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Economia

Lo Tsunami economico del COVID deve ancora arrivare

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L’umana società ha ricominciato a popolare le piazze, le strade, i luoghi di incontro e di aggregazione sociale. 

 

Una moltitudine di persone rifluisce su quel suolo pubblico che fino a poco tempo fa era proibit,o pena la sanzione o la reclusione. Eccola la moltitudine che deambula con il volto coperto dalla mascherina di rigore, elemento essenziale per potersi sentire liberi ma prigionieri, contenti ma costretti, sicuri e non guardati male.

 

Guardando i dati è evidente che ancora non si abbia una giusta percezione di quello che sarà il post-Coronavirus, che ha già generato e genererà sempre di più nel corso di questo 2020 nuovi poveri e nuova povertà in Italia

Il prezzo da pagare per questa nuova libertà è l’inseparabile mascherina anche all’aperto, sulla quale efficacia ma, soprattutto, sicurezza, non è dato sapere nulla.

 

Pazienza. Tutti si sono abituati alla quarantena; tutti si abitueranno a correre, a vivere e a respirare con la mascherina. 

 

Sotto le maschere alcuni volti tornano tuttavia ad essere — e per fortuna — sorridenti, felici: ripartono gli aperitivi al bar, ritorna un po’ di movida e ritornano gli incontri con parenti e amici sotto un clima che profuma già di calda estate.

 

Un bilancio redatto da Altroconsumo segnala che l’emergenza COVID ha comportato una perdita pari a 33,4 miliardi di euro totali, cioè una media di 1300 euro a famiglia

Tutto ciò è certamente giusto e bello, e delinea il primo volto della ripresa, dove l’entusiasmo di una presunta libertà ha la meglio sul resto di tutti gli altri pensieri — o quasi: vi è chi, preso dall’acqua alla gola, non ha probabilmente alcuna voglia di sorridere, tantomeno di ridere o scherzare.

 

Guardando i dati è evidente che ancora non si abbia una giusta percezione — o probabilmente si sta cercando di non riconoscerla ed ammetterla — di quello che sarà il post-Coronavirus, che ha già generato e genererà sempre di più nel corso di questo 2020 nuovi poveri e nuova povertà in Italia.

 

Il 46% delle famiglie italiane ha accusato gravi perdite economiche, per una stima di 1875 euro di minori entrate

Un bilancio redatto da Altroconsumo segnala che l’emergenza COVID ha comportato, fino a metà maggio, una perdita pari a 33,4 miliardi di euro totali, cioè una media di 1300 euro a famiglia. 

 

Il 46% delle famiglie italiane — quindi quasi la metà — ha accusato gravi perdite economiche principalmente legate alla chiusura di attività lavorative o cassa integrazione, per una stima di 1875 euro di minori entrate.

 

Un lavoratore su tre è convinto, secondo la situazione della propria azienda o della propria attività, di perdere il lavoro nei prossimi 12 mesi

A causa di questo, sempre secondo Altroconsumo il 35% delle famiglie ha dovuto attingere alla cassetta dei risparmi per far fronte alle normali spese quotidiane, e il 32% è convinta di doverlo fare in tempi brevi o comunque in ottica futura.

 

Un lavoratore su tre è convinto, secondo la situazione della propria azienda o della propria attività, di perdere il lavoro nei prossimi 12 mesi, nonostante la ripresa e l’allentamento delle misure restrittive. 

 

Il crollo degli acquisti atteso nel 2020 è pari a 75 miliardi di euro, corrispondente ad una flessione del 7,2% stimata dal Documento di Economia e Finanza (DEF)

7,2 milioni di dipendenti sono finiti in cassa integrazione.

 

Secondo Confturismo, invece, il Made in Italy e il turismo è destinato a perdere, parlando in termini financo ottimistici, almeno 120 miliardi di euro nel solo 2020, di cui 65 miliardi di spesa turistica persi nell’ormai prossima estate a causa di 31 milioni di turisti in meno per un totale di 108 milioni di pernottamenti in meno.

 

Il 68% delle attività del commercio che hanno riaperto, infatti, dichiarano di aver lavorato fino ad ora in perdita

Un sondaggio di Swg per conto di Conferescenti rivela che il 72% delle imprese è ripartito con il sorgere della “Fase 2” — il 28% quindi no —, ma il problema è che ad oggi solo il 29% della popolazione italiana è tornata ad acquistare prodotti o ad investire nei servizi. Il crollo degli acquisti atteso nel 2020 è pari a 75 miliardi di euro, corrispondente ad una flessione del 7,2% stimata dal Documento di Economia e Finanza (DEF). 

