Pensiero
La crudeltà delle nuove leggi razziali
Pubblicato nottetempo in Gazzetta Ufficiale l’ennesimo decreto legge liberticida per fronteggiare un’emergenza fuorilegge: è l’ennesima esplosione di surrealtà logica e giuridica fabbricata per noi, senza tregua, nel premiato laboratorio dell’autocrazia.
Al di là dell’abuso conclamato, ormai canonico, della decretazione d’urgenza abbinata al voto di fiducia – meccanismo eversivo con cui l’esecutivo uno e trino sta imponendo ai sudditi ogni sorta di aberrazione senza alcun filtro parlamentare – è invalsa nell’uso un’altra pratica tanto assurda quanto, evidentemente, proficua: la diffusione di bozze che anticipano testi normativi fantasiosi e futuribili. Così che tutti – pennivendoli, fruttivendoli, blogger, pensatori e passeggiatrici – si possano avventare sulla bozza (tempestivamente tradotta in specchietti colorati, a beneficio degli analfabeti) come cani intorno all’osso, commentarla ciascuno nella propria lingua madre, sì da offrire spunti veraci, come si suol dire «dal basso», al prolifico demiurgo statale: quello che ci vuole un bene dell’anima e che si affanna giorno e notte nelle stanze dei bottoni per la nostra salute e la nostra prosperità.
Il brainstorming diffuso va avanti fino a che, a un certo punto, tastati i polsi e captati gli umori, tac, il nuovo pacco arriva via Gazzetta Ufficiale. Sempre di notte. E, sempre, avendo aggiustato il tiro rispetto alla bozza esplorativa.
In sostanza, il popolo, da sovrano quale sta scritto dovrebbe essere, diventa consulente stabile e gratuito del tiranno in fase legislativa. Consulente contra se, si intende, ché gli spunti che elargisce servono al tiranno a infierire meglio, e di più.
La procedura innovativa di fabbricazione delle norme prevede anche il simpatico effetto collaterale del sovraffollamento di decreti in coda per la (finta) conversione: essi infatti nel frattempo si accavallano, si arruffano, litigano in una babele di disposizioni – espresse, implicite, rinviate, richiamate – che investono la medesima materia del contendere. Tutto sotto il segno dell’incertezza del diritto, altro principio guida fondamentale dell’ordinamento invertito.
Sono tante le belle trovate sfacciatamente incostituzionali del regime diversamente democratico che plasma le nostre vite e ne decide le sorti: acrobazie mai viste prima, miserabili, sadiche e a loro modo geniali, perfettamente inscritte nel nuovo libro liturgico (ai riti non si rinunzia) del manicomio a cielo aperto che porta il nome ITALIA come ragione sociale, batte moneta aliena e sventola abusivamente bandiera tricolore. La stessa, magica, terra, i cui siti più incantevoli sono già offerti in saldo stagionale ai magnati filantropi produttori e promotori di veleni. Ciò che si dice, un circolo virtuoso.
Vogliono prenderseli tutti, i nostri figli, e sfilare loro la vita dalle mani, per sostituirla, in cambio di un marchio a scadenza, con una sua imitazione, più che sbiadita, oscenamente snaturata
Ma, più di ogni altro sopruso in atto, a svelare il volto perverso dello strapotere al potere è la violenza con la quale il manipolo di pupazzi deformi, dotati di scettro finto e di manganelli veri, si avventa sui bambini e sui ragazzi, manifestando il senso di un programma che va ben oltre la criminalità.
O meglio, opera su di un piano altro, impermeabile alle categorie del diritto plasmate ad uso umano nel tempo ormai lontano della civiltà: quelle categorie destinate cioè, per loro natura, a creature fatte di carne e di sangue, di spirito e di ragione, vocate alla vita, alla convivenza sociale e all’edificazione personale e collettiva.
La logica intrinseca, la ragionevolezza che per definizione innerva le maglie della Legge non appartiene più alle leggi divenute grida demenziali e disarticolate, vomitate a fiotti nel circo dei bravi, dei nani e delle ballerine.
Vogliono prenderseli tutti, i nostri figli, e sfilare loro la vita dalle mani, per sostituirla, in cambio di un marchio a scadenza, con una sua imitazione, più che sbiadita, oscenamente snaturata.
