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Politica

Miss Francia attaccata in strada

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Vaimalama Chaves, modella e cantante eletta Miss Francia 2019 è attaccata in strada da una ghenga di giovinastri, che la hanno lapidata.

 

Si è trattato, dice, di una banda di almeno quindi elementi, che le hanno lanciato contro delle pietre lo scorso sabato 25 settembre.

 

In un recente sulla sua pagina Instagram ora scaduto, ha spiegato cosa era successo, sostenendo che la polizia l’ha ignorata quando ha chiamato il numero di emergenza per richiedere assistenza.

 

«Per cominciare, mi hanno lanciato dei sassi, “per scherzo”. Quando ho affrontato quello che ho visto l’aveva fatto, si sono radunati intorno a me. Una quindicina di ragazzi che non hanno valori».

 

«Ho provato a filmare per mostrare la polizia, che un’ora dopo ancora non era arrivata. Mi è stato detto al telefono: “Va tutto bene, hai avuto solo pietre”. No signore, non ho ricevuto “solo” pietre. Hanno cercato di rubarmi il telefono e si sono divertiti a lanciarmene altre quando me ne sono andata. Mi hanno circondata quando ho provato a chiamare il 17 [il numero della polizia di Parigi]».

 

«Davvero, sono arrabbiata. Mi sento così debole e impotente!» ha scritto in una Instagram Story.

 

«Perché dovremmo tacere? Perché dovremmo subire?»

«Vi confesso che le parole mi mancano e sono delusa di non avere il potere di fare la cosa giusta».

 

«Perché dovremmo tacere? Perché dovremmo subire?» si chiede la regina di bellezza. «Non voglio che nessun altro debba passare attraverso questo. Insicurezza, rabbia…»

 

La Miss dice di aver quindi fatto un esposto alla polizia parigina.

 

«Non si fermerà qui. Se ci sono passata attraverso e sono stato in grado di mostrarvelo, migliaia di altri soffrono allo stesso modo o peggio, e non dicono nulla. Non c’è bisogno di tacere».

 

«Sono stufa di questo Paese! Cosa fa la polizia?»

I media non hanno riportato informazioni riguardo la composizione etnica della teppa, informazione per la quale i giornalisti italiani sarebbero puniti ai sensi della deontologia della «Carta di Roma». Tuttavia, la Miss ai giornali francesi ha detto  che si trattava di minorenni.

 

In questi stessi giorni un’altra Miss Francia, Delphine Wespiser, eletta più bella del Paese nel 2012, è stata attaccata in strada da un ladro che le ha rubato l’orologio.

 

La Wespiser, come la collega, ha anche denunciato la mancanza di reazione da parte della polizia: «Sono stufa di questo Paese! Cosa fa la polizia? Abbiamo girato un’ora per trovare il mio aggressore e non abbiamo visto una sola pattuglia di polizia».

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

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«Draghi ha ricevuto dall’Europa una licenza di uccidere?» Intervento dell’on. Donato all’europarlamento?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento dell’europarlamentare Francesca Donato al Parlamento Europeo sulle violazioni dei diritti umani in Europa. Renovatio 21 ha pubblicato pochi giorni fa il discorso dell’onorevole sull’Italia «sede prescelta per un esperimento sociale vero e proprio, che punta al controllo spasmodico dell’individuo ed alla schedatura di tutti i cittadini con sistemi digitalizzati ed intercomunicanti, al fine di coartarne la volontà e le scelte tramite un sistema di libertà condizionata ad una serie di adempimenti».

 

 

È davvero frustrante assistere, per una cittadina europea italiana, a questa inedita prova di forza dell’Unione contro lo stato polacco per mancato rispetto della Rule of Law in tema di ideologia LGBT e nomine dei giudici, mentre in Italia i diritti fondamentali sanciti nella carta europea dei diritti dell’uomo vengono calpestati dal governo del non eletto presidente Draghi con l’introduzione di misure gravemente discriminatorie e vessatorie contro la minoranza dei lavoratori e studenti non vaccinati contro il COVID e la repressione violenta delle proteste pacifiche in corso.

 

Forse il Premier Draghi ha ricevuto dalle istituzioni europee una licenza di uccidere?

La violazione della Rule of Law è ben più grave di quella contestata alla Polonia ma la commissione non se ne occupa.

 

Forse il Premier Draghi ha ricevuto dalle istituzioni europee una licenza di uccidere?

