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Geopolitica

La Russia si prepara ad alzare il sipario

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. 

 

 

La Russia avanza a grandi passi per rendere operativi gli accordi di Ginevra dello scorso giugno. Fa rientrare la Siria nel consesso delle nazioni; si prepara a espellerne la Turchia, nonché a riconciliare Israele e Iran; consolida la propria presenza in Africa e distribuisce armi assolute in Asia. Gli Stati Uniti non sono più i padroni del mondo. Chi non sta al passo degli attuali scombussolamenti farà parte della schiera dei perdenti nell’èra che si sta preparando.

 

 

L’attuazione delle conclusioni del summit USA-Russia di Ginevra del 16 giugno 2021, la cosiddetta Yalta II, continua. Sembra che le concessioni di Washington a Mosca siano molto più rilevanti di quanto immaginato.

 

Il presidente Vladimir Putin continua il riordino del mondo, non solo nel Medio Oriente Allargato, ma anche in Africa e Asia. In quattro mesi si sono potuti osservare cambiamenti sostanziali.

 

Come da tradizione, la Russia non fa annunci, ma svelerà tutto in blocco, quando le cose saranno ormai irreversibili.

 

 

Gli anglosassoni hanno accettato la sconfitta

A inizio settembre gli Stati Uniti avevano lasciato intendere di autorizzare di fatto lo Hezbollah a violare l’embargo USA di Siria e Iran per procurarsi combustibile iraniano attraverso la Siria. In seguito la Giordania ha riaperto le frontiere con la Siria.

 

Infine la stampa anglosassone ha dato il via a una serie di articoli che sdoganano il presidente Bashar al-Assad dai crimini di cui era accusato e lo riabilitano. Tutto è iniziato con un articolo su The Observer – edizione domenicale di The Guardian – intitolato «Il reietto Assad spacciato in Occidente come chiave della pace in Medio Oriente». (1)

 

Passo dopo passo, si è arrivati a Newsweek, che ha pubblicato in copertina la foto del presidente siriano, con il titolo «Rieccolo», seguito dal sottotitolo esplicito «Sull’onda del trionfo sugli Stati Uniti, il leader siriano Bashar al-Assad reclama un posto sulla scena mondiale». (2)

 

La versione on-line del settimanale rincara la dose con la didascalia a una foto ove si parla del «presunto» attacco della Gutha, che i presidenti statunitense e francese, Barack Obama e François Hollande, avevano imputato al «regime criminale», accusandolo di aver oltrepassato «la linea rossa». Addio quindi alla retorica decennale del «Bashar deve andarsene!».

 

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi.

 

La riabilitazione della Siria sul piano internazionale è in corso: Interpol ha preso misure correttive per mettere fine all’emarginazione di Damasco; re Abdallah II di Giordania e sceicco Mohamed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere che si sono incontrati con il presidente Assad.

 

L’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, si è con discrezione recato a Damasco per discutere finalmente del rientro degli espatriati, cui gli Occidentali si sono opposti per decenni, pagando profumatamente i Paesi ospitanti, soprattutto allo scopo di non consentirne il rientro in patria.

 

 

La Turchia vittima del proprio doppiogioco

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha presentato al parlamento il prolungamento della missione delle forze armate turche contro i terroristi del PKK in Siria e Iraq, Paesi che Ankara occupa illegalmente.

 

Erdoğan fa il doppiogioco: membro della NATO, negozia con Washington l’acquisto di 80 aerei da combattimento e di 60 kit per modernizzare la flotta; al tempo stesso però negozia con Mosca, da cui ha già comperato gli S-400; un gioco pericoloso che volge al termine.

 

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi.

 

La Russia è consapevole che, nonostante le apparenze, non riuscirà a separare la Turchia dagli USA. Infatti Mosca combatte l’esercito turco in Libia e Siria, non si è dimenticata dell’impegno personale del presidente Erdoğan in Cecenia e, più in generale, del contrasto tra la Russia e gli ottomani.

 

La battaglia di Deraa, nel sud della Siria, si è conclusa a favore dell’esercito siriano, consentendo alla Giordania di riaprire le frontiere. Gli jihadisti di stanza a Deraa hanno preferito deporre le armi piuttosto che rifugiarsi a Idlib e mettersi sotto protezione turca. Ora le truppe siriane si stanno ammassando attorno al governatorato occupato di Idlib, pronte a liberare il territorio.

