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Immigrazione

Le ciabatte degli immigrati e l’anarco-tirannia

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Un video, l’ennesimo, pubblicato dal noto account X che raccoglie su scala globale filmati con le follie, assurde e quasi sempre violente, della società «multiculturale» caricatasi in ogni Paese in questi anni.

 

Ci sono degli africani che paiono discutere con dei soldati italiani, che paiono essere proprio di quelli messi in strada dai governi di Roma come cerottino nei confronti del degrado.

 

A colpire nel fimato è essenzialmente la tracotanza civile degli immigrati. Il cittadino italiano medio – quello che con le sue tasse paga l’invasione islamo-africana, sovvenzionando la vita del tizio che si vede nelle immagini – davanti ad un capannello di militari in città ha, di default, un senso di deferenza, se non di timore: perché si tratta di uomini armati, innanzitutto. Perché, fatto che agisce nella psiche appena sopra l’istinto del pericolo, il contribuente sa che quegli uomini armati agiscono come il braccio del potere primario dello Stato, ossia il puro e semplice monopolio della violenza.

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Non conosco tanti esempi di persone che si avvicinano naturalmente ai soldati, o ai carabinieri, o ai poliziotti per chiacchierare, talvolta nemmeno per chiedere informazioni, talvolta nemmeno quando questi palesemente non sono in servizio: figuriamoci mettersi a litigare. Questa è esattamente la loro funzione: ricordare al popolo che lo Stato detiene una facoltà superiore alla sua, quella dell’uso della forza fisica – e le armi impugnate in bella vista essenzialmente sono, prima che strumenti fisici, simboli di questo.

 

L’immigrato mantenuto dal contribuente non sembra avere nessuno di questi pensieri, né timori. Possibile che, davanti ad un uomo armato mandato dallo Stato non abbia, d’istinto, un po’ di paura? Sì, possibile. Perché l’istinto è sopraffatto dal ragionamento: questo sono operatori dello stesso Stato che, come un Babbo Natale incomprensibile, riempi l’immigrato di soldi, case, vestiti alla moda, telefonini, diritti superiori a quelli dei cittadini che pagano le tasse.

 

È ovvio quindi che l’immigrato non può prendere sul serio l’autorità in Italia, nemmeno quando essa si presenta con le armi.

 

Come abbiamo già visto in diversi casi – ricorderemo sempre quello di Peschiera del Garda, letteralmente conquistata per un giorno del 2022 da orde di maranza e di altri giovanissimi extracomunitari di seconda generazione – l’immigrato può vedere l’Italia, come ogni altro Paese europeo della democrazia terminale, come un territorio facilmente espugnabile, dove la sovranità degli autoctoni e dei loro eserciti può essere vinta con facilità. La creazione in tutto il continente di no-go zone (Finsbury Park, Molenbeek, Berlino, Malmo, San Siro) deriva da qui.

 

Tuttavia, quello che colpisce qui è altro, è un dettaglio apparentemente molto minore, ma in realtà fondamentale per la comprensione della dimensione politica nella quale stiamo entrando: l’immigrato, e pure a quanto pare l’amico che filma, portano delle ciabatte.

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Non si tratta di calzature tradizionali di qualche cultura lontana, ma di anonime, orrende ciabatte da mare in plastica, di quelle che si usano per fare il tragitto dallo spogliatoio alla vasca in piscina, o in villeggiatura quando si è nei pressi della spiaggia. Quelle con cui – ma potrebbe essere una leggenda metropolitana – è illegale guidare, e se ti beccano chissà cosa ti fanno, le autorità. (Pensa, cittadino italiano: temete l’autorità dello Stato moderno anche per le ciabatte in macchina)

 

Si tratta di quelle ciabatte che, non sappiamo ancora per quanto, sono, se portate in luogo pubblico, un simbolo di sciatteria intollerabile, si danno come segno di sciatteria assoluta, irricevibile, offensiva del contesto, come una mancanza di rispetto. Quella roba non credo che vi sia qualcuno che se la metta ai piedi in un luogo di lavoro. Non in un evento di qualche tipo. Non per andare a trovare qualcuno, a meno che non si abbia confidenza totale, o se si tratta di uno spostamento estomporaneo (tipo: pisciare il cane, con verbo romanamente transitivo).

 

Fu ad una riunione pro-life a Bologna quasi tre lustri fa che mi resi conto che uno dei capetti del giro probiotico ovino (non faccio nomi: mi sono quasi dimenticato come si chiamava) ci stava parlando dalla cattedra ma appena sotto indossava, visione rivoltante, delle ciabattazze da mare. Lì mi entrò in testa un’idea non solo sulla serietà con cui prendeva la missione, ma anche del come veramente egli vedeva i convenuti all’incontro.

