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Memorie dal sottosuolo ebraico

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Anche quest’anno è giunto il «giorno della Memoria». Si chiama così, senza che sia specificato di cosa: gli altri dì dell’anno, forse sono senza memoria, pare il messaggio degli organizzatori. Oppure che questa è una memoria più importante delle altre?

 

È una memoria che non si può lavar via, che va fissata in mondo indelebile: le altre memorie sono RAM, mentre quella dell’«olocausto» – altra espressione generica assai, che sposta via tanti altri significati, compresi quelli della religione cristiana – è decisamente da hard disk.

 

Dal mio disco rigido quindi, quest’anno voglio estrarre un po’ di memorie assortite sull’argomento. Mi sblocco un po’ di ricordi personalissimi, così, per cercare di stare in linea, per una volta, con una giornata mondiale.

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Io ho memoria, innanzitutto, di una cosa accaduta ieri l’altro. Mio figlio, 8 anni, ha sentito in una conversazione l’espressione «campo di concentramento» e, pur non sapendo esattamente cosa volesse dire, mi ha chiesto di «Teresen. Teresin…».

 

«Theresienstadt...?» gli ho chiesto sbalordito.

 

«Sì, quello».

 

«E dove lo hai sentito?»

 

«A scuola…»

 

Scopro così che, dopo il lavaggio di cervello sul caso Cecchettin, qualcuno in classe ha parlato ai bambini dello sterminio degli ebrei, cosa del quale, almeno lui, ha potuto capire fino ad un certo punto. Come sappiamo, non è importante: quello che conta è che il discorso pubblico venga sfogato, e che qualche parola chiava («Theresien…» «Auschw…») entri nei giovani cervelli, e anche solo qualche sillaba va bene.

 

Scopro così che l’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan ha inviato una lettera aperta alle scuole del Veneto:

 

«Vi invito, anche quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah, come comunità educante del nostro Veneto, a ricordare degnamente questa data simbolo della persecuzione dell’odio nei confronti degli ebrei. Purtroppo la battaglia all’antisemitismo non è ancora compiutamente vinta perché il seme dell’antisemitismo continua a riemergere con molte facce e strumenti diversi. È una battaglia che soprattutto nella scuola dobbiamo affrontare trovando la più ampia diffusione tra le nuove generazioni così da costruire gli anticorpi contro l’odio antisemita. L’odio, nei confronti del popolo ebraico e contro lo Stato di Israele, è un dramma che ancora oggi si perpetra nel mondo».

 

Sono parole che, scrive il messaggio, l’assessore aveva usato anche l’anno scorso, ma che ha copincollato anche quest’anno perché «purtroppo, ancora più attuale dopo i fatti del 7 ottobre 2023 da parte del terrorismo islamico con l’obiettivo di colpire lo Stato di Israele».

 

«Si assiste ad un dibattito pubblico acceso e polarizzante ed è quanto mai necessaria una riflessione in ordine ai pericoli di un rinnovato odio nei confronti degli ebrei, che si è caratterizzato recentemente per episodi di estrema violenza anche nel nostro territorio, come accaduto a Vicenza in occasione di un recente evento internazionale ove partecipavano degli espositori israeliani. Episodio esecrabile che ha visto la giusta condanna da parte di tutte le forze politiche e che non deve ripetersi grazie all’apporto culturale garantito dalle nostre scuole».

 

«Il 27 gennaio è ancora più importante difendere la democrazia e la libertà».

 

La democrazia e la libertà coincidono con lo Stato di Israele? Non è tanto questo, che colpisce il quivis de populo. Ma scusate, la Donazza non è quella che la sinistra accusava di revisionismo? Non è quella che avrebbe cantato «faccetta nera» per radio a La Zanzara? Insomma quella considerata di destra, tanto di destra?

 

A fine anni Ottanta, la Donazzana fu presidente provinciale vicentina del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile del MSI. Qui si sblocca un ricordo dell’era almirantiana: com’è, che ad un certo punto, i missini – tra i quali nel 1979 si candidò anche il marito della senatrice sopravvissuta ad Auschwitz Liliana Segre – presero a difendere lo Stato Ebraico? Sì, è successo. Si disse: è perché l’URSS difende i palestinesi (certo: dopo essere stato il primo Paese a riconoscere Israele, e a tenersi in pancia e fuori caterve di ebrei russi). Anzi no: è perché Israele è uno stato militarista, uno stato etnico – il motivo per cui piace pure al Battaglione Azov, che lo dice ufficialmente (e non scherziamo).

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Sarà quello? Mboh. Intanto io sblocco quella memoria, così per capire come le «lettere aperte» istituzionali dalla fiamma arrivano fino alla mente di mio figlio.

 

Quello degli ebrei a scuola è un tema ciclico e risalente. Dall’hard disco personale ripesco un giorno di più di un quarto di secolo fa, un sabato pomeriggio, sono da solo in un bel bar dentro una rara casetta liberty, di solito andavo lì alla sera per gli amici e le ragazze ma il pomeriggio, quando non c’è nessuno, c’è grande pace, e lo spritz lo pagherò 1000 lire (fate voi i conti – comunque era un posto costoso, nel baretto successivo della via il prezzo era 500 lire).

 

I tizi del locale sono di sinistra: ecco che sul bancone spunta Repubblica, giornale che leggo con avidità. Mi colpisce un grande editoriale, un articolone, un’articolessa, si intitola «Io professore fallito». Mi fiondo a leggerlo, perché fiuto subito la voglia del quotidiano di vellicare questa parte consistente del suo pubblico, gli insegnanti di scuola, medie, elementari, superiori, università, che vuolesi ceto medio riflessivo ma è soprattutto casta statale sempre in cerca di qualcuno che riconosca quanto bravi, intelligenti sono – e soprattutto dire quanto, ancorché talvolta tristi ed incompresi, quanto sono necessari al Paese.

 

Il pezzo è tutto un racconto intimo di dettagli personali anche poco significanti (tipo l’articolo che state leggendo). L’autore racconta di aver portato i suoi studenti a vedere un film in un multisale di una città del Lazio. Si tratta di Train de vie, una pellicola sull’Olocausto però con allegra musichetta balcanica alla Bregovic (quella che, anni dopo, Elio e le Storie Tese dissero solennemente che «ci ha rotto i…»): «un film straordinario, geniale, capace di ribaltare da un’inquadratura all’altra ogni ruolo e di guardare alla tragedia della Shoa [sic] con uno sguardo obliquo, ironico, poetico, in modo diverso (perché diverso è lo stile) ma analogo (per una vicinanza poetica tra i due autori) a La vita è bella di Benigni» scrive il professore nella mirabile infilata iniziale.

 

«Io non l’avevo mai visto prima e mi sono emozionato, gli alunni in gran parte si sono annoiati. A un certo punto mi sono dovuto alzare per andare ad azzittire un gruppetto di ragazzi che dalle prime file continuava ad alzare grida di “Heil Hitler!”» racconta con amarezza.

