Essere genitori
La strage della famiglia adottiva con due mamme
Una giuria speciale della California ha dichiarato ad inizio aprile che due donne si sono uccise coinvolgendo nell’omicidio-suicidio i loro sei figli adottati. I fatti risalgono al marzo 2018. La macchina delle due donne, unite in matrimonio omosessuale come da nuova legge americana, è stata ritrovata sotto un dirupo di 30 metri.
Le due donne bianche avevano adottato sei bambini di colore, tutti morti.
Sarah Hart aveva assunto 42 dosi di Benadryl, mentre Jennifer Hart, l’autista, aveva una concentrazione di alcol nel sangue dello 0,102% quando ha spinto la macchina giù dalla scogliera. In California, è illegale per i conducenti avere un livello di 0,08 percento o superiore.
Jennifer – la figura dominante della coppia – viaggiava con i bambini ai festival musicali diverse settimane l’anno; Sarah era una commessa dei negozi Kohl. La famiglia riceveva circa $ 2000 al mese in assistenza all’adozione.
La storia, raccontata dal New York Times dal quale attingiamo, è tuttavia è ben più agghiacciante del semplice omicidio-suicidio per incidente stradale.
Le due donne bianche avevano adottato sei bambini di colore. Ora sono tutti morti.
Alle 15.38 di lunedì 26 marzo 2018 una turista tedesca chiamò la polizia da Juan Creek, lungo l’autostrada panoramica californiana Highway 1. Aveva notato qualcosa di strano: sembrava un veicolo sportivo o un’utilitaria ribaltato nell’oceano Pacifico.
All’arrivo della pattuglia, gli agenti trovarono il SUV. Jennifer Hart era al volante e sua moglie, Sarah Hart, intrappolata fra il tettuccio e i sedili posteriori. Erano entrambe senza vita.
Una coppia di madri omosessuali – una dittatoriale ed eccentrica, l’altra costantemente al lavoro e raramente a casa – che distribuivano pene crudeli e perennemente negavano il cibo ai loro sei figli.
Nell’arco di tre settimane la polizia scoprì anche i resti di quattro dei sei figli delle Hart – Mark, 19 anni; Jeremiah, 14 anni; Abigail, 14 anni; Ciera, 12 anni – e ne dichiararono il decesso. Scoprirono anche resti ossei in una scarpa da donna, e confermarono che si trattava dei resti di Hannah, 16 anni. Devonte, 15 anni, a gennaio era ancora considerato scomparso, ma si presume sia morto.
Jennifer, 38 anni, era ubriaca nel momento dell’accaduto e Sarah, 38, e due dei bambini avevano nel sangue una quantità di antistaminici tale da causare assopimento.
Punizioni e crudeltà
Le oltre 1.000 pagine di documenti investigativi divulgati dalla polizia dello stato di Washington – ultima dimora della famiglia omogenitoriale – mostrano un ritratto vivido della coppia e dei loro figli adottivi. Dipingono Jennifer e Sarah come madri adottive sottoposte a una crescente tensione, che fuggivano ai primi segnali di problemi e facevano terra bruciata intorno ai figli man mano che le indagini si intensificavano.
I bambini dovevano alzare la mano prima di parlare, erano nei guai se ridevano a tavola e in un caso fu loro proibito di dire ad uno dei bambini, Markis, «Buon compleanno» il giorno del suo compleanno.
Dozzine di pagine di rapporti redatti da funzionari per l’assistenza ai minori dipingono il ritratto di una coppia di madri omosessuali – una dittatoriale ed eccentrica, l’altra costantemente al lavoro e raramente a casa – che distribuivano pene crudeli e perennemente negavano il cibo ai loro sei figli.
Gli investigatori hanno anche intervistato almeno due donne che conoscevano la famiglia, e hanno dipinto un inquietante ritratto della vita domestica di questa famiglia omogenitoriale. Hanno detto agli investigatori che i bambini dovevano alzare la mano prima di parlare, erano nei guai se ridevano a tavola e in un caso fu loro proibito di dire ad uno dei bambini, Markis, «Buon compleanno» il giorno del suo compleanno.