 

Il genere della ciabattona di plastica è talmente infimo che nemmeno la moda sembra riuscire a metterci davvero le mani: negli ultimi anni c’era stato un marchio che vi piazzava, per ragioni a noi ignote, la bandiera massonica del Brasile, ma nemmeno quello sembra aver attecchito – le grandi aziende sembrano volerci mettere il brand ma non riescono a creare un modello memorabile, un qualcosa che la gente vuole veramente.

 

Ebbene, la ciabatta nel Terzo Mondo è, tuttavia una realtà indefettibile. Chi è stato in Africa, o in India, o in tantissimi altri Paesi diversamente sviluppati, lo sa. La maggior parte delle persone che vedi in strada hanno le ciabatte. Perché il senso di decoro lì non è il nostro, chiaro, ma non è solo quello: è il fatto che di default molte di quelle società ancora contemplano l’andare per il mondo scalzi, una pratica ancora diffusa o da cui da poco si stanno cercando di affrancare.

 

Ecco quindi che la ciabatta diventa il primo passo al di fuori della preistoria pedonale nella quale languono ancora tutte quelle società terzomondiali. Anzi: è possibile pensare che per molti di loro la ciabattella rappresenta uno status symbol, la volontà di ergersi sopra la parte tradizionale del proprio consorzio umano, un segno di eleganza e modernità.

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Ora, tutto questo dovrebbe crollare una volta che l’immigrato arriva in Italia, e trova circa sessanta milioni di persone – tra le quali, in teoria, dovrebbe voler vivere in armonia, o almeno così ci dicono le sinistre e pure le destre inani dinanzi all’aggressione demografica – che vanno in giro quasi esclusivamente con delle scarpe, cioè degli oggetti che avvolgono più o meno interamente il piede, impedendogli di venire a contatto con lo sporco delle strade, e impedendo al prossimo di venire a contatto con la potenziale maleonza podale che affligge una certa porzione dell’umanità.

 

E così è stato, vorremo dire, per tanto tempo: i primi immigrati che arrivati più di trenta anni fa con la legge Martelli sembravano inseguire, scimmiottando talvolta, i modi di vestire di noi autoctoni. Congolesi in conceria, egiziani in pizzeria, gambiani da fonderia e persino i marocchini zonali generici non si presentavano in ciabatte – e qualcuno ricorderà il termine desueto vucumprà, cioè l’ambulante maghrebino balneare, che magari circolava per le spiagge con le scarpe ai piedi.

 

Cerchiamo di capire: l’immigrazione dell’epoca – che giudichiamo pur sempre, consci del programma calergista, come drammatica e nociva per tutti – era sostanzialmente diversa. L’intento di assimilazione era in qualche modo presente, e pure visibile.

 

Ho in mente quando ho cominciato a notare questo segno: circa una quindicina di anni fa, quando arrivavo tardi col treno, vedevo la stazione popolarsi non solo di tipici balordi ferroviari, ma anche di immigrati più stanzializzati che aspettavano con evidenza qualcuno da accompagnare. Lì, in quel viaggio di passaggio, in quel contesto in cui si sentiva sempre più a suo agio per la predominanza dei suoi simili (le stazioni conquistate dagli immigrati), pure l’africano con permesso di soggiorno sentiva la possibilità di ciabattarsi.

 

Da allora, l’immigrazione è tanto cambiata, per quantità e qualità, e la società europea, pure. Non solo sono ovunque gli immigrati inciabattati: a questo punto pare abbiano cominciato ad utilizzare in scioltezza la camminata ciabattante, sconosciuta alla società occidentale – che cammina, non si trascina – o condannata come fenomeno da condannare (il bambino svogliato che striscia il passo). Il lettore conoscerà la questione: stranieri, uomini e donne, che strisciano le suole della calzatura mentre deambulano in strada, rendendo ancora più evidente, pensa l’indigeno benpensante, la mancanza di scopo di queste persone qui.

 

Crediamo che la situazione sia più molto più grave di così: le ciabatte, e il ciabattamento, sono un segno politico, psicopolitico, metapolitico immenso. Di fatto l’immigrato non rifiuta più solo l’autorità, ma anche ogni residua volontà di integrazione civile. È il simbolo incontrovertibile del fatto che non è l’africano che viene in Europa, ma l’Africa stessa, la sua sensibilità, la sua anima – e non c’è più alcun pudore in questo.