 

La stampa occidentale non ha fornito notizie sulla terribile battaglia di Deraa, dando per scontato che la città non avrebbe potuto essere liberata senza il discreto ritiro d’Israele e Stati Uniti. La popolazione, stremata dalle sofferenze, sembra al momento odiare sia i connazionali sia gli alleati di ieri che l’hanno abbandonata.

 

La Turchia si sta via via inimicando tutti i partner. In Africa compete con Stati Uniti e Francia. Il suo esercito combatte in Libia. In Somalia dispone di una base militare. Accoglie militari del Mali e li addestra, vende armi all’Etiopia e al Burkina Faso, ha firmato un accordo di cooperazione con il Niger; per tacere della sua base militare in Qatar e dell’impegno in Azerbaijan.

 

La vicenda Osman Kavala – dal nome dell’affarista di sinistra diventato uomo di George Soros in Turchia, arrestato nel 2017 – è foriera di guai. Una decina di Stati – fra cui Stati Uniti, Francia e Germania – hanno diffuso sui social network una lettera per chiedere la liberazione immediata dell’imputato, accusato di essere implicato nel tentativo di colpo di Stato militare del 15 luglio 2016. Il 22 ottobre il presidente Erdoğan ha reagito apostrofando con la solita arroganza gli ambasciatori dei Paesi coinvolti: «Tocca a voi dare lezioni alla Turchia? Ma chi vi credete di essere?».

 

La posizione personale del presidente Erdoğan sembra diventare sempre più delicata. Nel suo stesso partito tira aria di fronda. I suoi potrebbero dargli il benservito se le cose a Idlib volgessero al peggio.

 

 

Il Libano in bilico tra un futuro radioso e la guerra civile

Il presidente Joe Biden sembra intenzionato a lasciare il Libano alla Russia e a sfruttare le riserve di gas e petrolio a cavallo fra Libano e Israele. Ha mandato l’israeliano-statunitense Amos Hochstein, suo consigliere di lunga data, a fare la spola fra Beirut e Tel Aviv.

 

Il ricorso a questo personaggio attesta l’estrema importanza di quanto c’è in gioco. Hochstein, ex ufficiale dello Tsahal, è stato consigliere dell’allora vicepresidente Biden e in tale veste già nel 2015 gestì lo stesso dossier, sfiorando l’accordo. Oggi quest’uomo d’affari amorale può riuscirvi perché conosce bene sia il versante politico della vicenda sia i vincoli tecnici che implica lo sfruttamento degli idrocarburi. Hochstein spinge per lo sfruttamento dei giacimenti senza tuttavia risolvere la spinosa questione delle frontiere. Attraverso una convenzione preliminare, Libano e Israele potrebbero optare per una gestione condivisa e una ripartizione dei benefici.

 

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese.

 

Il parlamento libanese ha approvato nottetempo due emendamenti alla legge elettorale. Il primo, per anticipare al 27 marzo le elezioni legislative, inizialmente previste per l’8 maggio. I mussulmani chiedevano infatti di poter svolgere una campagna elettorale efficace, dal momento che la data prevista cadeva in pieno Ramadan.

 

La nuova data sembra però un modo per impedire al generale Abbas Ibrahim, capo del controspionaggio, di essere eletto e succedere al presidente del parlamento Nabbi Berry. La Costituzione prevede infatti che gli alti funzionari possano entrare in politica non prima di sei mesi dalla cessazione dell’incarico.

 

Il presidente Emmanuel Macron ha previsto di dispiegare truppe francesi per «garantire la sicurezza» dei seggi elettorali. L’8 maggio però Macron probabilmente non sarà più presidente e il successore potrebbe non approvarne la decisione. Il 27 marzo invece Macron sarà ancora alle leve del comando.

 

Il secondo emendamento modifica la modalità di voto dei libanesi all’estero. Non eleggeranno candidati esteri, ma voteranno i candidati della circoscrizione di origine. Alcuni sperano che la riforma modificherà sostanzialmente i risultati. Per la verità il cambiamento è poco rilevante giacché il sistema elettorale libanese fissa in anticipo il numero di deputati per gruppo confessionale, senza alcun rapporto con il peso demografico. Il Libano è un istruttivo esempio di elezioni non-democratiche.

