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Geopolitica

La ribellione di Evgenij Prigozhin

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Al contrario dei commenti della stampa occidentale, Evgenij Prigozhin non ha tentato un colpo di Stato contro Vladimir Putin. Ha voluto ricattarlo per mantenere gli esorbitanti privilegi accumulati con la sua società militare privata. Alla fine si è arreso ed è rientrato nei ranghi.

 

 

Il tentativo di «colpo di Stato» di Evgenij Prigozhin può rovesciare l’esito del conflitto ucraino? Questo era l’auspicio della NATO che ha allertato gli agenti segreti dormienti in Russia. Il Regno Unito e gli Stati Uniti nutrivano la speranza di frazionare finalmente il Paese, cosa che non riuscirono a portare a termine nel 1991 (1).

 

La creazione di società militari private (SMP), tra cui il Gruppo Wagner, è stata un’idea, validata dal presidente Vladimir Putin, per testare nuove modalità di comando e adottare le più efficaci nelle forze armate. Per alcuni anni queste società hanno effettivamente sperimentato nuovi metodi e spesso ne hanno dimostrato l’adeguatezza. Era quindi arrivato il momento di concludere la ristrutturazione delle forze armate russe sciogliendo le SMP e integrandole nelle forze armate regolari (2). Il presidente Putin aveva fissato una data: il 1° luglio. Il mese scorso il ministro della Difesa ha perciò inviato proposte di contratto alle società militari private per pianificarne l’inserimento. Ma il Gruppo Wagner si è rifiutato di rispondere ed Evgenij Prigozhin ha moltiplicato gli insulti al ministro e al capo di Stato maggiore.

 

È importante capire cosa sta succedendo: la creazione di società militari private da parte della Russia è analoga a quanto fatto dagli Stati Uniti con il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: hanno incrementato il ricorso alle SMP a fianco del Pentagono. All’inizio l’idea ha funzionato, ma poi queste società hanno lavorato anche per la CIA e la mescolanza dei generi ha prodotto una serie di catastrofi. Quando le SMP lavoravano solo per il Pentagono i loro capi si esprimevano pubblicamente, come Erik Prince di Blackwater. Non hanno però mai preso posizione contro il segretario alla Difesa o contro il presidente del comitato dei capi di Stato maggiore.

 

Sia detto per inciso: né i soldati statunitensi di Black Water né quelli russi di Wagner sono mercenari. Combattono per il loro Paese e sono pagati per correre grandissimi rischi, che non possono essere chiesti ai soldati regolari. I mercenari invece combattono al comando di una potenza straniera in cambio di denaro.

 

Nessuno Stato può tollerare che il capo di una società militare privata, per due mesi pubblichi video incendiari contro i capi delle forze armate regolari, oltretutto in piena operazione militare.

 

La Russia invece lo ha consentito a Prigohzin. I corrispondenti da noi consultati in questi due mesi erano concordi nel ritenere che il Cremlino consentisse gli sbraitamenti di Prigohzin per attirare l’attenzione degli Occidentali e così distrarli dalla riorganizzazione delle forze armate regolari. Molti di loro hanno alzato gli occhi al cielo quando a marzo è corsa voce della candidatura di Prigohzin alla presidenza dell’Ucraina: l’imbroglione aveva perso il senso della misura?

 

Sin dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina i servizi segreti occidentali si sono concentrati su Prigohzin. Il 18 marzo hanno rivelato un migliaio di documenti sulle sue attività (3), nell’intento di dimostrare che la rete delle società da lui create avvalorava l’accusa alla Russia di non essere una potenza anticoloniale perché Wagner saccheggia l’Africa. Ma questi documenti mostrano che Prigohzin è un delinquente, ma non che deruba i Paesi con cui lavora.

 

Il capo di Wagner contribuiva a combattere la corruzione all’interno delle forze armate russe, ma questo non gli impediva di alimentare la corruzione fuori dalle forze armate. È possibile che, grazie a queste indagini, gli Occidentali abbiano trovato il modo di manipolarlo; Prigohzin è al tempo stesso patriota e truffatore acclarato, già condannato in Unione Sovietica. Non lo sappiamo e potremo saperlo solo dopo la conclusione della vicenda.