 

Il 68% delle attività del commercio che hanno riaperto, infatti, dichiarano di aver lavorato fino ad ora in perdita, con la metà di esse che ammettono di aver dimezzato le vendite rispetto a tempi precedenti al lockdown. Chi ne paga le conseguenze più gravi sono ovviamente attività come bar e ristoranti, costrette a spendere in media 615 euro (solo per ripartire) in prodotti per sanificare superfici, oggetti, ambienti e per i dispostivi di protezione obbligatori.

 

Negli ultimi tre mesi hanno chiuso 10.902 aziende artigiane, che potrebbero diventare 100.000 entro la fine del 2020

Ci sono poi gli artigiani, anch’essi costretti a pagare un grave scotto. Stando a quanto stimato dalla CGIA di Mestre, in Italia negli ultimi tre mesi hanno chiuso 10.902 aziende artigiane, che potrebbero diventare 100.000 entro la fine del 2020 se non dovessero arrivare a breve aiuti concreti e liquidità.

 

«Se spariscono le micro imprese, rischiamo di abbassare notevolmente la qualità del nostro made in Italy», ha fatto presente il segretario della CGIA Renato Mason, che ha poi precisato che se è pur «vero che con il decreto Rilancio sono state introdotte diverse misure tra cui l’azzeramento del saldo e dell’acconto Irap in scadenza a giugno, la riproposizione dei 600 euro per il mese di aprile e la detrazione del 60% degli affitti, ma tutto questo è ancora insufficiente a colmare la rovinosa caduta del fatturato registrata in questi ultimi mesi da tantissime piccole realtà»

«Non è da escludere che entro la fine dell’anno lo stock complessivo delle imprese artigiane presente nel Paese si riduca di quasi 100 mila unità, con una perdita di almeno 300.000 posti di lavoro»

 

Secondo gli esperti dell’Ufficio Studi siamo ancora lontani dal peggio: nei prossimi mesi lo tsunami economico del post-Coronavirus si mostrerà con maggiore intensità.

 

«In questi due mesi e mezzo di lockdown — ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo — molti  artigiani senza alcun sostegno al reddito sono andati in difficoltà e non sono stati pochi coloro che hanno ipotizzato di gettare la spugna e di chiudere definitivamente la saracinesca».

 

«Non tutti ce la faranno a sopravvivere – precisa Zabeo – e non è da escludere che entro la fine dell’anno lo stock complessivo delle imprese artigiane presente nel Paese si riduca di quasi 100 mila unità, con una perdita di almeno 300.000 posti di lavoro».

 

Sono danni incalcolabili, davanti ai quali c’è poco da ridere e per le quali responsabilità è ora che cali la vergognosa maschera di questo Governo. 

 

Di contro c’è chi da questa emergenza ci ha guadagnato parecchio. E sono sempre i soliti noti.

Il guadagno maggiore è di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che dopo il lockdown mondiale vale 87,7 miliardi rispetto ai 57,5 pre-COVID

 

Il guadagno maggiore è di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che dopo il lockdown mondiale vale 87,7 miliardi rispetto ai 57,5 pre-COVID.

 

Amazon e il suo miliardario Amministratore Delegato , Jeff Bezos, ha accresciuto il suo patrimonio del 30% tra marzo e maggio, raggiungendo i 147 miliardi di dollari.

Gli studi, in generale, dicono che per i 600 uomini più ricchi d’America, in tempi di Nuovo Coronavirus la crescita economica è stata del 15%

 

Elon Musk, ceo di Tesla, ha visto crescere le proprie azioni per un totale di 8,1 miliardi di dollari in un solo mese, quando a metà marzo ne stava perdendo 3,1.

 

Eric Yuan, fondatore di Zoom, famoso software di videoconferenze utilizzato in tempi di arresti domiciliari per colmare la cosiddetta «distanza sociale», si è arricchito di 2,58 miliardi di dollari in un paio di mesi.

 

Questa emergenza comporterà inevitabilmente un divario sempre più ampio fra ricchezza e povertà, non senza produrre conseguenze sociali devastanti nel medio-lungo periodo

Gli studi, in generale, dicono che per i 600 uomini più ricchi d’America, in tempi di Nuovo Coronavirus la crescita economica è stata del 15%.

 

Questa emergenza comporterà inevitabilmente un divario sempre più ampio fra ricchezza e povertà, non senza produrre conseguenze sociali devastanti nel medio-lungo periodo.

 

Cristiano Lugli 

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Economia

In Germania la quarantena dei non-vaccinati non è più pagata

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I ministri della salute dei Land tedeschi hanno concordato all’unanimità: le persone non vaccinate costrette a sottoporsi a quarantena dopo viaggi internazionali o per rintracciare i contatti non dovrebbero più ricevere alcun risarcimento dallo Stato.

Inoltre, i test COVID non saranno più gratuiti.

