Bioetica
La vita senza il dolore
Oggi ho appreso che l’ha fatto anche R.
È il terzo nell’arco degli ultimi 12 mesi, ma forse sto contando solo gli amici di giovinezza della mia città natale. Se aggiungo Milano, la città dove ho passato quasi un terzo del mio tempo sulla terra, il computo probabilmente sale.
Sono sincero, non ho la lucidità, o forse la voglia, di mettermi a contare quanti sono.
Ho in mente i tre di quest’anno perché sono detonati come una bomba terrorista nel tempio d’oro dei ricordi, lasciando voragini dove un tempo era il giardino degli anni più belli.
R., come L. e A., si è suicidato.
Epidemia
L’Istituto Superiore di Sanità, ente che in realtà non gode della mia simpatia, dà la sua definizione: un’epidemia «si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. L’infezione si diffonde, dunque, in una popolazione costituita da un numero sufficiente di soggetti suscettibili. Spesso si riferisce al termine di epidemia con un aumento del numero dei casi oltre l’atteso in una particolare area e in uno specifico intervallo temporale».
Hanno gridato varie volte all’epidemia di morbillo, per giustificare l’obbligo – cioè il consumo coatto per la gioia della Glaxo – dei vaccini. Lo hanno fatto magari davanti a due o tre casi di bambini contagiati.
Quindi, sono qui io davanti ad una epidemia vera, reale, pericolosa? Certamente.
Del resto la contagiosità del suicidio è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (un altro monstrum superstatale che avverso).
Del resto, iscritto all’Ordine dei Giornalisti – quindi obbligato a seguire ogni anno corsi deontologici pena la radiazione – sono informato del fatto che dei suicidi io non dovrei scrivere, neanche in questo momento:
«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione mondiale della sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita. E raccomandano anche la necessità di tenere al riparo da un’inutile e crudele pubblicità i familiari e i parenti già provati da un così forte dolore.
Per questo, a parte pochi, straordinari casi nei quali il diritto e il dovere di cronaca prevale sul rispetto della privacy, non devono essere divulgate le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano il suicida identificabile, nel pieno rispetto della persona, che è uno dei cardini della professione, come ricordano i principi della Carta dei doveri del giornalista».
Necrocultura
State pensando a DJ Fabo? A Welby? Ai suicidi in Isvizzera filmati con gaudio dalle Iene? Alla piccola epidemia di suicidi tra registi scoppiata con Lizzani e Monicelli? Alla Ripa di Meana?
Sì? Se lo state facendo, è perché, lapalissianamente, i giornalisti se ne fottono: delle stesse patetiche regole che si vogliono dare, della dignità dei morti, e soprattutto della responsabilità innanzi a chi potrebbe emulare.
Vi raccontano tutto con dovizia di particolari, perché la cosa è di estrema importanza per i loro padroni: ai Signori della Necrocultura la cronaca suicida importa eccome, perché sappiamo che è in agenda.
“Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato”
La morte volontaria è overtonizzata da mo’. Una cosa impensabile un tempo (il girone del settimo cerchio in Dante), diviene radicale («lo fanno i samurai, i kamikaze»), poi razionale («in fondo è giusto che ognuno decida per sé»), quindi popolare («lo fanno i famosi, da Hemingway a Cleopatra»), infine legalizzata: e qui sappiamo che parliamo di una questione freschissima. Come ha titolato splendidamente Repubblica lo scorso 31 gennaio: «Biotestamento: da oggi i desideri dei malati sono legge».
Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato.
Inutile nascondersi dietro ai «paletti» democristiani: oggi riguarda il fine-vita, ma, visto che abbiamo gli esempi neerlandesi e belgi, sappiamo che si fa prestissimo a domandarsi cos’è il fine-vita, e a garantire il suicidio a carico del contribuente a giovani depressi, a persone che considerano la propria vita «completa», oppure semplicemente ad ammazzare le persone senza il loro consenso (431 eutanatizzati senza il loro consenso in Olanda nel 2015), inclusi i bambini.