 

Resta il fatto che Prigohzin si è lanciato un un’impresa degna degli oligarchi dell’epoca di Eltsin. Sostiene che il ministro della Difesa, il tuvano Sergei Shoigu, è andato a Rostov sul Don per sovrintendere al bombardamento delle truppe di Wagner. Lo accusa di aver assassinato migliaia di suoi uomini. Infine, Prigohzin ha abbandonato il fronte per andare a sua volta a Rostov e occupare il quartier generale delle forze armate regolari. Ha annunciato di marciare su Mosca alla testa di 25 mila uomini per saldare i conti con il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore.

 

Nell’ultimo video Prigozhin dichiara: «Eravamo pronti a fare concessioni al ministero della Difesa, a consegnare le armi, a trovare un accordo su come continuare a difendere il Paese (…) Oggi hanno attaccato con razzi i nostri campi. Molti soldati sono morti. Decideremo come reagire a questa atrocità. Il prossimo round sarà nostro. Quest’uomo [il ministro della Difesa] sarà arrestato».

 

Wagner dispone sicuramente di 25 mila uomini, ma non tutti sono sul fronte ucraino. Molti sono in Asia e in Africa. Inoltre, benché disponga di aerei, la sua forza è inadeguata rispetto a quella delle forze armate regolari, per cui non avrebbe potuto proteggere la colonna dei suoi uomini dai bombardamenti.

 

In meno di una giornata tutte le autorità della Federazione di Russia hanno rinnovato la fedeltà al Cremlino. Il presidente Putin ha tenuto un discorso in televisione in cui ha richiamato il precedente del 1917, quando Lenin ritirò la Russia zarista dalla prima guerra mondiale sebbene fosse vicina alla vittoria. Putin ha esortato tutti ad assumersi le proprie responsabilità e a servire la patria invece di lanciarsi in avventure personali.

 

Nel suo discorso Putin ha anche elogiato il coraggio dei soldati di Wagner, molti dei quali sono morti per la patria: non li ha ritenuti responsabili della situazione, ma ha chiesto loro di non seguire il loro capo che si è messo contro lo Stato, quindi contro il popolo.

 

Il presidente Putin ha così concluso la breve allocuzione: «Salveremo ciò che ci è caro e consideriamo santo. Supereremo tutte le prove e diventeremo ancora più forti».

 

Il discorso televisivo del presidente è stato diffuso a ciclo continuo sulle reti televisive russe, rendendo drammatica la situazione.

 

Il Procuratore generale della Federazione di Russia ha aperto un’inchiesta su Prigozhin per «organizzazione di ribellione armata».

 

Le autorità ucraine hanno rivolto sui social network un appello all’opposizione bielorussa, invitandola ad approfittare del disordine russo per sollevarsi ed eliminare il presidente Alexandre Lukashenko (4).

 

I servizi segreti russi, che sin dall’inizio, in disparte, osservavano tutti i protagonisti della ribellione, hanno fatto arrestare in flagranza di reato i traditori che in Bielorussia e in Russia si sono tolti la maschera.

 

Nel corso della giornata il presidente bielorusso Lukashenko, che aveva ricevuto una telefonata da Putin, ha ingiunto a Prigozhin di abbandonare l’iniziativa e di riportare le truppe al fronte. Putin ha dato la propria parola di rispettare l’accordo firmato dal ribelle Prigozhin, il quale ha annunciato di desistere dal tentativo di rovesciamento di Shoigu e Gerasimov.

 

Fine della storia.

 

Prima osservazione: non si è mai trattato di un tentativo di colpo di Stato. Wagner non aveva i mezzi per prendere Mosca e Prigozhin non ha mai verbalmente attaccato il presidente Putin. Del resto quest’ultimo non ha mai denunciato un tentativo di colpo di Stato, ma parlato di «pugnalata alla schiena» delle forze russe impegnate in Ucraina.

