Essere genitori
Le morti in culla improvvise e inspiegate sono state sottostimate: nuovo studio JAMA
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.
Quando un bambino di 12 mesi o più muore improvvisamente e nessuno riesce a capire perché, la morte viene registrata sotto la generica denominazione di «morte infantile improvvisa e inspiegata» (SUDC, Sudden Infant Death in Childhood).
Il Center for Disease Control and Prevention (CDC) afferma che quasi 400 bambini sono morti improvvisamente e senza una causa chiara nel 2017 e 2018, ma un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA) mette in discussione i dati del CDC. Secondo i ricercatori universitari e gli esperti medici e forensi che firmano lo studio, le numerose incongruenze nei certificati di morte lasciano pensare che gli ufficiali sanitari americani stanno sottovalutando la frequenza dei decessi.
Le numerose incongruenze nei certificati di morte lasciano pensare che gli ufficiali sanitari americani stanno sottovalutando la frequenza dei decessi
I maschi rappresentano la maggior parte dei casi di SUDC, e il rischio è doppio nei bambini afroamericani rispetto agli altri gruppi.
Nonostante il CDC monitori i decessi improvvisi fino ai 18 anni, l’età media delle morti è due anni (32 mesi nello studio del JAMA).
Quasi tutti i bambini erano nati a termine, sviluppati normalmente e «in stato di buona salute prima del decesso»– che spesso avviene durante il sonno.
I maschi rappresentano la maggior parte dei casi di SUDC, e il rischio è doppio nei bambini afroamericani rispetto agli altri gruppi.
Senza elementi su cui lavorare, le morti impreviste «eludono la conoscenza scientifica», afferma l’autore dello studio JAMA.
Registrazione disfunzionale delle morti
Secondo i professionisti che si occupano della registrazione delle morti, «il processo per creare e inserire le cause di morte nei pubblici registri è complicato, contorto e politicizzato» che conduce a un «quadro inaccurato e non esaminato di ciò che causa la morte». La revisione da parte di JAMA di 100 autopsie, SUDC Registry and Research Collaborative, per ulteriori indagini (92% degli Stati Uniti, 8% dal Canada o dal Regno Unito) corroborano questa osservazione.
Gli autori hanno mostrato che in quattro casi su dieci la causa della morte non coincideva con quella del verdetto originale, con numerosi disaccordi (61% dei casi) su come interpretare gli esiti delle analisi
Dopo aver esaminato attentamente i rapporti medici, il contesto della morte, le autopsie, gli esami supplementari e i dati genetici a disposizione, gli autori hanno mostrato che in quattro casi su dieci la causa della morte non coincideva con quella del verdetto originale, con numerosi disaccordi (61% dei casi) su come interpretare gli esiti delle analisi.
Non solo i certificati di morte hanno riportato cause «non confermate da esami successivi», ma i ricercatori hanno definito «inspiegate» 28 morti che i certificati dichiaravano «accidentali» o «naturali».
Gli autori del JAMA e altri esperti hanno evidenziato alcune falle nel processo di certificazione dei decessi per quanto attiene al SUDC. Nello specifico:
- Una «carenza cronica» di medici legali disponibili negli USA. Dopo che il National Research Council aveva evidenziato il problema nel 2009, l’epidemia di oppiacei ha creato un «eccesso di casi» che ha aggravato la situazione. A febbraio, il New York Times ha riportato che i primari di medicina legale delle principali città «hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro l’insopportabile carico di lavoro e l’insufficienza di finanziamenti e risorse». Da una recente analisi dei ricercatori del CDC sulle «morti improvvise nei giovani» (SDY, Sudden Death in the Young) è emerso che la rinuncia dei medici legali era una ragione comune per l’assenza dei risultati delle autopsie.
Non solo i certificati di morte hanno riportato cause «non confermate da esami successivi», ma i ricercatori hanno definito «inspiegate» 28 morti che i certificati dichiaravano «accidentali» o «naturali»
- Scarsa attenzione per l’istologia degli organi. Anche se il cervello e il cuore sono frequentemente implicati nella morte improvvisa, gli autori di JAMA hanno scoperto che le analisi su questi due organi erano «al di sotto degli standard», almeno il 28% delle volte nel caso del cervello e del 21% per il cuore. Le scoperte sui tessuti del cuore e del cervello sono state tra i principali motivi di disaccordo tra i patologi e i revisori. Nella revisione dei casi di SDY da parte del CDC, «possibili morti cardiache» era una motivazione frequente per classificare una morte infantile improvvisa come «inspiegata».