Ma non è nemmeno questo quello che voglio scrivere davvero: di geremiadi politiche pro-vita, nel Paese dei Soloni antiabortisti eunuchi e dei leader cattolici sterili o esibizionisti e della demenza pro-life generalizzata, ne abbiamo già troppe.
Vorrei scrivere qualcosa di più semplice, ma al contempo profondo, e tecnico.
I suicidi che in questo stesso momento stanno bombardando la mia esistenza sono l’effetto preciso di un fenomeno epocale non molto dibattuto, del cambio di paradigma umano che interessa l’umanità occidentale da oramai più di due secoli.
Utilitarismo
Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo.
L’Utilitarismo, che di rado si studia al liceo e nemmeno all’Università, è quella dottrina filosofica per la quale il Bene è ciò che aumenta la felicità – cioè, il piacere – degli esseri senzienti.
Nell’algebra morale degli utilitaristi, la società deve perseguire con ogni mezzo quelle azioni che aumentano la quantità di piacere della popolazione, anche a discapito di una minoranza, che può essere tranquillamente sacrificata per il bene maggiore, cioè per il piacere maggiore ( sì, la logica neo-cattolica del male minore passa soprattutto da qui).
Non stupisce che l’Utilitarismo fiorisca tra il Settecento e l’Ottocento in Inghilterra, quando la Corona d’Albione intraprendeva il saccheggio cruento dell’Africa, dell’India, e della Cina. Al sacrificio dei selvaggi depredati, corrispondeva l’estasi della borsa di Londra, che ne trasse il lucro di immani piaceri imperiali.
“Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo”
Jeremy Bentham, oggi considerabile come il pensatore principale dell’Utilitarismo, nei suoi discorsi trattò della libertà personale ed economica (è uno dei diòscuri del liberalismo), della divisione di stato e chiesa (come da tradizione di Enrico VIII), e poi dei dei diritti degli animali (di cui fu pioniere assoluto, come riconosciuto dal padre dell’animalismo contemporaneo, il super-utilitarista ultra-abortista Peter Singer), delle punizioni corporali (alle quali preferiva un potere che estendesse un subdolo e costante controllo su tutti, inventando la prigione a Panopticon, che tanto mi ricorda, oggi, internet, dove con poco sforzo ogni tuo singolo pensiero può essere scrutato e sorvegliato), il diritto al divorzio, il diritto all’usura (scrisse Difesa dell’usura), il diritto alla sodomia (scrisse Difesa dell’omosessualità).
Come potete ben vedere, il mondo moderno ha avuto una programmazione piuttosto evidente, leggibile, direi quasi open-source.
Il mondo dei diritti, il mondo del desiderio liberato dalle rivoluzioni «civili» e «sessuali» ha fatto leva sul piacere, tanto da divenire indistinguibile dalla legge stessa dello Stato: ho diritto a ciò che desidero, ho diritto a ciò che mi dà piacere, come da morale utilitarista.
Un matrimonio invertito, una droga sintetica, un bambino in provetta.
Piacere
Senza la trappola del piacere, tale riprogrammazione dell’umanità non avrebbe trovato clienti.
Un’umanità fatta di puro piacere, vecchia promessa degli anni delle rivolte giovanili, sembra tutt’ora la destinazione finale del progresso.
La medicina vuole curare ogni male: Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook e di tutti i vostri dati, ha già detto che userà i suoi miliardi per eliminare ogni malattia entro la fine del XXI secolo.
In Nordamerica sono in corso sperimentazioni di neurotecnologie per fare sparire i cattivi ricordi, così come si può essere denunciati per aver provocato sconforto in una persona semplicemente per aver parlato di un tema per loro intimamente traumatico (è il cosiddetto Trigger Warning, strumento d’azione del politicamente corretto).
