Spirito
Mons. Viganò: «Gli uomini hanno smarrito quella Fede pura e fiduciosa che tutto ottiene da Dio»
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

Divina virtute
Omelia nell’Apparizione di San Michele Arcangelo, giorno della Supplica alla Regina del Santissimo Rosario di Pompei
Non est, inquit, vobis opus hanc,
quam ædificavi, dedicare ecclesiam:
ipse enim, qui condidi, etiam dedicavi.
Vos tantùm intrate, et, me adstante patrono,
precibus locum frequentate»
«Non è compito vostro consacrare
questa chiesa che io ho edificato;
io stesso, che l’ho fondata, l’ho anche consacrata.
Voi dovete soltanto entrare e, sotto la mia protezione,
frequentare in preghiera il luogo».
Apparitio Sancti Michaëlis in Monte Gargano
In questo giorno condividiamo la gioia dei carissimi Giuseppe e Cristina, Claudio e Tina, i quali festeggiano rispettivamente il ventisettesimo e il secondo anniversario di Matrimonio. Ringraziamo il Signore e la Vergine Santissima per le grazie loro concesse, per il cammino percorso e per l’aiuto prodigato loro dalla Divina Provvidenza in questi anni. Offriamo per loro questa Santa Messa invocando su di loro copiose benedizioni, per l’intercessione della Madonna di Pompei e di San Michele Arcangelo.
Oggi, 8 maggio, la Santa Chiesa celebra tre apparizioni del glorioso Arcangelo San Michele avvenute tra il 490 e il 493 sul Monte Gargano, nelle Puglie.
La prima apparizione, nota come «episodio del toro», si colloca nel 490, sotto il Pontificato di Felice III e l’Impero di Zenone, nella città di Siponto (l’odierna Manfredonia). Un ricco signore di Siponto di nome Gargano, avendo smarrito un toro che era al pascolo, radunò un gran numero di servi e organizzò ricerche nei luoghi impervi del monte, ritrovandolo sulla sommità, fermo dinanzi all’ingresso di una grotta inaccessibile. Preso da ira, Gargano impugnò l’arco e scoccò una freccia avvelenata contro l’animale ribelle. Il dardo, però, invertì inspiegabilmente la propria traiettoria e colpì lo stesso Gargano, ferendolo gravemente.
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Stupito dal prodigio, Gargano si recò dal Vescovo di Siponto, San Lorenzo Maiorano, per chiedere consiglio. Il Presule, discernendo un intervento soprannaturale, ordinò un triduo di digiuno e di preghiera pubblica affinché fosse rivelato il significato dell’accaduto. Allo scadere del terzo giorno (tradizionalmente l’8 maggio), l’Arcangelo Michele apparve al Vescovo e pronunciò queste parole:
«Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un miracolo ha colpito l’uomo con la sua stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà. Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’ perciò sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano».
La seconda apparizione dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano, nota come «episodio della Vittoria» o «della Battaglia», avvenne nell’anno 492. Siponto era assediata da un esercito pagano proveniente da Napoli. I Sipontini, stremati e sul punto di arrendersi, si rivolsero al Vescovo San Lorenzo Maiorano, il quale, ispirato dalla devozione all’Arcangelo, indisse un triduo di digiuno, preghiera e penitenza.
Il popolo si radunò nella cattedrale di Santa Maria a Siponto per implorare protezione. Nella notte precedente la battaglia, mentre il Vescovo era raccolto in preghiera, San Michele gli apparve in visione, circondato da luce risplendente, e pronunciò queste parole:
«Non temete; le vostre preghiere sono state esaudite. Interverrò io stesso per dare la vittoria ai Sipontini. Voi, dunque, attaccherete battaglia all’ora quarta di questo stesso giorno».
Il Vescovo comunicò al popolo l’assicurazione angelica e ordinò di fortificarsi con i Sacramenti. All’ora stabilita i Sipontini e i Beneventani mossero contro i nemici: la vittoria fu totale e accompagnata da fenomeni prodigiosi che dimostrarono l’intervento diretto dell’Arcangelo. Una nube densa e oscura coprì la cima del Gargano; un violento terremoto scosse la terra; fulmini, saette e tuoni si abbatterono sugli invasori (fulminando seicento nemici); il mare si agitò con onde furenti. Nessun Sipontino o Beneventano rimase ferito, mentre gli avversari furono messi in fuga e inseguiti fino a Napoli. La battaglia si concluse l’8 Maggio, data che divenne il dies festus dell’Arcangelo sul Gargano e che spiega l’istituzione liturgica della festa dell’Apparizione di San Michele proprio l’8 Maggio nel Calendario cattolico.
