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La Francia chiede esercitazioni NATO in Groenlandia a fronte delle minacce di presa del potere da parte di Trump

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La Francia ha chiesto ufficialmente l’organizzazione di un’esercitazione NATO in Groenlandia, nel tentativo di contrastare le crescenti pressioni del presidente statunitense Donald Trump per acquisire il controllo dell’isola, hanno riferito mercoledì i media francesi, citando fonti dall’Eliseo.

 

Trump persegue da tempo l’obiettivo di porre la Groenlandia – territorio autonomo danese nell’Artico – sotto il controllo statunitense, motivandolo con esigenze di sicurezza nazionale e con la necessità di contrastare l’influenza di Russia e Cina. Sia il governo di Copenaghen sia le autorità autonome groenlandesi hanno tuttavia ribadito che lo status dell’isola non è in discussione né negoziabile.

 

La retorica aggressiva di Trump ha notevolmente inasprito i rapporti con i partner europei della NATO, che hanno respinto in blocco qualsiasi cambiamento dello status quo e hanno avvertito che un’azione unilaterale in tal senso rischierebbe di mettere in crisi l’intera alleanza.

 

Secondo TF1 e France 24, Parigi ha formalmente presentato alla NATO la richiesta di esercitazioni congiunte sul territorio groenlandese. Fonti governative francesi hanno spiegato che manovre a livello di alleanza implicherebbero necessariamente la partecipazione degli Stati Uniti e rappresenterebbero una chiara dimostrazione di sostegno alla Danimarca, nonché la prova che la sua sicurezza e sovranità vengono prese sul serio da tutto il blocco.

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«La Francia chiede un’esercitazione NATO in Groenlandia ed è pronta a prendervi parte», ha dichiarato la presidenza francese, secondo quanto riportato.

 

La scorsa settimana, diversi Paesi europei della NATO contrari ai piani di Trump – tra cui Francia, Germania e Regno Unito – hanno inviato piccoli contingenti militari in Groenlandia per una fase di ricognizione in vista delle esercitazioni danesi «Arctic Endurance». Tale mossa è stata interpretata come un gesto simbolico di riaffermazione della sovranità danese sull’isola. Le esercitazioni, tuttavia, si svolgono al di fuori del quadro NATO e non coinvolgono gli Stati Uniti. In risposta, Trump ha minacciato l’imposizione di dazi doganali sui Paesi contrari alla sua proposta, suscitando a sua volta avvertimenti di contromisure da parte dei leader europei.

 

Trump ha annunciato di aver programmato diversi incontri bilaterali con leader europei durante il World Economic Forum di Davos in corso questa settimana proprio per discutere della Groenlandia. Martedì, parlando con i giornalisti, ha ribadito che sul suo obiettivo di controllo dell’isola «non c’è ritorno indietro». Alla domanda su fino a che punto sarebbe disposto a spingersi, ha risposto in modo enigmatico: «Lo scoprirete».

 

Nel discorso pronunciato martedì a Davos, il presidente francese Emmanuel Macron ha duramente criticato la retorica di Trump sulla Groenlandia, definendo gli Stati Uniti «bulli» e insistendo che l’Europa non si lascerà intimidire, preferendo «lo stato di diritto alla brutalità».

 

Martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha smentito categoricamente le affermazioni di Trump secondo cui Mosca o Pechino costituirebbero una minaccia per la Groenlandia, sottolineando che «Washington sa perfettamente» che nessuna delle due potenze ha intenzione di impossessarsene.