Sappiamo inoltre come la principale causa di morte negli Stati Uniti in questo mondo sia l’overdose da oppioidi: droghe che i dottori americani (spalleggiati da colossi farmaceutici come la Purdue) hanno prescritto a tonnellate per eliminare il dolore dei loro pazienti.
La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi.
Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso.
“La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi. Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso. L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita? Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.”
L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita?
Essa diviene lebenunswerten leben, espressione tedesca che dai pionieri uncinati degli anni Trenta è passata a definire con esattezza la nostra epoca: «vita indegna di essere vissuta».
Lo capite bene: chi è depresso è giocoforza tagliato fuori dalla logica utilitaria – la depressione è appunto definita come anedonia, cioè incapacità di provare piacere davanti a qualsiasi esperienza.
Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.
E questo ammesso che la depressione esista, e non sia – come sostiene qualche psichiatra controcorrente – solo un’etichetta medica affibbiata alle umanissime condizioni della miseria e della maliconia, etichetta stampata per far vendere qualche milione di ore di psicoterapia (a differenza del Sacramento della Confessione, si paga) e qualche trilione di pastiglie psicotrope, i cui effetti-paradosso sono talmente noti che in America devono recare nel bugiardino il Black Box Warning (gli antidepressivi, debbono scrivere i foglietti illutrativi bordando il tutto con colore nero, possono amentare il rischio di suicidio).
Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane (per sapere il nome del farmaco a cui era sottoposto lo sparatore bisogna in genere aspettare mesi, perché i giornali non hanno voglia di dare un dispiacere alle Big Pharma che comprano loro tanta pubblicità) e non solo quelle, basti pensare allo Zoloft di cui era imbottito il pilota della Germanwings che fece schiantare il suo aereo con tutti i passeggeri, pochi anni fa.
Il depresso, nella logica utilitarista che è oggi il software del mondo, è disfunzionale, non performante, forse neppure autonomo (aspetto principale della bioetica utilitarian di Peter Singer, che sostiene che l’handicappato o il bambino piccolo possano essere ammazzati tranquillamente: non sono autonomi né funzionali).
Il malinconico va eutanatizzato: al momento lo fa da sé, ma da ora gli darà sempre più una mano anche lo Stato biotestamentario.
“Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane”
Consideriamo che oltre che letteralmente inutile, egli può risultare addirittura pericoloso: il suo male sporca il principio di piacere generale, potrebbe estendersi per contagio presso la restante massa gaudente.
Ci sarebbe da chiedersi quindi: e prima du tutto questo, cosa c’era?
Croce
Prima, cari lettori, c’era la Croce. Prima c’era la Civiltà. La Civiltà cristiana – l’unica vera Civiltà, circondata da tradizioni umane fatte di suicidi e sacrifici umani che, se sono rimaste in piedi, è solamente perché hanno copiato lo slancio dell’Europa – aveva una base semplice, chiarissima.
A quel tempo, il mondo era unito dalla Passione.
La Civiltà adorava un Dio che soffriva.
Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto.
Ogni città aveva mille croci sulle sue strade e nelle sue case: sopra le Chiese, dentro le Chiese, sopra le case, dentro le case, nei racconti e nei cuori delle persone.
Che il dolore fosse una parte integrante della vita era naturale: il dolore era la cifra stessa del sacrificio di Dio per l’umanità.
“La Civiltà adorava un Dio che soffriva. Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto”
Di più. Il dolore non solo era connaturato alla vita stessa, ma era collegato con ciò che vi stava oltre: la vita eterna domandava sacrifici, nei casi dei Santi Martiri così come delle persone comuni.
Non è il piacere che ti porta in Paradiso, e ciò – il rovescio chirale della modernità – era iscritto nella logica profonda anche del più misero uomo.
La scristianizzazione era necessaria alla costruzione della nuova umanità.
Togliere Cristo per far dimenticare il dolore, esorcizzarlo, demonizzarlo.
Sconvolgere per sempre l’insiemistica dell’esistenza: la vita non contiene il piacere e il dolore, la vita coincide con il solo piacere, se vi è dolore non è vita, quindi meglio darsi alla morte.