La terza apparizione è del 493. Dopo la vittoria, il Vescovo Lorenzo Maiorano decide di obbedire al comando divino e di consacrare la grotta. Si reca a Roma per ottenere l’approvazione di Papa Gelasio, che autorizza la consacrazione, ordinando un nuovo triduo di digiuno e penitenza insieme ai Vescovi della Puglia.
Nella notte conclusiva del digiuno, l’Arcangelo Michele appare al Vescovo e gli dice:
«Non è compito vostro consacrare questa chiesa che io ho edificato; io stesso, che l’ho fondata, l’ho anche consacrata. Voi dovete soltanto entrare e, sotto il mio patronato, frequentare in preghiera il luogo».
Il mattino seguente (29 Settembre) il Vescovo, accompagnato da sette Vescovi delle Puglie, dal clero e dal popolo in processione solenne, si reca alla grotta. Durante il cammino si verifica un prodigio: alcune aquile spiegano le ali per riparare i pellegrini dai raggi del sole ardente. Entrati nella grotta, trovano già eretto un rozzo altare, coperto di un pallio vermiglio, sormontato da una croce, e impressa nella roccia l’orma del piede dell’Arcangelo. È su quell’altare che il Santo Vescovo celebra la prima Messa in quel luogo. Viene subito costruita una chiesa all’ingresso della grotta, dedicata all’Arcangelo proprio quello stesso 29 Settembre 493 (data che diverrà la festa della Dedicazione di San Michele, distinta dalla commemorazione dell’apparizione dell’8 Maggio) (1). La grotta stessa rimane «non consacrata da mano umana» e riceve il titolo di «Celeste Basilica».
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La devozione si diffuse rapidamente, soprattutto con l’arrivo dei Longobardi nel VII secolo, che elessero San Michele a protettore nazionale e ampliarono il complesso. Il santuario divenne meta di pellegrinaggi lungo la Via Sacra Langobardorum e, nei secoli, fu arricchito architettonicamente. La grotta conserva ancora oggi l’altare e l’orma del piede di San Michele.
Riflettendo su questi eventi prodigiosi, non possiamo non ammirare l’intervento straordinario dell’Arcangelo San Michele, il quale non si è limitato a proteggere i fedeli, ma è giunto addirittura a consacrare egli stesso la sacra Grotta del Gargano e a sbaragliare miracolosamente i nemici dei fedeli pugliesi. La Fede sincera e confidente di allora mosse il Cielo in aiuto al popolo cristiano; le preghiere del Vescovo e del popolo furono esaudite con potenza divina, perché animate da una fiducia pura e totale nella Provvidenza.
Oggi, purtroppo, il mondo e la Chiesa versano in una crisi così terribile proprio perché gli uomini hanno smarrito quella Fede pura e fiduciosa che tutto ottiene da Dio. Dove la preghiera si è fatta tiepida, dove la fiducia nella potenza divina è stata sostituita dalla presunzione umana, là il Cielo tace. È dunque urgente ritornare alla purezza della Fede e riaccendere la fiamma viva della Carità, senza la quale ogni sforzo resta vano.
In questo cammino di conversione ci soccorra e ci guidi la Regina del Santissimo Rosario di Pompei, che oggi, in questo giorno a Lei dedicato, invochiamo a mezzogiorno con la Supplica ispirata dal Beato Bartolo Longo.
E ricordiamo che, come egli stesso, un tempo arruolato nelle schiere nella setta infame – cioè la massoneria – e nemico giurato di Cristo e della Chiesa, fu toccato dalla Grazia, si convertì e riparò con zelo cristiano al male commesso, così anche i nemici di oggi possano essere illuminati dalla medesima Misericordia divina e ritornare umilmente al Signore.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 8 maggio MMXXVI
In Appartitione S.cti Michaëlis Archangeli
NOTE
1) La chiesa riformata ha abolito le due feste dell’Apparizione e della Dedicazione di San Michele Arcangelo, accorpando i tre Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele nella commemorazione del 29 Settembre.