 

L’altra grande diatriba riguarda l’inchiesta sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020.

 

Il giudice Tarek Bitar si scontra con tantissime immunità, cominciando da quella dell’ex primo ministro Hassan Diab, che al termine dell’incarico è fuggito negli Stati Uniti ed è oggetto di mandato di cattura.

 

Lo Hezbollah – che già ha pagato lo scotto dell’inchiesta sull’assassinio di Rafic Hariri – non vuole che l’istruttoria in corso segua lo stesso binario, ma deve fare i conti con il segreto istruttorio. Alla fine ha chiesto con veemenza una dichiarazione d’incompetenza del giudice e organizzato una manifestazione a sostegno. Arrivato al quartiere cristiano il corteo se l’è presa con membri delle Forze Libanesi di Samir Geagea, che hanno ucciso sette sciiti e ne hanno ferito una trentina. Si riaffaccia lo spettro della guerra civile.

 

Non si sa se le Forze Libanesi abbiano agito di propria iniziativa oppure su istigazione dell’Arabia Saudita, di cui il cristiano Samir Geagea è diventato ardente sostenitore.

 

 

Il lento avvicinamento di fratelli nemici, Israele e Iranì

Mosca affronta a tutto tondo la questione del conflitto fra Israele e Iran. Questi due Stati si scambiano discorsi ultra-bellicosi, ma quel che mettono in pratica è cosa diversa. In realtà agiscono di concerto per contrastare determinate tendenze politiche in casa propria. La caduta di Benjamin Netanyahu (discepolo del teorico colonialista Vladimir Jabotinsky) apre la via alla riconciliazione.

 

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988.

 

Durante i negoziati 5+1 del 2013-15, sfociati nell’Accordo di Vienna sul nucleare iraniano, Mosca non esigeva la fine del programma nucleare, ma che fosse messo sotto controllo per evitare la trasformazione in programma militare. Oggi la Russia è ancora su questa posizione. Le discussioni attuali riguardano dettagli tecnici, per esempio l’installazione di videocamere di controllo nelle centrali iraniane.

 

La lentezza di Teheran nel trattare il problema gioca a suo sfavore. Certamente il governo Raisi nel frattempo negozia con l’Arabia Saudita, che a sua volta tira per le lunghe la normalizzazione delle relazioni con Israele.

 

Il presidente Ebrahim Raisi spera di ottenere una partizione dei ruoli con Riad e di darne l’annuncio quando cederà sulla sorveglianza nucleare. Ma i sauditi sono impazienti e possono anche causare fastidi, come s’è visto con l’attacco ai manifestanti dello Hezbollah a Beirut.

 

Quanto agli israeliani, sottolineano che Teheran, diversamente da quanto afferma, non si appoggia semplicemente sulle comunità sciite straniere, bensì su ogni forza anti-israeliana, sciita o non sciita. Infatti l’Iran fornisce armi ad Hamas, sunnita. Si tratta di un’alleanza assai pericolosa, perché Hamas è il ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, sostenuto da Turchia e Qatar, ma non dall’Arabia Saudita.

 

Ora nella comunità mussulmana non ci sono più due campi (sciiti e sunniti), bensì tre: Iran, Arabia Saudita, nonché Turchia-Qatar.

 

Mosca agisce con pazienza con Tel Aviv. Vuole portare Israele alla restituzione del Golan sottratto alla Siria, fornendo garanzie sulla non-aggressività dell’Iran e sul suo ritiro dalla Siria.

 

 

Il Mali teme la Francia e cerca la protezione della Russia

La disfatta occidentale in Siria ha conseguenze impreviste in Africa, ove tutti hanno compreso che l’ordine che governava il mondo è stato rovesciato e che è più vantaggioso allearsi con Mosca piuttosto che con gli Occidentali. Se taluni Stati africani cercano di diversificare i sostegni militari rivolgendosi alla Turchia, la Repubblica Centrafricana e il Mali sono stati i primi ad aver rimesso in discussione l’aiuto dell’Occidente.