- Pressioni per trovare una spiegazione. Gli autori del JAMA suggeriscono che gli esaminatori preferiscono attribuire la morte improvvisa dei bambini a cause accidentali o naturali o a patologie minori come bronchiti, anziché dichiararla «inspiegata», per «evitare il limbo di una certificazione inspiegata» e l’apparenza di una «indagine incompleta» o una in cui «l’informazione è stata trascurata». Citando un medico legale che dice: «Dovevo scrivere qualcosa» osservano che «la pressione reale o percepita per identificare la causa del decesso può portare a determinazioni immotivate».
Vaccini – informazioni «ignorate»
I ricercatori sulla mortalità infantile hanno notato che, anche se i dati delle autopsie e di esami supplementari erano disponibili, un significativo numero di morti improvvise nei bambini è rimasto inspiegato. Alla fine del 2019, i patologi forensi giapponesi che scrivevano sull’American Journal of Forensic Medicine and Pathology hanno evidenziato una potenziale causa di morte improvvisa che i ricercatori americani avevano ignorato o sottovalutato: i vaccini.
Un significativo numero di morti improvvise nei bambini è rimasto inspiegato
Partendo dal fatto che la revisione dei soli certificati di morte era «infruttuosa» per le indagini, gli esperti forensi giapponesi hanno esaminato le autopsie per determinare a potenziale relazione tra morte infantile improvvisa e vaccinazione nei bambini con meno di due anni.
Tra i bambini la cui storia vaccinale era disponibile, 22% sono morti entro sette giorni e 25% entro un mese dalla somministrazione di uno o più vaccini.
Il vaccino contro l’Haemophilus Influenzae di tipo b (Hib) «era quello più citato come ultima immunizzazione prima del decesso», scoperta coerente con numerosi studi svolti in tutto il mondo che hanno riportato decessi di bambini dopo il vaccino pentavalente o esavalente contenente Hib.
Tra i bambini la cui storia vaccinale era disponibile, 22% sono morti entro sette giorni e 25% entro un mese dalla somministrazione di uno o più vaccini
Pur sapendo le difficoltà di giudicare se un decorso fatale sia «veramente determinato dal vaccino» – così come è quasi impossibile individuare quale vaccino sia responsabile in caso di somministrazione multipla – gli autori giapponesi affermano che «esistono casi sospetti» e spingono i patologi forensi a inserire nella loro analisi di routine le vaccinazioni, anziché attendere la richiesta dei genitori.
Il COVID-19 ha fornito l’opportunità per un interessante «esperimento naturale» per osservare la correlazione tra vaccinazione e morte improvvisa nei bambini. Come scritto sul Health Choice in giugno, con i lockdown della primavera scorsa, le morti infantili sono diminuite del 30%, nello stesso periodo in cui i sanitari hanno registrato un declino nelle visite pediatriche, quando vengono somministrati i vaccini. Applaudendo il fatto che 200 giovani vite sono state salvate ogni settimana, Health Choice suggerisce che questo risultato «mette in discussione l’azione stessa – obbligo vaccinale per tutti – che le malattie infettive e la comunità medica hanno portato avanti per anni».
Un segnale d’allarme: le convulsioni febbrili
Nel sottolineare lo stato complessivo di buona salute dei bambini deceduti, gli autori di JAMA hanno identificato come possibile segnale d’allarme per la morte infantile improvvisa un’anamnesi famigliare o personale di convulsioni febbrili. (Questo contrasta con le rassicurazioni immotivate di molti esperti secondo cui le convulsioni non rappresentino eventi di cui preoccuparsi.)
Il vaccino contro l’Haemophilus Influenzae di tipo b (Hib) «era quello più citato come ultima immunizzazione prima del decesso», scoperta coerente con numerosi studi svolti in tutto il mondo che hanno riportato decessi di bambini dopo il vaccino pentavalente o esavalente contenente Hib
In una precedente analisi su 391 casi di SUDC tra 1 e 6 anni (sempre pubblicato su JAMA) lo stesso gruppo di ricerca ha scoperto che il 29% dei bambini aveva sofferto di convulsioni febbrili, «dieci volte di più della popolazione in generale». Nello studio del 2020 si spingono a ipotizzare una correlazione con la morte improvvisa nell’epilessia (SUDEP), citando «uno sviluppo cerebrale lievemente anormale» in alcuni bambini vittime di SUDC (che potrebbe essere la causa o l’effetto delle convulsioni), ma non spendono neanche una parola sui vaccini.
Il ruolo dei vaccini come fattore di rischio per le convulsioni febbrili dovrebbe, ormai, essere noto.
Uno studio del 2013 condotto da ricercatori italiani, ad esempio, mostra apertamente che i vaccini sono la seconda causa delle convulsioni febbrili e non nasconde le preoccupazioni sull’«apprensione del pubblico» che la scoperta potrebbe causare.