Le misure hanno lo scopo di esercitare ulteriore pressione sui non vaccinati per ricevere le iniezioni geniche anti-COVID.

Ancor prima di incontrarsi mercoledì per discutere le varie regole COVID che si applicheranno a tutta la Germania, i ministri della salute dei vari stati tedeschi si erano già accordati su questo particolare regolamento, avendo deciso che le persone non vaccinate non avrebbero più ricevuto un risarcimento se sono tenute ad autoisolarsi per un periodo di tempo, a seguito del contatto con un caso COVID positivo o dopo aver viaggiato all’estero.

«La legge, che si applica a livello nazionale, afferma abbastanza chiaramente: chiunque non si vaccina (…) non ha diritto al risarcimento per la perdita di guadagno in caso di quarantena»

Lo Staatssekretär ministero della salute bavarese, Klaus Holetschek (appartenente al partito democristiano bavarese CSU), ha dichiarato al Rheinische Post che «la legge, che si applica a livello nazionale, afferma abbastanza chiaramente: chiunque non si vaccina (…) non ha diritto al risarcimento per la perdita di guadagno in caso di quarantena».

Il nuovo regolamento, già in vigore in diversi stati, compreso il Baden-Württemberg, sarà attuato a livello nazionale al più tardi dal 1° novembre.

Un’eccezione si applica nel caso di persone che non possono fare il vaccino COVID-19 per motivi medici. Il ministro della Sanità tedesco apertamente omosessuale Jens Spahn ha spiegato che la data è stata scelta per dare abbastanza tempo alle persone non vaccinate che decidono di vaccinarsi per farlo.

Inoltre, a partire dall’11 ottobre, i test antigenici necessari alle persone non vaccinate per accedere a ristoranti o eventi non saranno più gratuiti, ad eccezione delle donne in gravidanza e dei bambini dai 12 ai 17 anni che potranno ancora ottenere un test gratuito a settimana fino al 31 dicembre.

Per molto tempo durante la crisi COVID, i cittadini tedeschi a cui è stato chiesto dalle autorità sanitarie di sottoporsi a una quarantena imposta dal governo sono stati risarciti dallo Stato e hanno ricevuto il 100% del loro stipendio per un determinato periodo di tempo.

Il ministro Spahn: «perché altri dovrebbero costantemente pagare per le persone che si rifiutano di fare il vaccino, anche se sono in grado di farlo»

Il 15 settembre, il Baden-Württemberg è diventato il primo stato a sospendere il risarcimento per le persone non vaccinate che hanno subito perdite di guadagno a causa di una quarantena. La giustificazione del provvedimento era che, a metà settembre, tutti in Germania avevano avuto l’opportunità di ricevere le iniezioni.

Successivamente, scrive Lifesitenews, diversi altri Stati hanno espresso il loro sostegno alla misura.

La decisione ha ricevuto forti critiche da parte dei sindacati e dell’opposizione. L’esperto di salute SDP Karl Lauterbach, che è a favore di forti restrizioni legate al COVID, ha twittato: «Certo, puoi provare a fare pressione sui non vaccinati in quel modo. Ma significa anche che nessuno vorrà registrarsi come casi di contatto o che i casi di contatto verranno segnalati con nomi falsi».

Anche il presidente della Fondazione tedesca per la protezione dei pazienti, Eugen Brysch, ha criticato la decisione e ha affermato che «ha aperto la porta alle maggioranze sociali per decidere sulle richieste individuali per le cure di base».

Il ministro federale della Salute Jens Spahn ha difeso la misura.

«Con questa decisione deriva la responsabilità di sopportarne le conseguenze finanziarie»

«A proposito, non si tratta di pressioni, ma anche di equità nei confronti dei vaccinati», ha detto, aggiungendo di non vedere «perché altri dovrebbero costantemente pagare per le persone che si rifiutano di fare il vaccino, anche se sono in grado di farlo».

Reiner Hoffman, presidente della Federazione tedesca dei sindacati, ha denunciato un tentativo del governo tedesco di spingere «la vaccinazione obbligatoria attraverso la porta sul retro».

Hoffman ha anche considerato questo tipo di misure una violazione della privacy medica, dato che potrebbero costringere i dipendenti a divulgare informazioni mediche private al proprio datore di lavoro come motivo per cui non sono in grado di ricevere il vaccino COVID-19.

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Cina

La strana faida cinese di Soros e BlackRock

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Renovatio 21 traduce questo articolo di William F. Engdahl.