 

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile. Ma Mosca si è rifiutata di far intervenire le proprie truppe fintanto che la situazione è instabile; ha perciò preferito inviare un’agenzia militare privata, il Gruppo Wagner di Evguenij Prigozhin.

 

Nel 2019 il governo ha sottoscritto un accordo di pace con i 14 principali gruppi armati del Paese. Il Paese si è stabilizzato, ma il governo ne controlla soltanto una minima parte.

 

Il Mali è vittima diretta del rovesciamento nel 2011 della Jamahiriya Araba Libica. Muammar Gheddafi agiva per la riconciliazione fra arabi e neri, sicché il suo assassinio ha risvegliato conflitti di secoli, causando in Libia il ripristino della schiavitù e ridestando in Mali la volontà di dominio degli arabi sulle popolazioni di colore. Un conflitto che si manifesta attraverso la spinta jihadista araba nel nord del Paese.

 

Al momento, le forze francesi dell’operazione Barkhane tentano d’impedire la formazione di un Emirato islamico nel Sahel. Ciò in pratica significa scongiurare la conquista di una zona a popolazione nera stanziale da parte di jihadisti arabi nomadi, senza però combatterne le organizzazioni.

 

L’8 ottobre il primo ministro maliano, Choguel Kokalla Maïga, ha sputato il rospo dichiarando a RIA Novosti che la Francia addestra gli jihadisti nel campo di Kidal, il cui accesso è vietato alle forze maliane (3).

 

L’intervista è stata ripresa ampiamente dalle televisioni russe, ma non ha raggiunto le onde francesi. Le Monde si è limitato a pubblicare una precisazione di Choguel Kokala Maïga, che smentisce i negoziati con il Gruppo Wagner, ma al tempo stesso conferma i colloqui con Mosca… a proposito del Gruppo Wagner.

 

L’accusa di strumentalizzazione degli jihadisti è molto plausibile: all’inizio della missione la Francia trattenne i propri soldati per lasciare tempo agli addestratori qatarioti degli jihadisti di ritirarsi.

 

Altri jihadisti, questa volta in Siria, organizzarono manifestazioni per denunciare il doppiogioco della Francia, che da un lato li sosteneva in Medio Oriente e dall’altro proclamava di volerli combattere in Africa. Quando il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, espresse il proprio stupore all’omologo francese dell’epoca, Laurent Fabius, questi rispose ridendo che si trattava di realpolitik.

 

La giunta del colonnello Assimi Goïta (discepolo del rivoluzionario terzomondista Thomas Sankara) sta negoziando con la Russia per difendere il Paese dagli jihadisti inquadrati dalla Francia. Mosca dovrebbe agire come nella Repubblica Centrafricana: inviare un migliaio di uomini del Gruppo Wagner per ristabilire la pace civile. Il servizio reso dalla società militare russa dovrebbe essere pagato dall’Algeria.

 

 

L’equilibrio delle forze rimesso in discussione

Una appresso l’altra, Cina (4) e Corea del Nord avrebbero lanciato missili ipersonici. La Cina smentisce, la Corea invece lo proclama a gran voce.

 

Gli esperti, i parlamentari, nonché i generali americani sono terrorizzati perché gli USA non riescono a controllare questa tecnologia che li rende vulnerabili.

 

Si tratta di un tipo di missile che nasce dalla tecnologia sovietica. Nel 2019 il presidente Vladimir Putin aveva annunciato all’Assemblea Federale che la Russia sarebbe stata presto in grado di governare questi missili con cariche atomiche, capaci di colpire ovunque sulla terra, senza essere intercettati (6). Dal momento che è impossibile che Cina e, a maggior ragione, Corea del Nord abbiano raggiunto improvvisamente un livello tecnico così elevato, gli esperti sono unanimemente concordi nel ritenere che la Russia abbia fornito loro una versione della propria arma.

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete

 

Un trasferimento di tecnologia che sarebbe avvenuto prima dell’annuncio dell’Alleanza Australia/Regno Unito/USA (AUKUS) e che annulla gli sforzi di Washington di fronte a Beijing e Pyongyang.

 

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Assad the outcast being sold to the west as key to peace in Middle East», Martin Chulot, The Observer, 26 settembre 2021.

2) «Bashar is Back», Tom O’Connor, Newsweek, 22 ottobre 2021.

