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Lettera del Superiore Generale Don Davide Pagliarani agli amici e benefattori della FSSPX

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Mitte operarios in messem tuam.
Manda operai nella tua messe.

 

Cari fedeli, amici e benefattori,

 

Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno giubilare per la Chiesa universale. Speriamo di essere numerosi a Roma il 20 agosto prossimo. In quell’occasione, naturalmente, daremo testimonianza della nostra fede: una fede ricevuta dalla Chiesa attraverso la Tradizione, una fede viva che abbiamo il dovere di trasmettere a nostra volta così come l’abbiamo ricevuta, senza compromessi con lo spirito del mondo.

 

Che questo giubileo sia anche una testimonianza di speranza, soprattutto per quanto riguarda il futuro della Chiesa e la sua indefettibilità. Infatti, se siamo profondamente legati alla Roma di sempre, dobbiamo anche essere profondamente preoccupati per la Chiesa di domani. Certo, conosciamo la promessa di Cristo di essere con lei fino alla fine dei tempi, nonostante gli assalti dell’inferno. Ma dobbiamo capire che questa promessa implica necessariamente la nostra partecipazione: Nostro Signore conta sui nostri sforzi, ispirati e resi fecondi dalla sua grazia, per garantire l’indefettibilità della Chiesa.

 

Quali sono nello specifico questi sforzi che Nostro Signore si aspetta da noi per assicurare il futuro della Chiesa? Si possono riassumere nel nostro sforzo comune di far germogliare molte sante vocazioni, sia religiose che sacerdotali. I santi e i papi non hanno mai smesso di ricordarcelo: un popolo è santo solo grazie a un clero santo, e una civiltà ridiventa cristiana solo se è fecondata da religiosi santi. Preoccuparsi della Chiesa di domani significa fare tutto ciò che è in nostro potere per aiutare queste vocazioni a fiorire, a formarsi e a perseverare.

 

Testimoni eroici di Cristo

Chi può dire abbastanza su ciò che i sacerdoti e i religiosi di domani sono chiamati ad essere? Mons. Lefebvre lo ha riassunto in poche parole parlando ai suoi seminaristi:

 

«Questo è un tempo per eroi. In un momento in cui tutto sembra scomparire nella struttura della società e persino nella struttura della Chiesa, non c’è posto per le anime tiepide che si arrendono ai problemi o ai dubbi che circolano dappertutto, incluso sulla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, e ciò persino all’interno della Chiesa cattolica. È il tempo per coloro che credono in Nostro Signore Gesù Cristo, e che credono che Nostro Signore Gesù Cristo, attraverso la Sua Croce, abbia fornito la soluzione a tutti i problemi personali della nostra vita»(1).

 

Ciò che la situazione del nostro mondo richiede è una generazione di sacerdoti e religiosi che testimonino Nostro Signore Gesù Cristo, spesso contro venti e tempeste; una generazione che, per il nostro mondo languente, testimoni l’onnipotenza redentrice che si trova in Cristo Gesù, e solo in Lui; che sia testimone con parole coraggiose e senza scorciatoie intellettuali, ma soprattutto tramite una vita vissuta alla sua scuola e nel suo amore; una generazione in cui ognuno, a modo suo, sarà «un’immagine vivente del Salvatore», come disse Pio XII(2).

 

Una luce per il mondo

Alcuni possono talvolta essere spaventati dalle tempeste che scuotono il mondo, e che lo scuotono ancora di più quando questo mondo si allontana da Dio. Con Nostro Signore, che calmò i cuori dei suoi apostoli ancor prima di calmare le onde, vorremmo dire loro: non abbiate paura (3). La potenza della tempesta non dimostra forse la potenza ancora più grande del faro, che non smette mai di illuminarci e di guidarci in porto?

 

Io sono la luce del mondo (4). Come Cristo, anche la Chiesa lo è. Tali saranno anche i suoi ministri e i suoi religiosi, se rimarranno fondati e radicati nella carità, se Cristo abiterà nei loro cuori attraverso la fede (5). Con San Paolo, potranno dire: «Sono certo che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti, né quelle future… né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (6).

 

Così, lungi dall’essere spaventati dalle tenebre, le supereranno grazie alla luce che portano. Dall’umile aula dove insegna la suora al pulpito dove predica il sacerdote, attraverso di loro la Chiesa continuerà a rafforzare le anime, a raddrizzare i cuori e a illuminare il mondo. Dal chiostro silenzioso all’oscurità del confessionale, la Chiesa riverserà la pace di Cristo in abbondanza sulle anime e presto anche sulle società. Non ci sono dubbi: il nostro mondo, ogni giorno più invischiato nella sua logica autodistruttiva, ha sete di questa luce, fatta di verità e di carità.