 

 

Una bizzarra guerra di parole è scoppiata negli ultimi giorni sulle pagine dei media finanziari tra il miliardario hedge fund e specialista delle rivoluzioni colorate, George Soros, e il gigantesco gruppo di investimento BlackRock. Il problema è una decisione del CEO di BlackRock, Larry Fink, di aprire il primo fondo comune di investimento di proprietà straniera in Cina presumibilmente per attirare i risparmi della nuova (e in rapida scomparsa) popolazione cinese  a reddito medio. In una recente intervista a un quotidiano, Soros ha definito la decisione BlackRock una minaccia per gli investitori di BlackRock e per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

 

 

 

Questo apparentemente assurdo scontro di opinioni tra due giganti predatori finanziari di Wall Street nasconde una storia molto più ampia: l’incombente collasso sistemico all’interno della Cina di una piramide del debito finanziario che è forse la più grande al mondo.

 

Questo apparentemente assurdo scontro di opinioni tra due giganti predatori finanziari di Wall Street nasconde una storia molto più ampia: l’incombente collasso sistemico all’interno della Cina di una piramide del debito finanziario che è forse la più grande al mondo

Potrebbe avere un effetto domino sull’intera economia mondiale di gran lunga maggiore rispetto alla crisi di Lehman del settembre 2008.

 

 

«Terrorista economico globale…»

Il 6 settembre Soros ha scritto un editoriale ospite sul Wall Street Journal criticando aspramente BlackRock per aver investito in Cina:

 

«È un triste errore versare miliardi di dollari in Cina ora. È probabile che questo faccia perdere denaro ai clienti BlackRock e, cosa più importante, danneggi gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di altre democrazie».

 

Soros che cita la sicurezza nazionale degli Stati Uniti… Ha continuato dicendo:

Potrebbe avere un effetto domino sull’intera economia mondiale di gran lunga maggiore rispetto alla crisi di Lehman del settembre 2008

 

«L’Iniziativa BlackRock minaccia gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di altre democrazie perché il denaro investito in Cina aiuterà a far avanzare il regime del presidente Xi, che è repressivo in patria e aggressivo all’estero».

 

BlackRock ha emesso una risposta affermando:

 

«Gli Stati Uniti e la Cina hanno una relazione economica ampia e complessa… Attraverso la nostra attività di investimento, i gestori patrimoniali con sede negli Stati Uniti e altre istituzioni finanziarie contribuiscono all’interconnessione economica delle due maggiori economie del mondo».

 

In un momento in cui l’enorme edificio del debito delle banche cinesi e dei conglomerati immobiliari sta crollando quasi quotidianamente, la difesa di BlackRock e del CEO Fink difficilmente suona vera. Suggerisce che c’è molto di più dietro la relazione BlackRock-Cina e dietro l’attacco di Soros.

 

L’aspetto curioso delle accuse di Soros contro la trasparenza finanziaria di Pechino è che sono effettivamente corrette

Due giorni prima dell’editoriale di Soros sulla rivista, il Global Times ha scritto un articolo feroce definendo Soros un «terrorista economico globale». Una delle loro accuse era che i soldi di Soros avessero finanziato una «rivoluzione colorata» a Hong Kong nel 2019 contro le nuove leggi di Pechino che mettevano di fatto fine allo status di indipendenza dell’isola.

 

Tuttavia, il forte attacco a Soros è stato molto più probabilmente causato da un editoriale di Soros scritto sul Financial Times di Londra cinque giorni prima in cui ha attaccato duramente Xi Jinping e l’attuale giro di vite sulle società private cinesi come Alibaba e Ant Financial di Jack Ma.

 

In un editoriale del 30 agosto, Soros ha definito il giro di vite del presidente Xi Jinping sulle imprese private «un freno significativo per l’economia cinese» che «potrebbe portare a un crollo».

 

Ha inoltre sottolineato che i principali indici azionari occidentali come l’MSCI di MorganStanley e l’ESG Aware di BlackRock, hanno «efficacemente costretto centinaia di miliardi di dollari appartenenti a investitori statunitensi a società cinesi la cui governance aziendale non soddisfa gli standard richiesti – potere e responsabilità sono ora esercitati da un uomo (Xi) che non risponde ad alcuna autorità internazionale.allineato con le parti interessate».

 

Il gruppo immobiliare «più di valore» del mondo è anche il gruppo immobiliare più indebitato al mondo.

L’aspetto curioso delle accuse di Soros contro la trasparenza finanziaria di Pechino è che sono effettivamente corrette, sulla base delle dichiarazioni pubbliche dei regolatori cinesi, nonché dei manager e dei regolatori di Wall Street.

 

I mercati finanziari cinesi sono opachi e le regole cambiano in modo imprevedibile su chi viene salvato e chi no. Il crollo in corso dell’enorme gruppo immobiliare e finanziario cinese di Evergrande è solo un esempio recente dell’alto rischio di investire oggi in Cina.

 

Non così Evergrande

Il gruppo immobiliare «più di valore» del mondo è anche il gruppo immobiliare più indebitato al mondo.