4)  «China’s leap in hypersonic missile technology shakes US intellligence», Demetri Sevastopoulo & Kathlin Hille, Financial Times,  18 ottobre 2021.

5) «Vladimir Putin Address to Russian Federal Assembly», Voltaire Network, 20 febbraio 2019.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Geopolitica

Macron attacca Trump per le parole sulle rivolte francesi

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Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «stupide» e «inaccettabili» le dichiarazioni dei leader stranieri sui disordini che stanno sconvolgendo la Francia, in un’apparente frecciata al presidente statunitense Donald Trump, che ha attribuito la responsabilità delle violenze alle politiche di frontiera lassiste di Parigi.

 

Nel fine settimana centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, dando vita a scontri con la polizia, incendi dolosi e saccheggi. Quasi 2.400 persone sono state arrestate, circa 1.000 agenti sono rimasti feriti, centinaia di negozi sono stati saccheggiati ed edifici dati alle fiamme, con danni stimati in «centinaia di milioni di euro».

 

Trump ha affermato che «migranti, jihadisti e comunisti» avevano «conquistato, saccheggiato e bruciato» la Francia, accusando Macron di non essere riuscito a mettere in sicurezza i confini, esortando  i leader europei a «chiudere le frontiere», prima di sfruttare i disordini per mobilitare i repubblicani in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre, avvertendo che le scene di «campanili in fiamme e incendi furiosi» erano «ciò che i democratici radicali vogliono fare all’AMERICA» con la loro agenda migratoria.

 

Mercoledì, parlando con i giornalisti, Macron ha accusato soggetti esterni di aver manipolato le informazioni sugli eventi a proprio vantaggio. «C’è stata una manipolazione delle informazioni da parte di potenze straniere, che ha dato origine a commenti inaccettabili e stupidi da parte di molte persone, compresi leader stranieri», ha affermato.

 

«Ci sono state persone che hanno affermato che siamo stati invasi da orde di migranti e islamisti, il che è completamente falso… Queste persone mi irritano.» Alla domanda se si riferisse a Trump, Macron ha risposto: «Tra gli altri».

Le autorità francesi hanno attribuito la responsabilità delle violenze principalmente a gruppi radicali di estrema sinistra e a criminali opportunisti, senza tuttavia collegarne l’organizzazione agli immigrati, che sono invece pienamente visibili nei video. Nel frattempo, i politici di tutto lo spettro politico francese hanno incolpato Macron e il suo governo per i disordini, accusando l’amministrazione di aver indebolito i servizi pubblici e di non essere riuscita a mantenere l’ordine.

 


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Macron ha rilasciato queste dichiarazioni durante un viaggio in Medio Oriente che si è rifiutato di rimandare nonostante le turbolenze interne, lasciando al suo governo il compito di gestire le conseguenze. Il vertice dell’Eliseo ha cercato di difendere la sua decisione, insistendo sul fatto che cambiare i suoi piani avrebbe denotato «nervosismo» e di aver fornito al suo governo una «tabella di marcia sufficiente».

 

Tuttavia, a soli sei mesi dalle elezioni presidenziali francesi e con il suo indice di gradimento ai minimi storici del 15%, il viaggio non ha fatto altro che alimentare la percezione di una presidenza zoppa, con Macron che ha letteralmente abbandonato la scena mentre Parigi e altre città bruciavano. La sua assenza ha suscitato critiche per il «presidente assente» e ha lasciato che i rivali Marine Le Pen, in testa ai sondaggi del primo turno per le elezioni di aprile 2027 con il 32-36% dei consensi, e Jean-Luc Mélenchon, dominassero il dibattito in patria.

 

Nel frattempo, il primo ministro Sébastien Lecornu ha imposto il coprifuoco in vista di nuove proteste, vietando gli assembramenti nei pressi dei luoghi simbolo di Parigi, tra cui il Louvre e gli Champs-Élysées, per tre giorni. La Francia prevede inoltre di schierare 1.000 agenti antiterrorismo a supporto delle forze di polizia sabato 24 ottobre. Giovedì Lecornu incontrerà i sindaci delle città colpite dalle rivolte per coordinare gli sforzi volti a prevenire ulteriori violenze.

