Spirito
Lettera aperta al cardinale Sarah sulla FSSPX e le consacrazioni
Renovatio 21 pubblica la traduzione della lettera aperta scritta dal direttore di LifeSiteNews, divenuto negli anni fondamentale sito di informazione cattolica per il mondo, John-Henry Westen al cardinale guineano Robert Sarah. Il porporato guineano, voce autorevole della tradizione nella Chiesa, ha pubblicato un appassionato saggio sul quotidiano francese Le Journal du Dimanche intitolato «Prima che sia troppo tardi!», che interveniva direttamente contro l’annuncio della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) di ordinazioni episcopali senza mandato papale. Il cardinale Sarah definisce questo una grave minaccia all’unità della Chiesa, esortando alla fedeltà al papa come successore di Pietro. Tra le sue parole più forti: «Non si può pretendere di disobbedire alla Chiesa per salvarla. La disobbedienza al Papa non può essere la via ordinaria di salvezza per le anime». E ancora più esplicitamente: «È attraverso l’obbedienza che Cristo ha salvato il mondo. Non è con la ribellione che salveremo la Chiesa».
Mio caro Cardinale Sarah,
Così come hai iniziato il tuo saggio con una citazione dalla Sacra Scrittura, così inizio questa lettera aperta con un brano della lettera di San Paolo ai Galati:
«Mi meraviglio che così in fretta passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo a un altro vangelo. Non che ce ne sia un altro, ma ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Ma anche se noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto ora: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema».
Ho letto il suo recente saggio su Le Journal du Dimanche con interesse e, devo confessare, con grande dolore. Lei invoca l’unità nella Chiesa, invocando la roccia di Pietro e la necessità dell’obbedienza al successore di Pietro. Mette in guardia contro le ordinazioni episcopali pianificate dalla FSSPX senza mandato, etichettandole come una disobbedienza che mette a rischio le anime. Ma, Eminenza, leggendo le sue parole, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era: «Dove sei stato?». Ero così felice di sentire finalmente da lei della crisi nella Chiesa, ma lei ha intenzionalmente fatto riferimento ai sintomi e ha ignorato la causa dolorosamente ovvia del cancro che divora la Chiesa.
Dove era in questi ultimi nove mesi, mentre la Chiesa è stata avvolta dalle fiamme sotto il regno di papa Leone? L’intero edificio sembra bruciare, e il suosilenzio è stato la cosa più rumorosa sulla terra. Indossate il rosso del martirio, simbolo della volontà di versare il sangue per la fede. Eppure, a causa dei gravi pericoli che i fedeli affrontano oggi, voi e i suoiconfratelli cardinali siete stati vistosamente assenti.
Papa Leone, come il suo predecessore, ha accolto a braccia aperte padre James Martin, SJ, elevando una voce che distorce l’insegnamento cattolico sulla sessualità e promuove ideologie contrarie alla Scrittura e alla Tradizione. Leone ha permesso il pellegrinaggio LGBT nella stessa Basilica di San Pietro, descritta da un coraggioso vescovo e da molti fedeli come l’abominio della desolazione che entra nel Luogo Santo, riecheggiando gli ammonimenti di Daniele e di Nostro Signore in Matteo 24.
E non dimentichiamo la dichiarazione di Leone secondo cui se non sei contro la pena di morte, non sei veramente pro-life: un attacco diretto al movimento pro-life e a secoli di magistero di papi e dottori della Chiesa che hanno sostenuto la pena capitale come giusta in linea di principio, quando necessaria per il bene comune.
L’elenco delle raccapriccianti nomine di vescovi, la concessione al Partito Comunista anticattolico in Cina di nominare vescovi sotto i Papi Francesco e Leone XIII stanno cambiando il volto della Chiesa del futuro. Dov’era la sua voce, Cardinale? Perché nessuna protesta pubblica contro questi oltraggi che mettono in pericolo le anime molto più di qualsiasi consacrazione della FSSPX?
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Il suo saggio parla con eloquenza di difesa della Tradizione, ma la sua prolungata inazione la dice lunga, lasciando i fedeli a chiedersi se la sua preoccupazione principale sia un calcolo politico. Lei e i suoi colleghi cardinali state cercando di ottenere il favore di Leone per promuovere alcuni programmi specifici?
Lei condanna la disobbedienza della FSSPX come una via di perdizione, ma posso dirle senza riserve che i fedeli sono profondamente grati – anzi, felicissimi – che la FSSPX non abbia obbedito durante la crisi del COVID, quando Francesco ha dato l’esempio della sospensione senza precedenti del Santo Sacrificio della Messa in tutto il mondo.
Le diocesi hanno obbedito in massa, chiudendo le chiese, negando l’Eucaristia ai laici e persino negando l’estrema unzione ai morenti nel momento del loro massimo bisogno. La FSSPX, tuttavia, ha mantenuto viva la Messa, preservando l’accesso alla grazia e alla Presenza Reale quando era più urgentemente necessario.
Non era forse questa la vera obbedienza a Cristo stesso, che privilegiava la legge suprema della salus animarum – la salvezza delle anime – rispetto alla cieca sottomissione ai vescovi che ordinavano di privare i fedeli del Santo Sacrificio, cosa che presumibilmente contraddiceva la legge divina? La storia li giustifica: innumerevoli fedeli furono sostenuti spiritualmente grazie al loro coraggio. Perché condannarli ora per le consacrazioni, quando la loro passata «disobbedienza» ha impedito la disperazione diffusa e persino l’apostasia tra il gregge?