 

«Nell’intervallo sono andato al bar, fuori dal cinema, a prendermi un caffè. Vicino a me c’era il proprietario del cinema. Io l’ho riconosciuto, lui no. È un uomo sulla sessantina, uno di quegli ex malandrini talmente narcisisti da non riuscire a memorizzare un solo volto. Ne ho conosciuti a migliaia. Sono talmente concentrati sulla loro vita che tutto il resto non solo lo ignorano, ma faticano a considerarne l’esistenza. Sono perfino comici, certe volte, perché a un occhio inesperto tanta pienezza di sé, e senso dell’esclusione, può confondersi facilmente con un rincoglionimento da macchietta».

 

Diciamo di non sapere se, dopo la pubblicazione, sia partita una denuncia per diffamazione: ci starebbe. Ma si va avanti:

 

«Il barista gli ha chiesto se nel cinema ci fossero i ragazzi della scuola, e lui ha riposto di sì con la testa, appoggiando la tazzina del caffè alle labbra protese. Poi l’altro si è informato sul film che stavano proiettando. Allora lui ha mandato giù il caffè inghiottendo sonoramente, ha fatto schioccare la lingua, ha infilato una mano in tasca, ne ha estratto un mazzo di biglietti di vario taglio, ha sfilato con la punta di indice e pollice una banconota da mille, l’ha allungata alla cassa e infine ha risposto: – Un treno per vivere, ‘n’antra stronzata sull’ebbrei».

 

Ecco: «‘n’antra stronzata sull’ebbrei». Scritto proprio così: «sull’ebbrei». La frase romanesca mi è rimasta impressa nella memoria per anni, e non manca di farmi ridere ancor’oggi.

 

Ricercando questo mirabile testo, ho appreso che l’autore non era solo un professore, ma anche uno scrittore – specie nota in Italia, i docenti di scuola pubblica che gliela fanno a farsi fare il giro in giostra con il grande editore, e conseguentemente con qualche saletta di libreria o circolo Arci riempita di loro simili e tesserati PCI-PDS-DS-PD che per una sera si fanno convincere ad uscire di casa rinunziando al film su Rete 4. Si chiama Sandro Onofri, purtroppo sarebbe morto poco dopo la pubblicazione dell’articolo per cancro al polmone.

 

Lo scrittore e poeta e insegnante, ci chiediamo, come si sarebbe sentito quando, sugli stessi canali della grande sinistra e dell’establishment che ospitavano il suo sdegno per la mancanza di devozione olocaustica, anni dopo sarebbero apparsi peana al battaglione Azov? Quando la sinistra mondiale e il suo padronato borghese slatentizzato avrebbero fischiettato davanti a svastiche e lettere runiche, e anche a certi video recenti di supposte persecuzioni degli ebrei in Est Europa?

 

Davanti a chi gli avrebbe mostrato l’orrore nazista vivo e vegeto, e armato e finanziato dal contribuente italiano, avrebbe detto: «‘n’antra stronzata su Hitleh»…?

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Sblocchiamo un ricordo più recente. Il lettore deve sapere che mesi fa, molto prima dell’efferata strage di Hamas del 7 ottobre, Renovatio 21 aveva in canna un editoriale che parlava della Finestra di Overton che si stava aprendo riguardo l’antisemitismo. Il pezzo non fu prodotto e pubblicato, e mal ce ne incolse: ci avevamo, come sempre, ragionissima, e poco dopo avremmo visto l’odio per gli ebrei divenire mostruosamente mainstream con il cortocircuito attuale, dove in USA università e giovani della Generazione Z (più o meno goscisti, ma tutti, comunque, «fluidi», woke e nichilisti) arrivano a giustificare e persino celebrare i massacri contro gli ebrei (e ad esaltare le epistole del Bin Laden).

 

L’articolo che volevamo scrivere partiva dalle sparate del rapper Kanye West, che di colpo aveva cominciato a fare discorsi sugli ebrei piuttosto puntuti. Intervistato da Tucker Carlson, l’uomo – che è bipolare e miliardario, e popolarissimo – si era contenuto.

 

Poi, presentatosi in Texas da Alex Jones vestito tipo lo «storpio» di Pulp Fiction (una maschera nera che gli copriva il viso che forse veniva dalle sue frequentazioni con Balenciaga, marchio con cui ha collaborato molto), aveva spalancato tutto: lodi a Hitler, responsabile anche dell’invenzione dei microfoni, e attacchi diretti, nome e cognome, a Ari Emanuel, figlio di un terrorista sionista dell’Irgun e uomo più potente di Hollywood (e della TV, e della UFC, e chissà di cos’altro), fratello del capo di Gabinetto di Obama Rahm Emanuel (ora controverso ambasciatore in Giappone) e pure di Ezekiel Emanuel, medico e ultravaccinista della Bioetica di governo che va oltre l’eutanasia per chiedere direttamente la rinuncia alle cure per le persone oltre i 75 anni.

 

 

L’intervista del Jones con questo tizio mascherato era a dir poco incredibile: i discorsi sugli ebrei che faceva Kanye, che per qualche ragione ora vuole contrarre il suo nome in «Ye» – erano semplicemente inauditi in pubblico.

 

Capiamo anche l’imbarazzo del caso: difficile dire che si tratta del peccato onnipresente della società americana, quel suprematismo bianco che ci devono convincere essere legato al voto a Trump, perché il Kanye è nero.

 

E quindi: le critiche ferali sui potentati ebraici stavano diventando mainstream…? Certi discorsi, erano relegati all’underground dei lunatici.

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Un attimo, mi si sta bloccando un altro ricordo: sono a Nagasaki, la città più bella del mondo, tanti anni fa. Vicino alla stazione dei treni, tra la baia e i monti verdi, dopo un grande ballatoio che ti fa camminare sopra le strade, c’è un imperdibile negozio di libri usati. Il mio povero giapponese non mi consente la lettura di testi in presenza di troppi ideogrammi kanji, ma è uno spasso vero per il bibliofilo ammirare l’arte libraria nipponica: la tipografia, la consistenza della carta, il design delle copertine… anni dopo, alla Fiera di Francoforte, mi sarei fatto amico produttori di libri locali solo per sentire la passione con cui descrivono questo lavoro.

 

Tra i libri che sfoglio nella città del mio pellegrinaggio atomico, uno attira la mia attenzione: si chiama «Zionist Underground Conspiracy», o qualcosa del genere, ma non credo che parli davvero di complotti sionisti del sottosuolo: forse è un libro che parla di jazz, o di avanguardia letteraria, non lo ricordo, non lo so, perché, da mòna, lo sfogliai e non lo comprai.

 

Epperò è vero che c’è da chiedersi come i giapponesi vivano ‘sto «Giorno della Memoria». Messi giapponesi partecipavano alle «conferenze» razziali nella Germania nazista, dove cercavano di convincere tutti che i cinesi sono gli ebrei d’Oriente: ne parlava anche molto scandalizzato, Julius Evola nei suoi racconti di quegli eventi.

 

Ecco che scatta la voglia di rammentare il Fugukeikaku, l’«operazione fugu»: a forza di sentire i tedeschi lamentare delle incredibili capacità di controllo economico degli ebrei, i giapponesi, molto pragmaticamente, si erano detti: ma scusate, ma perché non sfruttiamo questa loro competenza? Pianificarono quindi di portare quantità di ebrei in Manciukuò, lo Stato fantoccio che il Giappone Imperiale aveva creato in Manciuria (lo potete vedere nel film L’Ultimo Imperatore).