 

Analogamente, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha invitato gli Stati Uniti a non usare la «minaccia cinese» come pretesto inventato per perseguire i propri interessi sull’isola.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic

 

 

 

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Militaria

Gli Stati Uniti valutano il ritiro completo delle truppe dalla Siria

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Gli Stati Uniti stanno considerando un ritiro totale delle proprie truppe dalla Siria. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti anonime. La pubblicazione spiega che tale valutazione è stata scatenata dall’avanzata delle forze governative siriane della scorsa settimana, la quale ha gravemente indebolito le Forze Democratiche Siriane (SDF), a maggioranza curda e sostenute dagli USA.   Nel 2014, nel pieno della guerra civile siriana, Washington decise di stabilire una presenza militare nel Paese mediorientale e da allora ha mantenuto un contingente in varie basi situate nel nord-est e nel sud della Siria. Le autorità statunitensi hanno sempre presentato questa missione come un’operazione volta a contrastare i militanti jihadisti, inclusi i residui dello Stato Islamico, detto anche ISIS.   Al momento, stando alle informazioni circolate, circa 1.000 militari americani sarebbero ancora presenti in Siria.

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In un articolo pubblicato giovedì, il WSJ ha riferito che il Pentagono ha iniziato a interrogarsi sulla «fattibilità» della permanenza militare statunitense nel Paese, nel caso in cui le milizie curde alleate dovessero dissolversi del tutto sotto la pressione del governo guidato da Ahmed al-Sharaa. Il giornale cita fonti secondo cui Washington nutre forti dubbi sulla possibilità di una collaborazione efficace tra le proprie forze e le truppe governative siriane, a causa delle presunte legami jihadisti di alcune di queste ultime.   Secondo il WSJ, nel corso dell’ultima offensiva contro i curdi, l’esercito governativo si è avvicinato «pericolosamente alle truppe statunitensi», arrivando a far sorvolare un drone nelle vicinanze di una base americana.   Lo scorso dicembre, due soldati americani e il loro interprete sono stati uccisi, mentre altri tre militari sono rimasti feriti, in un attacco compiuto da un «uomo armato solitario dell’ISIS» nei pressi della città siriana di Palmira. Gli Stati Uniti hanno risposto alcune settimane dopo con raid contro obiettivi dello Stato Islamico.   Le SDF, a guida curda, hanno subito una pesante sconfitta dopo che, verso la fine dello scorso anno, le forze governative siriane hanno avviato una vasta offensiva contro le loro posizioni nelle regioni nord-orientali del Paese.   Domenica scorsa, il governo di Damasco – insediatosi dopo la destituzione del presidente Bashar Assad nel dicembre 2024 – ha reso noto di aver raggiunto un accordo con le milizie. In base a tale intesa, le unità delle SDF verranno integrate nell’esercito e nelle forze di sicurezza siriane, mentre Damasco riprenderà il pieno controllo sui governatorati nord-orientali di Raqqa, Deir ez-Zor e Al-Hasakah.   Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa l’allora presidente siriano Bashar Assad si è spinto a dire di avere le prove che terroristi islamisti siano addestrati sul territorio della base militare americana (illegalmente presente su territorio siriano) di Al-Tanf.   Già nel 2022 l’Intelligence russa accusava gli Stati Uniti di addestrare militanti ISIS in Siria per la guerra ucraina. I miliziani takfiri consumerebbero così il loro desiderio di vendetta nei confronti dei russi. L’ISIS, ancora presente sul territorio, un anno fa ha ucciso a Palmira 14 soldati siriani.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2024il ministro degli Esteri russo Sergio Lavrov ha affermato che la presenza militare statunitense nelle province siriane ricche di petrolio, nonché le paralizzanti sanzioni economiche imposte nel corso degli anni, hanno contribuito alla caduta dell’ex presidente Bashar Assad.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva già espresso scetticismo riguardo al mantenimento delle truppe in Siria. Durante la caduta di Damasco a dicembre, aveva scritto sui social media: «La Siria è un disastro, ma non è nostra amica. Non dovremmo averci niente a che fare».   Come riportato da Renovatio 21, il ritiro di Trump dalla Siria era stato pianificato appena entrato in carica.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa si erano diffuse voci di violenti scontri tra l’esercito siriano e forze americane e dei curdi filoamericani. Tensioni si erano registrate anche due mesi fa, mentre a marzo le basi americane erano state attaccate da missili.   Sempre a inizio anno l’allora Capo di Stato Maggiore USA Mark Milley aveva visitato le truppe americane che occupano parte della Siria. Milley, come noto, è stato recipienti pochi giorni fa di una grazia preventiva da parte del presidente uscente Joe Biden.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa milizie irachene avevano lanciato attacchi con droni alla guarnigione USA di stanza nella controversa base siriana citata come centrale del terrore da Assad. Ulteriori scontri si erano registrati presso Deir ez Zor, luogo di occupazione USA ricco di petrolio.   Bombardamenti ritorsivi da parte dell’aviazione statunitense si sono avuti in queste settimane, l’ultimo a dicembre 2024. Il Pentagono sostiene che i raid aerei sono attacchi a quelli che sostiene siano «proxy iraniani» in Siria.   Milizie arabe avevano attaccato gli americani in Siria ancora pochi mesi fa.   Gli Stati Uniti mantengono una forza di circa 900 militari in Siria, mantenendo un’impronta nel Paese dilaniato dalla guerra dal 2016. Tuttavia, la loro presenza laggiù non ha legalità, non avendo acquisito né il permesso di Damasco né un mandato da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

