Economia
Lager nordcoreani: prigionieri obbligati a produrre di più per i cinesi
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.
Venduti a compagnie di Pechino capi d’abbigliamento. Il lavoro forzato nei campi di concentramento riduce i rischi di diffusione del Covid. Crisi economica, Kim Jong-un ordina «nuove misure rivoluzionarie» in campo agricolo. ONU: da Pyongyang crimini contro l’umanità.
Le autorità nordcoreane obbligano i prigionieri nei campi di concentramento a produrre di più.
Secondo fonti in Corea del Nord di Daily NK, che ha sede nella capitale sudcoreana ed è legato al ministero per l’Unificazione del Sud, l’aumento di produzione nei lager del regime di Kim Jong-un rientra in una serie di accordi con compagnie cinesi.
I campi interessati sarebbero quelli di Kaechon and Paekto, dove questo mese gli inviati del ministero della Sicurezza sociale hanno compiuto diverse ispezioni per controllare i livelli di fabbricazione. I prodotti finiti sono di solito capi d’abbigliamento, parrucche e ciglia finte.
I prodotti finiti sono di solito capi d’abbigliamento, parrucche e ciglia finte
La produzione è ripresa dopo l’arrivo di materie prime dalla Cina, prima bloccate dalle restrizioni per il COVID-19.
Subito dopo le prime avvisaglie della pandemia, Kim ha fatto chiudere i confini nazionali, compreso quello con il gigante cinese. Il lavoro forzato nei campi permetterebbe di produrre beni destinati all’export in un ambiente chiuso e controllato, riducendo così il pericolo di diffusione di contagi.
La Corea del Nord dipende politicamente ed economicamente dai cinesi. Nel 2019 il commercio bilaterale con la Cina ha rappresentato il 95,4% di quello totale realizzato dal Paese.
Nel 2007 la quota era del 67,1%; a causa delle sanzioni internazionali per contenere il programma nucleare e missilistico nordcoreano, Pechino è l’unico vero partner del regime di Kim.
La Corea del Nord dipende politicamente ed economicamente dai cinesi. Nel 2019 il commercio bilaterale con la Cina ha rappresentato il 95,4% di quello totale realizzato dal Paese
Per superare l’attuale crisi economica, segnata da una cronica mancanza di cibo per la popolazione, l’uomo forte di Pyongyang ha annunciato «nuove misure rivoluzionarie» per favorire lo sviluppo agricolo.
L’ordine di Kim è partito durante il 4° Plenum del dell’8° Comitato centrale del Partito dei lavoratori – al potere nel Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale – che si svolge in questi giorni.
La comunità internazionale, con le Nazioni Unite in testa, ha più volte condannato lo sfruttamento dei detenuti da parte del governo nordcoreano: una forma di schiavitù equivalente a un crimine contro l’umanità.
Molti nordcoreani sono finiti nei lager del regime per aver infranto le regole sulla quarantena
Secondo i dati disponibili, al momento in Corea del Nord vi sono cinque campi di lavoro per i prigionieri politici: quattro sono gestiti dal ministero della Sicurezza statale; uno dal dicastero della Sicurezza sociale. A questi andrebbero aggiunte 16 strutture detentive per la rieducazione.
Dallo scoppio della pandemia, sostiene Daily NK, il numero dei detenuti nel Paese è cresciuto in modo significativo: molti nordcoreani sono finiti nei lager del regime per aver infranto le regole sulla quarantena, una violazione che minaccia l’economia nazionale.
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Immagine di Kate Nevens via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Economia
La Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania
La più grande casa automobilistica dell’UE, la Volkswagen (VW), ha annunciato che taglierà circa 50.000 posti di lavoro in Germania, motivando la decisione con il crollo dei profitti, l’impennata dei costi energetici e le crescenti pressioni commerciali.
Nel suo rapporto annuale di martedì, la VW ha comunicato che l’utile netto si è quasi dimezzato nel 2025, scendendo a 6,9 miliardi di euro (oltre 8 miliardi di dollari), il risultato più debole dallo scandalo diesel del 2016, mentre i ricavi sono calati a poco meno di 322 miliardi di euro.
VW «ridurrà sistematicamente i costi» nei prossimi anni, hanno dichiarato i dirigenti, confermando che decine di migliaia di posizioni saranno eliminate in tutte le sedi tedesche del gruppo entro il 2030, oltre alle riduzioni di personale già annunciate in precedenza. Nel 2024 l’azienda aveva raggiunto un accordo con i sindacati per evitare licenziamenti involontari e chiusure di stabilimenti nei siti produttivi tedeschi.