Credo che questa sia la motivazione primaria dell’ecatombe di amici che sto vedendo innanzi a me.
Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore.
Terrore
Non ho scritto di loro, anche se ne avevo tanto bisogno.
Scriverò qualcosa di me, allora, e con l’ovvia vergogna del caso. Tanto per aggiungere un pensiero cristiano in più.
Perché io ho avuto tanta fortuna, più di loro, e questo adesso mi fa pure un po’ soffrire.
Ho anche io, come una enorme porzione di altri uomini, attraversato momenti di tenebra vera, assoluta. Momenti in cui il mondo aveva spezzato ogni singola fibra del mio essere, e ogni pensiero si trasformava in un’apocalisse che si inghiottiva tutto.
Ne sono uscito talvolta con uno slancio di raziocinio eroico, per esempio la comprensione che, appunto, la mia vita non coincideva con quello che mi accadeva, ma era un insieme più grande: «sono più forte di qualsiasi pensiero, di qualsiasi sensazione io possa avere», mi ritrovai un giorno a scrivere in una lettera a mia sorella. L’essere, questo dono mistico che non mi era permesso di comprendere del tutto, era più grande di qualsiasi accidente terreno. La vita era più del mio dolore e più della mia mente: comprenderlo cambiava per sempre il gioco.
“Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore”
Altre volte, invece, ho avuto una fortuna più grande: ho avuto paura. Giunto sull’orlo terminale, ho sentito lo spavento emanato dall’unica cosa che veramente un uomo debba temere: l’Inferno.
Davanti alla reale prospettiva dell’Inferno, tutto cambiava: un oceano di dolore infinito, senza redenzione, un sistema illimitato di dolore sterile, dolore che – a differenza di quello della croce – non produce nulla, se non la propria dannazione.
Timor Dei est initium sapientiae.
Il terrore più estremo è stato il mio più grande alleato, la mia sfortuna sfacciata.
Sì.
Catastrofe
Voi lo capite: anche io, come quel santo vescovo francese, accuso il Concilio.
Togliere l’Inferno, svuotarlo, dimenticarlo, abolirlo come ha fatto la neo-chiesa dei Von Balthazar e dei Bergoglio è stato, al contrario, popolarlo – e, sulla Terra, aumentare a dismisura il numero dei suicidi. E degli aborti. E financo degli omicidi.
Il Concilio si mostra, anche in questo frangente, come la più grande catastrofe nella Storia dell’Uomo, in quanto esso ha permesso la riprogrammazione dell’Uomo verso la sua estinzione – e la sua dannazione.
Celebrare pubblicamente i funerali di un suicida, come oramai perfettamente normale, aggiunge una dimensione pragmatica al vortice di morte.
R., che ci ha lasciato sabato, era presente alla cerimonia in chiesa di A., che ci ha lasciato un anno fa. Al funerale di A., cui scelsi di non partecipare, vennero lette tante belle cose, vennero ascoltate le musiche preferite dell’amico morto. Nella mente di un ulteriore potenziale suicida, non un clic da poco: se me ne vado, mi ricorderanno così, tutti uniti, affranti sì, ma finalmente insieme sotto il mio segno…
“L’Ordine dei giornalisti e l’OMS quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no”
L’Ordine dei giornalisti e l’OMS, ho detto all’inizio, quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no.
Perché la Chiesa di oggi è davvero un ente stupido quanto assassino.
Perché la Chiesa di oggi è il vero problema, il vero nemico dell’Umanità e del Dio della Vita.
La vita tutta intera
Ho scritto abbastanza.
Infine, voglio dirvelo: A., L., R., e poi andando indietro ancora, P., M., G., vi ho voluto bene. Pagherei qualsiasi cosa, ora, per avervi potuto parlare anche solo per un minuto in più. Per godere di questa sostanza preziosissima, che ora mi sarà negata senza appello.