 

Non c’è più alcun bisogno di rispettare chi ti ospita: e questo non lo dice solo il crimine dilagante di mafie nigeriane et similia, non lo vediamo solo nelle immagini inguardabili di mancanza di rispetto delle nostre autorità perfino quando sono armate (e sarebbe da aggiungere: in cosa si sono trasformate le nostre Questure, se non in uffici per servizi agli immigrati?), lo dicono, a chiare lettere le ciabatte. Noi non vi rispettiamo, noi non riteniamo la vostra società come degna di emulazione, noi siamo qui per fare le stesse cose che facevamo in Africa, o peggio (perché in certi Paesi il crimine viene magari punito più che in Italia, compreso quello di immigrazione clandestina), e lo facciamo a spese vostre, della vostra stupidità di ospiti che si lasciano parassitare ad libitum. Siete la massa bovina – la massa vaccina che mungeremo come ci pare, quanto ci pare, senza sforzo alcuno, nemmeno quello di mettersi delle scarpe, che crediamo – qui è un punto da approfondire – che cooperative e ONG magari pure offrono assieme agli abiti alla moda e agli smartphone.

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Le ciabatte assurgono quindi a veri simboli dell’anarco-tirannia, la dimensione politica verso cui, Renovatio 21 lo ripete da anni, tutta l’Europa sta dirigendosi: per il cittadino leggi draconiane, sulle tasse, sulle cinture di sicurezza, sui vaccini su qualsiasi cosa, e implementazione massiva di sistemi punitivi dello Stato; per l’immigrato un mondo di balocchi dove i suoi crimini vengono raramente perseguiti, dove gli è possibile vivere in hotel con vestiti e telefonini forniti dallo Stato moderno stesso.

 

Anarchia e tirannia nello stesso sistema: l’ossimoro ha più senso di quanto non sembra a prima vista, perché la presenza di una classe di barbari liberi di gozzovigliare extra-legem, con la creazione di intere aree urbane dominate da una ferocia extra-europea, serve a tener buono il popolo, preoccupato più della propria sopravvivenza che, magari, del fisco oppressivo, della follia geopolitica che non permette di riscaldare le case, dello sfruttamento economico e morale che ha isterilito il Paese.

 

Proprio così: la decadenza nazionale, violenta e inguardabile, passa anche da qui. Si trascina con le ciabatte dell’anarco-tirannia.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

L’ascesa del problema bengalese in Italia

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Un amico, un signore che viaggia ben oltre gli ottant’anni e a cui voglio tutto il bene possibile, mi racconta questa scena dolorosa. Venezia, sta scendendo dal vaporetto per andare a trovare i famigliari. Scivola. È una brutta caduta davvero, lì per lì non riesce ad alzarsi. Lo soccorrono dei passanti che sono, più o meno, coetanei. Ad assistere a tutta la scena, impassibili, ci sono dei ragazzi bengalesi. Non muovono un dito: questo signore elegante, in evidente stato di difficoltà, non smuove nessun sentimento: né pietà, né senso di gratitudine per l’anziano che è, a rigor di logica umana, loro ospite.   Il problema bengalese a Venezia, e nel veneziano, è ben noto. Alcuni sostengono che il centrosinistra le elezioni le ha perse lì, nel Bangladesh lagunare, dove vivono, si dice, qualcosa come 20.000 bengalesi. Il candidato centrosinistro Andrea Martella, che sulla carta era dato per vincitore netto, aveva inserito sei o sette candidati bengalesi nelle proprie liste. Solo due correvano per il consiglio comunale, gli altri erano candidati alle municipalità.