 

Il fugu è una pietanza nota ai lettori di Renovatio 21: il pesce palla è cibo prelibato, che ha ucciso, vogliamo rammentarlo spesso, Bando Mitsugoro VIII (1906-1975), un attore che aveva il titolo di Ningen Kokuho, «tesoro nazionale vivente». Il pesce va preparato con una cura assoluta, perché varie parti sono velenose, quindi se finiscono, anche solo in parte in bocca al cliente del ristorante (che deva avere una licenza speciale per offrirlo nel menu), c’è la morte. L’attore patrimonio vivente morì dopo averne mangiato una quantità, una sfida al fato stile roulette russa ittico-venefica.

 

Ebbene, quei capoccia militari nipponici che idearono il Piano Fugu riconoscevano che l’importazione di ebrei poteva essere fatale al Paese. Per capire la situazione necessitiamo di una certa dose di elasticità, che è quella che serve spesso a contatto con le mentalità orientali. Cionondimeno, alcuni trovano la cosa talmente bizzarra da essere divertente.

 

Secondo alcuni, l’operazione fugu permise a molti ebrei di salvarsi dallo sterminio cui andavano incontro in Europa: il fugu come Schindler, come Perlasca. Tuttavia, non ci sembra che nemmeno quest’anno, nella pletora di contenuti olocaustici piombati per il «giorno della memoria», il pesce palla abbia trovato il suo posto. Ricordiamo pure, en passant, che in quello stesso 1934 Stalin creò ai confini della Manciuria l’oblast’ degli ebrei, una provincia autonoma estremo-orientale solo per giudei, che è peraltro ancora esistente. Anche il baffone… aveva concepito un suo piano fugu?

 

Vabbè, rimane il fatto che questo «underground sionista» di cui parlava quella copertina di libro a Nagasaki non ho capito cosa sia.

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Un attimo, si sblocca un ulteriore ricordo, recentissimo. È un altro articolo che non siamo riusciti a scrivere, forse per mancanza di tempo, forse perché inebetiti dalla questione, che toglie il fiato e le parole pure…

 

Sapete cosa è successo a Brooklyn. Avete visto nitidamente quelle immagini sconvolgenti… sotto una sinagoga degli Chabad Lubavitcher (avete presente: sono quelli con la barbona, i riccioletti palandrano, il capellazzo a tutte le stagioni, quelli che sarebbero dietro a Milei, anzi davanti, perché mica la cosa è più nascosta), hanno trovato dei tunnel sotterranei, scavati dagli stessi ebrei ortodossi.

 

 

I giornali mainstream americani, quelli filoisraeliani, magari pure con famiglie ebree come editori, hanno dovuto titolare proprio così: «Jewish Tunnel in New York City».

 

Ci siamo stropicciati gli occhi diverse volte, e dato tanti pizzicotti. La faccenda è che ci sono le immagini, che sono semplicemente pazzesche. La polizia che scopre i tunnel, o cerca di murarli, e la torma di ebrei hassidici – tutti uguali identici – che scatenano la rivolta: lasciateci le nostre strutture segrete sotterranee.

 

 

Il podcaster Tim Pool la ha detta giusta. Mostrando il filmato che mostra incontrovertibilmente un signore ebreo che esce da un tombino in strada (!?!) ha considerato: «pensa di essere senza il video, e dover descrivere questa scena a qualcuno».

 

 

Effettivamente, il racconto di tale realtà fotografica in Italia potrebbe essere materia da legge Mancino.

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Ebrei che operano nel sottosuolo? Ebrei che costruiscono tunnel sotto le città? Credo che nell’antisemitismo a cavallo tra XIX e XX secolo fosse venuta fuori pure una storia del tipo che gli ebrei erano dietro la costruzione della metropolitana, perché da sotto terra sarebbe stato più facile, poi, farle cadere a suon di terrorismo (non ricordo dove ho letto questa cosa, ma immagino la facilità con cui il complottaro antisemita ottocentesco poteva arrivare a simili idee).

 

Bisogna capire che il sotterraneo è la proiezione psicospaziale del complottista di bassa lega: se sentite qualcuno che improvvisamente vi parla di tunnel segreti sotto la vostra città, qualsiasi essa sia, siete in presenza spesso di cospirazionista domofugo, cioè scappato di casa, cioè inattendibile e perdigiorno: perché chi vuole sempre credere ad un lato occulto della realtà, se pensa a dove vive, ci proietta subito una parte invisibile, che non può che essere sottoterra.

 

Poi però arrivano queste immagini.

 

Scusate, ma cosa sono quei materassi? È vero che sono materassi delle dimensioni dei letti da bambini? E cosa sono quelle macchie? E quel seggiolone…?

 

 

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Risposte che mica arrivano con facilità. Tuttavia vari media hanno tentato di spegnere il fuoco con getti di teorie rassicuranti: va tutto bene, i tunnel erano per allargare la sinagoga. Allargare la sinagoga, sottoterra?

 

Ma no, i tunnel servivano a collegare la sinagoga con altre sinagoghe, o centri, o case, della zona. Ma perché scavare una galleria sotterranea illegale per farlo?

 

Ma no, tutto OK, in verità sappiamo che gli ebrei di Nuova York si erano opposti eroicamente al lockdown COVID del sindaco e del governatore, servivano quello… ma scusate, non è stato detto che i tunnel sono stati fatti l’anno scorso o poco prima, a restrizioni pandemiche morte?

 

Ma no, si tratta di mikvah, bagni rituali, quelli che si usano ritualmente per le donne ebree quando hanno il mestruo, solo che qui sono fatti per gli uomini… ma scusate, gli uomini hanno le mestruazioni? In USA anche sì, tuttavia è difficile che siano gli ebrei ortodossi a crederlo. Quindi: mikve rituali per purificare i futuri rabbini dal loro ciclo? Machedaverodavero?

 

Un comico su YouTube fa la battuta: il segno davvero apocalittico della situazione è il fatto che si sono visti dei giovani maschi ebrei ortodossi fare lavori manuali. Umorismo tutto neoeboraceno, dove è noto che di queste centinaia di aspiranti, solo il 2% diverranno rabbini, e gli altri saranno sistemati in qualche lavoro avulso dal lavoro materiale come la tratta dei diamanti in triangolazione con Anversa, Tel Aviv e forse qualche parente piazzato sopra una remota miniera africana.

 

Un altro dice: dopo questa cosa, la nostra vita è in discesa. Come faranno a chiamarci ancora complottisti? A deridere chi dice che la realtà, forse, non è quella che vediamo in superficie?

 

Qualcuno del giro QAnonista tira fuori dei disegni di artisti che, dicono, sarebbero nelle collezioni artistiche dei fratelli Podesta, che non capiamo bene come possano c’entrare qualcosa qui, ma sono inevitabili rigurgiti del Pizzagate.

 

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Altri ricordano più concretamente una pagina del sito internet dell’ADL. L’Anti Defamation League è il potente ente creato per combattere i discorsi antisemiti, anche schedando chiunque possa produrne anche solo echi lontani.