Su 391 casi di SUDC tra 1 e 6 anni (sempre pubblicato su JAMA) lo stesso gruppo di ricerca ha scoperto che il 29% dei bambini aveva sofferto di convulsioni febbrili, «dieci volte di più della popolazione in generale»
Il foglio illustrativo dei vaccini mostra che 19 vaccini – tra cui quello per l’influenza e la maggior parte delle formulazioni dei vaccini programmati per l’infanzia – hanno dato luogo a convulsioni febbrili sia durante la sperimentazione sia dopo la commercializzazione. Nel 2010, l’Australia ha sospeso l’utilizzo del vaccino per l’influenza stagionale nei bambini al di sotto dei 5 anni dopo molte «reazioni gravi e impreviste e convulsioni febbrili».
È interessante notare come una condizione fatale chiamata «morte per aritmia improvvisa» (SADS, Sudden Arrhythmia Death Syndrome) – un’improvvisa interruzione del ritmo cardiaco che uccide circa 4.000 tra bambini, adolescenti e giovani adulti ogni anno – ha come principale segnale d’allarme gli svenimenti.
Come le convulsioni febbrili, lo svenimento (sincope) è una reazione post-vaccino molto frequente, associata a 27 vaccini diversi.
Uno studio del 2013 condotto da ricercatori italiani, ad esempio, mostra apertamente che i vaccini sono la seconda causa delle convulsioni febbrili e non nasconde le preoccupazioni sull’«apprensione del pubblico» che la scoperta potrebbe causare
Lo svenimento è particolarmente frequente negli adolescenti e nei giovani vaccinati. Il sito web del CDC descrive «una tendenza crescente delle sincopi che coincide con la diffusione di 3 vaccini per gli adolescenti: papillomavirus (HPV), meningite (MenACWY) e Tdap (tetano, difterite, pertosse)». Il foglio illustrativo collega i tre vaccini al decesso dei bambini e giovani.
Ragionamento circolare
Dove si parla di morti infantili improvvise e vaccinazioni, il ragionamento circolare abbonda. Ad esempio, i ricercatori del CDC hanno citato il fatto che «molti vaccini vengono somministrati ai bambini (spesso contemporaneamente) durante i controlli di routine» per motivare i decessi che avvengono «in un breve lasso di tempo in seguito alla vaccinazione» alla «mera casualità», ammettendo altresì che la maggior parte dei decessi registrati al Vaccine Adverse Event Reporting System (VAERS) si riferisce ai bambini più piccoli.
Secondo l’agenzia sanitaria pubblica, anche se il 79% dei bambini i cui decessi sono registrati al VAERS a partire dal 2013 hanno ricevuto più vaccini contemporaneamente, «non si rileva nessun modello degno di preoccupazione».
Il foglio illustrativo dei vaccini mostra che 19 vaccini – tra cui quello per l’influenza e la maggior parte delle formulazioni dei vaccini programmati per l’infanzia – hanno dato luogo a convulsioni febbrili sia durante la sperimentazione sia dopo la commercializzazione
La scoperta degli autori di JAMA di una mancanza di certificazione originale del decesso e della relativa revisione è allarmante, dato che le statistiche sulla mortalità del CDC «vengono compilate in base alle informazioni reperite negli uffici dei medici legali».
Come scrive il New York Times, «il sistema di indagine medico-legale… è la fonte principale di dati che guida la nostra comprensione di quello che ci uccide, e non dovrebbe».
Secondo un operatore delle registrazioni dei decessi, sono solo gli individui «incredibilmente rari» e «integerrimi» – gente che vada «oltre le regole imposte dal protocollo» e «pensa fuori dagli schemi delle procedure standard»– che registrano una reazione avversa al vaccino sul certificato di morte e, anche allora, non come la causa determinante.
Finché la situazione non cambia, «inspiegata» rimarrà l’insoddisfacente parola chiave in molte diagnosi per la morte improvvisa dei bambini.
Finché la situazione non cambia, «inspiegata» rimarrà l’insoddisfacente parola chiave in molte diagnosi per la morte improvvisa dei bambini.
Il Team di Children’s Health Defense
Traduzione di Alessandra Boni
© 5 novembre 2020, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.
In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)
E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».
Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.
Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.
Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…
Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.
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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.
La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.
Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.
Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.
Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.
Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?
E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?
In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.
Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.
In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.
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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…
Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?
Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.
Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.
Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.
Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.
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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.
Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.
Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».
Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.
C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?
Roberto Dal Bosco
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
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Essere genitori
Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.
L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.
Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.
Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.
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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.
Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.
«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».
In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.
Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:
Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.
Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».
Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.
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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».
Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.
Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.
Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».
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