 

Nel suo intervento, Macron ha anche respinto le ipotesi di interferenze straniere nelle proteste, citando la mancanza di prove. Le sue dichiarazioni sono giunte dopo una raffica di speculazioni da parte dei media occidentali, che cercavano di attribuire la responsabilità delle rivolte, diffusesi dalla Francia al Belgio, all’Italia, al Portogallo e all’Albania, a ingerenze esterne, con la Russia ancora una volta indicata come la solita sospettata.

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Testate giornalistiche come il Financial Times e il Telegraph, citando fonti «anonime», hanno riferito che diversi governi dell’UE avevano chiesto alle agenzie di intelligence di indagare su un possibile coinvolgimento russo. Il Financial Times ha esteso la lista dei sospettati a Iran e Algeria, affermando che alcuni funzionari avevano addirittura richiesto un’indagine formale da parte dell’UE.

 

Anche i funzionari europei si sono uniti alle accuse reciproche. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha suggerito che le rivolte fossero parte di una «guerra ibrida» condotta attraverso i social media da un attore non identificato. Il primo ministro albanese Edi Rama, che in passato ha lavorato direttamente con George Soros, si è spinto oltre, accusando apertamente i servizi segreti russi e iraniani. Eppure, a quanto pare, le accuse non sono riuscite a convincere nemmeno Bruxelles. Secondo Euronews, la Commissione europea ha rifiutato di avviare un’indagine, adducendo prove insufficienti.

 

Queste speculazioni seguono uno schema ormai consolidato, in cui i funzionari dell’UE invocano la «guerra ibrida» e la presunta «minaccia russa» in un clima di turbolenza interna. Proprio questa settimana, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha accusato Mosca e Minsk di «strumentalizzare la migrazione», collegandole alla crisi estiva di Ceuta, in Spagna, dove circa 70.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco, scatenando un’emergenza alle frontiere e ripercussioni politiche sulle politiche migratorie dell’UE. Tuttavia  non ha presentato alcuna prova che colleghi i due Paesi alla crisi, che invece è stata da altri connessa a manovre dello Stato di Israele, degli Stati Uniti e del Marocco.

 

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Immagine di © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni

 

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Geopolitica

Putin: la politica bellicista europea è «schizofrenia politica»

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Le ripetute affermazioni dei funzionari europei secondo cui la Russia rappresenterebbe una minaccia di guerra per i loro paesi equivalgono a una «schizofrenia politica», ha dichiarato il presidente russo Vladimiro Putin.   Il vertice della Federazione Russa ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì, parlando con il giornalista russo Pavel Zarubin dopo aver partecipato al congresso dell’Unione dei Lavoratori Teatrali al Teatro Bolshoi di Mosca.   Putin ha fermamente negato le ripetute accuse secondo cui Mosca si starebbe preparando a una guerra con l’Europa, liquidandole come parte della continua «campagna anti-russa» nel continente.   «Ormai arrivano a parlare costantemente di una “minaccia russa” e persino a discutere di preparativi per una guerra con la Russia, il che, a mio avviso, equivale a una sorta di schizofrenia politica. Ma spero che passi», ha dichiarato Putin. Il conflitto in Ucraina ha chiaramente dimostrato che la Russia non può essere sconfitta sul campo di battaglia, ha affermato il presidente, aggiungendo che l’idea di infliggere una «sconfitta strategica» al Paese è «semplicemente irrealistica». Putin ha espresso la speranza che coloro che ancora contemplano un simile scenario «giungano a riconoscere la realtà della vita moderna».   «Spero che si rendano conto che è meglio vivere in armonia con la Russia, una strada che serve veramente gli interessi dei loro popoli. Se si osservano i processi politici attualmente in corso in Europa, risulta evidente che i popoli europei non desiderano entrare in guerra con la Russia», ha affermato il presidente.   In realtà, nemmeno la Russia vuole combattere contro l’Ucraina, ha affermato Putin, sottolineando il passato comune e i legami di lunga data tra russi e ucraini. Tuttavia, Kiev stessa ha scelto la guerra nel 2014, quando ha optato per combattere contro la popolazione dell’allora Donbass ucraino, che aveva respinto il colpo di stato di Maidan, ha detto il presidente, aggiungendo che l’Ucraina ha anche respinto i ripetuti tentativi di Mosca di mediare in quel conflitto.   «Se l’attuale leadership ucraina vuole combattere, che combatta. Ma perché si aspettano che siano tutti gli altri a pagare il conto e a fornirgli le armi? Immagino che abbiano le loro ragioni, probabilmente radicate in promesse di aiuto fatte in passato. Ma sembra che quell’“aiuto” fosse destinato a durare fino all’ultimo ucraino», ha detto Putin.   Il presidente russo ha inoltre toccato la questione delle controversie territoriali tra Mosca e Kiev, sottolineando che la perdita di regioni precedentemente ucraine non dovrebbe essere considerata tale, poiché in realtà non sono mai state ucraine.   «Non è il loro territorio, è parte della Russia storica», ha sottolineato, aggiungendo che i residenti locali hanno votato per la secessione dall’Ucraina e la riunificazione con la Russia.   La Russia resta pronta a risolvere il conflitto in Ucraina attraverso la diplomazia, ha affermato Putin, ribadendo la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev.   «Lo scopo di questi negoziati sarà quello di discutere come garantire la sicurezza sia dell’Ucraina che della Russia in seguito alla conclusione di accordi di pace, nello specifico accordi definitivi e a lungo termine, piuttosto che una semplice cessazione temporanea delle ostilità», ha affermato il presidente, aggiungendo che le discussioni dovrebbero coinvolgere un’architettura di sicurezza paneuropea più ampia.   Mosca ha annunciato di essere pronta a riprendere i colloqui trilaterali dopo l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì. Il collaboratore del Cremlino Yurij Ushakov ha poi affermato che il prossimo round potrebbe tenersi ad Abu Dhabi verso la metà di novembre.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
 