 

Evergrande, con sede a Shenzhen, è in bilico da mesi sull’orlo della bancarotta poiché è inadempiente su un prestito dopo l’altro e le principali agenzie di rating del credito abbassano il suo rating allo status di spazzatura.

 

Il gruppo deve un totale di 305 miliardi di dollari e quel debito è sia offshore in prestiti in dollari sia in prestiti nazionali non regolamentati da quelli che vengono definiti WMP o prodotti di gestione patrimoniale.

 

Mentre le sue finanze implodono e le vendite di appartamenti unitari precipitano, decine di migliaia di potenziali proprietari di appartamenti sono minacciati di aver pagato per appartamenti non finiti. Ad oggi la banca centrale cinese non è intervenuta ma cresce la speculazione che manchi a giorni un salvataggio statale del gruppo per prevenire un contagio finanziario sistemico.

 

Ad agosto, lo stato ha costretto il proprio gruppo CITIC a salvare Huarong. Eppure è chiaro che questo è solo l’inizio di una crisi finanziaria a valanga in Cina

Ad agosto China Huarong Asset Management Co., una cosiddetta «bad bank» creata dal ministero delle Finanze per assumere beni di società cinesi in difficoltà, ha dovuto essere essa stessa salvata dallo Stato per impedire quella che molti temevano sarebbe stata la «Lehman della crisi cinese».

 

Huarong è una delle quattro società statali create sulla scia della crisi finanziaria asiatica del 1998 per gestire le attività di società statali in bancarotta. Sebbene posseduta a maggioranza dal ministero delle finanze cinese, dal 2014 ha venduto azioni ad altri, tra cui Goldman Sachs e Warburg Pincus.

 

Dopo il 2014 Huarong è diventato un gigante finanziario non bancario e ha finanziato una crescita spettacolare attraverso il debito, che ha iniziato a dipanarsi nel 2020 durante la crisi del COVID.

 

Nel gennaio 2021 un tribunale cinese ha processato il presidente, Lai Xiaomin, che è stato condannato a morte senza grazia per corruzione, appropriazione indebita e bigamia, in una strano mazzo di accuse. La corte ha dichiarato: «Ha messo in pericolo la stabilità finanziaria [della Cina».

 

Quando il gruppo Huarong non è riuscito a pubblicare la sua relazione finanziaria annuale entro la scadenza di fine marzo, sono aumentati i timori di una reazione a catena di bancarotta poiché miliardi delle sue obbligazioni in dollari offshore erano a rischio.

 

Xi ha adottato sempre più misure per controllare la bolla immobiliare fuori controllo della Cina e la sua minaccia di una crisi sistemica come quella negli Stati Uniti nel 2008, istituendo misure per limitare i prestiti immobiliari

I debiti totali sono stati stimati a circa 209 miliardi di dollari. Secondo quanto riferito, invece di gestire in modo conservativo i beni in difficoltà, Lai ha utilizzato lo status di banca non bancaria del Ministero delle finanze statale per trattare di tutto, dal Private Equity alla speculazione immobiliare al commercio di obbligazioni spazzatura, prendendo in prestito miliardi selvaggiamente.

 

Ad agosto, lo stato ha costretto il proprio gruppo CITIC a salvare Huarong. Eppure è chiaro che questo è solo l’inizio di una crisi finanziaria a valanga in Cina.

 

 

Atterraggio di emergenza?

Per mesi il Politburo di Xi ha cercato, con crescente disperazione, di fermare la crescita di una colossale bolla finanziaria nel suo settore immobiliare.

 

All’inizio di quest’anno Xi ha emesso lo slogan «l’alloggio è per vivere, non per speculazione». Le sue mosse per congelare e sgonfiare lentamente l’enorme bolla immobiliare sono probabilmente troppo tardi. La costruzione e la vendita di immobili rappresentano la parte più grande del PIL cinese, oltre il 28% secondo le stime ufficiali. Pretendere che gli investimenti vadano ora in progetti «produttivi» e non speculazioni sui prezzi sempre in aumento degli immobili non è così facile.

 

Xi ha adottato sempre più misure per controllare la bolla immobiliare fuori controllo della Cina e la sua minaccia di una crisi sistemica come quella negli Stati Uniti nel 2008, istituendo misure per limitare i prestiti immobiliari.

 

Il problema è che Evergrande, Huarong, PingAn e altri grandi investitori immobiliari cinesi sono chiaramente solo i sintomi di un’economia che ha contratto debiti ben oltre ciò che era prudente

Secondo i dati cinesi, l’importo del finanziamento totale degli immobili è diminuito del 13% per la prima metà del 2021 rispetto al 2020. Allo stesso tempo, il debito dovuto dalle società immobiliari cinesi su obbligazioni e altri debiti è superiore a 1,3 trilioni di RMB o 200 miliardi di dollari. nel 2021 e quasi 1 trilione di RMB nel 2022.