Ora predica l’obbedienza, ma devo chiederle: dov’è la suaobbedienza a Francesco e al suo magistero, ora promosso da Leone? Esorta a una fedeltà incrollabile al Papa, eppure hai personalmente benedetto le coppie omosessuali come esplicitamente incoraggia la Fiducia Supplicans ? Se l’obbedienza è il cuore stesso della fede, come affermi con tanta passione, perché questa tua esitazione? Non dovremmo abbracciare lo spirito della legge piuttosto che limitarci a osservare con parsimonia la lettera? Lo spirito della Fiducia Supplicans è ampiamente dimostrato sia da Francesco che da Leone con il loro sostegno a James Martin, SJ e alla sua adesione all’omosessualità.
Eminenza, accetti pienamente i cambiamenti radicali sostenuti e imposti da Leone XIII? Crede, come insegna il Catechismo rivisto sotto Francesco, che «la pena di morte sia inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona”» Ciò contraddice apertamente la testimonianza della Sacra Scrittura, di San Tommaso d’Aquino, di Papa Pio XII e dell’ininterrotta tradizione che ne ha affermato la legittimità.
Sostiene ora che le coppie divorziate e risposate, senza annullamento del matrimonio o impegno di continenza, possano in alcune circostanze essere ammesse alla Santa Comunione, come Amoris Laetitia e gli Acta Apostolicae Sedis proclamano come magistero ufficiale? Si tratta di rotture con l’insegnamento infallibile precedente che seminano confusione e scandalo.
Afferma che il Novus Ordo è l’unica espressione legittima del Rito Romano, approvando le severe restrizioni alla Messa latina decretate nella Traditionis Custodes , il successivo rescritto, e rigorosamente applicate sotto Leone XIII? La Messa delle Ere dei santi e dei martiri viene sistematicamente soppressa. È d’accordo?
Se l’obbedienza esige l’acquiescenza a tutto questo, come lo conciliate con il vostro amore professato per la liturgia autentica e il deposito della fede?
Infine, caro Cardinale Sarah, dobbiamo affrontare una possibilità dolorosa ma inevitabile, che riecheggia nella storia della Chiesa con i suoi circa 30 antipapi documentati che hanno rivendicato illegittimamente il trono e hanno sviato le anime. E se Francesco e Leone fossero figure di questo tipo, antipapi le cui elezioni o azioni rendono nulla la loro autorità? I loro pontificati sono stati caratterizzati dall’accoglienza di noti dissidenti come Padre Martin, dal permesso a ciò che la Scrittura condanna come abominio di entrare nel Luogo Santo, dall’inversione degli insegnamenti fondamentali pro-life e dallo smantellamento dell’antico rito della Messa.
Antipapi come Clemente VII durante lo Scisma d’Occidente o Benedetto XIII seminarono una confusione simile attraverso affermazioni invalide, inclinazioni eretiche o incapacità di mantenere integra la fede, costringendo i fedeli a discernere la vera autorità attraverso la preghiera, la ragione e l’adesione alla verità perenne. Se i regni di Francesco e Leone rispecchiano questi precedenti storici – forse a causa di irregolarità nelle loro elezioni o di manifesti allontanamenti dall’ortodossia – allora l’obbedienza a loro non è fedeltà a Pietro, ma inconsapevole complicità nell’errore. Le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa, come promette Cristo, ma dobbiamo mettere alla prova gli spiriti, come esorta l’amato apostolo in 1 Giovanni 4:1, e aggrapparci al magistero immutabile.
Prima che sia troppo tardi, come tu stesso avverti, vuoi considerare questa possibilità? La vera unità non è la cieca fedeltà a un uomo, ma la comunione con Cristo e con le verità immutabili che Egli ha affidato alla Sua Sposa, la Chiesa.
Vi chiedo, caro Cardinale Sarah, di pregare per me, peccatore, e di perdonare la mia impertinenza nel rispondere con tanto vigore. Come padre di otto figli, per lo più ventenni, che hanno vissuto tutta la loro vita adulta sotto due pontificati disastrosi, vi prego di comprendere. Questi due uomini – Francesco e Leone – hanno danneggiato la fede dei miei piccoli (Mt 18,6). E ho a cuore la sua anima e anche quella dei suoi fratelli cardinali, poiché con il suo silenzio state favorendo e favorendo questa confusione dei piccoli.
Prego per lei, caro Cardinale Sarah, per i tuoi fedeli confratelli e per tutta la Chiesa in questo tempo di battaglia decisiva tra Nostro Signore e il regno di Satana. Per intercessione della Beata Vergine, Dio ci conceda a tutti chiarezza, coraggio e la grazia di difendere la fede senza compromessi.
In Cristo e nella sua amata Madre,
John-Henry Westen
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Immagine di Lawrence OP via Flickr pubblicata su licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Spirito
«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
Christo confixus sum cruci:
vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.
Gal 2, 19-20
Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,
quam tibi Dominus præparavit in æternum.
Ant. Profess.
Sia lodato Gesù Cristo
+
Cari fratelli nel sacerdozio
e fedeli tutti nel Signore,
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La dottrina della Regina Crucis
La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue
Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione. Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.Aiuta Renovatio 21
L’eredità della Croce e la speranza della gloria
Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris
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Spirito
Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni
Una nota romana volta a escludere il titolo di Correndentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.
L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.
Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.
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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto
In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.
Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato Il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.
Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».
Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.
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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»
Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».
Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.
La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.
Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.
Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.
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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario
Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.
Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.
Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.
Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.
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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis
L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.
La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.
Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.
Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.
Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.
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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese
Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.
La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.
Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.
Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.
Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.
Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?
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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato
Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.
Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.
Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.
Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.
Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.
Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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