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I giornali di centrodestra attaccarono subito: i bengalesi, che sono musulmani, chiedevano perentoriamente la costruzione di una moschea a Mestre. Il Giornale, aveva parlato di una campagna elettorale parallela, condotta nella lingua dei candidati – il bangla – e rivolta ai circa 15.000 bengalesi con diritto di voto. Nelle comunicazioni elettorali diffuse sulle piattaforme online e nei volantini si sarebbe fatto esplicito riferimento a invocazioni religiose (come «Che Allah ci protegga tutti e ci dia la capacità di prendere la decisione giusta», «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, alle prossime elezioni metti una croce sul simbolo PD»). Il PD si imbarazzò un pochino, ma, come sempre, non troppo.   Libero scrive che il sito internet di una candidata in hijab avrebbe «in fondo alla pagina (…)  una partita IVA di fantasia, numero 12345678901, che non risulta attiva. Un numero irreale per una attività reale con tanto di foto e filmati anche sulle piattaforme social». Un’altra candidata bengalo-piddina vanta sui social «decine di migliaia di follower» per «un’attività molto ampia tra consulenza in materia di immigrazione». Tuttavia, scrive il giornale milanese, «non esiste una ragione sociale verificabile pubblicamente, i contatti sono esclusivamente su Gmail e WhatsApp».   Non bastasse, ecco che arriva la tegola ulteriore: a meno di due settimane dal voto, un uomo bengalese di 36 anni viene arrestato a maggio 2026 a Mestre con l’accusa di aver violentato una connazionale di 17 anni, che peraltro è già madre.   Il risultato è stata la catastrofe elettorale per il Partito Democratico, che pensava di riprendersi la Serenissima, ridottasi nelle ultime decadi a bastione della sinistra italiana. E invece…   La percezione da parte dei veneziani, pure quelli radical-chic che possono permettersi di vivere in laguna, della questione bengalese è stata ampiamente sottovalutata – da tutti. Bisogna pensare a Jesolo: la principale sala giochi su spiaggia sabbiosa del veneziano, costruita attorno ad un lunghissimo viale (ben 13 chilometri), via Bafile, dove i negozietti dove un tempo una gentile signora vendeva creme da sole e giornali tedeschi, le boutique di bei costumi e i negozi di articoli nautici sono stati per lunghi tratti totalmente sostituiti da commerci di cianfrusaglie bengalesi, con merce – cinese – tutta uguale, tutta scadente, e nessuna capacità dei venditori, che se entri nel loro negozio ti guardano senza muoversi, e forse non solo perché molti di loro non parlano l’italiano.   Un’invasione vera e propria, la «grande sostituzione» migratoria in versione bottegaro-balneare. Un fenomeno che colpisce al cuore chi ha conosciuto la località turistica negli anni belli, quelli del benessere diffuso anche e soprattutto per le classi operaie. Uno spettacolo indecente che non può non aver ferito la sensibilità veneziana.   E ancora: davvero, costruire una moschea a Venezia, la potenza storica che più di chiunque fece contro i turchi e l’islamizzazione dell’Europa e delle sue coste? La città di Lepanto e di Marcantonio Bragadin (1523-1571), scuoiato vivo dai musulmani? Dove per dire che qualcuno ci mette troppo tempo di dice che «va mecando» (cioè, «va a la Mecca»), dal verbo mecar, perdere tempo, indugiare? (In effetti, verbo perfetto per discutere l’indolenza dei personaggi bengalesi di cui stiamo parlando: vanno alla Mecca, ma stando a Venezia)

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Il voto veneziano, quindi, può essere visto come un referendum sui bangla, popolazione di cui fino a pochi anni fa l’opinione pubblica ignorava l’esistenza. Ma che ora si trova sotto i riflettori per la sua capacità coriacea di chiudere la comunità – ed infiltrare la politica, parrebbe – e per certi reati che finiscono nelle cronache.   Tuttavia, siccome i bengalesi non sono i filippini, né i cinesi, davanti a tanta pubblicità negativa e perfino al respingimento elettorale di chi voleva avallarli mica hanno abbassato la cresta. Macché: eccoti che a fine agosto la comunità minaccia uno sciopero se non verrà costruita la moschea. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea  siamo pronti a scendere in piazza» dice un leaderino di una sigla bangla, ricordando che i suoi conterranei lavorano nel turismo e nell’ospitalità.   Pochi giorni dopo, arriva un altro fatto di cronaca clamoroso, inedito per la città che ospita la Biennale e il Festival cinematografico più antico. Lunedì 7 settembre, durante la Mostra del Cinema, l’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon, a Venezia con la pellicola The Difficult Bride, viene aggredita a Mestre da alcuni connazionali: insulti sessisti, telefono sottratto, colpi – e la sensazione che potessero ucciderla, racconta la vittima. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi» ha dichiarato, descrivendo l’aggressione appena fuori dal suo albergo con il nipote bambino.   I facinorosi le hanno urlato «combattente di luglio». Si tratta di un riferimento preciso alla rivolta del 2024 che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh dal 2009 al 2024 nonché figlia del primo presidente e padre fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, considerata una delle donne più potenti al mondo, in esilio in India dal 5 agosto 2024, dopo essere fuggita dal Paese a seguito della violenta rivolta studentesca (1.400 morti). La Hasina, nel novembre 2025, è stata condannata a morte in contumacia – sotto il governo ad interim di Muhammad Yunus, il tanto celebrato economista del microcredito – con accuse di crimini contro l’umanità.   I bengalesi mestrini avrebbero costretto la diva loro connazionale a gridare «Joy Bangla, Joy Bangabandhu», slogan legato a Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza e dell’Hasina. I giornali locali riportano che tra il gruppetto vi sarebbe stato pure un candidato PD alle comunali di primavera in un comune della città metropolitana. Lui nega, i connazionali più addentro al partito si indignano.   Resta, per menti semplici come la nostra, una dissonanza significativa: perché questi, se vogliono vivere in Italia e integrarsi, pensano ancora alle questioni politiche del loro Paese? Non è che intendono l’Italia come pura piattaforma per estrarre danaro – in qualsiasi modo – e rimandarlo a casa, nella loro vera patria? Non è che tutta la questione dell’immigrato che cerca l’integrazione è una balla? Non è che con gli immigrati, specie nell’impunità dei loro comportamenti giocoforza sempre più impudenti, arrivano pericoli di cui non immaginavamo l’esistenza?   Sì. Stiamo importando, con le comunità bengalesi, non solo l’islamismo (ne scriviamo poco più sotto), ma anche beghe politiche cruente, che gli immigrati non hanno nessuna intenzione di dimenticare. Anzi.   Che qualcosa non sia completamente a posto con i bengalesi lo ha percepito – incredibile dictu – persino il fumettista idolo della sinistra Zerocalcare, che nel suo ultimo cartone Netflix mostra, en passant, un bengalese incapace di parlare l’italiano che sembra indicare che dietro i negozietti di alimentari (quelli spesso lerci, oramai onnipresenti nelle città italiane, con succhi e prodotti mai visti prima che non si sa come siano arrivati lì) ci potrebbero essere trame di riciclaggio della malavita.