 

Il settore immobiliare in appalto renderà sempre più impossibile un rimborso così grande e porterà senza dubbio a nuove insolvenze in tutta la Cina. Di recente Ping An, il più grande gruppo assicurativo cinese, anch’esso fortemente investito nel settore immobiliare, è stato costretto a accantonare 5,5 miliardi di dollari di accantonamenti per perdite sui prestiti relativi al suo investimento nel default, China Fortune Land Development Co.

 

Se fosse solo Evergrande a essere insolvente a causa di debiti non pagabili in un’economia in contrazione, le autorità cinesi potrebbero senza dubbio gestirlo in un modo o nell’altro chiedendo alle sue banche statali o a grandi gruppi come CITIC semplicemente di ingoiare i crediti inesigibili per contenere la diffusione della crisi .

 

Il problema è che Evergrande, Huarong, PingAn e altri grandi investitori immobiliari cinesi sono chiaramente solo i sintomi di un’economia che ha contratto debiti ben oltre ciò che era prudente.

 

Ad aprile il Consiglio di Stato del PCC di Pechino ha detto ai governi locali che i loro cosiddetti veicoli di finanziamento del governo locale con una stima (nessuno lo sa) di trilioni di dollari che avevano in prestiti bancari ombra non regolamentati utilizzati per finanziare progetti locali, dovevano sbarazzarsi di crediti inesigibili in eccesso o andare sotto.

 

La Cina è in una grave crisi di collasso del debito

Il 1° luglio Pechino ha annunciato che le entrate del governo locale derivanti dalla vendita di terreni agli sviluppatori, circa la metà di tutte le entrate locali, devono essere inviate al ministero delle finanze centrale di Pechino e non più utilizzate a livello locale.

 

Ciò assicura un crollo catastrofico nelle multimiliardarie banche-ombra locali e nei progetti di costruzione. Niente più salvataggi di Pechino.

 

Allo stesso tempo, la solvibilità del fragile settore bancario cinese multimiliardario è in dubbio, poiché le chiusure bancarie aumentano.

 

Ora, con i colossi statali nazionali prossimi alla bancarotta, la guerra verbale tra BlackRock e George Soros assume una nuova luce significativa. La Cina è in una grave crisi di collasso del debito.

 

La Cina ha già la più grande estensione al mondo di binari ad alta velocità e questi stanno perdendo soldi.

 

La Belt Road Initiative è impantanata in debiti che i paesi non sono in grado di rimborsare e le banche cinesi hanno drasticamente ridotto i prestiti ai progetti BRI Silk Road da $ 75 miliardi nel 2016 a $ 4 miliardi nel 2020.

 

La condanna di Soros a BlackRock, il più grande fondo di investimento privato al mondo, è chiaramente strategica. Potrebbe essere che Soros intenda ripetere il suo rovesciamento del 1998 della bolla del mercato obbligazionario russo dopo aver raccolto i suoi profitti?

La sua crisi demografica significa il flusso infinito di manodopera rurale a basso costo verso costruire quell’infrastruttura è in netto declino.

 

La classe media è profondamente indebitata per l’acquisto di nuove auto e case quando i tempi erano buoni. Il debito totale delle famiglie, compresi mutui e prestiti al consumo per auto ed elettrodomestici, nel 2020 è stato di ben il 62% del PIL.

 

L’Institute of International Finance (IIF) ha stimato che il debito interno totale della Cina è salito al 335 per cento del prodotto interno lordo (PIL) nel 2020.

 

 

Salvataggio di Wall Street da parte di Pechino?

Sembra che Pechino stia cercando di fatto un grande salvataggio da parte degli investitori stranieri nelle sue azioni e obbligazioni in difficoltà guidate da Wall Street.

 

Le principali banche e investitori di Wall Street hanno avuto uno stretto coinvolgimento in Cina per diversi anni. Con i mercati azionari statunitensi ai massimi storici pericolosi e l’UE in gravi difficoltà, forse sperano che la Cina possa salvarli, nonostante la chiara evidenza che le regole contabili aziendali cinesi sono opache, come mostra Evergrande.

 

Dal 2019 l’indice MSCI All Country World, ampiamente utilizzato da Morgan Stanley, è stato autorizzato a elencare le principali società cinesi, il che, come ha accuratamente notato Soros, costringe i fondi azionari occidentali ad acquistare miliardi di dollari di azioni cinesi. BlackRock può ora investire i risparmi personali cinesi nei suoi fondi. Non è chiaro se ci siano altre parti dell’accordo.