Nella mia stupida posizione di sopravvissuto, voglio farvi questa promessa.
Io lotterò per conservare la ferita che ci avete inferto: perché il dolore che sento è il centro della mia umanità, come lo è stato per l’umanità di Dio.
E quindi, la chiave della mia sopravvivenza.
Perché la vita senza il dolore, ho capito, è solo desiderio di annientamento, è morte.
E di voi invece io voglio celebrare la vita, tutta intera.
Che è stata – che è – immensamente più grande del dolore e del piacere.
Roberto Dal Bosco
Bioetica
Kennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
All’improvviso, dopo un sopimento di anni, riaffiora nel discorso pubblico la verità più agghiacciante: i vaccini sono fatti con gli aborti. Come dire: un pezzo di aborto finisce nella siringa a cui obbligano voi e – soprattutto – i vostri bambini.
L’occasione è uno scontro pubblico tra vertici dell’amministrazione americana.
Il segretario alla Salute USA Robert F. Kennedy Jr. ha attaccato il governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro per il rifiuto delle esenzioni religiose dai vaccini e ha confermato l’impiego di tessuti di feti abortiti nella realizzazione del vaccino MMR, chiamato in Italia vaccino MPR, il siero trivalente morbillo-parotite-rosolia, contenuto da noi ora nel quadrivalente MPRV (più varicella), somministrato in prima dose a 12-15 mesi e poi richiamato a 5-6 anni.
«Nella sua conferenza stampa di oggi, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro mi ha accusato di promuovere teorie del complotto perché gli avevo detto, durante una precedente conversazione telefonica, che alcuni americani avevano obiezioni religiose al vaccino MMR perché conteneva tessuto fetale. “Non c’è tessuto fetale nel vaccino MMR”, mi ha detto», ha raccontato Kennedy in un lungo post su X.
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) August 26, 2026
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«Il virus della rosolia utilizzato nel vaccino MMR-II viene coltivato su una linea cellulare composta da tessuto polmonare di un embrione femminile abortito di tre mesi, e indicata come ‘fibroblasti polmonari diploidi umani WI-38’ tra gli ingredienti del vaccino MMR-II, poiché porzioni di queste cellule finiscono in ogni fiala di MMR-II», ha specificato Kennedy.
Kennedy ha inserito una clip tratta da una deposizione videoregistrata di Stanley Plotkin, ideatore del vaccino MMR, datata 2018. L’audizione è stata condotta dall’avvocato Aaron Siri, noto per la sua battaglia sul tema dell’obbligo vaccinale.
Nel corso della testimonianza, Plotkin ha ammesso di aver «massacrato» 76 feti abortiti, tutti di età superiore ai tre mesi, «in uno solo dei tanti studi che hanno portato allo sviluppo del suo vaccino», ha dichiarato il segretario dell’HHS.
Kennedy ha inoltre evidenziato che in ogni fiala del vaccino MMR-II sono presenti «circa 646 miliardi di frammenti» di DNA provenienti da una linea cellulare di un feto abortito. «Oltre al DNA umano, ogni dose di MMR-II contiene anche una quantità imprecisata di detriti cellulari umani», ha affermato.
Interrogato al riguardo, Plotkin ha dichiarato di essere consapevole delle obiezioni all’inclusione di tessuti di feti abortiti nello sviluppo dei vaccini e del fatto che tali tessuti facciano effettivamente parte degli ingredienti dei vaccini stessi.
«Sono a conoscenza di queste obiezioni», ha affermato Plotkin, che si definisce ateo. «La Chiesa cattolica ha infatti pubblicato un documento in merito, in cui si afferma che le persone che necessitano di vaccini dovrebbero riceverli a prescindere da tutto».
«Credo che implichi che io sia la persona destinata all’inferno a causa dell’utilizzo di tessuti abortiti, cosa che mi fa piacere», ha dichiarato lo scienziato.
