross on a Ladde.

7) Si veda ad esempio il dipinto di Guido Reni, Gesù Bambino addormentato sulla Croce, olio su tela, 1625 ca

 

 

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Spirito

Un esorcista racconta: l’anticristo si presenterà come la soluzione ai problemi dell’umanità

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L’esorcista padre Chad Ripperger ha dichiarato all’ex Navy SEAL statunitense Shawn Ryan che l’Anticristo «si presenterà come la soluzione ai problemi degli esseri umani».

 

Nel corso di un’intervista di quasi tre ore, pubblicata giovedì, Ryan ha chiesto a don Ripperger come si presenta la «battaglia finale».

 

Il sacerdote esorcista ha richiamato gli indicatori della fine dei tempi descritti nelle Sacre Scritture, tra cui il deterioramento della morale umana e «guerre e voci di guerre». Ripperger aveva già spiegato a Ryan che il mondo ha conosciuto un’«implosione» della moralità almeno dagli anni Cinquanta e che, di fatto, si è assistito a una diffusa ribellione alle leggi di Dio e alla legge naturale.

 

«A quel punto l’Anticristo si manifesta e si presenta come la soluzione ai problemi dell’umanità, ottenendo così un controllo significativo sulla popolazione», ha affermato don Chad.

 

In precedenza aveva anche indicato a Ryan che una delle condizioni per il regno dell’Anticristo è «l’unificazione dell’economia mondiale», poiché è proprio attraverso l’economia che l’Anticristo eserciterà il proprio controllo sulle persone, anche se «avrà il controllo anche dei governi».

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Nella sua più recente conversazione con Ryan, Ripperger ha spiegato che questo periodo, in cui l’Anticristo farà la sua comparsa, sarà articolato in «fasi». Tra queste figurano la presenza di Enoch ed Elia e lo scontro tra l’arcangelo Michele e l’Anticristo.

 

«Alla fine è Cristo che si manifesta e mette a morte l’Anticristo», ha dichiarato Ripperger. Questo è quanto affermato in nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 8): «Allora l’iniquo si manifesterà, e il Signore Gesù lo distruggerà col fiato della sua bocca e lo annichilirà con lo splendore di sua venuta».

 

Riguardo al Marchio della Bestia, don Rippergerro aveva detto a Ryan in un’ulteriore intervista uscita a marzo che «ci siamo quasi».

 

«Potrebbero letteralmente decidere che, a meno che tu non accetti determinate condizioni, non avrai accesso alla valuta digitale che [loro] intendono introdurre a livello globale», ha affermato l’esorcista. «Credo che questo sia uno dei modi in cui intende controllare le persone, attraverso le valute digitali», ha proseguito, evidenziando che queste valute possono essere utilizzate per precludere alle persone l’accesso a beni e servizi.

 

«Ed è così che, in pratica, faranno morire di fame le persone che non sono disposte ad accettare il regno dell’Anticristo», ha detto Ripperger, confermando a Ryan che ciò potrebbe essere realizzato come un sistema di punteggio di credito sociale.

 

Il Ryan ha quindi chiesto a Ripperger cosa dovrebbero fare le persone una volta che il Marchio della Bestia fosse stato impresso. «Cosa dovremmo fare se non potessimo mangiare, prenderci cura di noi stessi, provvedere alle nostre famiglie?»

 

Il sacerdote ha evidenziato la natura del marchio, che a suo giudizio sarà «qualcosa impiantato nei nostri corpi che ci darà accesso» ai beni, come un chip RFID scansionabile oppure un dispositivo simile a Neuralink.

 

«I Padri della Chiesa affermano che non sarà possibile ottenere quel chip senza una qualche forma di rinuncia a Cristo», ha detto Ripperger. Ciò implica che le persone dovranno accettare qualcosa che «sanno essere contrario alla volontà di Dio e alla volontà di Cristo». In ultima analisi, per rifiutare il marchio è necessario essere disposti a sacrificare il bene minore in favore del bene maggiore.

 

Tuttavia, ha sottolineato che Dio può sostenere le persone anche senza il segno. «Dio molto spesso provvede alle persone. Se è sua volontà che le persone sopravvivano a quel periodo di tempo, Lui lo renderà possibile», ha detto il sacerdote.

 

L’esorcista ha consigliato alle persone di «essere intelligenti, di imparare le tecniche di sopravvivenza di base e di sapersela cavare da sole», aggiungendo che «sarà straordinariamente difficile anche solo riuscire a eludere il rilevamento», considerato l’attuale livello tecnologico.

 

Sulla questione del segno della Bestia, e ancora prima del «filtro» dell’Anticristo di cui parla l’Apocalisse, Renovatio 21 aveva rilevato la riflessione di un sacerdote tradizionista ancora anni fa, tra green pass e obbligo di vaccino genico («È il Nuovo Ordine dell’Anticristo. E il vaccino è il suo filtro magico»).