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Vorrei, tuttavia, andare più a fondo di queste cronache locali e nazionali, e ricordare ai lettori un’altra vicenda, forse dimenticata. Un fatto che lega l’Italia e il lontano Bangladesh nel sangue: la strage di Dacca. Vi morirono quasi una decina di cittadini italiani.   Il primo luglio 2016 un commando jihadista assalta l’Holey Artisan Bakery, locale frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del classico bel posto dove è possibile incontrare gli expat, cittadini espatriati, e i loro simpatizzanti: tra le vittime, anche asiatici studenti in Occidente.  Gli assalitori, giovani bangladesi armati di fucili d’assalto e machete, presero in ostaggio gli avventori. Furono risparmiati, dicono le cronache, soprattutto quelli che sapevano recitare versetti del Corano.   Al termine dell’assedio si contano 22 morti: nove italiani, sette giapponesi, un indiano, un americano, due bangladesi e due agenti di polizia. Gli italiani, che quindi costituiscono la maggioranza nell’orrido computo delle vittime, erano giovani in gran parte imprenditori del settore tessile.   Fu l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese. Nel 2019 un tribunale antiterrorismo di Dacca condannò a morte sette imputati e ne assolse uno. Nel decennale, il 1° luglio 2026, il presidente Mattarella ha rinnovato il cordoglio alle famiglie e chiesto rigore nel contrasto al terrorismo.   Anche per l’Italia, si tratta del più grave attacco terroristico subito da anni. L’11 settembre morirono nelle Torri Gemelle 10 italiani, a Nassiriya il 12 novembre 2003 furono trucidati 19 italiani, di cui 17 militari – tuttavia, trattandosi di una base militare nell’Iraq appena «liberato» dai baathisti, definirlo come puramente un massacro jihadista è difficile.   La strage di Dacca è diversa: i terroristi – o giovani di famiglie benestanti, con studi in costose scuole private – formalmente appartenevano a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo jihadista locale messo fuori legge dal governo bengalese (che con ostinazione nega altre piste…) nel 2005, tuttavia arrivò subito la rivendicazione dell’ISIS, che pure diffuse anche le foto dei commando. Le due cose non si escludono, perché il JMB aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico.   Non è stato, insomma, un massacro appetitivo, ma un’operazione con una programmazione minuziosa, pure internazionale – perché vai a capire dove i fili che tiravano, e tirano, l’ISIS  vanno a finire.   E quindi ci si chiede se, colpendo la Holey Artisan Bakery, non si volesse, per qualche ragione, colpire l’Italia stessa. Il locale si trovava a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia. Un italiano vi lavorava. Nella pasticceria c’erano al momento dell’attentato 11 cittadini italiani. Altri casi del passato permettono di capire la logica del bersaglio: la strage di Bali, rivendicata da una sigla di al-Qaeda nel 2002, con 202 morti, trucidò persone da 21 Paesi diversi, la stragrande maggioranza  giovani turisti stranieri in vacanza: 88 australiani, 28 britannici, 7 americani, 6 tedeschi, 5 svedesi, 4 olandesi, 4 francesi e pure un italiano.   Se quindi la mente del terrore avesse scelto di colpire l’Italia, c’è da domandarsi se fosse un lucido segnale riguardo alla fine del «Lodo Moro» in una sua versione più estesa, e segreta, che riguardava in genere il terrorismo islamista.