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Plotkin ha prestato per decenni consulenza alle grandi aziende farmaceutiche, indicando come realizzare i loro prodotti. Nella deposizione del 2018 ha ammesso a Siri di aver impiegato vaccini sperimentali su orfani e malati di mente a scopo di test.
In un’intervista del dicembre 2024 con Tucker Carlson, Siri ha rivelato al conduttore sbalordito che alcuni vaccini pediatrici contengono «letteralmente milioni di frammenti della linea cellulare coltivata di un feto abortito in ogni singola iniezione» e che i vaccini vengono coltivati su «tessuto fetale abortito» che è «vivo».
The New York Times claims the evil Bobby Kennedy wants to ban the polio vaccine and paralyze children. That’s an absurd lie, explains his lawyer Aaron Siri.
(0:00) The Establishment’s Attempt to Discredit Bobby Kennedy Jr.
(8:18) The Vaccine Religion
(18:57) Did Anyone Protest… pic.twitter.com/li0KhP5aye— Tucker Carlson (@TuckerCarlson) December 27, 2024
Mercoledì Siri è intervenuto anche sui social per sostenere la replica di Kennedy al governatore Shapiro.
«RFK Jr. ha ragione», ha affermato Siri. «Il fatto è che in ogni dose iniettata di vaccino contro morbillo, parotite e rosolia (MMR), varicella ed epatite A sono presenti miliardi di frammenti di detriti cellulari umani e di DNA proveniente dalla linea cellulare coltivata di un feto abortito.»
Siri ha poi condiviso link ad articoli che illustrano l’impiego di tessuto cellulare fetale proveniente da aborti nello sviluppo dei vaccini.
RFK Jr. is correct. The fact is that there are billions of fragments of human cellular debris and DNA from the cultured cell line of an aborted fetus in every injected dose of MMR, chicken pox, and Hep A vaccines.
Because viruses multiply in cells, living cells are used to… https://t.co/x5MOeSBhrK
— Aaron Siri (@AaronSiriSG) August 26, 2026
«Poiché i virus si moltiplicano nelle cellule, per la produzione di vaccini si utilizzano cellule viventi, comprese le linee cellulari coltivate di feti abortiti. Due di queste linee cellulari sono la MRC-5 e la WI-38, descritte da un’azienda che le commercializza come segue: “La linea cellulare MRC-5 è stata derivata da tessuto polmonare normale di un embrione maschio di 14 settimane” e “la linea cellulare WI-38 è la prima linea cellulare diploide umana utilizzata nella preparazione di vaccini umani (…) è stata isolata dal tessuto polmonare di un embrione femmina di 3 mesi» spiega l’avvocato.
«Gli ingredienti dei vaccini contro la varicella, la rosolia e l’epatite A includono ciascuno frammenti cellulari e di DNA derivati da queste linee cellulari fetali. L’elenco degli ingredienti di Varivax (varicella) include “cellule diploidi umane MRC-5 contenenti DNA e proteine”, quello di MMR-II (che include la rosolia) include “fibroblasti polmonari diploidi umani WI-38” e quello di Havrix (epatite A) include “proteine cellulari MRC-5″».
«Per quanto riguarda la quantità di DNA umano in ogni fiala, per Varivax, come spiega la FDA: “le cellule umane MRC-5 sono il substrato su cui viene coltivato il ceppo Oka della varicella. Nel processo di isolamento del virus da queste cellule, si ottengono anche proteine e DNA derivati dalle MRC-5. I quasi 2 µg [2.000 nanogrammi] di DNA mammifero non modificato presenti in ogni dose di VARIVAX…» .