 

Nata – e collegata, secondo E. Michael Jones, al giro della mafia ebraica – per contrastare una fiammata di antisemitismo quando una 13enne di Atlanta fu trovata morta stuprata, l’ADL negli anni è passata a tacciare quantità impressionanti di persone di razzismo e di deviazione dai dogmi del politicamente corretto, arrivando di recente ad attaccare persino Elon Musk.

 

Il lavoro certosino di censimento di ogni possibile idea eterodossa da condannare perché pericolosa, aveva portato l’ADL a scrivere anche di una credenza detta «Mole/tunnel children», circolante fra i gruppi QAnon.

 

«Durante i primi mesi della pandemia di COVID-19, il governo ha allestito un ospedale improvvisato nel Central Park di New York. Allo stesso tempo, la Marina degli Stati Uniti ha inviato volontariamente in città la nave ospedale USNS Mercy per aiutare gli ospedali traboccanti» scrive il sito dell’ente di censura ebraico. «QAnon ha affermato che le tende a Central Park erano lì per nascondere buchi nel terreno che sarebbero stati utilizzati per salvare i numerosi bambini presumibilmente trafficati nei tunnel sotto il parco. Questi bambini salvati sarebbero stati portati alla USNS Mercy. Questa teoria ha guadagnato ulteriore popolarità perché la linea Q della metropolitana corre sotto il parco».

 

Diciamo che questa scheda che deride chi crede in tunnel segreti e traffici di bambini è invecchiata male – specie considerando che proviene da un’organizzazione, l’ADL, fondata nel 1913 dall’ordine giudeo-massonico B’nai B’rith.

 

E quindi… quei tunnel cosa sono? L’FBI, che ha programmi per infiltrare i pericolosi cattolici della messa in latino, sta indagando?

 

Non è che avremo risposta, lo sappiamo. Ci rimane l’immagine degli ebrei che escono dalle fogne, come le tartarughe ninja mutanti del vecchio cartone che un trentennio fa impazzava negli USA e anche un po’ in Italia.

 

Tuttavia, sblocchiamo un altro ricordo nel giorno memoria personale.

 

Sono in India, è il tardo autunno 2005. Sono ad Auroville, una stramba cittadina dove abitano in larga parte occidentali seguaci del filosofo e attivista separatista indiano Sri Aurobindo, delle cui stranezze magari parliamo un’altra volta. La mitica Marta, l’amica che ci ospita ci porta ad una sorta di festicciola sulla spiaggia, è notte, e l’Oceano Indiano scroscia nel buio più totale. Ad un tavolo ci sono dei ragazzi che mi presentano. Uno ha la pelle ambrata, il volto simpatico, ed è intento a prepararsi una sigaretta esotica. Capisco subito che si tratta di un israeli chilum smoker, espressione con cui gli indigeni indiani definiscono la massa di giovani israeliani che si abbattono costantemente sul subcontinente.

 

In pratica funziona così: in Israele fai tre anni di naja tremenda, dove di fatto non è che ti annoi in caserma, vai praticamente in guerra. I ragazzi (e le ragazze) sono talmente distrutti dall’esperienza che l’immediata reazione, già durante il servizio, è quella di convertirsi alla musica elettronica di tipo trance e all’uso di droghe sintetiche – insomma, il mondo dei rave, che ha fatto da teatro alla strage iniziale del 7 ottobre, con i parapendii motorizzati di Hamas a planare sul festival del ferale massacro nel deserto.

 

Finito il militare, ai giovani israeliani non bastano più i festoni locali – cercano uno spazio di decompressione in terre lontane per continuare a drogarsi ed ascoltare musiche para-spiritualiste, almeno per un po’, almeno prima di entrare finalmente all’università. L’India è la meta favorita per questo tipo di lavoro: qui trovano un certo senso di libertà, una qualche cifra spirituale orientale (che magari non intacca il loro ebraismo, secolare o no che sia, ma che è presente) e magari pure la cannabis che cresce in ogni angolo.

 

Quella sera avevo voglia di saperne di più. Il ragazzo stava davanti a me, e quindi sono partito con le domanda.

 

«Quanti passaporti hai?». Due. Uno era di un Paese UE che non avrei detto.

 

«Hai fatto il militare?». Sì, tre anni. L’ha fatto tutto. Ora stava decidendo dove, nel mondo, andare all’università.

 

«Hai mai ucciso un uomo?» chiedo a bruciapelo.

 

Lui, noto, cerca di non reagire d’istinto. Solo per un secondo, ferma il rollaggio.

 

«Sì» mi dice facendo come un sorriso, che però non è un sorriso. I suoi occhi dicono altro. Poi il sorriso finisce, lo sguardo gli diventa più controllato, razionale.

 

«Stavo in un carrarmato. Di notte, ho visto sullo schermo uno che scendeva dal muro. Una volta a terra, a cominciato a camminare così, come per non essere visto… combat walking»

 

«Ho chiesto al mio superiore se sparare. Lui mi ha detto di sì. L’ho fatto. In seguito sono stato premiato».

 

A questo punto il ragazzo israeliano accende. È chiaro che ci ha pensato mille volte. È chiaro che vuole dimenticare. È altrettanto chiaro, tuttavia, che non sa ancora cosa pensare, come sentirsi. O almeno, sa di non poterlo esprimere, forse nemmeno a se stesso: sia dentro stia venendo macinato, sia abbia invece il nulla.

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Ultimo ricordo di ebrei dal sottosuolo della mia mente, sempre con ambientazione indica, questa volta più leggero.

 

Estate 2010, sono a Dharamsala, la capitale del governo tibetano in esilio, residenza del Dalai Lama, eterna meta di pellegrinaggio di buddisti e divorziate a go-go. Sono con un gruppo di amici, cinque italiani e cinque indiani e indiane; abbiamo appena attraversato l’Himalaya in moto, siamo all’ultima tappa prima di tornare a Delhi.

 

Siamo esausti: in un passo a 5000 metri di altitudine metà della ciurma è caduta vittima del mal di montagna, e attorno a noi c’era il nulla, il deserto himalayano per chilometri di burroni sulla strada più pericolosa del mondo. A Leh, città più a Nord dell’India, avevamo visto come l’altitudine arrivi nei polmoni impedendoti quasi di fare le rampa di scale. A Lamayuru, un luogo sperduto vicino ad un monastero lamaista, eravamo finiti in un Overlook Hotel dove una ragazza finlandese sembrava intrattenere indiani a caso, in un contesto spettrale raccapricciante. A Sri Nagar, in Kashmir, sembrava che ci potessimo riposare: ed ecco invece che, di notte, viene nella nostra stupenda house boat che galleggia intarsiata sul lago Dal la polizia con il tizio che ce l’ha affittata, e ci dicono, apertis verbis, che è meglio se prendiamo le moto e fuggiamo via, perché per l’indomani era prevista una rivolta musulmana, cosa a cui qualcuno di noi pure pensava perché arrivando c’erano soldati armati di kalashnikov ogni cinquanta metri: ecco che sgommiamo impanicati, mentre prima dell’alba partono dai minareti suoni che si mischiano in un rumore che domina la valle e che sembra sul serio uscito dall’inferno.