 

Se non è così, commissario intervenga subito in difesa dei cittadini italiani che chiedono aiuto, come hanno fatto ieri a Trieste.

 

 

 

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Prodi se lo lascia scappare: il green pass resterà

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Romano Prodi se lo lascia scappare: il green pass durerà a lungo. Finché ce ne sarà bisogno. Forse, si potrebbe pensare, per sempre.

 

«L’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno». Il tono del mite ex democristiano parrebbe qui perfino un po’ imperativo.

 

È ormai nota l’obiezione nell’ambito della Filosofia del  Diritto che Massimo Cacciari ripropone in tutte le occasioni senza che ne venga colta la gravità: uno stato di emergenza deve dichiarare i  parametri da raggiungere per uscire dall’emergenza stessa; in caso contrario non è  «stato di emergenza»,  bensì  «stato di eccezione», uno stato che in genere viene anche chiamato «dittatura», «autoritarismo», «tirannia», «dispotismo» etc.

 

«L’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno». Il tono del mite ex democristiano parrebbe qui perfino un po’ imperativo.

«Stato di emergenza» e «stato di eccezione» sono cose ben diverse.

 

Evidentemente non lo sono per  Prodi, uomo che con probabilità sta cercando di presentarsi come possibile successore di Mattarella.

 

Sul Messaggero del 17 ottobre l’ex presidente della Commissione Europea afferma:

 

«L’obbligo del green pass ha quindi già accelerato l’arrivo della cosiddetta immunità di gregge, cioè del momento in cui l’epidemia sarà, almeno in Italia, definitivamente sotto controllo. Porsi quindi una data di scadenza dell’obbligo del green pass, come è la tesi recentemente espressa da Salvini, non si fonda su alcun dato oggettivo: l’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno».

 

Traduciamo noi la filosofia del diritto del professor Prodi: lo stato di emergenza si manterrà finché ce ne sarà bisogno. Concetto quest’ultimo, non esattamente definito.

 

«Gli italiani, almeno nella prima applicazione delle nuove misure, hanno capito tutto questo e hanno dato, nella stragrande maggioranza, il loro contributo per anticipare l’arrivo di quel giorno».

 

La conclusione del docente emiliano – da lunghi anni molto amico della Cina – è ancora più serena, quasi serafica:

 

«Anche se non voglio procedere a giudizi affrettati su eventi che ancora sono in corso, mi sembra quindi che i comportamenti di questi ultimi due giorni dimostrino che, nella loro maggioranza, gli italiani non si accontentano che il governo si limiti a proteggere i diritti individuali, ma debba ugualmente tenere conto degli interessi collettivi della società in cui viviamo. Con il green pass il governo ha semplicemente imposto che questi diversi interessi vengano tra loro armonizzati».

 

Non sappiamo se con questa espressione voglia riferirsi all’ideale della hexié shèhuì, la «società armoniosa» lanciata dall’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao, ma purtroppo, riguardo le inclinazioni degli italiani, potrebbe avere torto.

 

Infatti il giorno successivo agli «armoniosi» sgomberi del porto di Trieste, su La Verità del 20 ottobre Maurizio Belpietro pubblica un sondaggio dell’Università Cattolica dove si dimostra che il 50 % degli italiani è ostile al green pass. La metà della popolazione è contraria alla passaporto vaccinale totale.

 

«EngageMinds Hub ha intervistato 6.ooo persone, senza badare alle simpatie politiche di destra o di sinistra. Oggetto del sondaggio è l’opinione degli italiani a proposito del certificato verde» scrive il quotidiano milanese.

 

«Beh, a leggere lo studio si capisce che i cosiddetti no pass sono tutt’altro che quattro gatti e quattro estremisti. Solo poco più della metà degli italiani, il 56%, ritiene che il green pass sia una misura efficace a ridurre il rischio di contagi. E soltanto il 52% pensa sia giusto vietare l’accesso ai luoghi di lavoro a chi non ne sia in possesso».

 

Ma all’ex premier dell’era dell’«Ulivo mondiale» va ancora peggio quando a contraddirlo è lo stesso Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e portavoce del CTS, il quale su La Stampa del 20 ottobre afferma che l’immunità di gregge non esisterà mai.

 

«Scordiamoci l’immunità di gregge, la terza dose potrebbe servire a tutti». Chiediamo noi: e poi allora la quarta, la quinta etc… ?