«Per quanto riguarda l’MMR-II, come ha fatto notare RFK Jr. qui sotto, durante la deposizione del dottor Plotkin, ho chiesto: “Non è vero che l’MMR-II contiene circa 150 nanogrammi di cellule substrato di DNA a doppio filamento e DNA a singolo filamento per dose, frammentate appositamente in frammenti di circa 215 paia di basi di lunghezza?” Il Dr. Plotkin ha risposto: “Sì, probabilmente è corretto, sì” (Vedi Tabella 3, che riflette una media di 142 nanogrammi di DNA a singolo filamento e 35 nanogrammi di DNA a doppio filamento nel componente del vaccino contro la rosolia di ciascuna dose di MMR-II; e una media di 276 nanogrammi di DNA a singolo filamento e 35,74 nanogrammi di DNA a doppio filamento in ciascuna dose di Havrix)».
«Per il DNA rimanente nella formulazione finale, supponendo che le aziende farmaceutiche seguano le linee guida della FDA, esse frammenterebbero “la dimensione del DNA a meno di circa 200 paia di basi”. (….) Facendo i calcoli, supponendo che rimangano solo 100 nanogrammi di DNA a doppio filamento, e che questi vengano scomposti in frammenti di 200 paia di basi, ciò equivale a circa 463 miliardi di frammenti di DNA umano provenienti da una linea cellulare fetale abortita in ogni dose di vaccino; il doppio per il DNA a singolo».
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Il post dell’avvocato Siri contiene link a tutto ciò che sostiene, collegamenti a quei paper con cui si esprimono «gli esperti» su grandi pubblicazioni mediche ufficiali, insomma «la scienza», o, come si diceva qualche anno fa, lascienzah.
Eppure, scommettiamo che, ancora oggi, dopo averlo visto e subito innumeri volte negli anni passati, vi sono giornalisti, fact-checker e saputelli vari (prezzolati o solo idioti) che stanno urlando: «bufala! Fake news! I vaccini non sono fatti con gli aborti!».
Mettiamocela via: tutte queste voci esistono per negare quella che, almeno a noi, pare una delle verità più terrificanti della nostra epoca: sì, molti vaccini sono fatti con gli aborti. E quindi, qualsiasi sia la vostra posizione rispetto al feticidio legalizzato – vetta necroculturale del XX secolo – un po’ di aborto ve lo siete iniettati, materialmente, sottopelle. Non solo: avete inoculato l’aborto pure dentro la vostra progenie, e per legem.
Il lettore sa che si tratta di una battaglia che Renovatio 21 porta avanti da un decennio. Cioè, da ben prima del COVID – anzi è possibile dire che si tratta di un tema centrale per la genesi stessa di Renovatio 21.
Tanto per capire il contesto: compreso il legame materiale e morale tra vaccino e aborto, avevamo cominciato, praticamente unici sulla scena, a pubblicare materiale a riguardo, e ad organizzare conferenze sulla questione. L’operazione, per la quale si scatenò per anni l’inarrestabile, insostituibile Cristiano Lugli, culminò nel marzo 2019 con un grande convegno a Roma su vaccini e feti abortiti, «Fede, Scienza e Coscienza».
FEDE SCIENZA E COSCIENZA video integrale del Convegno di Renovatio 21 su vaccini e cellule di feto abortito. Relatori: S.E.R. Cardinale Raymond Leo Burke ; Dr.ssa Theresa Deisher, ricercatrice e scienziata, Direttrice del Sound of Choice Pharmaceutical Institute; Dr.ssa Debi… pic.twitter.com/JajXVXJYXa
— Renovatio 21 (@21_renovatio) January 6, 2025
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Erano presenti esperti italiani ma pure due grandi nomi sulla ricerca, storica e medica, sulla questione degli aborti nei vaccini: Debi Winedge, fondatrice del seminale gruppo Children of God for Life, e la dottoressa Theresa Deisher, scienziata che ha effettuato ricerche uniche sui possibili effetti avversi nelle cellule di aborto nei vaccini. Al convegno è intervenuto pure un principe di Santa Romana Chiesa, sua eminenza il cardinale Raimondo Leone Burke.
Negli anni del COVID, YouTube ha cancellato il video e gli altri video ad essi legati, significando pure la sanzione di ulteriori restrizioni che Renovatio 21 deve subire per un filmato che stava lì da anni e rappresentava un evento di discussione pubblica.