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Geopolitica

L’Arabia Saudita giustizia una coppia bengalese per essersi baciata all’interno di una moschea

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Le autorità bengalesi chiedono chiarimenti dopo che il Regno dell’Arabia Saudita ha giustiziato due cittadini del Bangladesh per un «atto indecente» non meglio precisato all’interno di una moschea della Mecca.

 

Secondo quanto riportato da The Week, Nazrul Islam Basir, addetto alla manutenzione della Masjid al-Haram a Mecca, e Siti Akhtar sono stati giustiziati il 14 ottobre in seguito a una condanna lasciata alla discrezionalità del giudice. La famiglia di Basir sostiene che l’uomo fosse stato arrestato otto mesi dopo il suo arrivo in Arabia Saudita, avvenuto quattro anni fa.

 

L’«atto indecente» non è stato specificato, ma le prime indiscrezioni indicavano che la coppia sarebbe stata sorpresa a baciarsi all’interno della moschea. In ogni caso la BBC ha riferito che il tribunale ha ritenuto che l’atto violasse la «sacralità» della moschea.

 

Il padre di Basir ha detto della donna: «Non la conosciamo nemmeno. Ho sentito dire che lavoravano nello stesso posto», sebbene un altro membro della famiglia, rimasto anonimo, abbia affermato che il figlio avesse ammesso di aver avuto una «relazione» con lei. La famiglia sostiene che il figlio «abbia avuto una lite con una collega pakistana, che hanno accusato di aver complottato contro di lui».

Per quanto riguarda Akhtar, l’Indian Express ha riportato che suo padre ha affermato che era stata incastrata e imprigionata dopo una lite con altre colleghe, circa tre anni e mezzo fa. Dopo aver perso i contatti per un anno, aveva iniziato a chiamare i familiari mensilmente, ma senza fornire molti dettagli sulla sua situazione legale. «Durante una delle sue ultime telefonate, ha detto che forse sarebbe stata rilasciata dal carcere entro due mesi. Ci ha chiamato dal carcere anche solo 15 giorni fa. Anche in quell’occasione, non ha detto nulla sulla sua condanna», ha affermato il padre.

 

Né i funzionari del Bangladesh né i familiari delle vittime erano stati informati in anticipo dell’esecuzione. «A tal proposito, abbiamo presentato una nota verbale al Ministero degli Affari Esteri saudita, chiedendo un riconoscimento formale della vicenda», ha dichiarato il Consolato Generale del Bangladesh a Gedda. L’agenzia Reuters ha riferito che, al 20 ottobre, i sauditi non avevano ancora risposto.