Vogliono espugnare di questi figli l’anima e il corpo e farne automi invertebrati che si muovono in banchi, pilotabili a distanza con le leve di un telecomando truccato
Vogliono espugnare di questi figli l’anima e il corpo e farne automi invertebrati che si muovono in banchi, pilotabili a distanza con le leve di un telecomando truccato. Cavie, prede, giocattolini da testare, manipolare, smontare, programmare, aggiornare, hackerare, alla fine da rompere e buttare via, nell’orgia tecnologica che punta a travolgere ogni residuo di umanità per venerare solo l’artifizio e la morte.
Nessuno, insomma, deve sfuggire alla morsa della follia scandita giorno dopo giorno a suon di sproloqui d’urgenza, emessi sempre col favore del buio e anche nei giorni delle feste più belle. Soprattutto nei giorni delle feste più belle: alla vigilia del Natale, dell’Anno Nuovo, dell’Epifania di Gesù bambino. Un compiacimento blasfemo accompagna le sortite degli orchi – mai sottovalutare i simboli e il loro uso beffardo.
Gli orchi in outfit formale alternano forza bruta e ricatti infami per guadagnarsi la condiscendenza delle vittime; ottengono dalle vittime un’obbedienza artificiale e in buona parte inconsapevole che, come effetto avverso diffuso, genera malattia, alienazione, lacerazione e dolore. Tanto dolore. Negli individui, nelle famiglie, nelle comunità di intenti e di valori.
Retate periodiche assicurano al vivaio nuovi rifornimenti di carne fresca. Da tempo funziona, a mo’ di basso continuo, l’intimidazione psicologica, indefessa e incombente.
È dall’inizio dell’anno che nelle scuole di ogni ordine e grado si promuove la separazione tra i buoni e i cattivi – civili e incivili – secondo il criterio unico sanitario che ha soppiantato tutti gli altri, con buona pace delle norme europee sulla riservatezza dei dati personali con cui ci hanno fatto per anni una testa così. E con buona pace, anche, dei ritornelli beoti sull’inclusione e sull’accoglienza, e dei giochi di prestigio sul bello dell’uguaglianza in alternanza al bello delle diversità.
L’apartheid è sdoganata, anzi incentivata, dalla pletora di protocolli ministeriali che delle fonti pregresse, sopraordinate, possono farsi un baffo, prevedendo impunemente discipline differenziate per gli scolari marchiati (da premiare) e quelli non marchiati (da punire)
L’apartheid è sdoganata, anzi incentivata, dalla pletora di protocolli ministeriali che delle fonti pregresse, sopraordinate, possono farsi un baffo, prevedendo impunemente discipline differenziate per gli scolari marchiati (da premiare) e quelli non marchiati (da punire).
I presupposti su cui si fonda la disparità di trattamento tra i due gruppi sono del tutto pretestuosi, arbitrari, ridicoli: l’obiettivo è semplicemente quello di esporre i reietti alla gogna, al fine di scavarne sempre più a fondo la segregazione. Proprio come si conviene a un ambiente che si dice educativo, avvezzo a celebrare compulsivamente giornate delle memorie, per non dimenticare.
Ma al Moloch famelico il bottino non basta mai.
Vuole rastrellare i superstiti disobbedienti e così colpisce i trasporti (treni, autobus, corriere), lo sport (campi da gioco, impianti, società sportive, competizioni), la musica (conservatori, scuole di musica, concerti), la cultura (atenei, musei, biblioteche, teatri), lo svago (cinema, locali, luoghi di ritrovo), i viaggi. Nulla deve essere più accessibile ai giovani privi del sigillo di Stato, condannati senza processo alla morte civile.
La crudeltà sottesa alle nuove leggi razziali, infatti, va ben oltre l’esclusione fisica dagli spazi inaccessibili: investe le amicizie di una vita, le compagnie e gli amori, i sacrifici fatti in anni di studio o di allenamento per vincere o per migliorare se stessi; costringe a dover scegliere tra il cedere il proprio corpo alla sperimentazione ripetuta, per un tempo indefinito e con un rischio che sicuramente sovrasta il beneficio, e il proseguire sulla rotta tracciata, e preservare quelle amicizie, quegli amori e quelle compagnie, sopravvivere nonostante tutto in una società che si sa essere malata terminale.