In un altro episodio, è stato raccontato agli investigatori, Jennifer era rimasta con i bambini a casa sua. Ordinarono la pizza, ma Jennifer avrebbe permesso ai suoi figli di avere solo una piccola fetta ciascuno. La mattina dopo, però, la pizza era sparita – e Jennifer era arrabbiata, secondo i documenti. Disse alla donna che nessuno dei bambini avrebbe fatto colazione perché nessuno di loro aveva ammesso di aver mangiato la pizza. La donna ha detto che Jennifer avrebbe poi costretto tutti i bambini a sdraiarsi sul loro letto per circa cinque ore come punizione.
Affido con tendenze suicide
Secondo la dettagliosa ricostruzione del NYT, Jennifer Jean Hart e Sarah Margaret Gengler crebbero a 150 miglia di distanza nel South Dakota e si incontrarono alla Northern State University. Già nel 2005 convivevano ad Alexandria, Minnesota.
Dai documenti delle indagini emerge che ebbero in affido una sedicenne, che venne loro tolta per «tendenze suicide e minacce». La coppia era in procinto di adottare e disse: «Non vogliamo energia negativa intorno ai nostri bambini», come riportano i documenti.
L’assistente sociale aveva «caldamente raccomandato» la famiglia per l’adozione di un secondo gruppo di gemelli
Markis, Hannah e Abigail vennero affidati alle Hart il 4 marzo 2006 e la procedura di adozione venne completata sei mesi dopo. In un anno, le due donne trascorsero almeno 15 ore a prepararsi su temi come «l’esaltazione della diversità etnica» e «aiutare i bambini vittime di abusi».
«La famiglia Hart coglieva ogni occasione per valorizzare il patrimonio etnico dei figli», aveva scritto un assistente sociale in un rapporto per il Permanent Family Research Center, casa famiglia e agenzia di adozioni a Fergus Falls, Minnesota, che venne chiusa dopo una denuncia per violazioni del codice. L’assistente sociale aveva «caldamente raccomandato» la famiglia per l’adozione di un secondo gruppo di gemelli.
Jeremiah, Devonte e Ciera vennero adottati nel giugno 2008, come si legge nei documenti; Jennifer e Sarah si sposarono in Connecticut, dove il matrimonio omosessuale era già legale, l’anno seguente.
In una e-mail datata marzo 2009, Jennifer comunicava il nuovo progetto della famiglia: Sarah «sta cercando di rimanere incinta», scrisse.
«Ne parliamo da ormai 10 anni, ora abbiamo scelto il donatore», scrisse Jennifer. «Questo mese farà per la prima volta tutto il percorso. È abbastanza snervante».
Ma in luglio, scrisse in un’altra mail, il dottore «non riusciva più a sentire il battito».
Sei giorni dopo, aggiornò il suo destinatario: «Il bambino non ce l’ha fatta».
Ogni turbolenza veniva mascherata da video pubblici e post sui social media che le faceva apparire come una famiglia felice
Violenza domestica
Nell’agosto 2010, in una mail a un’altra donna, Jennifer si lamentava di Sarah perché aveva «detto cose molto offensive».
«Per un periodo mi sono sentita poco apprezzata e data per scontata nella relazione … e a volte non mi sentivo amata – scrisse – nel profondo del mio cuore so quanto mi ama … ma non è in grado di dimostrarmelo».
«Sentivo che stavo crescendo i bambini da sola – aggiunse –Ho bisogno di staccare».
Pochi mesi dopo, il Minnesota Child Welfare ricevette sei denunce di abusi e negligenze commessi dalle Hart – due delle quali ritenute verosimili. In un episodio, Sarah ammise di aver alzato le mani su Abigail. Dai rapporti si apprende che Sarah fu ritenuta colpevole del reato minore di violenza domestica. La disputa era iniziata per un penny, un centesimo di dollaro: i genitori ne scoprirono uno nella tasca di Abigail e la accusarono di mentire su come l’aveva preso. Ne seguì una sculacciata, che secondo le dichiarazioni documentate di Sarah Hart «andò fuori controllo».
In un episodio, Sarah ammise di aver alzato le mani su Abigail. Dai rapporti si apprende che Sarah fu ritenuta colpevole del reato minore di violenza domestica
La famiglia fece il primo grande trasloco a West Linn, Oregon, dove un anonimo comunicò alle autorità che i figli delle Hart apparivano malnutriti. Gli investigatori dell’Oregon avviarono un’inchiesta e interrogarono alcune donne che conoscevano la famiglia, che descrissero le Hart come genitori militari che imponevano ai figli una disciplina molto rigida. «Erano addestrati come Robot», riporta un articolo dell’anno passato.