 

Quindi, siamo a Dharamsala, qui bisogna riposarsi. Ce lo meritiamo. E se non trovi pace nella capitale del buddismo internazionale (almeno secondo Hollywood), dove la vuoi trovare? Gli israeli chilum smokers ci sono anche qui, ma ci sono tanti altri foreigner. La presenza israeliana era stata una costante in tutto il viaggio. Li avevamo visti a Manali, cittadina montana da cui si parte, dove negozi e call center hanno cartelli in hindi e in ebraico, skippando in alcuni casi del tutto l’inglese ed i caratteri latini. Nella valle di Numbra, posto remoto e magico con yak e cammelli d’alta quota da cui l’Himalaya guarda al Karakorum, ne avevamo incontrati una torma, tutti altamente disinteressati a fare amicizia con noi, anche se eravamo gli unici esseri viventi in tutta la zona.

 

Ecco che esce una rischiosa idea per il meritato relax: da qualche parte, dispersa nelle colline attorno a Dharamsala, c’è… una pizzeria. Proprio così: pur sapendo che stiamo andando incontro all’orrore puro, decidiamo unanimemente di partire alla sua cerca. Non ci si arriva in macchina e nemmeno in moto: bisogna camminare su un sentiero a piedi, dalla fine di un paesino, dove ancora si vede qualche stall, qualche localino dove notiamo lo spalmo di ulteriore presenza israeliana, poi avanti, nel buio, tra le colline. Alla fine, si giunge a questo posto sperduto povero ed indefinibile come la cosa che ci danno da mangiare, ma che ci importa, siamo qui, siamo in compagnia, siamo vivi, siamo sopravvissuti a tutto, siamo sopravvissuti all’Himalaya.

 

È stato camminando sul sentiero di ritorno che si è manifestata la scena con cui voglio chiudere questo scritto.

 

«Robi… Robi… vieni…. guarda!»

 

L’amico mi chiama da distante, ma come sussurrando, agitando le mani in aria. Pure nella tenebra, vedo che sta ridendosela di gusto. Lo raggiungo. Lui mi indica un punto sotto il sentiero, e continua a sganasciare sommessamente.

 

Allungo gli occhi: nel mezzo del niente, c’era una sorta di piccola struttura residenziale, quasi un condominio, tutto avvolto nell’oscurità. Tutte le finestre mostravano però che dentro c’era vita, le luci erano accese, forse si poteva sentire pure qualcuno parlare, e un lieve tunza-tunza della musica techno-trance in sottofondo.

 

«Guarda, Robi, guarda in quella finestra!»

 

A questo punto, vedo: nel caldo paratropicale indiano, nella capitale dei tibetani esiliati, nella notte più cupa ai piedi dell’Himalaya… ci sono, dentro un appartamento, due ragazzi ebrei ortodossi, riccioli, barba, cappello, palandrano, occhiali a fondo di bottiglia – proprio come quelli che a Nuova York scavano i misteriosi tunnel con dentro i materassi. Erano lì che parlavano, chiacchieravano uno metteva la mano sulla spalla dell’altro, sembravano sereni… felici.

 

Forse a leggerlo non fa effetto, ma assicuro che il cortocircuito di senso – tizi stile video Rock The Casbah dei Clash nell’oscurità asiatica – sul momento mi sconvolse, e non ricordo se risi o piansi, di dolore o di gioia (anche questo, in quel viaggio pazzesco, dovevo vedere).

 

Ci penso, in questo giorno della memoria, voglio ricordarlo: una delle prove che in effetti gli ebrei, dalla scuola elementare di mio figlio ai sotterranei americani, sono davvero un po’ dappertutto, sono un po’ in ogni cosa, e in modo paradossale – nel momento in cui si parla dei tunnel di Hamas, saltano fuori i tunnel ebraici di Brooklyn, nel giorno indetto per la memoria dello sterminio nazista, vengono accusati di genocidio all’Aia.

 

Rimane il dubbio: non sappiamo fino a che punto sia lecito, legale, tenere a mente queste cose, e pure scriverle.

 

Per cui, con le memorie dal sottosuolo ebraico, fermiamoci qua.

 

Roberto Dal Bosco

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Giorni fa sono stato ad una partita di Hockey, un campionato internazionale europeo: prima della partita è stato chiesto un minuto di silenzio per il massacro di Crans-Montana, e tutti non solo hanno eseguito – compresi gli ultras facinorosi – ma si sono alzati tutti in piedi all’istante.   La maestra di cinese di mio figlio, che va al sabato in una classe fatta solo di bambini cinesi dove l’italiano lo si abbozza solo, ha parlato di Crans-Montana durante la lezione: neanche una donna cinese riesce a trattenere l’interesse, l’amarezza, forse perfino un cenno di lutto, dinanzi alla strage svizzera.   Ci sono quantità di conoscenti che da giorni discutono di questo, e nel rabbit hole, come gli americani chiamano l’immersione in un argomento oscuro e complesso, ci sono un po’ s finito anche io, pronto a misurare centimetricamente le possibile inesattezze della narrazione sui giornali. Sapete, un po’ come al Bataclan, cominciano a notarsi racconti discrepanti, un po’ tendenti a far sembrare le vittime come eroi – la vittima, lo abbiamo spiegato in un articolo di qualche tempo fa, nella nostra società ha un potere fortissimo.   Tutto il mondo è sconvolto. E a ragione: sono diecine di vite giovani falciate d’un tratto, incenerite nella demenza del capodanno (la notte dove, più di ogni altra, mi impongo di andare a letto prestissimo), sacrificate al niente in una località per ricchi.   Ci sono vari filoni dell’interesse giornalistico ed umano per l’ecatombe. Ci sono quelli che, inevitabile, attaccano i soccorsi. Il famoso sito di notizie partenopeo intervista un tizio del posto che lamenta le mancanze dei soccorsi. Eppure, a quanto era stato detto, in poche ore gli svizzeri avevano tirato su un ospedale da campo, e smistato in elicottero immediatamente i feriti gravi in tutti gli ospedali del Paese, saturando le terapie intensive e mandandone qualcuno pure a Milano.   Ho parlato con un sacerdote che è originario di un paesino del San Bernardo non lontano. Mi ha detto che la sorella lavora nelle ambulanze, e che in pratiche tutte le ambulanze disponibili si erano concentrate immediatamente sulla discoteca in fiamme – certo, chi conosce i posti di montagna sa che dalle città più vicine non si arriva in dieci minuti.    