 

Qualunque sia l’innesco, un simile crollo della bolla del debito cinese farebbe impallidire la crisi Lehman del 2008

Questa è la pentola d’oro potenziale che mette in fila fuori da Pechino Wall Street e BlackRock.

 

La condanna di Soros a BlackRock, il più grande fondo di investimento privato al mondo, è chiaramente strategica. Potrebbe essere che Soros intenda ripetere il suo rovesciamento del 1998 della bolla del mercato obbligazionario russo dopo aver raccolto i suoi profitti?

 

Se è così, non c’è da stupirsi che i media ufficiali cinesi definiscano Soros un «terrorista economico».

 

Qualunque sia l’innesco, un simile crollo della bolla del debito cinese farebbe impallidire la crisi Lehman del 2008.

 

 

William F. Engdahl

 

 

 

F. William Engdahl è consulente e docente di rischio strategico, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best seller sulle tematiche del petrolio e della geopolitica. È autore, fra gli altri titoli, di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation («Semi della distruzione, l’agenda nascosta della manipolazione genetica»), consultabile anche sul sito globalresearch.ca.

 

 

Questo articolo, tradotto e pubblicato da Renovatio 21 con il consenso dell’autore, è stato pubblicato in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook e ripubblicato secondo le specifiche richieste.

 

 

Renovatio 21 offre la traduzione di questo articolo per dare una informazione a 360º.  Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

PER APPROFONDIRE

Presentiamo in affiliazione Amazon alcuni libri del professor Engdahl

 

 

Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

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Cina

La Cina verso i trilioni dei minerali afghani

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L’investitore texano Kyle Bass, noto per le sue posizioni anticinesi,  ha messo in guardia rispetto alle mosse di Pechino in Afghanistan. Per Bass la Cina popolare starebbe per «trasferirsi sotto spoglie di sicurezza e diplomatiche» per rubare i trilioni di dollari costituiti dalle risorse minerarie afghane.

 

La Cina, come riportato, aveva sin da subito messo in chiaro che ci teneva ai buoni rapporti con la Kabul degli studenti coranici.

 

«Sulla base del pieno rispetto della sovranità dell’Afghanistan e della volontà di tutte le fazioni del paese, la Cina ha mantenuto contatti e comunicazioni con i talebani afghani e ha svolto un ruolo costruttivo nel promuovere la soluzione politica della questione afghana», aveva affermato la portavoce Hua Chunying in una conferenza stampa.

«La Cina si sposterà sotto spoglie di sicurezza e diplomatiche»

 

E ricorda che i funzionari di Pechino hanno ospitato i leader talebani, quando l’amministrazione Biden ha intrapreso il suo “precipitoso ritiro” dall’Afghanistan che ha portato al suo “precipitoso” crollo.

 

«L’Afghanistan è afflitto dalla maledizione dell’abbondanza. Riteniamo che abbiano minerali per un valore di oltre 3 trilioni di dollari. Il Pentagono degli Stati Uniti crede che una provincia… abbia il più grande deposito di litio del mondo», ha affermato Bass.

 

In pratica, dice il fondatore del fondo Hayman Capital, «la Cina si sposterà sotto spoglie di sicurezza e diplomatiche». 

 

Bass, un appassionato di storia, ha scritto in un breve thread su Twitter – osservando la storia di uno dei «più grandi scontri a fuoco delle forze speciali statunitensi di tutti i tempi» verificatosi nella valle di Shok – il tutto per rimuovere un signore della guerra terrorista che stava costruendo il suo impero attraverso il funzionamento di miniere illegali di terre rare.

 

«Assicuratevi di guardare questa feroce battaglia mentre 15 Berretti Verdi e 65 commando afgani hanno combattuto un’imboscata di oltre 250 terroristi e non un solo americano degli Stati Uniti è morto quel giorno in uno scontro a fuoco di 6 ore che ha sopportato 70 bombardamenti ravvicinati con 1000 libbre JDAMS. Anche se alcuni dei nostri più coraggiosi non avranno le braccia o le gambe che ricrescono, hanno combattuto per la pace, la stabilità e la prosperità economica a lungo termine dell’Afghanistan. Con la Cina che si è trasferita per violentare la campagna e la gente dell’Afghanistan, quel sogno non si realizzerà mai».

 

«Anche se alcuni dei nostri più coraggiosi non avranno le braccia o le gambe che ricrescono, hanno combattuto per la pace, la stabilità e la prosperità economica a lungo termine dell’Afghanistan. Con la Cina che si è trasferita per violentare la campagna e la gente dell’Afghanistan, quel sogno non si realizzerà mai»

Pochissimi sanno che la battaglia di Shok Valley riguardava l’architettura economica a lungo termine dell’Afghanistan e dei metalli delle terre rare.