 

Seconda osservazione: non è stato nemmeno un ammutinamento: Wagner non dipende dal ministro della Difesa, ma direttamente dalla presidenza. Prigozhin si è ribellato a essa, a essa soltanto: l’unica sua rivendicazione era conservare l’indipendenza dalle forze armate regolari. Sebbene rassegnato a rinunciare alle attività militari, non intende però rinunciare all’intreccio d’interessi sviluppati in tutte le zone operative in cui Wagner è presente. Come abbiamo detto, l’uomo è al tempo stesso un patriota e un truffatore.

 

Terza osservazione: secondo le parole del presidente Putin, si tratta di «ribellione armata» e di «abbandono di posto». Wagner ha lasciato il fronte, ma gli ucraini non hanno osato, o non hanno potuto, attaccare la sezione del fronte abbandonata. Ma non c’è nulla di più riprovevole per i russi di abbandonare il proprio posto. Per questa ragione il giorno precedente Prigozhin aveva diffuso un video in cui affermava che negli ultimi otto anni Kiev non ha mai bombardato il Donbass, contraddicendo spudoratamente le osservazioni dell’OCSE e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Sfortunatamente per lui, i russi non sopportano più che si metta in dubbio la loro buona fede.

 

Allo stato attuale delle cose s’impone un’ulteriore osservazione: pur ribellandosi al presidente Putin, Prigozhin non ha ucciso nessuno; le sue truppe sono entrate a Rostov sul Don senza incontrare resistenza. Le forze regolari russe non hanno attaccato la sede di Wagner a San Pietroburgo. Gli uomini di Prigozhin non hanno marciato su Mosca. Il ministero della Difesa sembra non abbia lanciato missili sui soldati di Wagner. Il procuratore generale ha chiuso la vicenda della ribellione. I miliziani di Wagner che non hanno partecipato alla ribellione sono stati immediatamente inseriti nelle forze armate regolari. Tre unità sono tornate al fronte. La sorte dei miliziani che hanno partecipato alla rivolta sarà decisa caso per caso.

 

In sostanza lo Stato non ne esce indebolito. I due vincitori sono la Federazione di Russia e la Bielorussia. Tuttavia permane nei russi l’impressione che la vicenda sia stata in gran parte una messinscena: una ribellione minacciosa immediatamente dissipata. L’unica cosa che resterà sarà la messa in causa del comando militare; un’idea ostinata, nonostante la fiducia della popolazione nello spirito di sacrificio dei soldati.

 

Al termine di questa strana vicenda il presidente Putin è intervenuto di nuovo in televisione, elogiando ancora i combattenti di Wagner e invitandoli a unirsi alle forze armate regolari, o ad altre forze di sicurezza. Ha offerto loro anche la possibilità di rientrare a casa propria o di unirsi a Prigozhin, in Bielorussia.

 

Sui social network circolano ipotesi di ogni genere. La più sorprendente rivela che Wagner non avrebbe potuto ribellarsi e marciare sulla capitale senza l’aiuto del ministero della Difesa, da cui riceveva i rifornimenti di carburante.

 

Nelle prossime settimane dovrebbe terminare l’ultima fase della trasformazione delle forze armate russe. Non è affatto certo che coloro che ieri si sono scontrati si rivelino avversari.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

2) «La riorganizzazione delle forze armate russe», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 3 giugno 2023.

2) Sono consultabili qui.

4) «Chi vuole rovesciare il presidente Lukashenko?», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 settembre 2020.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di  Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.

 

Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.

 

Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».

 

Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».

 

Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».

 

«E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».

 

Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».

 

«Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.   Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.   «La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».   Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.   La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.   Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.   Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.   La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.   Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.   Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.   Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.   Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.   In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.   Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.   Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.   Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.   In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.   Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».   Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.   Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.   La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.  

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Geopolitica

Gli Houthi rivendicano il controllo dello strategico stretto di Bab al-Mandeb

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I ribelli Houthi dello Yemen hanno preso l’importante città di al-Makha (Mocha), sul Mar Rosso, rafforzando il controllo sullo strategico stretto di Bab al-Mandeb.

 

Dopo diversi giorni di combattimenti aspri, gli Houthi hanno respinto da Mocha le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita, conquistando a quanto pare sia la città sia il porto. Video circolati online sembrano mostrare le forze Houthi entrare nella città portuale strategica, mentre il gruppo prosegue l’avanzata verso il controllo pieno della costa yemenita del Mar Rosso.