 

«Va’ e ricostruisci la mia Chiesa in rovina»: così disse Cristo crocifisso al giovane Francesco d’Assisi. Per diffondere questa luce divina su un mondo immerso nelle tenebre, per comunicare la vita di Nostro Signore alle anime, abbiamo bisogno di anime pronte a testimoniare la verità (7), sia davanti al Sommo Sacerdote che davanti a Pilato. Certo, il fumo di Satana è penetrato nella Chiesa, dove il demonio della divisione si traveste da angelo della luce (8). Ma non ci dobbiamo sbagliare: le gravi aberrazioni dottrinali e morali degli uomini di Chiesa, in piena decadenza, annunciano, presto o tardi, la morte dell’utopia modernista.

 

Un’ardente milizia

La vittoria di Cristo e del Cuore Immacolato di Maria avverrà quindi attraverso l’irradiazione della vita consacrata, vissuta in tutta la sua pienezza, e quindi attraverso una santa milizia di vocazioni sacerdotali e religiose, che scelgono di rinunciare a tutto per seguire Nostro Signore.

 

Questi testimoni eroici e luminosi avranno bisogno, naturalmente, di grande fortezza e virtù: animati da uno spirito di fede tanto fermo quanto profondo, dovranno essere incapaci di scendere a compromessi con il male e l’errore, e allo stesso tempo pieni di dolcezza e carità.

 

Questi conquistatori avranno successo solo se saranno ardenti di amore per Cristo, ardenti di zelo e interamente dedicati al bene della Chiesa. Mons. Lefebvre ha ricordato ai suoi seminaristi: «Dovrete essere eroi, santi e martiri; martiri nel senso di testimoni della fede cattolica. Sarete attaccati da tutte le parti ma, sostenuti dall’esempio di coloro che hanno dato la vita e il sangue per la loro fede, sostenuti dall’esempio della Beata Vergine Maria e con il suo aiuto, compirete quest’opera per la vostra santificazione e per la santificazione delle anime» (9).

 

È questa nuova generazione di sacerdoti, religiosi e religiose che bisogna suscitare e senza la quale la Provvidenza non avrà gli strumenti necessari per portare avanti la sua opera di salvezza. Come possiamo raggiungere questo obiettivo?

 

Un dono di Dio da reclamare

Come ce lo indica la parola stessa, la vocazione è un dono di Dio. Solo Dio chiama: nessuno si arroga questa dignità, bisogna essere chiamati da Dio[10]. Solo Dio infonde la sua grazia nelle anime, e la vocazione religiosa o sacerdotale è una grazia molto speciale, una grazia di elezione.

 

Questa grazia, però, deve essere richiesta. Tale dono dipende dalla nostra preghiera. Nostro Signore ci ricorda: La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (11). Più il dono è considerevole, più la preghiera dev’essere insistente. È davvero così la nostra preghiera per le vocazioni? C’è da temere che qualche volta noi impieghiamo più tempo a deplorare il male che a implorarne il rimedio da Dio… Se siamo veramente convinti che solo sante vocazioni restaureranno la Chiesa, e quindi il mondo, se vogliamo veramente che l’opera della Redenzione di Nostro Signore trionfi di nuovo nel nostro tempo, allora dobbiamo chiedere con sempre maggiore insistenza e perseveranza sante vocazioni, moltiplicando le nostre suppliche.

 

Come i giusti dell’Antico Testamento che aspettavano con ansia la venuta del Salvatore, così noi dobbiamo pregare il Cielo di inviare ai nostri tempi dei «riflessi dell’amore di Dio», «immagini vive di Cristo», in altre parole, nuovi Francesco d’Assisi o Padre Pio, nuove Teresa d’Avila o Caterina da Siena, e tanti santi sacerdoti per dispensare alle anime «la perla più preziosa, cioè le inesauribili ricchezze del Sangue di Gesù Cristo»(12).

 

Questa è certamente la richiesta più urgente del nostro tempo. Sappiamo che Dio non abbandonerà la sua Chiesa e che vuole concedere alla nostra epoca i santi di cui ha bisogno: ma lo farà solo se glielo chiederemo con altrettanta insistenza e umiltà. È proprio questa la speranza e la preghiera che vogliamo portare a Roma in occasione del Giubileo, ed è per questo che abbiamo scelto come tema del nostro pellegrinaggio: «Mitte operarios in messem tuam. Manda operai nella tua messe»(13).