Il discorso della privazione del cibo emerse più volte.
In un episodio del 2011, Hannah disse a un’infermiera della scuola che non aveva mangiato. Jennifer Hart si arrabbiò e spinse una banana e delle noci nella bocca del la bambina. Di fronte a questo fatto, Sarah Hart sostenne che la figlia Hannah stava «giocando alla food card» e che avrebbe dovuto semplicemente bere dell’acqua.
Un operatore per l’assistenza ai minori riferì che la scuola per bambini smise di chiamare le due madri, perché i funzionari temevano che i bambini sarebbero stati puniti.
Alla fine, un operatore per l’assistenza ai minori riferì che la scuola per bambini smise di chiamare le due madri, perché i funzionari temevano che i bambini sarebbero stati puniti. Alla fine, le signore Hart tirarono via i bambini da scuola, iniziarono a fare homeschooling e poi si trasferirono.
Ogni turbolenza veniva mascherata da video pubblici e post sui social media che le faceva apparire come una famiglia felice, seppur eccentrica. I video di YouTube pubblicati da Jennifer, infatti, mostrano Devonte che balla mentre gli altri figli intonano We Are So Provided For.
Ma a una manifestazione del 2014 a Portland, Oregon, contro le violenze della polizia, Devonte venne fotografato con espressione sofferente abbracciato a un poliziotto bianco. L’immagine diventò virale e segnò il momento per trasferirsi di nuovo.
Un anonimo comunicò alle autorità che i figli delle Hart apparivano malnutriti
Il problema, notò un assistente sociale del Minnesota, era che Jennifer e Sarah Hart «sembravano normali». Una vicina settantunenne le definisce «ragazze molto amichevoli», tuttavia dice al quotidiano americano che non conosceva bene i loro figli perché le madri «non li lasciavano uscire di casa molto spesso». Quando lo facevano, i bambini erano «molto disciplinati». «Scendevano tutti gli scalini a file singolo e uscivano nella fila singola del cortile». Il comportamento dei bambini la infastidiva, perché «non era quello dei bambini normali».
L’uccisione dei bambini
Nel maggio 2017 le Hart vivevano in un terreno di oltre 2 acri a Woodland, Washington. Le uniche due abitazioni nelle vicinanze erano chiuse da file di alberi e steccati. Bruce e Diana DeKalb vivevano in una di queste. Dissero agli investigatori che erano eccitati all’idea di avere dei nuovo vicini, ma li vedevano così di rado che si chiedevano se davvero una famiglia si fosse trasferita.
Era vero. All’1.30 di notte nell’agosto del 2017, Hannah suonò alla porta dei DeKalb e si precipitò all’interno. Le mancavano due denti ed era talmente magra che sembrava avere 6 o 7 anni, dissero i DeKalb in un’intervista.
All’1.30 di notte nell’agosto del 2017, Hannah suonò alla porta dei DeKalb e si precipitò all’interno. Le mancavano due denti ed era talmente magra che sembrava avere 6 o 7 anni, dissero i DeKalb in un’intervista.
«Potete portarmi a Seattle?» aveva chiesto al signor DeKalb, 63 anni.
Hannah raccontò di aver saltato dalla finestra del secondo piano per scappare. Disse di essere stata frustata e che le sue madri erano razziste.
Pochi minuti dopo, le madri di Hannah si presentarono alla porta e Hannah si nascose in camera da letto. Alla fine, la signora DeKalb concesse un po’ di tempo a Jennifer e Hannah per parlare da sole. Quando tornarono, Hannah si scusò e tornarono a casa.
Hannah e la famiglia tornarono la mattina seguente con una lettera di scuse. Jennifer spiegò che Hannah era bipolare e che non aveva accettato la morte del loro gatto. Infatti, insistette Jennifer, i bambini amavano la nuova casa, proprio come amavano l’avventura. I bambini annuirono.
«Era così convincente», disse la signora DeKalb, 59 anni, riferendosi a Jennifer. Ma era ancora preoccupata. Nei mesi che seguirono, nessuno dei bambini parlò con lei.