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Il «lodo Moro» è il presunto accordo segreto, verbale, stretto all’inizio degli anni Settanta (di solito si indica il 1973) tra l’Italia e i gruppi palestinesi, in particolare il Fronte Popolare, stipulato da Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, e il garante era il colonnello capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. Secondo la versione più diffusa, l’Italia tollerava il transito di armi e militanti palestinesi e in cambio il Paese restava fuori dagli attentati. Altri ricostruiscono un patto più limitato, di semplice «neutralizzazione» del territorio, senza immunità.   L’intesa sarebbe entrata in crisi nel 1979 con i lanciamissili sequestrati a Ortona e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Da qui la «pista palestinese» sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), sostenuta anche da Cossiga nel 2008, poi archiviata dai magistrati bolognesi nel 2015, dopo le condanne definitive degli esponenti neofascisti.   L’esistenza del patto resta però uno dei nodi più discussi della storia repubblicana: c’è da domandarsi se, forse non Moro ma altre figure filo-islamiche (come Andreotti, che fa costruire la più grande moschea fuori dall’Islam a Roma…) non siano riusciti, riuscendo pure a mantenere tutto riservatissimo, ad allargare la protezione degli italiani contro gli attentati di matrice islamista, magari proprio grazie alla capacità di parlare con i veri pupari dietro ISIS, al-Qaeda, etc. In cambio di cosa, abbiamo paura anche solo a pensarlo.   È solo un’ipotesi, che potrebbe spiegare perché in tanti anni, nonostante l’attiva partecipazione delle nostre truppe in Afghanistan e in Iraq (e in Libano…) non abbiamo visto eccidi terroristici di connazionali come invece è capitato ad altri, americani, britannici (come il massacro del 7 luglio 2005, 52 morti) e perfino spagnoli (strage di Atocha, 2004, 192 morti).   Tuttavia il punto qui è un altro: la violenza jihadista si è abbattuta sugli italiani, in modo netto e tutto sommato inaspettato, per mano bengalese. È un nodo ulteriore, dimenticato, che l’immigrazione massiva, partiticamente garantita, dall’ex Pakistan orientale potrebbe far rispuntare. Del resto, la globalizzazione terzomondiale, cioè l’invasione massiva programmata, cioè la costruzione di un sistema di anarco-tirannia in Occidente, questo fa: non integra, ma disintegra. I problemi, anche politici, anche terroristici, degli immigrati divengono i nostri.   Quello del jihadismo bengalese non è un problema di cui attualmente si discute. Non siamo sicuri che non se ne discuterà. Intanto, erigete loro pure una moschea.   Roberto Dal Bosco  

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Immigrazione

Scene di caos e violenza nella Ceuta invasa dagli immigrati

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Secondo quanto riportato dai media, la polizia spagnola ha avviato il trasferimento di migliaia di migranti dai campi improvvisati sulle spiagge dell’exclave nordafricana di Ceuta, in un’operazione che si è rapidamente trasformata in caos.

 

La folla si è riversata verso i rifugi temporanei mentre gli agenti faticavano a mantenere il controllo, sparando proiettili di gomma in aria e usando i manganelli.

 

L’operazione è partita venerdì mattina presto, con il dispiegamento della polizia antisommossa e dell’esercito spagnolo per sgomberare gli accampamenti improvvisati e scortare i migranti verso un nuovo campo nel porto. La struttura è il quinto centro di accoglienza temporaneo aperto a Ceuta e può ospitare circa 1.800 persone, mentre si stima che circa 4.000 migranti vivano sulle spiagge.

 

Le immagini diffuse sull’internet mostrano centinaia di persone che affollano il percorso designato, alcune delle quali si mettono a correre mentre gli agenti faticano a contenere il gruppo. La polizia ha sparato proiettili di gomma in aria e ha colpito diverse persone con i manganelli prima che la situazione si calmasse e i migranti potessero proseguire verso il porto sotto scorta.

 

 

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La struttura portuale è destinata a uomini adulti, mentre i minori sono alloggiati separatamente. Tre rappresentanti di ONG hanno dichiarato a Reuters che le autorità sono state troppo lente nel garantire l’alloggio minimo previsto dalle norme europee in materia di migrazione e che i centri di accoglienza esistenti restano insufficienti.

 

Il leader dell’opposizione Alberto Núñez Feijóo ha accusato il governo di non essere riuscito a mantenere l’ordine pubblico, mentre i funzionari hanno affermato che serviranno ulteriori strutture per ospitare i migranti che non possono essere accolti al porto.

