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Geopolitica

L’Artsakh (Karabakh) potrebbe essere la tomba di Erdoğan

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Il conflitto dell’Alto Karabakh nasce certamente dalla dissoluzione dell’URSS, ma è stato rilanciato per volere del presidente turco. È poco probabile che Erdoğan abbia preso l’iniziativa senza prima informarne Washington. Lo fece anche il presidente iracheno Saddam Hussein prima d’invadere il Kuwait, cadendo per ambizione nella trappola e provocando così la propria caduta.

Il conflitto dell’Alto Karabakh nasce certamente dalla dissoluzione dell’URSS, ma è stato rilanciato per volere del presidente turco

 

 

 

Un conflitto molto antico, congelato da trent’anni

Il popolo turco si definisce discendente dei «figli del lupo delle steppe», vale a dire discendente dalle orde di Gengis Khan. Forma «un popolo e due Stati»: la Turchia e l’Azerbaigian. La rinascita politica della Turchia ingenera automaticamente l’ingresso dell’Azerbaigian sulla scena internazionale.

 

Ovviamente la rinascita politica della Turchia non significa la ricomparsa della violenza delle orde barbariche, però queste radici hanno forgiato il modo di pensare del popolo turco, nonostante da un secolo molti politici si sforzino di normalizzarlo.

 

L’abitudine all’assassinio causa dipendenza, quindi nel comportamento degli eserciti turchi riappare sporadicamente il bisogno di uccidere. A marzo 2014 i soldati turchi scortarono centinaia di jihadisti del Fronte al-Nusra (Al Qaeda) e dell’Armata dell’Islam (filo-saudita) fino alla città di Kessab (Siria) per farvi massacrare la popolazione armena. Gli jihadisti che parteciparono all’operazione oggi sono stati mandati ad ammazzare altri armeni, in Karabakh.

Nei primi anni dell’epoca ottomana il sultano Habdulhamid II volle unificare il Paese attorno al proprio modo d’intendere la fede mussulmana. Ordinò quindi l’eliminazione fisica di centinaia di migliaia di non-mussulmani, con il coordinamento di ufficiali tedeschi, che con questo genocidio acquisirono un’esperienza messa poi al servizio dell’ideologia razzista del nazismo. Agli albori della Repubblica, i Giovani Turchi proseguirono su più vasta scala la politica ottomana d’epurazione, in particolare contro gli ortodossi armeni (1).

 

L’abitudine all’assassinio causa dipendenza, quindi nel comportamento degli eserciti turchi riappare sporadicamente il bisogno di uccidere. A marzo 2014 i soldati turchi scortarono centinaia di jihadisti del Fronte al-Nusra (Al Qaeda) e dell’Armata dell’Islam (filo-saudita) fino alla città di Kessab (Siria) per farvi massacrare la popolazione armena. Gli jihadisti che parteciparono all’operazione oggi sono stati mandati ad ammazzare altri armeni, in Karabakh.

 

In Azerbaigian i massacri degli armeni cessarono durante la breve Repubblica Democratica (1918-20) e il periodo sovietico (1920-1990), ma ripresero nel 1988, favoriti dal crollo del potere moscovita.

 

Proprio durante il periodo sovietico, conformemente alla politica delle nazionalità di Joseph Stalin, una regione armena fu unita all’Azerbaigian per formare una Repubblica Socialista. Sicché, quando l’URSS fu sciolta, la comunità internazionale riconobbe il Karabakh, non come armeno, ma come azero. Nella precipitazione del momento, si commise il medesimo errore in Moldavia con la Transnistria, in Ucraina con la Crimea, in Georgia con l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia.

 

Ne seguì una serie di guerre, fra esse quella dell’Alto Karabakh. Sono casi in cui il Diritto Internazionale s’è evoluto muovendo da un errore di valutazione risalente agli esordi dei conflitti − come accadde anche per la Palestina − non corretto tempestivamente e infine sfociato in situazioni inestricabili.

 

Il Gruppo di Minsk: la Russia non voleva scegliere fra i suoi ex associati, la Francia pretendeva un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti volevano mantenere una zona di conflitto alla frontiera russa.

Gli Occidentali s’interposero per prevenire un avvampamento generale. Tuttavia, l’esempio della Transnistria dimostra che si trattò di arretrare per avanzare verso il meglio: gli Stati Uniti ricorsero infatti all’esercito rumeno per tentare di annientare la nascente Repubblica di Pridnestrovie (2).

 

Il Gruppo di Minsk, copresieduto da Stati Uniti, Francia e Russia, fu creato dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE, all’epoca CSCE) per trovare una soluzione. Cosa che mai fece: la Russia non voleva scegliere fra i suoi ex associati, la Francia pretendeva un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti volevano mantenere una zona di conflitto alla frontiera russa.

 

Gli altri conflitti nati dalla dissoluzione dell’URSS sono stati deliberatamente attizzati da Washington e Londra, come dimostra l’aggressione nel 2008 dell’Ossezia del Sud da parte della Georgia o il colpo di Stato del 2014 dell’EuroMaidan con cui si voleva, tra l’altro, estromettere i russi dalla Crimea.

 

Nell’allocuzione all’Assemblea Generale dell’ONU del 24 settembre scorso (3) il presidente azero, Ilham Aliyev, ha spiegato le ragioni dell’attacco di Azerbaigian e Turchia alla Repubblica d’Artsakh (Karabakh).

 

Il senso del suo discorso è stato: il Gruppo di Minsk ha definito lo status quo inaccettabile, ma «Le dichiarazioni non bastano. Abbiamo bisogno di azioni». Non poteva esprimersi più chiaramente.