 

Ha ragione Cacciari: chiamatelo «stato di eccezione». Ci siamo già dentro da 21 mesi. Ci siamo dentro per sempre

«L’immunità di gregge, intesa come livello di immunizzazione che azzera la circolazione di un virus, non è obiettivo che ci possiamo porre con il SarsCov-2. Gli obiettivi sono altri: ridurre il più possibile la circolazione del virus ed i contagi e contenere al minino ricoveri e morti. Questo implica avere una massiccia copertura vaccinale della popolazione e garantirne la durata nel tempo».



Già, e come si garantirebbe questa “durata nel tempo” se i vaccini non permettono di raggiungere la leggendaria immunità di gregge come sostiene Brusaferro?

 

Ma è semplice: i parametri non esistono, si devono solo prolungare indefinitamente  le limitazione previste dallo stato di emergenza, cioè  quello che nella neo-lingua orwelliana si chiama «limitare i contagi».

 

Quindi ha ragione Cacciari: chiamatelo «stato di eccezione». Ci siamo già dentro da 21 mesi. Ci siamo dentro per sempre.

 

 

Gian Battista Airaghi

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«Tienanmen vaccinale»: cosa succederà sabato a Trieste?

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Il governo ieri ha accettato di mettere in piedi un tavolo con la protesta triestina. Come reso noto dal leader della sigla sindacale portuale CLPT Stefano «Ciccio» Puzzer, l’autorità esecutiva ha accettato l’incontro, secondo alcune condizioni.

 

I portuali hanno ottenuto che l’incontro si tenesse a Trieste e non a Roma – come invece avevano accettato prima, rimediando  un bizzarro, superfluo «incontro» al Senato (come se il Parlamento avesse ancora qualche voce in capitolo).

 

Secondariamente, il potere ha deciso di mandare a Trieste il grillino Stefano Patuanelli, oggi ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. (Se non sapete chi è, non vi preoccupate: non siete i soli)

 

In terzo luogo, il governo ha fatto sapere che l’incontro avverrà sabato.

 

Analizziamo la questione punto per punto. Dove, chi, quando.

La scelta di mandare Patuanelli è al limite dell’insulto. Che i portuali parlino con il ministro delle politiche agricole e forestali potrebbe sottendere, ironizzano in rete, che il potere consideri i manifestanti come bestiame

 

Sicuramente, il luogo del tavolo, Trieste, è l’unica concessione fatta alla protesta. Al contempo, però, permette al governo plausible deniability («negabilità plausibile»: il poter fornire scuse adatte a discolparsi) riguardo la presenza di altri ministri, magari quelli più interessati alla questione (Trasporti, Sanità, Interni) e financo del Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, che è il vero grande artefice di tutta l’accelerazione impressa al marchio bio-digitale su tutti i lavoratori italiani.

 

Fare l’incontro  lontano da Roma permette a Speranza, Lamorgese, Draghi di starsene lontanissimi dalla polveriera triestina, mandando così un ministro di seconda (o terza) fila.

 

La scelta di mandare Patuanelli, infatti, è al limite dell’insulto. Che i portuali parlino con il ministro delle politiche agricole e forestali potrebbe sottendere, ironizzano in rete, che il potere consideri i manifestanti come bestiame. Animali da macello, magari da portare al pascolo un po’ prima di venderli o abbatterli per farci lo spezzatino.

 

Patuanelli ha oggi perfino meno importanza di quanta ne avesse nel governo Conte bis – il governo che attuò, primo in Occidente, i lockdown più mostruosi – dove ricopriva la non piccola carica di Ministro dello Sviluppo Economico. Molte delle regole pandemiche che hanno distrutto la nostra economia dovrebbero essere passate anche sul suo tavolo.

 

Draghi, Lamorgese, Speranza sanno che devono stare a migliaia di chilometri di distanza da Trieste, dove la situazione potrebbe generare immagini spiacevoli, che finirebbero quindi per sempre associate a loro, come in un G8 genovese qualsiasi

Tuttavia, il ministro Patuanelli, ora scivolato al Ministero agricolo, ha oggi ancora meno importanza, e davvero non si capisce perché mai dovrebbe lui incontrare la massa in rivolta a Trieste e non i ministri degli Interni, del Lavoro, dei Trasporti, della Salute – e, ribadiamo, la cosa dovrebbe interessare anche al Primo Ministro.