Poi, nel marzo 2018, Devonte iniziò a bussare alla loro porta in cerca di cibo.
Devonte disse che le madri avevano nascosto il cibo per punizione, ma chiese di non far sapere alla «mamma» che era stato lì. Quando la DeKalb chiese quale mamma, lui spiegò che c’erano «mamma e Sarah», e che «mamma era la responsabile degli abusi». Sarah non era d’accordo ma «tollerava» il comportamento di Jennifer.
«Dal profondo del cuore, assolutamente, credo a quello che mi ha detto», disse la signora DeKalb.
Devonte chiese anche di non chiamare la polizia perché temeva che la famiglia sarebbe stata divisa. Ma nei giorni successivi la signora DeKalb disse di avere intenzione di farlo. La notte seguente, quando Devonte si presentò alla loro porta, chiese: «Hai già chiamato?»
Devonte venne fotografato con espressione sofferente abbracciato a un poliziotto bianco. L’immagine diventò virale e segnò il momento per trasferirsi di nuovo.
Fu il signor DeKalb a contattare l’agenzia statale per la tutela dei minori il 23 marzo 2018.
In seguito furono travolti da un pensiero orribile: «Siccome le abbiamo segnalate, loro hanno preso i bambini e li hanno uccisi».
La fine
Non c’era niente di strano nell’atteggiamento di Sarah quel venerdì, disse agli investigatori uno dei colleghi di Sarah, che lavorava nel negozio Kohl’s. Altri invece ricordano che in passato faceva strane lamentele sui bambini e diventava visibilmente turbata dopo le chiamate di Jennifer.
Sarah lamentava che i bambini «non facevano nulla da soli», che avevano «problemi con il cibo» e che non potevano entrare in cucina.
Il vicedirettore disse anche che Sarah si preoccupava molto quando Jennifer chiamava o le mandava messaggi durante il lavoro, a volte usciva dalla stanza in lacrime e a pezzi dopo le telefonate.
Sarah lamentava che i bambini «non facevano nulla da soli», che avevano «problemi con il cibo» e che non potevano entrare in cucina.
Sarah raccontò al capo che Jennifer soffriva di depressione e disse a un altro collega che Jennifer «stava a letto a piangere tutto il giorno». Nei documenti delle indagini si legge che un parente stretto di Jennifer era «preoccupato per la sua salute mentale».
Il vicedirettore raccontò agli investigatori una conversazione con Sarah che gli rimase impressa: una volta gli aveva detto che «sperava che qualcuno le avesse detto che andava bene lo stesso non avere una famiglia numerosa».
«Allora – disse Sarah – non avremmo adottato i bambini».
Con tutto quello che stava accadendo a casa, disse il direttore, «Sarah non aveva mai saltato il lavoro».
I video esaminati dagli investigatori mostrano Sarah Hart lasciare Kohl’s intorno alle 17:26 del 23 marzo su una Pontiac bianca. Un ufficiale del servizio di tutela dei minori, attivato dalla chiamata del signor DeKalb, arrivò alla casa delle Hart circa 10 minuti prima e vide il SUV color oro imboccare la strada e accostarsi vicino alla casa, secondo il rapporto. L’assistente sociale bussò alla porta principale. Nessuna risposta. Lasciò il suo biglietto da visita. Prima delle 3 del mattino seguente Sarah Hart inviò un messaggio ad almeno tre colleghi: «Pensavo di riuscire a venire a lavorare, ma sono troppo ammalata».
Le autorità esaminarono il video di quella che sembra Jennifer a un negozio Safeway la mattina di domenica 25 marzo. Il supermercato era a circa 25 miglia da Juan Creek sulla Highway 1.
Gli inquirenti tornarono alla casa delle Hart il giorno successivo. Il SUV era sparito; una turista tedesca l’avrebbe ritrovato qualche ora dopo, ribaltato sulla scogliera a strapiombo nell’oceano Pacifico.
Essere genitori
Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni
Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».
Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).
Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.
Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.
Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.
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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.
La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.
Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.
Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.
Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.
Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.
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I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.
La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.
Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.
I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.
«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.
«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».
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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.
Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».
Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».
I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.
«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.
«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».
Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.
La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.
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