Gli altri conflitti nati dalla dissoluzione dell’URSS sono stati deliberatamente attizzati da Washington e Londra, come dimostra l’aggressione nel 2008 dell’Ossezia del Sud da parte della Georgia o il colpo di Stato del 2014 dell’EuroMaidan con cui si voleva, tra l’altro, estromettere i russi dalla Crimea.

 

Conformemente all’ideologia della famiglia cui appartiene, Aliyev ha caricato al massimo gli avversari, per esempio attribuendo il massacro di Khojali (1992, oltre 600 vittime) ai «terroristi armeni»: fu in realtà un’operazione clandestina condotta durante un tentativo di colpo di Stato in Azerbaigian; in ogni caso ha potuto così presentare in maniera distorta le azioni dell’ESALA (Esercito Segreto Armeno di Liberazione dell’Armenia) durante gli anni Settanta-Ottanta.

 

Ha sottolineato che quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno ordinato il ritiro delle truppe armene, giocando però sull’omonimia della popolazione armena del Karabakh e quella del vicino Stato dell’Armenia; un modo come un altro per passare sotto silenzio l’ingiunzione all’Azerbaigian del Consiglio di Sicurezza di organizzare un referendum per l’autodeterminazione del Karabakh.

 

Aliyev ha accusato, non senza ragione, il nuovo primo ministro armeno, Niko Pashinyan, di essere uomo dello speculatore George Soros, come se questo potesse cancellare quanto accaduto prima.

 

Il conflitto potrà finire solo dopo un referendum di autodeterminazione, il cui esito non dovrebbe riservare sorprese. Per il momento gli scontri avvantaggiano chi, come Israele, vende armi all’aggressore.

 

 

Per Erdoğan si tratta della guerra di troppo?

Aliyev ha accusato, non senza ragione, il nuovo primo ministro armeno, Niko Pashinyan, di essere uomo dello speculatore George Soros, come se questo potesse cancellare quanto accaduto prima

Stabilito questo, passiamo ad analizzare il conflitto in corso da un diverso punto di vista, quello degli equilibri internazionali, tenendo presente che l’esercito turco è già illegalmente presente a Cipro, in Iraq e in Siria; che già vìola l’embargo militare in Libia e ora vìola il cessate-il-fuoco in Azerbaigian.

 

Baku s’organizza per rinviare di nuovo l’inevitabile scadenza. L’Azerbaigian ha già ottenuto il sostegno del Qatar, che in questo teatro operativo soprintende anche al finanziamento degli jihadisti. Secondo nostre informazioni, la Turchia avrebbe spostato da Idlib (Siria) almeno 580 jihadisti. È una guerra costosa e KKR, la potente società dell’israeliano-statunitense Henry Kravis, sembra esservi implicata, così come lo è tutt’ora in Iraq, Siria e Libia.

 

Come accaduto durante la destabilizzazione dell’Afghanistan comunista, le armi israeliane potrebbero essere instradate dal Pakistan. In ogni caso in Turchia fioriscono manifesti che affiancano le bandiere dei tre Paesi.

 

Meraviglia ancora di più che il presidente Aliyev abbia ricevuto il sostegno dell’omologo bielorusso, Alexandre Lukashenko. È probabile che costui abbia agito in accordo con il Cremlino, il che potrebbe annunciare un sostegno più visibile della Russia all’Armenia ortodossa (Russia, Bielorussia e Armenia sono membri dell’Unione Economica Euroasiatica e dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva).

Per il momento gli scontri avvantaggiano chi, come Israele, vende armi all’aggressore

 

Stranamente l’Iran sciita non ha preso posizione. Eppure, benché etnicamente turchi, gli azeri sono l’unico altro popolo sciita al mondo; fecero infatti parte dell’impero savafide. Il presidente Hassan Rohani aveva incluso l’Azerbaigian nel progetto di Federazione Sciita, presentato durante la seconda campagna elettorale. Questo stare dietro le quinte dà l’impressione che Teheran non desideri entrare in conflitto con Mosca, ufficialmente neutrale.

 

Dal lato armeno, la diaspora negli Stati Uniti sta conducendo al Congresso un intenso lobbying affinché il presidente Erdoğan − il cui Paese è tuttavia membro della NATO − sia ritenuto responsabile del conflitto davanti a un tribunale internazionale.

 

In caso di tacito accordo tra Mosca e Washington, questa guerra potrebbe ritorcersi diplomaticamente contro il presidente Erdoğan, che i Due Grandi ora faticano a tollerare

In caso di tacito accordo tra Mosca e Washington, questa guerra potrebbe ritorcersi diplomaticamente contro il presidente Erdoğan, che i Due Grandi ora faticano a tollerare.

 

Così come il presidente iracheno Saddam Hussein passò bruscamente da valletto del Pentagono a nemico pubblico n° 1 quando si credette autorizzato a invadere il Kuwait, anche il presidente turco potrebbe essere stato indotto in errore.

 

 

Thierry Meyssan

Così come il presidente iracheno Saddam Hussein passò bruscamente da valletto del Pentagono a nemico pubblico n° 1 quando si credette autorizzato a invadere il Kuwait, anche il presidente turco potrebbe essere stato indotto in errore.

 

NOTE

(1) «La Turquie d’aujourd’hui poursuit le génocide arménien», di  Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 26 aprile 2015.

(2) «En 1992, les États-Unis tentèrent d’écraser militairement la Transnistrie», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 17 luglio 2007.

(3) «Intervention by Ilham Aliyev the 75th meeting of the United Nations General Assembly», di Ilham Aliyev, Voltaire Network, 24 luglio 2020.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

Fonte: «L’Artsakh (Karabakh) potrebbe essere la tomba di Erdoğan», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15  settembre 2020

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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