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Ma allora, se la colpa non è dei soccoritori, è dei proprietari del locale. Ecco che ti spuntano articoli sul passato del proprietario, che però, è riconosciuto, ha pagato il conto con la giustizia ed è uscito dai giri criminali da 20 anni, mentre la proprietaria, non trovando nulla, deve essere ricordata per qualche ragione come figlia di pompiere.   Dicono: una discoteca in un seminterrato, impossibile. Ma nessuno ha presente la realtà dei locali di montagna? Dicono: c’era solo un’uscita su per le scale; anzi no, scusate, l’uscita di sicurezza c’era ma era chiusa (ultima che si è sentita, chissà). Dicono: non avevano la licenza per far ballare la gente, ma di gente che ballava nei video non ne ho vista tantissima, certo i trenini di capodanno, ma sembra più un bar con i tavolini per le bottiglie di champagne, compresa quella probabilmente fatale.   Dicono: non era a norma. Poi salta fuori che invece le autorità svizzere (quindi… precise, no?) lo avevano giudicato a norma. E allora: ma l’ultimo controllo è stato nel 2020. E quindi? I controlli vanno fatti ogni anno? E se non vengono fatti, non è per caso per decisione o mancanza dei controllori?   Insomma, io la croce non la butto né sui soccorsi, e – a differenza della nostra diplomazia – nemmeno sui proprietari di Le Constellation (perché al maschile non lo sappiamo, ma ammettiamo che fa chic). I quali magari hanno salvato la pelle ma avranno la vita segnata.   Concludiamo la carrelata citando brevemente l’ebetudine complottista di chi dice che è stato un sacrificio umano programmato dalla malvagia élite mondialista: un’idea idiota degna degli scappati di casa che invece che lavorare stanno su Telegram. E lo dice una testata che del ritorno del sacrificio umano ha fatto uno dei argomenti fondamentali. I domofugi telegrammari dovrebbero nell’ordine, vergognarsi, stare zitti ed andare a lavorare, o, se impossibilitati, leggere un libro.   No, abbiamo un altro colpevole in mente, ben più problematico, e mostruoso: gli uomini invisibili.   Proprio così: la strage è stata causata dal fatto che nella scena, almeno dai filmati che possiamo aver visto, non si vede un uomo. Non c’è qualcuno che, come un uomo, prende l’estintore e si avventa sulle fiammelle, che potevano sembrare, almeno all’inizio, contenibili.   Non c’è nemmeno, sempre nei filmati, un uomo che prende e dice agli amici – magari alla sua stessa fidanzatina – di scappare. Non un uomo che abbia presentito, o anche solo sentito, il pericolo esiziale che si avvicinava.   Voi dite: ma erano ragazzini, era un evento pensato per diciottenni, anzi minorenni, forse perfino per ragazzini piccoli. Il discorso, per quanto ci riguarda, non cambia: a 16 anni non si è in grado di percepire la minaccia? A 15 anni non si sente la necessità di mettersi in salvo con i propri pari? A 18 anni è normale riprendere un incendio col telefonino invece che scappare, chiedere aiuto, proteggere i propri cari?        

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C’è chi vuole farci credere questo. Leggiamo su Repubblica (giornale forse ora destinato alla rianimazione) un’intervista ad un importante «psicologo e psicoterapeuta» che dice che non bisogna criticare quelli che nel rogo filmavano invece che fuggire e far fuggire. «È una frase che fa male. Perché giudica senza capire. Perché arriva dopo, quando l’orrore è già accaduto, e cerca colpe dove servirebbe comprensione», spiega con generosità ed empatia l’esperto.   Poi ecco che, leggibile anche sui social, arriva lascienzah. È colpa del cervello, non di chi lo porta a spasso. «Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. È l’area che consente di valutare il rischio, pianificare una risposta efficace, controllare l’impulso» dice lo psico-specialista. «In una situazione di emergenza, fiamme, fumo, panico, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto, non perché manchi la volontà, ma perché manca la piena maturazione delle funzioni di controllo».   Interessante: a questo punto, visto che i giovani insistono in assenza in cervello (almeno, non con il cervello sviluppato, secondo l’infallibile neuroscienzah), ma perché mai dovremmo farli votare? E ancora più importante: perché mai dovremmo farli guidare? Se non sono in grado di percepire il pericolo, non è che dobbiamo togliere a tutti gli under 25 la patente?   Ma il neurospiegone continua mutandosi in una struggente analisi di filosofia delle emozioni: «filmare può diventare un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo, uno schermo tra sé e l’evento traumatico. In psicologia questo è un meccanismo di difesa: aiuta a ridurre l’impatto emotivo, a non essere travolti, a reggere ciò che altrimenti sarebbe ingestibile».   Eccerto. Brutti voti, divorzio dei genitori, lutti in famiglia, cadute in bicicletta, rotture sentimentali, partite di basket perdute malamente: il ragazzino (ragazzino a 18-20 anni) filma sempre per schermarsi, ce lo insegna la psicologia. Quindi il video che abbiamo visto con i tizi che sghizzavano, musica rap in sottofondo, mentre il soffitto prendeva fuoco è un meccanismo di difesa psicologico. Grazie dottore. (Gli psicologi sono dottori?)     Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare».   In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare.   «La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni».   Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.

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Sappiamo che questa è esattamente lo schema del mondo moderno, per cui si diviene adulti automaticamente, anagraficamente, a 18 anni, e che tanto ha fatto per distruggere ogni possibile passaggio dell’individuo all’era adulta. Parliamo della fine dell’«iniziazione», della mancanza di un momento in cui il padre prende il figlio e lo rende uomo facendogli vivere un’avventura unica, facendolo passare per un rito anche pericoloso (le favole, come quelle di Pollicino, sono in sé racconti di iniziazione), di modo da certificare la fine della sua infanzia e l’inizio dell’era adulta.   Sappiamo pure che l’iniziazione nel mondo moderno è impossibile anche e soprattutto per la distruzione sistematica della figura che la guida: il padre. La Necrocultura, su tutti i piani – dalla sociologia, alla teologia, ai costumi, ai cartoni – lavora per la disintegrazione della figura paterna. In assenza del padre, per il ragazzo diviene impossibile completare il suo ciclo esistenziale.   Di qui si ha quello che è chiamata come «società degli eterni adolescenti». Perché l’assenza di iniziazione porta alla catastrofe di questa adolescenza prolungata che vediamo nei cosiddetti adulti: divorziano perché si innamorano della collega, e pazienza per i figli a casa; buttano i soldi nel SUV o nella vacanza all’estero; nei casi peggiori si drogano, non solo con gli stupefacenti proibiti, ma anche con quelli presi in farmacia, come gli SSRI, o l’alcol, la TV, la dopamina dei social, i videogiochi.   Gli «eterni adolescenti» non riescono a mantenere la parola, non riescono a fungere da genitori, perché non sono diventati mai adulti (non gli è stato, di fatto, permesso di farlo). E quindi non siamo sicuri che se la festa al Le Constellation fosse stata per 30-40-50enni l’esito sarebbe stato troppo diverso.   I lettori di Renovatio 21 conoscono la questione, descritta magnificamente da un poeta americano, Robert Bly, scomparso qualche anno fa. Secondo il poeta, la modernità ha indebolito l’essenza stessa della mascolinità, erodendo l’autostima degli uomini e rendendoli incapaci di trasmettersi reciprocamente forza e solidità. Questo fenomeno risulta particolarmente evidente, e soprattutto tragico, nella relazione tra padri e figli, dove la trasmissione di valori e autorità viene interrotta.   Bly attribuiva questo problema alla Rivoluzione Industriale, che aveva separato i padri dalla famiglia, trasferendoli dal contesto domestico a quello del lavoro esterno. L’assenza prolungata dei padri produceva una società instabile, priva di modelli autentici di comportamento maschile; di conseguenza, si diffondeva un profondo senso di inadeguatezza. «L’esperienza primaria dell’uomo americano è di essere inadeguato», aveva dichiarato Bly in un’intervista con il giornalista televisivo Bill Moyers.   La sparizione della figura paterna comporta anche la scomparsa dei riti di passaggio tradizionali: il giovane maschio non sa più riconoscere il momento in cui diventa adulto e, spesso, non desidera neppure diventarlo. Senza l’iniziazione guidata dal padre, gli individui rimangono bloccati in una condizione liminale, che inevitabilmente genera caos individuale e collettivo.   Droga, depressione, delinquenza, omosessualità, suicidio e vari disturbi maschili deriverebbero, secondo Bly, dall’estinzione della linea di trasmissione padre-figlio e dall’affermarsi di una società «orizzontale», che egli definiva «società fraterna», priva di gerarchie e di guide autorevoli. Noi, a differenza del poeta americano, possiamo pure azzardare che senza padre, questa società orizzontale più che fraterna è una società matriarcale. (Colpisce il racconto, pure ancora un po’ confuso, di madri che sono entrate nel locale per cercare i ragazzi: i padri dove erano?)   Dalla distruzione dell’iniziazione – dalla distruzione del padre – vengono quindi tanti mali della società, come la violenza: non è sbagliato, a questo punto, ipotizzare che l’ingrediente di certe stragi sia questa assenza della maschilità formata. In ogni massacro, cioè, c’è probabilmente di mezzo un eterno adolescente (di tutte le età) e quindi un uomo mancato, un uomo invisibile.

