Economia
L’India inizia a usare lo yuan per pagare il petrolio russo
Il più grande acquirente indiano di greggio russo, Indian Oil Corp., è diventato il primo raffinatore statale a pagare alcuni acquisti russi in yuan il mese scorso. Lo riporta l’agenzia Reuters.
Almeno due delle tre raffinerie private dell’India stanno anche pagando alcune importazioni russe in yuan, hanno affermato altre due fonti.
L’India ha aumentato drasticamente i suoi acquisti di petrolio russo nell’ultimo anno, raggiungendo un nuovo massimo di 2,2 milioni di barili al giorno a giugno, secondo i dati della società di analisi delle materie prime Kpler.
La Russia in precedenza forniva solo il 2% delle importazioni di petrolio dell’India; ora fornisce il 46%. L’India è divenuto il terzo importatore mondiale di petrolio.
Per molti mesi i funzionari russi e indiani hanno cercato di elaborare una forma di pagamento in valute locali, basata su una sorta di accordo rublo-rupia, ma ciò non si è concretizzato. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è persino lamentato pubblicamente del fatto che la Russia non poteva continuare ad accettare pagamenti in rupie, poiché stava accumulando depositi in rupie inutilizzati.
Ora, secondo un rapporto pubblicato ieri da Reuters, alcune raffinerie di petrolio indiane hanno cominciato a pagare il petrolio russo in yuan cinesi, invece che in rupie o dollari.
L’uso dello yuan da parte dell’India è molto significativo, poiché le tensioni storiche tra India e Cina hanno finora interferito con la cooperazione dei due Paesi per trovare un approccio comune alla questione della crescente de-dollarizzazione del sistema finanziario mondiale.
Come riportato da Renovatio 21, con l’avvio delle sanzioni per il conflitto in Ucraina la Federazione Russa ha offerto petrolio e carbone agli indiani con sconti fino al 30%.
Nuova Delhi, con Tokyo, sta portando avanti la sua collaborazione con la Russia per l’estrazione di petrolio e gas dall’isola di Sakhalin nell’Estremo Oriente russo.
Nuova Delhi sta pianificando un aumento dei consumi di gas naturale del 500%. Volumi immensi di gas russo sono resi disponibili dalle sanzioni dell’Europa che rifiuta le materie prime da Mosca a costa della crisi energetica e produttiva che sta investendo i Paesi del blocco UE.
Mosca risulta essere ora il più grande fornitore di fertilizzanti (bene il cui prezzo in Occidente è impazzito) dell’India.
L’India ha abbandonato il dollaro negli scambi con lo Sri Lanka. La de-dollarizzazione investe Paesi dell’area sudasiatica come Bangladesh e Indonesia.
Immagine di John Hill via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Economia
L’oro batte un nuovo record
Il prezzo dell’oro ha toccato nuovi massimi storici, mentre gli investitori cercano rifugio in un clima segnato da crescenti tensioni geopolitiche e da persistenti incertezze economiche.
I future sull’oro hanno proseguito la loro corsa al rialzo: il contratto Comex di febbraio 2026 ha segnato un picco record a 5.600 dollari l’oncia troy giovedì mattina, per poi ritracciare intorno ai 5.550 dollari, secondo i dati di borsa.
Anche i future sull’argento hanno prolungato il loro apprezzamento, con il contratto Comex di marzo 2026 che ha superato i 119 dollari l’oncia troy prima di un lieve ripiegamento.
Nell’ultimo anno sia l’oro sia l’argento hanno registrato rialzi spettacolari, confermando il ruolo di beni rifugio in fasi di turbolenza finanziaria. L’oro ha guadagnato oltre il 60% nel corso del 2025, spinto soprattutto dalle preoccupazioni legate alle tensioni globali e alla volatilità economica. L’argento ha segnato un balzo ancora più accentuato, con un incremento del 127% nello stesso periodo, alimentato dalla robusta domanda degli investitori e dagli acquisti difensivi.
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Gli analisti indicano come principale motore del recente rally l’escalation delle tensioni internazionali, tra cui l’ultimatum lanciato mercoledì dal presidente statunitense Donald Trump all’Iran affinché torni al tavolo dei negoziati sul nucleare, sullo sfondo delle minacce di ritorsione da parte di Teheran contro Stati Uniti, Israele e i loro alleati.
Un ulteriore sostegno all’oro è arrivato dall’annuncio di Tether di destinare il 10-15% del proprio portafoglio all’oro fisico, decisione confermata mercoledì dall’amministratore delegato Paolo Ardoino.
Nel frattempo la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi di interesse mercoledì, in linea con le attese. Il presidente Jerome Powell ha rilevato che l’inflazione di dicembre dovrebbe attestarsi nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2% della banca centrale.
L’analista di Marex Edward Meir ha spiegato a Reuters che l’aumento del debito pubblico statunitense e l’incertezza derivante dalla frammentazione del sistema commerciale globale in blocchi regionali – anziché rimanere centrato sugli Stati Uniti – stanno spingendo gli investitori verso l’oro.
L’attuale impennata ha generato guadagni inattesi per la Russia, stimati in una cifra paragonabile al valore degli asset sovrani congelati in Occidente, circa 300 miliardi di dollari. A differenza di questi ultimi, le riserve auree russe possono essere vendute o utilizzate come collaterale, restituendo a Mosca una notevole capacità finanziaria.
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Economia
«La globalizzazione ha fallito»: il vero discorso a Davos lo ha fatto il segretario al Commercio USA Lutnick
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Economia
Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti
Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.
Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.
Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.
«In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.
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La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.
Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.
Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.
La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.
Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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