La crudeltà sottesa alle nuove leggi razziali, infatti, va ben oltre l’esclusione fisica dagli spazi inaccessibili: investe le amicizie di una vita, le compagnie e gli amori, i sacrifici fatti in anni di studio o di allenamento per vincere o per migliorare se stessi; costringe a dover scegliere tra il cedere il proprio corpo alla sperimentazione ripetuta,e il proseguire sulla rotta tracciata
Il supremo garante della Costituzione, intanto, si appresta a consegnare al suo successore un Paese che dice «unito». Unito forse, questo sì, nell’obbedienza, più o meno cieca più o meno sofferta, a un sistema mostruoso.
Nella realtà, egli consegna un Paese ferito e piagato, ma non ancora sconfitto. I santi e gli eroi che nutrono per osmosi l’Italia migliore infonderanno all’Italia migliore la forza di resistere al male. Con l’onore e l’orgoglio che si addice a chi, libero in virtù della vera libertà, non intende controfirmare la menzogna.
Sia benedetto il popolo che, custode del seme della vita, terrà in vita l’uomo fatto a immagine somiglianza di Dio, aggrappandosi tenacemente al legno della Sua Croce.
Elisabetta Frezza
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
Immagine di vixklen via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Oligarcato
Annullata a Vienna la conferenza sull’Anticristo con Peter Thiel
Il Festival di Vienna ha revocato la prevista partecipazione del magnate tecnologico tedesco-americano Peter Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti.
Il co-fondatore di PayPal e Palantir Technologies, noto per le sue posizioni di destra e «transumaniste», avrebbe dovuto prendere parte a una discussione intitolata «Armageddon e l’Anticristo? Dalla teologia alla realpolitik». Quest’anno il Festival si è definito «Repubblica degli Dei», presentandosi come uno «spazio di critica radicale e nuovi inizi».
Il panel ha subito generato forti polemiche: per alcuni rappresentava un’occasione per confrontarsi con le idee controverse di Thiel, mentre per altri la sua visione apocalittica non doveva avere alcuno spazio. La sua presenza è stata contestata anche dalle autorità comunali di Vienna, che finanziano il festival.
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«L’invito rivolto a Peter Thiel sta giustamente suscitando grande malcontento tra il pubblico», ha dichiarato al quotidiano Der Standard Veronica Kaup-Hasler, assessore alla Cultura del Comune di Vienna.
Il ritiro in massa degli altri partecipanti ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli organizzatori hanno ammesso che la controversia su Thiel aveva indebolito il festival «in misura inaccettabile». Sabato è stata quindi annunciata la cancellazione dell’incontro con l’imprenditore.
«Non a qualsiasi costo: prendo molto sul serio le critiche. Per via della mia responsabilità nei confronti del programma generale, purtroppo ho dovuto rinunciare all’evento previsto con Peter Thiel, sebbene lo trovassi estremamente interessante e tematicamente coerente con il quadro di Republic of Gods. Tuttavia, insistere sull’evento sarebbe stato contrario alla mia stima per il nostro programma artistico e per tutti coloro che vi sono coinvolti», ha dichiarato il direttore artistico Milo Rau in un comunicato.
I discorsi pubblici di Thiel hanno spesso suscitato polemiche. A marzo ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, in una location tenuta privata nei pressi Vaticano. Alcuni media avevano addirittura sostenuto che l’evento si sarebbe svolto presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, alma mater di Papa Leone XIV. L’istituzione ha però smentito rapidamente qualsiasi collegamento, mentre altri esponenti vicini al Vaticano hanno criticato le iniziative di Thiel.
Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Pensiero
La scuola dell’amicizia
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.
In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)
E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».
Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.
Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.
Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…
Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.
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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.
La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.
Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.
Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.
Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.
Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?
E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?
In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.
Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.
In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.
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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…
Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?
Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.
Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.
Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.
Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.
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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.
Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.
Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».
Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.
C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?
Roberto Dal Bosco
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Immagine generata artificialmente
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