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Immagine: Michele Arcangelo. Icona bizantina del XIII secolo proveniente dal Monastero di Santa Caterina, Sinai.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
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Spirito
Qual è la credibilità dottrinale e l’autorità morale del cardinale Fernandez?
Il 2 luglio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato il decreto di «scomunica» contro i vescovi consacranti e quelli già consacrati il giorno precedente a Écône. È ironico vedere questo decreto firmato da un prelato che, il 27 gennaio, durante la sessione plenaria del suo dicastero, aveva invocato «umiltà intellettuale, spirituale e teologica».
In quell’occasione, aveva denunciato «l’assolutizzazione della ragione personale o di certi criteri morali che potrebbero condurre a gravi abusi». Tra gli esempi citati figuravano l’Inquisizione, le guerre mondiali e l’Olocausto… Questo monito viene ora respinto dal cardinale argentino, ma solo perché implica la scomunica di duemila anni di Tradizione.
Su InfoVaticana, il 6 luglio, Pedro Gomez Carrizo sostiene che il decreto firmato dal cardinale Fernandez rappresenta soprattutto il fallimento di Leone XIV. Esprime giustamente la sua indignazione: «Che una figura del genere possa sostenere la scomunica in nome della purezza della comunione ecclesiale è semplicemente il colmo dell’assurdità. È il colmo dell’assurdità perché uno degli aspetti che più distingue gli scomunicati da coloro che li scomunicano è che i primi denunciano proprio come i secondi abbiano svuotato di significato le proprie azioni». In altre parole: quanto insensate siano diventate le loro azioni.
E per specificare cosa è diventata oggi la Dottrina della Fede, di cui il cardinale Fernandez è responsabile: «La dottrina è poco più di un rapporto redatto da un gruppo di lavoro, sempre dipendente dal contesto; la morale si è gradualmente dissolta in questa misericordia senza giudizio che accompagna il peccatore, avendo cura di non metterlo a disagio; la liturgia soffre da decenni di creatività parrocchiale; la Germania tenta da anni lo scisma a piccoli passi, e il Partito Comunista Cinese ordina vescovi; la Curia mette i cardinali al servizio delle suore prefette, mentre le coppie omosessuali vengono benedette a condizione che non preghino in latino; la cura pastorale non consiste più nel condurre le anime alla verità, ma nel ricoprire la pillola dottrinale fino a nasconderla completamente, e la sinodalità ha permesso che antiche eresie rinascano, splendenti, appena uscite da una sessione di brainstorming».
Pedro Gomez Carrizo pone la domanda che tutti si pongono: «come può Roma pretendere che la sua scomunica venga presa sul serio, dopo essersi prodigata per dimostrare che tutto, o quasi tutto, può essere sfumato, contestualizzato, negoziato, tollerato, reinterpretato o benedetto da una nota a piè di pagina [un’allusione ad Amoris Laetitia, dove la comunione per i cattolici divorziati e risposati è permessa con una semplice nota a piè di pagina]? È Roma stessa che, per decenni, ha svalutato il linguaggio con cui ora pretende di giudicare. Non dovrebbe sorprendersi che la sua teologia ‘liquida’ non stia facendo impressione».
«In breve», ha proseguito, «Roma ha creato eccezioni a destra e a manca per i casi più inaccettabili, ma ha eretto una barriera insormontabile di fronte a Écône. Questa ‘selettività delle eccezioni’ tradisce le carenze dell’autorità: con la Germania, tutto è un processo; con Écône, è una barriera assoluta. La Chiesa post-conciliare ha finalmente scoperto che l’inferno non è vuoto, ma vi vede solo i seguaci di mons. Lefebvre. A questi bambini è la sola pietra che viene data quando chiedono il pane».
Poi, Pedro Gomez Carrizo si è rivolto a colui per il quale il cardinale Fernandez firmò questo decreto, Leone XIV: «volendo presentarsi come garante della comunione, papa Prevost si è ritrovato erede di un’autorità sperperata. Ha ereditato una Roma abituata a tollerare l’intollerabile e, dopo aver affidato questo delicato compito all’uomo che simboleggia la peggiore deviazione dottrinale, scelse di rispondere a Écône con il gesto più severo, sebbene le sue stesse parole fossero già state pubblicamente ignorate».