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Ora, se vogliamo dire che questo è un ulteriore programma dei padroni del mondo, vi dico: certo. Questo sito lo sostiene da anni: il mondo moderno, lo Stato moderno, operano per la depatriarcalizzazione, e per obbiettivi specifici. Togli il padre, hai tolto l’uomo, hai tolto la protezione alla popolazione, specialmente dei più piccoli: e questo vale per tutti i lupi che vi sono là fuori, dai pedofili ai criminali agli enti rapitori dei bambini ai lupi veri e propri, che per qualche ragione abbondano sempre di più nelle nostre terre. Togli il padre, e quello che ottieni è l’inferno, e le immagini parlano chiaro.     Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina.   Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo.   Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve.   Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa

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«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.

 

Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.

 

Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).

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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.

 

È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.

 

E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.

 

Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.

 

Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».

 

A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?

 

La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.

 

Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trumpsacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?

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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.

 

Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?

 

Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)

 

Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.

 

Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?

 

E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?

 

Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?

 

Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.

 

Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.

 

I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.

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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.

 

E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.

 

Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.

 

Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.

 

Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.

 

Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.

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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.

 

No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.

 

Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?

 

Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

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Pensiero

Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio

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L’anno scorso abbiamo pubblicato un panegirico della mangiata domenicale, indicando quanto sia sublime, e giusto – perché, spiegavamo, in linea con la Legge naturale – riempirsi di cibo al pranzo della domenica con la famiglia sino a stordirsi ed addormirsi.   È quella sensazione di sazietà che molti, come me, provano nel momento in cui scrivo, reduci dal pranzo di Natale 2025: si è sazi, satolli, olfi, secondo un termine della lingua veneta che indica l’essere rimpinzato sino a non poterne più.   Di fatto, non è solo di cibarie che ci si sente colmi. Il periodo che viene prima del Natale è di per sé un lungo pasto rituale, con tutte le sue preparazioni, da eseguirsi trattenendo il fiato tra le gioie (sempre) e le fatiche della programmazione. Suppongo che questo sia il raggiungimento di un modo adulto di sentire il Natale, quel sentimento che avevamo tutti da piccoli, e che chissà dove si è perso.   Perché mi sono oramai abituato, al piccolo calendario di metà dicembre, con la sua accelerazione di eventi. Non parlo delle cene aziendali e dei club sportivi: quelle pure ci sono, ma, no, non fanno sentire il Natale, anzi: spesso mi sembrano tentativi falliti di tornare a quel sentimento perduto, a quella bontà che le aziende e le associazioni sanno di non poter praticare.   Parlo, invece, di ciò che concerne il Natale dei bambini. Il Natale in purezza, vissuto attraverso tante microtradizioni acquisite.

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La sequela è fittissima: c’è il saggio di danza della bambina. C’è l’ultima partita di basket del bambino. C’è la festa di fine anno della scuola. C’è la corsa per i regali (con pianificazioni vertiginose, calcoli logistici, code chilometriche).   C’è la visione dei film natalizi: Mamma ho perso l’aereo anche quest’anno ha esercitato la sua potenza magnetica al limite dell’inspiegabile.   C’è la tradizioncina stabilita di mandare mamma e figlia, o anche tutta la famiglia, a teatro per il balletto: vedere lo Schiaccianoci prima di Natale è usanza diffussissima in tanta parte di Europa come in America. Quest’anno, per qualche ragione, è toccato un altro TchaikovskyLa bella addormentata, ma va bene lo stesso.   C’è la cena della vigilia, che si consuma solo con un pezzo di salmone, del pancarré tostato e riccioli di burro – un lascito di quando vivevo a Milano e prima di Natale sgomitavo dal Peck (antica e prestigiosissima gastronomia vicino al Duomo) nel mezzo di una selva dei clienti inferociti per portarmi a casa una fetta di salmone a 66 euro, e consumare solo quella con i miei cari, in un unico atto di lusso poverissimo ma tanto appagante.   C’è la Messa di mezzanotte, che oramai facciamo da anni, con tutte le fatiche della sua organizzazione. Poi eccoti una massa di bambini che dorme abbracciata ai genitori o nascosti sotto i legni del coro. Si torna tardissimo, i bambini sono già crollati in auto, il genitore deve star sveglio ancora per posizionare i regali sotto l’albero e piazzare il Bambin Gesù nella sua culla nel presepe.   C’è il mattino del 25, dove si viene per forza destati dai bambini che vogliono aprire i regali, e inizia tutto questo rituale della felicità, i nomi sui pacchetti, la sorpresa, l’irrazionalità di quello preferito rispetto a quello che si immaginava il regalo principale (il più gradito quest’anno: un paradenti, prontamente attivato con tutta la procedura di acqua bollente, acqua fredda, morsi, etc.)   Allegria, soddisfazione, amore. Innocenza. Voi capite che uno è già sazio così, uno non ha bisogno di nient’altro. Specie se ci si ritiene proletari nel vero senso della parola: io ho solo la prole, io vivo per essa, in essa trovo la mia ragione, la mia pienezza. Non ho bisogno di altro: né cene costose, né belle automobili, né abiti firmati, né viaggi nel mondo – non ho bisogno, soprattutto, del giudizio degli altri, perché quanto vivo con la mia famiglia non lascia posto ad altro, è la plenitudine definitiva, e ci dispiace per gli altri.   Tante cose. Tanta abbondanza. Non si può non essere grati di tutto questo.   Al contempo, dentro di me, e fuori di me, c’è una certezza altrettanto enorme: che tutto questo può esserci tolto.   Non parleremo, ora, della questione dello Stato distruttore delle famiglie: stiamo vedendo in questi giorni cose agghiaccianti, bambini sottratti con una violenza istituzionale persino maggiore di quella di cui si occupò Renovatio 21, i primissimi fans se lo ricorderanno, oramai più di un lustro fa…   No, parliamo di qualcosa di più radicale. Parliamo della fine della felicità natalizia, la fine della piccola grande abbondanza delle nostre famiglie, la fine dell’innocenza dei bambini che una guerra può portare.   La guerra potrebbe partire ed arrivarci in casa d’improvviso. Ci dispiace per coloro che non lo comprendono – e sappiamo pure che costoro costituiscono un problema reale, perché sono, o alimentano, coloro che in guerra ci vogliono portare.   Un uomo vero, una donna vera, un padre di famiglia, una madre non possono non pensarci più volte al giorno: viviamo la situazione di tensione bellica più grave della storia umana. I vertici non eletti dell’Europa, ma spesso pure quelli eletti, ci hanno portato ad un duello con la più grande potenza termonucleare del pianeta, la Nazione immensa che ha sconfitto Napoleone e Hitler (due che volevano l’Europa unita…) e pagato l’ultima guerra mondiale con 26 milioni di morti.