 

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Secondo alcune fonti, gli Houthi avrebbero anche sbarcato truppe sulle isole strategiche Hanish, dopo aver respinto più a sud le truppe governative. Una fonte militare anonima ha riferito a Reuters che il gruppo ha conquistato l’isola di Zuqar dopo attacchi missilistici e uno sbarco anfibio. Il controllo dell’area rafforzerebbe ulteriormente la posizione degli Houthi, potenzialmente interrompendo le vie di rifornimento governative e togliendo alle forze sostenute dall’Arabia Saudita un importante snodo logistico, hanno detto le fonti.

 

Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale non ha confermato la presa di Mocha. Tuttavia il tenente generale Tareq Saleh, le cui forze controllavano la città, ha dichiarato giovedì di aver ordinato loro di «riorganizzare i ranghi e stabilire un centro di comando alternativo in un luogo sicuro».

 

L’avanzata segnalata segna una netta escalation dopo circa quattro anni di relativa calma seguiti alla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022. Gli Houthi avevano già combattuto il governo yemenita riconosciuto internazionalmente da quando nel 2014 avevano preso Sana’a, spingendo una coalizione a guida saudita a intervenire.

 

Le tensioni si sono riaccese a luglio dopo che, secondo il governo yemenita riconosciuto internazionalmente, le sue forze hanno attaccato l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano con a bordo una delegazione Houthi. Gli Houthi hanno accusato l’Arabia Saudita, hanno dichiarato conclusa la fase di de-escalation e hanno poi annunciato un blocco navale del regno wahabita. A metà agosto il gruppo ha lanciato attacchi coordinati con missili e droni contro gli accampamenti del governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita, che a sua volta ha lanciato controffensive in diverse province.

 

All’inizio di questa settimana gli scontri si sono intensificati in modo marcato. Martedì gli Houthi hanno colpito infrastrutture energetiche e di altro tipo nel sud dell’Arabia Saudita, comprese quelle di Saudi Aramco, il maggiore produttore di petrolio del Paese. Gli Houthi hanno definito l’operazione una rappresaglia per gli attacchi sauditi in Yemen, sostenendo che Riyadh avesse effettuato 121 raid aerei nei tre giorni precedenti. Secondo l’agenzia di stampa Saba, gestita dagli Houthi, giovedì aerei sauditi hanno condotto altri 40 raid in quattro province yemenite.

 

La battaglia per la costa yemenita del Mar Rosso ha implicazioni che vanno ben oltre i confini del Paese. Bab al-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano e movimenta circa il 10% del commercio marittimo globale. La sua importanza per i mercati energetici è cresciuta in modo netto da quando, il 28 febbraio, è scoppiata la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e lo Stretto di Ormuzzo è stato di fatto bloccato, costringendo l’Arabia Saudita, uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, a dipendere di più dalle esportazioni attraverso il Mar Rosso.

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Saudi ARAMCO ha dirottato sempre più greggio attraverso l’oleodotto transfrontaliero verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da giugno i carichi hanno raggiunto una media di oltre 4 milioni di barili al giorno, più di quattro volte il livello dell’anno scorso. Le spedizioni di greggio saudita attraverso Bab al-Mandeb tra marzo e metà luglio sono state otto volte superiori rispetto allo stesso periodo del 2025, rendendo le interruzioni del traffico nello stretto una minaccia crescente per le esportazioni di petrolio del regno.

 

Gli Houthi hanno già interrotto la navigazione in passato, attaccando ripetutamente le navi nel Mar Rosso nel 2023, in quella che a loro dire era una dimostrazione di sostegno ai palestinesi durante la guerra di Israele a Gaza.

 

Nonostante il riaccendersi delle ostilità, Riad afferma che la via diplomatica resta possibile. Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, all’inizio di questa settimana ha accusato gli Houthi di anteporre «i propri ristretti interessi» a quelli dello Yemen, ma ha insistito sul fatto che «la strada della diplomazia non è chiusa».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

 

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