 

Il quale Primo Ministro si tiene alla larga dalla criptonite triestina anche perché (lo abbiamo capito sin dal primo momento, quando lo abbiamo visto parlare per la prima volta in Parlamento per il suo insediamento) crediamo che davvero non sia abituato, diciamo così, a trattare con il popolo, non ne ha mai visto uno (del resto, come in una favola principesca, egli regnava su una alta torre, l’Eurotower della BCE a Francoforte), e qualcuno può interrogarsi sul quando il Draghi può aver avuto contatto con un portuale o anche con una semplice partita IVA.

 

Draghi, Lamorgese, Speranza sanno che devono stare a migliaia di chilometri di distanza da Trieste, dove la situazione potrebbe generare immagini spiacevoli, che finirebbero quindi per sempre associate a loro, come in un G8 genovese qualsiasi. E questo nonostante il Corriere della Sera riporti la notizia della repressione al porto («idranti», scrive il primo quotidiano nazionale) a pagina 18. Prima, giustamente, c’erano i risultati delle elezioni disertate da un elettore su due.

 

Qui entra in giuoco il terzo punto: il giorno di sabato. Anche qui, siamo ai limiti dell’insulto: facciamo sabato, pare dire il governo, che in settimana ci abbiamo da fare, siamo impegnati in cose serie. La vostra non lo è. Quindi, accontentatevi.

Anche qui, siamo ai limiti dell’insulto: facciamo sabato, pare dire il governo, che in settimana ci abbiamo da fare, siamo impegnati in cose serie. La vostra non lo è. Quindi, accontentatevi

 

Insomma: sabato con Patuanelli – a questo punto magari il potere poteva anche sputare per terra o mostrare il dito medio, o sghignazzarsela per la combo inflitta all’insurrezione populista.

 

C’è di sicuro un elemento tattico che hanno considerato. Sabato è tra cinque giorni. Un’enormità rispetto alle forze che servono per tenere in piedi una protesta, specie ora che la sede primigenia – il porto – è stata sgombrata con la forza e sigillata con ruspe e new jersey.

 

Gli strateghi del governo devono aver pensato: tempo cinque giorni la protesta sarà fiaccata. Sfinita.

 

Tuttavia è possibile pensare invece ad un altro scenario. Non è improbabile che sabato – giornata usualmente utilizzata per la protesta pacifica di centinaia di migliaia di persone in tutta Italia da quattordici settimane – una massa enorme di persone converga su Trieste divenuta epicentro della lotta contro il green pass.

Non è improbabile che sabato – giornata usualmente utilizzata per la protesta pacifica di centinaia di migliaia di persone in tutta Italia da quattordici settimane – una massa enorme di persone converga su Trieste divenuta epicentro della lotta contro il green pass

 

Fermare una simile quantità di persone diventerebbe difficile, arduo – a meno di istituire un blocco delle autostrade. Un’operazione di magnitudine militare della quale, forse, oggi il governo non avrebbe più di tanto timore.

 

La convergenza della protesta nazionale a Trieste potrebbe riempire l’enorme Piazza Unità d’Italia creando una situazione davvero instabile. Per soprammercato, ogni cosa potesse accadere a Trieste (come l’eventualità di altre cariche della polizia contro i manifestanti inermi come quelle viste lunedì) risuonerebbe in tutte le altre piazze d’Italia che il sabato protestano e che ieri sera già hanno fatto sapere di essere in contatto profondo con il capoluogo giuliano: Trieste chiama...

 

La scelta del sabato come giorno del faccia a faccia può rivelarsi insomma come un incredibile autogol del governo. A meno che esso non programmi di portare le azioni di sgombro viste al porto anche su Piazza Unità d’Italia: saremmo, in questo caso, dalle parti di Pechino 1989 – Trieste come la prima Tienanmen vaccinale del mondo

La scelta del sabato come giorno del faccia a faccia può rivelarsi insomma come un incredibile autogol del governo. A meno che esso non programmi di portare le azioni di sgombro viste al porto anche su Piazza Unità d’Italia: saremmo, in questo caso, dalle parti di Pechino 1989 – Trieste come la prima Tienanmen vaccinale del mondo.

 

A meno che, quindi, non si scelga di fare di Trieste un esempio nazionale ed internazionale della repressione più sfrontata. Colpire una Trieste per educare cento Milano, Roma, Parigi, Berna, Berlino, Melbourne, New York

 

Ma rifiutiamo questo pensiero: il governo pandemico non può desiderare uno scenario del genere. No?

 

 

 

 

 

 

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