La maggior parte dei lettori forse non lo può ricordare, ma si era nel periodo prepandemico in cui la battaglia antivaccinista era divenuta inevitabile per tanti genitori a cui, d’un colpo, veniva imposto di sottomettere i propri bambini alla siringa di Stato, cioè indirettamente all’aborto e alle sue linee cellulari, pena il non poterli mettere a scuola.
L’idea di Renovatio 21 era semplice: visto lo status di vacca sacra di cui gode l’obiezione di coscienza in Italia – il grande, ipocrita, paravento genocida dietro al quale i democristiani si nascondono mentre vengono trucidate centinaia di migliaia di piccoli esseri umani – lo avremmo utilizzato per disinnescare la legge, creando un tetto di libertà religiosa sotto cui poterci riparare. La presenza del cardinale Burke fu, in questo, un segnale fortissimo.
Fummo, ovviamente, travolti dagli eventi. Già avevamo capito, in quegli anni, che la gerarchia cattolica venduta aveva accettato l’obbligo vaccinale, pure nella consapevolezza del sacrificio umano soggiacente, con comunicati diramati da tutti i suoi enti, dove alle stupidaggini (come quella secondo cui le cellule per i vaccini vengono da un aborto lontano, quindi un peccato «scaduto», tipo yogurt, con buona pace di quelli che ancora credono al peccato originale, quello fatto ancora più anticamente, è il caso di dire) si aggiungevano quel tipo di menzogne palesemente manipolatorie che oggi chiamano gaslighting, come un editorialista del celeberrimo settimanale cattolico che aveva scritto che solo le cellule umane vanno bene per i sieri, quindi va ben così (se non lo sapete: i vaccini vengono fatti anche con ogni sorta di cellula: cane, criceto, verme, uovo, o tumore, come nel caso mostruoso delle cellule immortali della cervice di Henrietta Lacks, per cui si parla di una nuova forma di via vera e propria).
L’arrivo della pandemia, e della vaccinocrazia conseguente, ci diede ragione, mostrando che la nostra idea – creare l’obiezione cattolica ai vaccini – era giusta, ma al contempo distrusse ogni speranza. L’amministrazione Biden cominciò a negare l’esenzione religiosa persino ai soldati USA (un tempo coperti pienamente dall’obiezione) forte della posizione del Vaticano bergogliano, che al suo interno istituì un obbligo di siero (Pfizer: i rapporti erano radicati quanto misteriosi) davvero draconiano, con il pontefice che parlava a vanvera della vaccinazione obbligatoria come «atto d’amore» – cioè, per chi non vuole, sarebbe il caso di dire, «stupro». Il mondo si adeguò.
Rimanemmo con un pugno di mosche. La proposta di Renovatio 21 di un’obiezione di coscienza per le linee cellulari di aborto non decollò, perché le spezzarono le ali dall’alto, e bombardarono pure la pista. La «libertà religiosa» tanto invocata dai giornali e politici degli Stati «laici» (cioè, massonici) fu resa una barzelletta dai ban continui sui social, al punto da dover portare in tribunale la società di Zuckerberg. Anche dopo, cambiò poco: la decisione di soffocare chi si opponeva con lo spirito era stata presa, e la repressione è andata avanti-
La nostra battaglia, tuttavia, non si è arrestata. Siamo ancora qui a raccontare la verità: pezzi di bambini sacrificati vengono proiettati nel corpo di tutta la popolazione, e se ti opponi lo Stato moderno arriva a considerarti un reietto, un criminale, un mostro da punire se non eliminare.
Certo, se ci pensiamo anche ora, l’orrore di questo disegno si dà come una delle cose peggiori, come la riprova di un lucido progetto del Male sulle nostre società e sulle nostre stesse esistenze quotidiane.
Ecco, lo sentiamo ancora: questa è una collina per la quale vale ancora la pena di morire.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di lunar caustic via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0; immagine modificata
Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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