 

La crisi è scoppiata dopo che oltre 72.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco a Ceuta il 30 e 31 luglio, con un afflusso di massa che ha messo a dura prova le autorità di frontiera spagnole. La maggior parte è stata successivamente rimpatriata, ma migliaia, tra cui minori non accompagnati, sono rimasti nell’enclave.

 

L’attraversamento di massa ha alimentato le critiche sulla gestione della crisi da parte di Madrid. Documenti declassificati e resi pubblici dal governo spagnolo mostrano che il Centro Nazionale di Intelligence (CNI) aveva avvertito i funzionari di Ceuta e i servizi segreti marocchini il 29 luglio in merito agli appelli online ai migranti affinché violassero il confine via terra e via mare il giorno successivo.

 

Un rapporto separato dell’Intelligence militare spagnola, pubblicato una volta iniziato l’afflusso, descriveva le forze marocchine come «negligenti e passive», mentre il primo ministro Pedro Sánchez ha sostenuto che gli avvertimenti precedenti non indicavano la portata o la probabilità di ciò che sarebbe seguito.

 

Il Regno del Marocco ha negato di aver agevolato l’afflusso. In una dichiarazione di giovedì, il suo ministero degli Esteri ha accusato gruppi politici e media spagnoli di sfruttare la crisi in vista delle elezioni previste per il 2027, affermando: «Il Marocco si rifiuta di essere usato come pedina pre-elettorale. Né accetta di essere il capro espiatorio per una resa dei conti politica».

 

Rabat ha anche chiesto perché la Spagna non abbia rimpatriato un maggior numero di migranti irregolari, nonostante l’offerta di riammissione.

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Immigrazione

Relativismo culturale e anarco-tirannia: sikh in ospedale col coltello archiviato dal giudice. Prossima fermata poligamia?

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La Procura della Repubblica di Rovigo ha comunicato di aver richiesto l’archiviazione per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’articolo 131 bis del Codice penale, del procedimento a carico di un cittadino indiano nato nel 1981, indagato per il reato di porto abusivo di armi od oggetti atti a offendere, previsto dall’articolo 4 della legge 110 del 1975.   La comunicazione è stata diffusa dal Procuratore della Repubblica di Rovigo che ha ritenuto opportuno chiarire gli sviluppi dell’inchiesta e le ragioni alla base della richiesta avanzata al giudice per le indagini preliminari.   La causa di non punibilità per «particolare tenuità del fatto», introdotta dal legislatore nel 2015 con finalità deflattive, presuppone l’accertamento della sussistenza del reato e della responsabilità dell’autore, consentendo tuttavia l’esclusione della punibilità quando la condotta presenti una minima offensività e non abbia carattere abituale. Il relativo provvedimento viene inoltre iscritto nel casellario giudiziale.