 

Una nuova generazione di sacerdoti

Tuttavia, non vogliamo limitare tale causa a queste poche ore di preghiera giubilare. Al contrario, vorremmo che questa preoccupazione per le vocazioni vivesse in tutti noi negli anni a venire: innanzitutto nella nostra preghiera, certo, ma anche nello zelo che ciascuno di noi metterà in campo a questo scopo. Tutti dobbiamo lavorare per questa causa: i sacerdoti, naturalmente, con il loro esempio e il loro entusiasmo soprannaturale; ma anche i padri e le madri: perché è dallo zelo che metteranno nello sviluppo e nella santificazione della loro famiglia che dipendono le vocazioni di domani, tanto è vero che la famiglia profondamente cristiana è, secondo le parole di Pio XI, «il primo e più adatto giardino dove le vocazioni dovrebbero come spontaneamente germogliare e fiorire» (14). Torneremo su queste riflessioni in modo più approfondito nelle prossime lettere che vi invieremo.

 

Questo progetto durerà anni. Per questo vogliamo porlo, ad un titolo particolare, sotto la protezione della Madonna Addolorata. Già con il Fiat dell’Annunciazione, il suo grembo verginale divenne la prima cattedrale dove il Verbo, assumendo la nostra natura, ricevette l’unzione che lo rese il Consacrato di Dio e istituì il nuovo sacerdozio… Poi, ai piedi della Croce, Gesù affidò al Cuore addolorato e immacolato di Maria il sacerdozio di San Giovanni, istituendola Madre, nella persona dell’amato Apostolo, di tutti i sacerdoti. Così, attraverso la sua intima compassione alle sofferenze del suo Figlio divino, nei dolori del Calvario, la Madonna ha dato vita alla Chiesa di ieri, di oggi e di domani.

 

È a lei, dunque, che dobbiamo rivolgere le nostre urgenti preghiere. Imploriamola con fiducia di concederci le vocazioni di cui abbiamo tanto bisogno. E in termini molto concreti, usiamo instancabilmente l’arma del santo rosario. Per tutto l’anno giubilare, che inizierà il 24 dicembre prossimo e terminerà il 6 gennaio 2026, eleviamo al cielo una supplica continua di ferventi rosari per le vocazioni. Non li conteremo, né vogliamo limitarne il numero, ma contiamo sull’impegno di ciascuno di noi a dedicare questo Anno Santo alla fruttuosa recita del Rosario. Contiamo in particolare sulle preghiere dei bambini delle nostre famiglie e delle nostre scuole e sui loro sacrifici; invitiamo i loro educatori a fare tutto il possibile per aiutare questi bambini a essere generosi.

 

Il 20 agosto deporremo solennemente questa moltitudine incalcolabile di rosari e sacrifici ai piedi della Madonna, come tributo di gratitudine e umile fiducia nella potenza della sua materna intercessione. Sotto la sua guida, faremo il possibile per suscitare le sante vocazioni che renderanno santa la Chiesa di domani.

 

Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie un santo Natale.

 

Dio vi benedica.

 

Menzingen, 20 dicembre 2024

 

Don Davide Pagliarani

Superiore Generale

 

1) Omelia, Ecône, 7 gennaio 1973.
2) Enc. Menti Nostræ.
3) Gv 6,20.
4) Gv 8,12.
5) Cfr. Ef 3,17.
6) Rom. 8,38-39.
7) Gv 18,37.
8) 2 Cor 11,14.
9) Omelia, Ecône, 21 maggio 1983.
10) Eb 5,4.
11) Mt 9,37-38.
12) Pio XII, enc. Menti Nostræ.
13) Missale Romanum, Messa per chiedere vocazioni sacerdotali.
14) Enc. Ad Catholici sacerdotii.

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Il peccato non diventa mai un bene

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa dodicesima parte ci ricorda che il bene e il male sono determinati dalla legge di Dio e non cambiano in base alle circostanze, alle intenzioni o ai mutamenti sociali. La vera misericordia non può quindi mai giustificare il peccato: essa chiama alla conversione e conduce le anime ai rimedi della grazia.  

XI. Ordine morale e legge di Dio

88. Io affermo che esiste un ordine morale fondato sulla sapienza eterna di Dio. Le azioni umane sono buone o cattive a seconda della loro conformità o opposizione alla legge divina, che è santa e immutabile. Opinioni individuali, consenso sociale, intenzioni soggettive e circostanze storiche non possono alterare il valore inviolabile di questi principi della morale cristiana.   89. Dall’immensa bontà con cui Dio ha elevato l’uomo all’ordine soprannaturale, consegue che l’uomo ha un solo fine ultimo, soprannaturale, al quale rimane ordinato secondo il piano di Dio, anche dopo il peccato. Questo fine soprannaturale assume, eleva e perfeziona il fine dell’ordine naturale dell’uomo.   90. La legge naturale, iscritta da Dio nella natura umana, rimane conoscibile attraverso la retta ragione e vincola tutti gli uomini. La legge positiva rivelata, di ordine soprannaturale, la conferma, la eleva e la chiarisce, trascendendola. Pertanto, non vi è alcuna opposizione tra la legge del Vangelo e la legge naturale; anzi, la stessa grazia dà all’umanità la forza di essere soprannaturalmente fedele ai propri precetti, e di godere così di quella libertà dei figli di Dio grazie alla quale, liberati dal potere del peccato, possiamo tendere al nostro fine ultimo.