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Ci vogliono portare allo scontro con un Paese che ha mostrato in TV che i suoi missili ipersonici – non intercettabili da nessuna tecnologia contraerea esistente – possono raggiungere qualsiasi capitale europea in meno di quindici minuti dal lancio. E, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, ci sono armi ancora più allucinanti, come il drone Poseidon, in grado di creare tsunami radioattivi in grado di sommergere l’intero arcipelago britannico, e per la penisola italiana ci pensiamo anche.   Ci vogliono mandare in guerra con la Russia che, tra droni e battaglie urbane e boschive, in Ucraina ha ridefinito la guerra moderna.   Ci vogliono in conflitto con una potenza militare immensa pure quando i nostri protettori, gli Stati Uniti, si sono chiamati fuori – e le ragioni di questa ostinazione suicida non sono sufficientemente chiare, si può scomodare l’odio massonico, Nostra Signora di Fatima o pure la sola demenza ideologica dei nostri corrotti funzionari di vertice.   Ci vogliono far combattere contro un colosso, e magari anche col suo alleato cinese, quando – questo è chiaro a tutti – i russi non ci odiavano, anzi. E non parliamo solo degli affari del gas e dell’import-export: alzi la mano chi non ha testimoniato, nell’ultimo quarto di secolo, il ritorno dei russi nella scena europea, che sia la cultura o il turismo, che sia la danza classica o il matrimonio.   La mia non è un geremiade che parte solo da un ragionamento razionale, storico, geopolitico. È la somma di sensazioni che ho, in continuazione.   Oggi, durante il pranzo di Natale dai suoceri, è mancata la luce due volte. Niente di che, è tornata, chissà cos’era, forse riguardava solo la casa. Tuttavia, se avete letto fin qui capite quanto l’immagine calzi a pennello: l’abbondanza familiare delle nostre vite interrotta improvvisamente al suo apice, perché quale credete sarà uno dei primi segni del conflitto iniziato?   Ieri un momento ancora più preoccupante. Un boato fuori dalla finestra, mentre stavo lavorando al sito. C’è un caccia che vola bassissimo. Dove va? C’è una grande base militare americana qui vicino (diverse, in realtà), ma è raro vedere un aereo da combattimento che vola da solo a quest’altezza.   Pensi: perché lo fa? Lo sa che decine, centinaia di migliaia di persone sotto, nella serie infinita di case e condomini della città che sorvola, lo stanno vedendo, allertati dal suono del suo passaggio? Questa mancanza di riguardo per i civili indica qualcosa? È iniziato il momento in cui i riguardi dei militari nei confronti della popolazione sono finiti?   Anche questo, statene certi, sarà un segno: vedrete aerei armati che improvvisamente traversano il cielo vicino a voi. I primi saranno quelli vostri, o dei «Paesi alleati», che si spostano in fretta, perché sta succedendo qualcosa in direzione del nemico. Se non lo avete visto in qualche film di Hollywood, consiglio un titolo cinéphile che di questo segno degli aerei che sfrecciano in cielo come uccelli dell’apocalisse aveva fatto una poesia insuperabile. Offret del maestro Andrej Tarkovskij, che in italiano si chiama Sacrificio (1986).   Ambientato in Isvezia – dove credo il regista sovietico aveva trovato i fondi per il suo ultimo film, dopo essere stato in esilio in Italia – il film racconta, con lo stile opaco e suggestivo tipico tarkovskiano – di un vecchio intellettuale che presagisce la fine del mondo nella sua casa nel bosco, dove incontra una strega, recita il pater noster e infine decide che il sacrificio della sua stessa esistenza è quello che può dare per scongiurare l’apocalissi, qui fatta solo intuire dal geniale cineasta solo con il rombo degli aerei che scuote la terra e il cielo.  

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Nel film il protagonista, dinanzi all’immane enigma della distruzione, si risolve a dar fuoco alla propria casa: quella che sembra una psicosi è in realtà una reazione che potremmo vedere nella gamma dei nostri politici, che ci vogliono portare a morire.   Noi, con le nostre famiglie, siamo molto più vicini alla devastazione atomica di quanto non lo siano stati i protagonisti di tanti film. E lo siamo ora.   È una realtà spaventosa, che non credevamo che ci sarebbe toccato di vivere, non dopo la fine della Guerra Fredda, non dopo decadi di pace – e ci rendiamo conto che in molti non lo hanno ancora capito, così come non hanno capito che la guerra questi la vogliono far sul serio, perché non solo possono, senza poesia né mistica, dar fuoco alla propria casa, ma perché vogliono, soprattutto, incenerire gli esseri umani e tutto il loro mondo.   Sì: chi vuole la guerra oggi lo fa perché odia il genere umano. Lo fa perché vuole lo sterminio. È questo che non entra in testa a tantissimi: non ci sono più, al comando, persone che hanno a cuore il prossimo, e temono l’inferno. Ci sono, in cima alla piramide, uomini e donne che lavorano per la morte, e all’Inferno non credono (pur essendone gli agenti diretti).   Non si è compreso che a comandare in questo momento c’è, in una parola, la Necrocultura. Che il fine del sistema, adesso, è la morte, è il genocidio, è la prospettiva pantoclastica, la distruzione ulteriore, la devastazione apocalittica in odio dell’Imago Dei. È il dolore e la cancellazione della dignità umana.   Il sistema che promuove l’aborto, l’eutanasia, la predazione degli organi, gli psicofarmaci, le mutilazioni pediatriche, i vaccini e la nuova guerra i vostri alberi di Natale li vuole bruciare con il fuoco atomico. E con essi, voi e i vostri bambini.   Provate a pensarci: non potrebbe essere altrimenti.   Resto, al termine di questa riflessione, con un pensiero tremendo: la nostra abbondanza non vale nulla, perché non è al sicuro. La nostra prole è in pericolo, e nel momento in cui la vediamo felice dobbiamo esserne più consapevoli che mai.   Quale sia il sacrificio che ci è chiesto per riportare l’equilibrio del mondo ora non lo dirò. Ma, statene certi, prima o poi ci verrà richiesto, e dobbiamo pregare perché non sia troppo tardi.   Buon Natale a tutti.   Roberto Dal Bosco

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