 

In Arabia Saudita, monarchia islamica sunnita in cui la giustizia è definita dai dettami onnicomprensivi della legge della sharia, la libertà personale, politica, civile e religiosa è in gran parte inesistente.

 

L’Arabia Saudita ospita anche circa 3,5 milioni di lavoratori bengalesi (oltre a milioni di altri provenienti da altri Paesi) che inviano ingenti rimesse finanziarie ai loro Paesi d’origine. Tuttavia il trattamento umano di questi lavoratori è da tempo un grave problema.

 

«È innegabile che molti stranieri impiegati nel regno, in lavori che vanno dai più umili ai più qualificati, siano tornati a casa senza lamentarsi», si legge in un rapporto del 2004 di Human Rights Watch. «Ma per le donne e gli uomini che sono stati sottoposti a condizioni di lavoro pessime e sfruttatrici, violenze sessuali e violazioni dei diritti umani nel sistema giudiziario penale, l’Arabia Saudita ha rappresentato un vero e proprio incubo».

 

Il rapporto ha intervistato numerosi lavoratori e le loro famiglie provenienti da diversi Paesi, riguardo a una vasta gamma di esperienze traumatiche, la più estrema delle quali è rappresentata da «cinque casi di lavoratori migranti decapitati in Arabia Saudita all’insaputa delle loro ambasciate o dei loro parenti più stretti».

 

Più recentemente l’Organizzazione Europea Saudita per i Diritti Umani (ESOHR) ha riferito lo scorso dicembre che il regno saudita ha eseguito 347 condanne a morte nel 2025, «segnando un nuovo record per la nazione» dopo aver stabilito il precedente primato l’anno prima. Il 69% delle esecuzioni riguardava reati di droga, che in genere non sono punibili con la pena di morte in Occidente, e il 79% «riguardava crimini che non raggiungevano la soglia giuridica internazionale di ‘crimine gravissimo’», secondo l’organizzazione.

 

Inoltre il 57% di queste esecuzioni riguardava cittadini stranieri e «spesso» includevano violazioni del giusto processo e la mancata informazione delle famiglie fino a dopo l’accaduto.

 

Tra il 2020 e il 2022, l’Arabia Saudita aveva sospeso le esecuzioni per reati di droga. Tuttavia, sono riprese a dicembre 2022, provocando le proteste degli attivisti. Come riportato da Renovatio 21, nel marzo 2023 un immigrato giordano fu giustiziato per narcotraffico. Secondo quanto riportato, avrebbe offerto una confessione forzata.

 

Nel 2023, un rapporto congiunto di ESOHR e Reprieve ha rivelato che il tasso di esecuzioni di Riyadh è quasi raddoppiato da quando re Salman e suo figlio, Mohammed bin Salman, sono saliti al potere nel 2015. Tra il 2015 e il 2022, le esecuzioni sono aumentate dell’82 percento.

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Come riportato da Renovatio 21, ad inizio marzo 2022 furono giustiziate 81 persone condannate per crimini che vanno dall’omicidio all’appartenenza a gruppi militanti, in quella che si ricorda come la più grande esecuzione di massa conosciuta nel regno nella sua storia moderna: il numero di giustiziati ha superato persino il bilancio di un’esecuzione di massa del gennaio 1980 per i 63 militanti condannati per aver sequestrato la Grande Moschea della Mecca nel 1979, il peggior attacco di sempre contro il regno e il luogo più sacro dell’Islam. Tra i giustiziati c’erano 73 sauditi, sette yemeniti e un siriano.

 

Nel 2019, il regno ha decapitato 37 cittadini sauditi, la maggior parte dei quali minoranze sciite, in un’esecuzione di massa in tutto il Paese per presunti crimini legati al terrorismo. Ha anche inchiodato pubblicamente a un palo il corpo mozzato e la testa di un condannato come avvertimento per gli altri. Tali crocifissioni dopo l’esecuzione, sebbene rare, si verificano nel regno.

 

Piazza Deera, nel centro di Riyadh, conosciuta localmente come «piazza Chop-chop», è il luogo delle decapitazioni pubbliche.

 

Come scriveva nel 2015 un intervento sul New York Times: «Arabia Saudita, un ISIS che ce l’ha fatta».

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Immagine di Kaliper1 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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