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91. Rifiuto pertanto la moralità situazionale, secondo la quale circostanze concrete potrebbero rendere buone azioni intrinsecamente malvagie. In particolare, sostengo che nessuna circostanza possa mai legittimare il ricorso alla contraccezione, all’aborto o all’eutanasia. Rifiuto qualsiasi dottrina che affermi che una condotta oggettivamente contraria ai comandamenti di Dio possa costituire, per alcuni, la generosa risposta attualmente richiesta da Dio. Dio non comanda mai il peccato o ciò che è impossibile; non benedice mai il disordine morale e non giustifica mai ciò che contraddice la sua stessa legge; ma a coloro che fanno del loro meglio, non nega mai la sua grazia per osservare i suoi comandamenti.   92. Affermo che le unioni adulterine, le unioni contro natura e tutte le situazioni pubbliche contrarie alla legge divina non possono essere presentate come beni imperfetti, doni di Dio, passi positivi o realtà degne di benedizione in quanto tali. Una simile presentazione ingannevole mina gravemente i principi della morale cristiana e danneggia la sacra istituzione del matrimonio e il benessere delle famiglie.   93. Respinggo pertanto, in quanto contraria alla costante fede e disciplina della Chiesa, la pretesa di ammettere ai sacramenti, e in particolare alla ricezione della Santissima Eucaristia, coloro che persistono pubblicamente in tali stati senza rinunciare al loro disordine. La vera misericordia chiama il peccatore alla conversione; non ratifica il peccato con il pretesto della cura pastorale o del discernimento delle situazioni particolari.   94. Rifiuto altresì la moderna separazione tra dottrina e cura pastorale. Una cura pastorale che contraddice la dottrina non è cura pastorale; svia le anime. La carità non consiste nel nascondere la verità per evitare la sofferenza, ma nel dire la verità con gentilezza per condurre alla salvezza. La medicina della Chiesa può guarire solo nominando il male, invitando al pentimento e offrendo i rimedi della grazia.   95.Infine, affermo che Dio non è solo l’autore e il fine dell’ordine morale, ma anche il suo custode, il suo giudice e l’arbitro supremo del bene e del male. Dimenticare il giudizio divino genera una misericordia falsa, sentimentale e impotente che non salva nessuno perché non converte nessuno.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Pudelek (Marcin Szala) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
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Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò

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È uscito in questi giorni il libro dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò Lo scisma capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato.

 

«Ho raccolto in queste pagine — che oggi vedono la luce col titolo Lo Scisma Capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato» — quanto la coscienza di Pastore non mi consente di tacere» scrive Sua Eccellenza nel testo di presentazione del lancio del volume, dopo aver citato il Vangelo: «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso.
2 Tess 2, 15».

 

Il testo «espone una distinzione evidente alla retta ragione illuminata dalla Fede: il Papato come istituzione divina, roccia su cui Nostro Signore ha edificato la Sua Chiesa; il Papa come uomo fragile e mortale, che di quella roccia può farsi custode fedele o, per insondabile permissione divina, ostacolo e persino avversario» scrive monsignore.

 

«Non scrivo per seminare divisione tra i fedeli, ma per raccoglierli attorno all’unico Pastore che è Cristo, e attorno a quel Papato che oggi più che mai ha bisogno di essere difeso persino contro il papa».

 

Il già nunzio apostolico negli Stati Uniti ha inoltre pubblicato un video di un’ora spiegando le ragioni della sua opera.

 

 

Il libro è già da ora disponibile su Amazon in formato cartaceo e pure elettronico.

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Immagine AI screenshot da YouTube

 

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Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani

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In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.   Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».   Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.   Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.

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Una necessità prevedibile

Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.   La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.   Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».   L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.   In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.

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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante

L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.   Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».   Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».   Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».

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Vescovi ausiliari senza giurisdizione

All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.   I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.   Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».   Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».

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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?

Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.   Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.   L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».   L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.   Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.

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Doppi standard

L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.   Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.   A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».   L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».   È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.

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Il difficile compito di giudicare

L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?   Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.   Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».   L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».   «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.

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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?

Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.   La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».   Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.   Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.

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Il precedente del 1988

Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».   Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».   L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».

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La paternità di un superiore

Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».   Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.   Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News  
   
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