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A marzo 2023 il deputato della Florida Matt Gaetz aveva tentato inutilmente di far votare una risoluzione – War Powers (H.Con.Res.21) – per la rimozione delle truppe statunitensi dalla Siria. «Il presidente dei capi di Stato maggiore Mark Milley ha fatto una rara visita senza preavviso in Siria sabato» aveva detto il giovane rappresentante floridiano «che è stato il suo primo viaggio in quel luogo come massimo generale americano. Lo scopo era quello di riaffermare la presenza e la missione delle truppe statunitensi lì, anche se il pubblico si è in generale stancato dei coinvolgimenti militari stranieri».   È noto che, nonostante vi siano soldati USA morti, la maggior parte degli americani è completamente all’oscuro del fatto che la Casa Bianca abbia dispiegato truppe per occupare parte della Siria negli ultimi otto anni.   Gaetz, avversato fortemente dalla lobby ebraica, era stato nominato a capo del dipartimento di Giustizia, ma ha rinunziato a causa di uno scandalo – latente da anni – di natura sessuale.   Come riportato da Renovatio 21, del ritiro USA dalla Siria si parlava ancora lo scorso aprile.  

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Orban: l’Europa è «governata dalla troika bellica tedesca»

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Secondo il primo ministro ungherese Viktor Orban la «troika di guerra tedesca» che domina le istituzioni dell’Unione Europea sta determinando la linea bellicosa del blocco.

 

Parlando lunedì durante un comizio a Budapest, Orbán ha indicato i tre principali esponenti «tedeschi favorevoli alla guerra»: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il leader del Partito Popolare Europeo (PPE) al Parlamento Europeo, Manfred Weber.

 

«Il fatto è che l’Europa è controllata da una troika di guerra tedesca… Sono queste tre persone a modellare la politica di guerra europea attuale», ha dichiarato Orban.

 

Il premier magiaro fatto riferimento all’ultimo pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro concesso dall’UE a Kiev, sostenendo che in realtà Bruxelles stia finanziando il conflitto ucraino per altri due anni con risorse che non possiede. Poiché l’Ucraina non sarà mai in grado di restituire tali somme, «saranno i nostri figli e nipoti a dover pagare il conto», ha aggiunto.

 

Orban ha inoltre rilevato che i leader occidentali stanno già discutendo apertamente dell’ipotesi di inviare truppe in Ucraina sotto la copertura di contingenti di «mantenimento della pace».

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«L’esperienza storica dimostra che le forze di pace europee finiscono regolarmente per trasformarsi in forze di guerra. Per questo motivo non consiglio all’Ungheria di inviare soldati oltre i propri confini, in qualsiasi quadro europeo di peacekeeping», ha precisato.

 

Per la Russia, la presenza di truppe NATO in Ucraina – qualunque sia il pretesto – rappresenta da anni una linea rossa invalicabile: Mosca considera tali iniziative un tentativo deliberato di sabotare gli sforzi diplomatici mediati dagli Stati Uniti.