 

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Immagine: Luca Signorelli (1450–1523), Sermone e opere dell’Anticristo (tra il 1499 e il 1502), dettaglio, Cappella di San Brizio, Orvieto.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Le riforme liturgiche post-Vaticano II hanno trasformato le messe in una «parodia»: parla il cardinale Rouco Varela

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Il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo emerito di Madrid, ha dichiarato questa settimana in un’intervista che i dilaganti abusi liturgici successivi al Concilio Vaticano II hanno trasformato il Santo Sacrificio della Messa in una «parodia». Lo riporta LifeSite.   Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnuolo El Debate e pubblicata il 21 luglio, in cui discuteva della sacra liturgia e del suo recente appello per il ripristino del Summorum Pontificum, il prelato ottantanovenne ha sottolineato come l’attuazione delle «riforme liturgiche» del Concilio abbia portato a diffusi abusi.   Il cardinale Rouco Varela ha inoltre evidenziato che la «parodia» ha raggiunto un «livello così profondo» da ledere «la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità».   «Con il Concilio Vaticano II è stata attuata una riforma liturgica che, in molti e diffusi casi, si è trasformata in una parodia della liturgia», ha dichiarato al giornale.   «E, naturalmente, quando la parodia raggiunge un livello così profondo da intaccare la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità – di fronte all’indisciplina quasi anarchica della liturgia in molti casi e in molte parti della Chiesa durante gli anni Settanta – ha indotto gruppi di fedeli a tornare ancora una volta alla tradizione che precedeva la riforma del Concilio Vaticano II», ha aggiunto.

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Il porporato iberico ha espresso la convinzione che gli abusi liturgici seminino divisione tra i fedeli, e che alcuni reagiscano passando all’«altro estremo» ed «esagerando» la soluzione al problema, forse riferendosi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e ai sedevacantisti.   Il prelato ha poi ricordato diversi esempi di abusi della Messa e della Santa Eucaristia avvenuti negli anni Settanta dopo le riforme post-conciliari, sottolineando come tali abusi abbiano ridotto il Santo Sacrificio della Messa a un «gioco tra amici».   «Si assisteva a ogni sorta di comportamento, e, quel che era peggio, nelle case di formazione – per religiosi e religiose, nei seminari… Celebrare l’Eucaristia in salotto a un tavolino basso», ha detto Rouco Varela. «Seduti o accovacciati, prendendo il vino dal frigorifero, pane di chissà cosa, e poi ognuno diceva quello che gli veniva in mente… Quasi l’unica cosa che poteva essere ricondotta a una verità teologica erano le parole della consacrazione».   «In altre parole, siamo passati dalla celebrazione dell’Eucaristia istituita dal Signore – il sacramento della sua presenza sacrificale e sacrificata sulla croce che nutre le nostre anime; la sua carne e il suo sangue; la presenza del Divino in mezzo alla nostra vita e alla nostra storia – a una sorta di gioco tra amici, niente di più. C’è un abisso tra le due cose», ha aggiunto.   Non è chiaro come il cardinale, comprendendo l’estrema gravità della situazione con il sacrilegio eretto a rito, possa definire «estreme» le posizioni di coloro che non vi si sottomettono.  

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Roma condanna canonicamente, ma rimane in silenzio dottrinalmente

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Il 2 luglio 2026, il giorno dopo le consacrazioni episcopali a Écône, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato un «decreto di scomunica latae sententiae» che colpiva automaticamente i vescovi consacranti e consacrati, minacciando la stessa sanzione a sacerdoti e fedeli che avessero aderito a questo «atto scismatico».

 

Alla singola cerimonia del 1° luglio erano presenti oltre 16.500 fedeli, 589 sacerdoti, frati e seminaristi e 397 suore, in rappresentanza di 68 nazionalità.

 

La Roma moderna scomunica molti. Ma tace sulla Dichiarazione di Fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 14 maggio (Nouvelles de Chrétienté n. 219, maggio-giugno 2026, pp. 3-5) e sulla Lettera Aperta al Papa e ai Cardinali e sulla Professione di Fede Cattolica del 24 giugno (DICI n. 470, luglio 2026, pp. 8-11, e questo numero di Nouvelles de Chrétienté, pp. 13-22). Questa dichiarazione e questa professione sono forse eterodosse? Non rivelano forse le vere ragioni dottrinali della lotta per la fede? Roma tace.

 

E Leone XIV non ha ricevuto padre Davide Pagliarani, nonostante le ripetute richieste, nel 2025 e nel 2026.

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Roma preferisce applicare la legge automaticamente, senza considerazioni dottrinali. La sanzione si applica da sola, o, meglio ancora, secondo alcuni commentatori, i vescovi si sono scomunicati da soli… «Dura lex, sed lex; la legge è dura, ma è la legge», è la scusa offerta sottovoce , perché questo legalismo preconciliare si concilia a fatica con l’accoglienza fraterna ed ecumenica riservata all’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che ha benedetto i cardinali romani il 4 maggio. Meglio che la “scomunica” sia automatica, senza che le autorità debbano intervenire. Per contraddirsi.

 

E che dire del benessere delle anime legittimamente offese da questo ecumenismo aberrante? A chi importa a Roma? Il 2 febbraio, dopo l’annuncio delle consacrazioni, padre Davide Pagliarani ha ricordato che «l’assioma “suprema lex, salus animarum” è una massima classica della tradizione canonica, esplicitamente ribadita, inoltre, dal canone finale del Codice del 1983; nell’attuale stato di necessità, è su questo principio superiore che si fonda in ultima analisi tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi è un ruolo di sostituzione, in nome di questa stessa carità».

 

Ma la Roma odierna preferisce un «arcivescovo» anglicano a un prete cattolico. L’ecumenismo è una conquista conciliare «irreversibile», dicono. Non ci sarà alcun ritorno alle scomuniche e agli anatemi tridentini, eccetto per coloro che difendono la Messa tridentina. Per loro, saranno schierati i cannoni automatici.

 

C’è un altro adagio su cui vale la pena riflettere oggigiorno: «summum jus, summa injuria; la giustizia portata all’estremo diventa estrema ingiustizia. La legge senza fede non è altro che la rovina della giustizia.

 

Padre Alain Lorans

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News.

 

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Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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