«Senza ristabilire l’ordine, si è reso conto di non averlo imposto. Se la firma è di Tucho [il soprannome confidenziale del cardinale Fernandez], il fallimento è di Leone XIV. […] Dimostrare la forza del potere è facile, ma non sembra essere il modo migliore per riconquistare la propria autorità». Ciò che non è altrettanto facile è convincere la gente che questa preoccupazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia nata da un’intollerabile indisciplina e non da un’autentica e santa necessità, appagata per la gloria di Dio, per il bene delle anime e per la santificazione dei suoi membri e fedeli, ora scomunicati o ingiustamente minacciati di scomunica.
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Uno sguardo retrospettivo alla dottrina eterodossa del Prefetto della Dottrina della Fede
Per comprendere appieno la natura paradossale – per non dire aberrante – di un decreto di scomunica dfirmato dal cardinale Fernandez, è utile ripercorrere alcuni momenti della sua carriera, iniziata sotto Francesco e fedelmente proseguita sotto Leone XIV.
Quando fu nominato a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede nel 2023 da Francesco, il blog argentino The Wanderer ricordò opportunamente un’omelia di Tucho in cui dichiarava: «senza rendersene conto, la Chiesa ha sviluppato per secoli una dottrina piena di classificazioni che affermava: a) solo i battezzati che sono nella grazia di Dio possono ricevere la comunione e coloro che sono in stato di peccato mortale no; b) solo coloro che si pentono dei loro peccati ed esprimono l’intenzione di cambiare vita possono ricevere l’assoluzione sacramentale. Questa è una cosa terribile… Ma per fortuna questo è accaduto in passato, e ora c’è papa Francesco».
Questa clemenza «pastorale» si applica a tutti (todos, come ha detto Francesco)… eccetto i sacerdoti e i fedeli della Tradizione.
Il cardinale Fernandez sapeva perfettamente cosa si aspettasse da lui papa Francesco, poiché lo aveva chiarito al momento della sua nomina a capo del Dicastero per la Fede, in una lettera datata 1° luglio 2023, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’intenti: «il dicastero che presiederete in passato ha fatto ricorso a metodi immorali. Erano tempi in cui, anziché promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali. Ciò che mi aspetto da voi è senza dubbio molto diverso». —Ad eccezione dei cosiddetti cattolici «preconciliari»…
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L’autore segreto di Amoris Laetitia e Fiducia Suplicans
Tucho deve tutto a Francesco, di cui è stato penna obbediente – persino servile – in Amoris Laetitia (19 marzo 2016), che autorizza la comunione ai cattolici divorziati e risposati caso per caso, e in Fiducia Suplicans (18 dicembre 2023), che permette la benedizione delle coppie omosessuali e irregolari.
Un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori più attenti a Roma: la penna nascosta di Francesco non solo ha scritto gran parte di Amoris Laetitia, ma ha anche incluso interi passaggi dei suoi stessi articoli, in particolare sulla questione dei cattolici divorziati e risposati. In breve, il papa ha copiato Tucho, e Tucho ha copiato se stesso.
Ancor prima che Francesco salisse al soglio pontificio, Bergoglio stava pensando e Fernandez stava scrivendo. Nel 2007, il documento finale dell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM) ad Aparecida, di cui il cardinale Bergoglio fu responsabile, rivela questa stretta collaborazione.
Da papa, Francesco vi ha fatto riferimento in diverse occasioni, esprimendo persino il suo entusiasmo: ogni volta che veniva menzionata la parola Aparecida, lasciava intendere di considerare questo documento il suo più importante risultato programmatico. È importante sapere che il documento di Aparecida fu redatto da Fernandez, naturalmente secondo i desideri e le direttive di Bergoglio.
Lo zelo di Tucho era evidente anche in anticipo: nel 2018, Francesco nominò Fernandez arcivescovo di La Plata, la seconda sede episcopale più grande dell’Argentina. Uno dei suoi primi atti fu la sospensione del motu proprio Summorum Pontificum nella sua diocesi. Non ne diede una vera e propria motivazione. Il suo approccio si può riassumere in una frase: «I cattolici non hanno bisogno del rito tradizionale e la Chiesa non ha bisogno di cattolici legati alla Tradizione».