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Le indagini erano state avviate dopo che l’uomo si era recato presso l’Ospedale di Adria per la necessità di una prestazione sanitaria, portando con sé un pugnale Kirpan (oggetto sacro che il fedele sikh deve tenere sempre con sé), che aveva tenuto addosso per ragioni religiose anche durante un esame radiografico.   La circostanza era stata segnalata dall’ospedale ai Carabinieri di Adria, che, insieme ai militari della Stazione dei Carabinieri di Pettorazza Grimani, avevano proceduto a una perquisizione presso la residenza del soggetto indagato.   Nel corso dell’attività era stato rinvenuto e sequestrato il pugnale in questione, caratterizzato da una lama della lunghezza di 7 centimetri. Secondo quanto riferito dallo stesso indagato alla polizia giudiziaria, l’arma era detenuta per ragioni religiose. Dalla perquisizione, è stato fatto sapere, non era emersa la disponibilità di ulteriori armi né di altri oggetti illeciti.   La richiesta di archiviazione per particolare tenuità del fatto è stata motivata dalla Procura considerando il limite edittale della pena, la limitata offensività della condotta, il mancato utilizzo del pugnale per finalità minacciose o aggressive e l’assenza di precedenti penali o di polizia a carico dell’indagato.   Tutti questi elementi, secondo la Procura della Repubblica di Rovigo, consentono di richiedere al GIP l’archiviazione per particolare tenuità del fatto prevista dall’articolo 131 bis del Codice penale. La norma prevede infatti che, per i reati per i quali la pena detentiva non è superiore nel massimo a cinque anni, la punibilità possa essere esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, comma 1, del Codice penale, l’offesa risulti di particolare tenuità e il comportamento non sia abituale.   Contestualmente, la Procura di Rovigo ha richiesto al GIP anche la confisca e la distruzione del pugnale, in quanto corpo del reato.   L’archiviazione per «particolare tenuità del fatto» nel caso del kirpan portato in ospedale ad Adria è, formalmente, una scelta processuale. La Procura di Rovigo riconosce il reato di porto abusivo di oggetto atto a offendere, chiede la confisca del pugnale, ma ritiene l’offesa così lieve da non meritare pena.   Tuttavia, il messaggio che arriva fuori dal palazzo di giustizia è un altro: in certi luoghi e per certe appartenenze la legge ordinaria si piega. Il tutto in un contesto dove la violenza da coltello immigrata è un pattern riconoscibile in tutta Europa.   Il kirpan non è un souvenir, né un crocifisso. È un’arma da taglio: un cittadino italiano che entrasse al pronto soccorso con un coltello da 7 centimetri, invocando tradizione familiare o «uso personale», non otterrebbe probabilmente la stessa indulgenza. Il fenomeno è chiamato relativismo culturale: il principio secondo cui le regole comuni valgono meno quando chi le viola può esibire un’identità collettiva. Non si tratta più di tolleranza, ma della formazione una gerarchia implicita tra chi deve obbedire alla norma e chi può negoziarla.   Il problema è perfino più vasto di così, e riguarda addirittura le fondamenta dello Stato: l’idea che avanze è che l’immigrazione debba importare non solo persone, ma eccezioni al monopolio statale della violenza e della sicurezza negli spazi pubblici. Il termine che usiamo su Renovatio 21 è quello coniato dallo scrittore americano Sam Francis un quarto di secolo fa: anarco-tirannia.   Quella dei sikh è forse tra le comunità immigrate più tranquille in Italia, i suoi fedeli sono apprezzati lavoratori nelle costruzioni e nella lattoneria. Tuttavia non sono mancati, negli anni, elementi di violenza, forse anche all’interno della divisione interna tra i lealisti e i secessionisti, quelli che vogliono il Khalistan, uno stato indipendente, staccato del tutto dall’India. Lo scontro è tracimato, nel sangue, nel caos e fra gli incidenti diplomatici, in tutto il mondo, specie in Canada. Anche l’Italia, alcune cronache sembrano indicare, si sono avute tensioni.   Il kirpan è stato protagonista di recente del caso che ha incendiato la Gran Bretagna, l’assassinio del giovane Henry Nowak, accoltellato da un sik che poi, con tutta la famiglia, disse alla polizia che il «bianco» gli aveva rivolto commenti razzisti. La polizia arrestò Nowak, che morì dissanguato sul posto. Risultò quindi che niente di quanto detto dai sikh era vero. Il caso ha scosso l’opinione pubblica britannica al punto da creare proteste di massa violente.   Nel Punjab, ricordiamo, negli scorsi anni fu attaccata dai sikh una chiesa cattolica. La parrocchia, a 50 chilometri dalla capitale Amritsar, fu oggetto di vandalismi e violenze da parte di una setta detta dei nihang che aveva preso di mira i cristiani per le conversioni dicendo di voler «passare all’azione», cioè esattamente come fanno gli estremisti indù dell’hindutva.

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Lasciando da parte i sikh per un momento, l’episodio rodigino ci fa capire che la stessa logica si estenderà senza sforzo alla poligamia.   In Italia il matrimonio è monogamico. In alcune comunità provenienti da Paesi in cui la poligamia è lecita o tollerata, la pratica esiste di fatto: una moglie «ufficiale» e altre unioni religiose o sociali. Finché lo Stato dice che il kirpan in corsia è un fatto tenue perché «religioso e non abituale», diventa più difficile spiegare perché un secondo o terzo vincolo familiare dovrebbe restare inaccettabile.   Anche lì si potrà dire: non c’è violenza manifesta, non c’è precedente, è cultura, è fede, l’offesa all’ordine giuridico è minima. Il relativismo non si ferma al coltello. Si applica a tutto ciò che una minoranza definisce identitario.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa è emerso che gli atti matrimoniali ufficiali possono finire per assorbire la shari’a – la legge islamica – rendendo accettata dall’ordinamento italiano la poligamia.   Tuttavia neanche quello sarà la fine: matrimoni con bambine di dieci anni, matrimoni tra consanguinei, infibulazioni… lo Stato moderno, che è intriso di relativismo e ancora più profondamente di Necrocultura, non si fermerà mai nella sua corsa di distruzione della civiltà.   Del resto, questo è il compito stesso dell’arma migratoria: non integrare gli stranieri, ma disintegrare la civiltà, e l’umanità in generale    

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Immagine di Hari Singh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Generic  
     
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