 

Secondo la portavoce Hua, i talebani hanno «più volte» affermato di «aspettare la partecipazione della Cina alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Afghanistan».

 

«Siamo pronti a continuare a sviluppare il buon vicinato e la cooperazione amichevole con l’Afghanistan e a svolgere un ruolo costruttivo nella pace e nella ricostruzione dell’Afghanistan», ha aggiunto Hua.

 

Bass non è stato l’unico a sottolineare il colpo di fortuna della Cina.

 

Come riconosciuto sin 2010, in Afghanistan sono stati identificati almeno 1 trilione di dollari di giacimenti minerari non sfruttati, molto più di qualsiasi riserva precedentemente nota. La cifra è aumentata negli ultimi anni a più di 3 trilioni. come riportato dalla testata USA The Hill.

 

Pochissimi sanno che la battaglia di Shok Valley riguardava l’architettura economica a lungo termine dell’Afghanistan e dei metalli delle terre rar

L’Afghanistan ha elementi di terre rare come lantanio, cerio, neodimio e vene di alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio. Le terre rare sono utilizzate in tutto, dall’elettronica ai veicoli elettrici, dai satelliti agli aerei.

 

Nel 2017, il presidente afghano appena fuggito Ashraf Ghani era in trattative con la Germania sui giacimenti di litio nella provincia di Helmand, che potrebbero essere estratti dai paesi europei per produrre batterie per smartphone, veicoli elettrici e altre tecnologie.

 

Nel frattempo, funzionari del governo afghano hanno affermato che il Paese ha rescisso i contratti petroliferi e del gas con la Cina e sta cercando di rinegoziare i termini di una massiccia concessione mineraria che è rimasta quasi inattiva da quando è stata firmata dalla Cina più di dieci anni fa.

 

I funzionari afghani hanno affermato di aver sgominato un presunto giro di spionaggio cinese che opera a Kabul per dare la caccia ai musulmani uiguri con l’aiuto della rete Haqqani, un clan terroristico legato ai talebani. 

 

Le autorità afgane hanno collaborato con la Cina in passato alla detenzione e alla deportazione di uiguri sospettati di attività terroristica, ma i funzionari si sono detti scioccati dalla doppiezza della Cina.

L’Afghanistan ha elementi di terre rare come lantanio, cerio, neodimio e vene di alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio. Le terre rare sono utilizzate in tutto, dall’elettronica ai veicoli elettrici, dai satelliti agli aerei.

 

Gli arresti  hanno spinto Kabul, che sta cercando di mettere ordine nella sua economia di fronte a un futuro incerto con il processo di pace in corso, a usare l’incidente come «leva» contro Pechino, ha detto un funzionario, soprattutto in termini di rinegoziazione di svariati milioni di dollari concessioni minerarie.

 

Quindi, non dovrebbe sorprendere il fatto che la Cina, che domina i mercati delle terre rare a livello globale (producendo 120.000 tonnellate o il 70% del totale di terre rare nel 2018 secondo CNBC), sia più che entusiasta di «fare a modo suo» con il redditizio Afghanistan.

 

Anche le riserve statunitensi impallidiscono rispetto alla Cina. Gli Stati Uniti hanno un totale di 1,4 milioni di tonnellate di riserve, contro 44 milioni di tonnellate di riserve in Cina.

 

La Cina ha usato le terre rare come minaccia durante la sua guerra commerciale con gli Stati Uniti nel 2019, quando Pechino ha minacciato di interrompere le forniture agli Stati Uniti. I minerali delle terre rare sono comunemente usati in dispositivi ad alta tecnologia, automobili, energia pulita e difesa.

 

Secondo l’U.S. Geological Survey, gli Stati Uniti dipendevano fortemente dalla Cina per le terre rare nel 2019, quando il paese asiatico esportava l’80% del fabbisogno degli Stati Uniti. 

 

E non dimentichiamo il lucroso commercio di papaveri in Afghanistan abilitato dalla CIA.

 

Come ha osservato MintPressNews a giugno, «l’anno scorso la coltivazione del papavero da oppio afghano è cresciuta di oltre un terzo mentre le operazioni antidroga sono precipitate. Si dice che il paese sia la fonte di oltre il 90% di tutto l’oppio illegale del mondo, da cui si producono eroina e altri oppioidi. In Afghanistan si coltiva più terra per l’oppio di quanta ne viene utilizzata per la produzione di coca in tutta l’America Latina, con la creazione della droga che si dice darebbe lavoro diretto a circa mezzo milione di persone».

 

Sulla questione dello strano ritiro americano dall’Afghanistan, che pare di fatto aver favorito la Cina (che è Paese confinante) Renovatio 21 ha scritto qualche ipotesi settimane fa.

 

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