Nel luglio 2021, Francesco abrogherà il motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II [1988] e il Summorum Pontificum di Benedetto XVI [2007], sostituendoli con Traditionis Custodes, che limita drasticamente la celebrazione della Messa tradizionale. Il cardinale argentino aveva semplicemente anticipato la decisione, pianificata da tempo, del papa argentino.
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Un autore controverso
Il prelato, scrittore nell’ombra, non firmava i documenti del suo padrone e benefattore; tuttavia, ha firmato due opere scandalose che ha accuratamente rimosso dalla sua biografia ufficiale: Sáname con tu boca: El arte de besar [«Guariscimi con la bocca: L’arte del bacio», 1995]. Un libro che gli valse il soprannome di Besuqueiro [Il Baciatore], e che Tucho stesso presentò così:
«Vi racconterò cosa provano le persone quando si baciano». Per farlo, ho parlato a lungo con molte persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, e anche con molti giovani che stanno imparando a baciare a modo loro… Spero che queste pagine vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio di voi stessi in un bacio…
Un’altra opera omessa dalla sua voce bio-bibliografica: La pasión mística: espiritualidad y sensualidad [«Passione mistica: spiritualità e sensualità», 1988]. Questa esposizione sulle esperienze mistico-sensuali valse al suo autore un altro soprannome: Tucho besame mucho [«Tucho, baciami tanto», un riferimento al tango composto dalla pianista messicana Consuelo Velázquez, nel 1932].
Sotto la veste di temi «spirituali», il libro offre un’analisi meticolosa delle estasi non mistiche, sia maschili che femminili, e arriva persino a legittimare le relazioni omosessuali, affermando che non sono un peccato. Ad esempio, afferma: «Questo non significa, ad esempio, che un omosessuale cesserà necessariamente di essere omosessuale. Ricordiamo che la grazia di Dio può coesistere con le debolezze e anche con i peccati, quando vi è un condizionamento molto forte. In questo caso, la persona può compiere azioni oggettivamente peccaminose, ma non essere colpevole e non perdere la grazia di Dio». [p. 80]
In altre parole, gli omosessuali possono commettere atti oggettivamente peccaminosi, ma non sono colpevoli. Qui troviamo già un’allusione a ciò che verrà trovato in Fiducia supplicans: le relazioni omosessuali, sebbene oggettivamente peccaminose, non sono necessariamente colpevoli. Questa è l’opinione del Prefetto del Dicastero della Fede, difensore dell’ortodossia cattolica.
Sostenitore della «moralità graduale», Tucho ha affermato: «Il matrimonio cristiano è un ideale bellissimo, ma quando parliamo di gradualismo intendiamo che dobbiamo tenere conto della realtà concreta di coloro che non possono raggiungere questo ideale, e dobbiamo quindi ricordare quella categoria del “bene possibile” evocata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, alla quale dobbiamo aspirare anche a costo di sporcarci le mani nel fango della strada».
Come osserva con buon senso The Wanderer: «la teologia di Tucho sembra confusa. La grazia non si acquisisce gradualmente: o la si ottiene o non la si ottiene; o la si possiede o non la si possiede; o la si trova o la si perde. Un cristiano è o in stato di grazia o in stato di peccato. La teologia cattolica non ha mai affermato che si possa essere progressivamente in stato di grazia: mezza grazia o un quarto di grazia non sono misure comuni, nemmeno oggi».
Sul quotidiano argentino La Nación, Tucho predica una società più «inclusiva» sotto la bandiera dell’uguaglianza: non guardiamo alle idee, agli orientamenti sessuali. Fratelli tutti! Siamo tutti fratelli… «In altri tempi», conclude The Wanderer, «queste tesi avrebbero condotto il loro autore direttamente alla deposizione. Nelle circostanze attuali, lo hanno condotto direttamente alla cattedra di custode della dottrina cattolica».
Pertanto, come possiamo non porci queste domande sul cardinale Fernandez: perché è Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede? Come può Leone XIV mantenerlo in questa posizione? Quando verrà destituito?
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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