 

Il Cremlino ha inoltre denunciato l’escalation della retorica bellicosa da parte di Ursula von der Leyen, dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE Kaja Kallas e dei leader di Regno Unito, Francia e Germania.

 

«Si stanno preparando seriamente a una guerra contro la Federazione Russa e, di fatto, non lo nascondono più», ha affermato martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov durante una conferenza stampa.

 

Mosca, ha ribadito il capo della diplomazia russa, resta concentrata sull’eliminazione delle cause profonde del conflitto in Ucraina – cause che, secondo la sua visione, l’Occidente ha coltivato per anni con l’obiettivo di trasformare Kiev in una «minaccia permanente alla sicurezza della Russia».

 

Come riportato da Renovatio 21, il Weber a fine dicembre aveva dichiarato che Berlino dovrebbe inviare truppe in Ucraina nell’ambito di un eventuale accordo di pace.

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Il sindaco di Kiev teme una «catastrofe umanitaria». Zelens’kyj rifiuta di incontrarlo

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Il sindaco di Kiev Vitali Klitschko ha lanciato un grave allarme: la capitale ucraina sta precipitando verso una «catastrofe umanitaria», secondo quanto dichiarato in un’intervista al Times pubblicata martedì. Nel corso della stessa intervista, Klitschko ha attribuito pubblicamente la responsabilità della drammatica situazione in città al presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj.   Circa 5.600 condomini risultano ancora privi di riscaldamento, ha spiegato il sindaco al quotidiano britannico, descrivendo la crisi come «critica». Ha invitato i residenti a lasciare la metropoli da tre milioni di abitanti e ha rivelato che solo nel corso di questo mese ben 600.000 persone hanno già abbandonato la città.   In precedenza Klitschko aveva collegato le interruzioni di corrente alle ripetute ondate di attacchi russi contro le infrastrutture energetiche ucraine. La scorsa settimana Mosca ha rivendicato di aver colpito impianti di produzione di droni, infrastrutture energetiche e altri obiettivi militari, motivando le operazioni come risposta agli attacchi ucraini contro le strutture energetiche russe e a quelli che ha definito «bombardamenti indiscriminati contro civili».

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Zelens’kyj, dal canto suo, ha addossato la colpa al sindaco, sostenendo in un discorso pubblico la scorsa settimana che Kiev risulta meno preparata alla crisi energetica rispetto ad altre città, come ad esempio Kharkiv. Klitschko ha respinto le accuse come infondate, precisando che il presidente ha ignorato le sue ripetute richieste di un incontro per affrontare la situazione. Il sindaco ha inoltre sottolineato che la produzione e la distribuzione di energia elettrica competono al governo centrale, non al comune.   Il deputato dell’opposizione Yaroslav Zheleznyak ha attribuito responsabilità condivise sia a Zelens’kyj sia a Klitschko, invitandoli a «smettere di scaricarsi la colpa a vicenda».   Tuttavia, Zheleznyak ha aggiunto che la sua «prima domanda è rivolta a Zelens’kyj, soprattutto dopo tutti gli scandali di corruzione emersi». Secondo il parlamentare, da quattro anni la città è amministrata da un’amministrazione militare direttamente legata al presidente e dispone del «bilancio comunale più grande del Paese».   L’Ucraina è stata travolta a novembre 2025 da un colossale scandalo di corruzione che ha coinvolto Timur Mindich, stretto collaboratore e socio in affari di Zelens’kyj. Secondo le accuse, Mindich avrebbe gestito un sistema di tangenti da 100 milioni di dollari nel settore energetico, settore fortemente dipendente dagli aiuti occidentali. Lo scandalo ha provocato le dimissioni di diversi ministri, tra cui Svetlana Grinchuk (Energia) e l’allora capo dello staff presidenziale Andriy Yermak.

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Immagine di Chatham House via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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