«L’anno 2025 è stato caratterizzato da tensioni geopolitiche, tariffe e forte concorrenza», ha affermato il direttore finanziario della VW, Arno Antlitz, precisando che entro il 2030 saranno tagliati 50.000 posti di lavoro e che potrebbero seguire ulteriori misure di riduzione dei costi per rendere la casa automobilistica più competitiva.
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Il settore automobilistico tedesco versa in difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, della debole domanda in Europa, della crescente concorrenza dei produttori cinesi, dei dazi statunitensi e di una transizione ai veicoli elettrici più lenta del previsto. Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, l’UE ha ridotto drasticamente le importazioni di petrolio e gas russi, obbligando gli Stati membri a ricorrere ad alternative più costose. La crisi energetica che ne è derivata ha alimentato timori sulla tenuta della più grande economia manifatturiera del blocco e sul rischio di una recessione più profonda.
I mercati energetici hanno registrato una nuova ondata di volatilità negli ultimi giorni a causa dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran e delle interruzioni del trasporto marittimo globale attraverso lo Stretto di Ormuzzo, arteria cruciale per le forniture mondiali di petrolio e GNL. Secondo le notizie, il traffico nello Stretto è diminuito dell’80% nell’ultima settimana. I prezzi all’ingrosso del petrolio greggio e del gas in Europa sono saliti bruscamente, aggravando la pressione sulle industrie ad alta intensità energetica e accendendo allarmi sulla sicurezza energetica dell’Unione.
La situazione ha spinto alcuni politici dell’UE a rilanciare con forza le richieste di riconsiderare le sanzioni alla Russia, dopo che il presidente Vladimir Putin ha avvertito che Mosca potrebbe interrompere le forniture di gas prima del divieto previsto da Bruxelles per il 2027.
Secondo indiscrezioni, la Commissione Europea starebbe valutando possibili misure di emergenza per tutelare i produttori dall’aumento dei costi dell’elettricità, tra cui una revisione delle tasse nazionali sull’energia, delle tariffe di rete e dei meccanismi di fissazione del prezzo del carbonio.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitlerro.
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Immagine di Harrison Keely via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
L’UE ha dato all’Ucraina 195 miliardi di euro
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Economia
Putin: la produzione di petrolio nel Golfo potrebbe fermarsi tra poche settimane
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la produzione di petrolio che dipende dallo Stretto di Hormuz potrebbe interrompersi del tutto entro un mese, mettendo in guardia sui gravi rischi che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe comportare per il mercato energetico mondiale.
Lo scorso anno, circa un terzo delle esportazioni mondiali di petrolio via mare è transitato attraverso lo stretto, ha affermato Putin lunedì durante una riunione di governo dedicata ai mercati energetici globali. «Si tratta di circa 14 milioni di barili al giorno, di cui l’80% è diretto ai paesi asiatici e del Pacifico», ha precisato, aggiungendo che «ora questa rotta è di fatto chiusa».
Secondo le informazioni disponibili, il traffico nello stretto è calato dell’80% la scorsa settimana, in seguito alla campagna di bombardamenti lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha scatenato attacchi di rappresaglia da parte di Teheran. Diverse petroliere sono state colpite nelle vicinanze. Questi sviluppi hanno portato il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile e hanno alimentato previsioni di misure energetiche d’emergenza da parte dell’UE e di altre grandi economie.
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«La produzione di petrolio che dipende dallo stretto rischia di fermarsi completamente nel prossimo mese. Sta già calando», ha sottolineato il presidente. Ripristinare la produzione potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi, ha proseguito.
I prezzi globali del petrolio sono già in rialzo, ha osservato Putin, precisando che l’aumento ha superato il 30% solo nell’ultima settimana. Le interruzioni nelle forniture energetiche, secondo il presidente, aggravano l’inflazione e provocano un calo della produzione industriale.
Putin ha avvertito che il mondo si trova di fronte a una «nuova… realtà dei prezzi», definendola «inevitabile».
La Russia si conferma un «fornitore energetico affidabile», ha dichiarato il presidente, assicurando che continuerà a fornire petrolio e gas alle nazioni considerate partner affidabili. Secondo Putin, tra questi figurano paesi asiatici e membri dell’UE come Slovacchia e Ungheria.
Lunedì, il Primo Ministro ungherese Viktor Orban e il ministro degli Esteri Peter Szijjarto hanno chiesto a Brusselle di revocare il divieto sul petrolio e sul gas russi, alla luce dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. In precedenza, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato un allentamento parziale delle sanzioni sul petrolio russo per contribuire alla stabilizzazione dei mercati.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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